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Roma, i trasporti pubblici ed il sindaco che verrà

14 Mar

Dato un cerchio di 40 km di diametro, come lo è Roma, quante dovrebbero essere le fermate del sistema integrato di trasporto pubblico?

Partiamo dal fatto che ne dovremmo avere una entro 250 metri da casa, se vogliamo che i mezzi pubblici siano utizzati anche dagli invalidi e dai chi ha bimbi piccoli, e – fatte due divisioni due – salta fuori che le fermate dovrebbero essere 6.000 circa.

Ma “la città di Roma, nonostante una planimetria piuttosto disordinata, ricca di siti archeologici intorno ai quali lo sviluppo della superficie edificata è avvenuto a macchia di leopardo, vanta una dotazione di verde elevata e che diventa più consistente nelle zone periferiche. Il sistema ambientale di Roma Capitale è costituito da circa 86.000 ettari di territorio salvaguardato e protetto (pari a circa i 2/3 dell’intero territorio comunale)”, secondo l’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale.

Dunque, i trasporti dovranno coprire un’area di soli 400 milioni di metri quadri e, così, servirebbero solo 2.000 fermate per realizzare un sistema integrato di trasporto pubblico.

Ma …

In realtà, solo gli attuali Municipi I, II, V, VI e XII hanno densità abitative nell’ordine di 10.000 abitanti per Kmq, cioè paragonabili a quelle di Milano e tali da rendere efficiente ed efficace un capillare sistema integrato di trasporto pubblico.
A contraltare, il municipio più popoloso (il III), oltre ad essere separato dal resto di Roma dal Tevere e dall’Aniene, dovrebbe strutturare il livello di trasporti per oltre un milione di abitanti con una densità abitativa (2040 ab/kmq) praticamente pari a quella di piccoli centri come Albano Laziale o Marino (~1800 ab/kmq).

Infine, dobbiamo ricordare che, per fare in modo che gli umani – se abitano in municipi a bassa densità abitativa – utilizzino un sistema di trasporto pubblico, è necessario che in 15-20 minuti al massimo possano raggiungere l’hub di riferimento o la zona d’interesse nel proprio municipio e che – eventuamente – in ulteriori 20-40 minuti possano pervenire alla destinazione finale, anche se dall’altro capo di Roma.

Non sono numeri a caso: 500 metri sono la percorrenza minima per l’autista del bus per ingranare fino alla 4a e rifermarsi, 15 minuti equivale alla percorrenza a piedi che eravamo avezzi a fare fino a 20 anni fa, 60 minuti è all’incirca il tempo (sola andata) che consumano ogni giorno i pendolari d’ogni dove ed è, infatti, quello che serve oggi al trenino per andare da Settebagni a Fiumicino od alla Tav per Firenze o Napoli.

Ritornando alle ‘fermate’dei bus, delle metro e dei tram, cosa abbiamo imparato?

1- solo gli attuali Municipi I, II, V, VI e XII hanno le caratteristiche ‘minime’ per realizzare e beneficiare di una rete di trasporto come quella di Milano e Napoli
2- i restanti municipi – con densità abitative da hinterland rurale – necessitano di hub, con grandi parcheggi, per gli