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Roma, i trasporti pubblici ed il sindaco che verrà

14 Mar

Dato un cerchio di 40 km di diametro, come lo è Roma, quante dovrebbero essere le fermate del sistema integrato di trasporto pubblico?

Partiamo dal fatto che ne dovremmo avere una entro 250 metri da casa, se vogliamo che i mezzi pubblici siano utizzati anche dagli invalidi e dai chi ha bimbi piccoli, e – fatte due divisioni due – salta fuori che le fermate dovrebbero essere 6.000 circa.

Ma “la città di Roma, nonostante una planimetria piuttosto disordinata, ricca di siti archeologici intorno ai quali lo sviluppo della superficie edificata è avvenuto a macchia di leopardo, vanta una dotazione di verde elevata e che diventa più consistente nelle zone periferiche. Il sistema ambientale di Roma Capitale è costituito da circa 86.000 ettari di territorio salvaguardato e protetto (pari a circa i 2/3 dell’intero territorio comunale)”, secondo l’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale.

Dunque, i trasporti dovranno coprire un’area di soli 400 milioni di metri quadri e, così, servirebbero solo 2.000 fermate per realizzare un sistema integrato di trasporto pubblico.

Ma …

In realtà, solo gli attuali Municipi I, II, V, VI e XII hanno densità abitative nell’ordine di 10.000 abitanti per Kmq, cioè paragonabili a quelle di Milano e tali da rendere efficiente ed efficace un capillare sistema integrato di trasporto pubblico.
A contraltare, il municipio più popoloso (il III), oltre ad essere separato dal resto di Roma dal Tevere e dall’Aniene, dovrebbe strutturare il livello di trasporti per oltre un milione di abitanti con una densità abitativa (2040 ab/kmq) praticamente pari a quella di piccoli centri come Albano Laziale o Marino (~1800 ab/kmq).

Infine, dobbiamo ricordare che, per fare in modo che gli umani – se abitano in municipi a bassa densità abitativa – utilizzino un sistema di trasporto pubblico, è necessario che in 15-20 minuti al massimo possano raggiungere l’hub di riferimento o la zona d’interesse nel proprio municipio e che – eventuamente – in ulteriori 20-40 minuti possano pervenire alla destinazione finale, anche se dall’altro capo di Roma.

Non sono numeri a caso: 500 metri sono la percorrenza minima per l’autista del bus per ingranare fino alla 4a e rifermarsi, 15 minuti equivale alla percorrenza a piedi che eravamo avezzi a fare fino a 20 anni fa, 60 minuti è all’incirca il tempo (sola andata) che consumano ogni giorno i pendolari d’ogni dove ed è, infatti, quello che serve oggi al trenino per andare da Settebagni a Fiumicino od alla Tav per Firenze o Napoli.

Ritornando alle ‘fermate’dei bus, delle metro e dei tram, cosa abbiamo imparato?

1- solo gli attuali Municipi I, II, V, VI e XII hanno le caratteristiche ‘minime’ per realizzare e beneficiare di una rete di trasporto come quella di Milano e Napoli
2- i restanti municipi – con densità abitative da hinterland rurale – necessitano di hub, con grandi parcheggi, per gli spostamenti verso i municipi più densamente abitati e frequentati unitamente ad un trasporto ‘circolari’ interno ai municipi
3- se vogliamo spostamenti veloci e mezzi pubblici frequenti, le fermate dei bus, almeno quelle, non vanno collocate a meno di 4-500 metri l’una dall’altra, i divieti di sosta vanno garantiti nelle vie di percorrenza dei mezzi pubblici, negli hub ed alle metro vanno garantiti parcheggi a tempo e carsharing, oltre ai posti per le auto dei disabili e per le biciclette.

A breve, a Roma, si andrà a votare ed avremo un nuovo sindaco.
Nel caso ci riparlassero dell’Atac, ma non dovessimo sentire di ‘fermate’, ‘parcheggi’, ‘divieti’ eccetera … beh … allora saranno tutte chiacchiere.
A proposito, sarebbe un bel passo avanti in termini di trasparenza, sapere almeno quante fermate (e quante pensiline) abbiamo in giro per Roma. Vuoi vedere che sono molte di più delle circa 2000 che dovrebbero bastarci? O, comunque, che sono concetrate in alcune zone mentre altre – a parità di bacino – sono molto più diradate?

Demata

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Roma, ancora violenza

5 Gen

Ancora morti per strada a Roma: padre e figlia di nove mesi uccisi durante un tentativo di rapina fallito.

Intorno alle 21. Zhou Zheng, un cinese, gestore di un bar con money transfer, ritornava a casa con la famiglia e con il, forse, magro incasso della giornata. Un tentativo di reazione, tre colpi andati a segno, due morti ed un ferito.

Altri due omicidi che vanno a sommarsi ai 33 avvenuti nel 2011 e che confermano che a Roma qualcosa è cambiato.

Di chi le responsabilità?

Inequivocabile il commento di Walter Veltroni, su Twitter, secondo il quale le responsabilità sarebbero della Giunta Alemanno, come se il degrado delle periferie e l’impunità diffusa fossero un problema di questi ultimi tre anni.
“Hanno tolto l’anima alla città, il senso di comunità e di solidarietà, e la violenza la fa da padrone.”
Più realisticamente, Alessandro Onorato, capogruppo Udc in Campidoglio, si rivolge al Governo Monti, chiedendo mezzi, uomini e risorse: “la Capitale non può rimanere da sola ad affrontare questa impressionante scia di sangue. Roma ha bisogno di più uomini, più mezzi e più fondi per combattere questa deriva violenta che pervade ormai quotidianamente le nostre strade e i nostri quartieri”.

Come non considerare, innanzitutto, che “questa Roma” è il frutto di ben 17 anni di politiche di sinistra, che poco hanno inciso sulla formazione e sulle tecnologie, se parliamo di lavoro, e che tanto hanno speso in sussidi ed interventi “sociali” nelle periferie, senza pretendere in cambio operosità e legalità.

Giunte che non hanno realizzato un piano di mobilità funzionale, pur incrementando vertiginosamente il numero di abitazioni e residenti, rendendo la città, strozzata dal traffico e frammentata in mille rioni, impattugliabile.
Entità politiche che pensavano, ricordiamolo, di contrastare il disagio giovanile, tollerando le occupazioni abusive e le “zone grigie”, in vece di finanziare centri giovanili e sportivi oppure, meglio ancora, investendo i finanziamenti per il diritto allo studio in qualcosa che non fosse esclusivamente l’intercultura.

Roma violenta?

E perchè non dovrebbe esserlo, specie in tempo di crisi, se in certi quartieri, malgrado l’obbligo scolastico, il 15% dei maschi non ha conseguito la terza media e solo un altrettanto 15% è arrivato alla maturità? Oppure se circa 800.000 dei suoi cittadini sono talmente indigenti e deprofessionalizzati da aver bisogno di una casa popolare da, ormai, due o tre generazioni.

A proposito, andrà meglio, secondo voi, con il decreto “svuota carceri”?

Leggi anche Roma, città violenta?

originale postato su demata

Roma, città violenta?

4 Set

Che a Roma le cose non andassero come di dovere, era dai tempi di Walter Veltroni, “sindaco di tutti”. Non che fosse tutta responsabilità sua, ma è quello il periodo in cui Roma è cambiata.

Del resto, come non poteva esserlo se durante i sette anni di Veltronismo si espandeva enormemente la città, senza dotarla dei trasporti ed infrastrutture, senza che vi fosse una realtà produttiva atta  da dar da vivere ai nuovi arrivati e  senza che questi fossero accompagnati nell’integrazione .

Un sistema, che è parimenti proseguito con la Giunta Alemanno, solo rallentato dalla crisi economica, … tanto le delibere del piano urbanistico (e della nuova cementificazione) le avevano lasciate belle e pronte Morassut e gli assessori di Uòlter.

Ma cosa è accaduto a Roma, alla città di Roma, da giustificare l’allarme che, ormai tutti, lanciano da anni?

Innanzitutto, in 15 anni siamo aumentati del 30%, tra residenti, domiciliati, pendolari, regolari ed irregolari. Ovviamente, come in tutte le grandi città, una parte di noi non è registrata e spesso si sposta annualmente da una casa all’altra, inclusa la cintura dei comuni esterni, alla ricerca di un affitto migliore o seguendo il lavoro che cambia.

Inoltre, la politica locale, fortemente clientelare, non si rivolge ai “nuovi romani”, non li conosce neanche e non ne conosce le istanze ed i bisogni: li ammassa a ridosso del raccordo e finisce lì.

Così accade che si vedano poche auto con lampeggiante in giro e che le stazioni di pubblica sicurezza chiudano al calar della notte,  in una città che ha quartieri da pattugliare come a New York, Parigi o Londra. Oppure, si scopre da qualche trafiletto del Messaggero che c’era una linea notturna in balia dei teppisti e che alcuni bus delle corse notturne hanno l’abitacolo del conduttore blindato.

In aumento anche gli omicidi, che sono 28 dall’inizio del’anno, come fa notare il sindaco Gianni Alemanno, tra cui sono sette gli “omicidi irrisolti che hanno il sapore di un regolamento di conti. Sono omicidi di cui non si è trovata la causa. E’ un arrivo della criminalità organizzata su Roma?”

Secondo il sindacato di polizia Silp Cgil Roma, “Ventotto omicidi in otto mesi sono un record per la nostra città   e se il trend è questo, entro la fine dell’anno, Roma si attesterà tra le città più pericolose, con un numero di omicidi che potrebbe arrivare attorno ai 40”.

D’altra parte, a cosa servono le telecamere, in una città affollata da turisti e pellegrini, se non attivano un pronto intervento, come si è, purtroppo, verificato per la fontana di Piazza Navona? E dove sono mai, telecamere o pattuglie, nelle smisurate periferie di larghi viali e palazzine basse o villette, dove l’anomimato è pressochè assoluto?

Non credo che si possa riportare sicurezza a Roma in breve tempo, anche se è evidente che una Capitale non possa sopravvivere ad una situazione così, speriamo solo che la smettano di costruire altre case e di far arrivare altra gente …

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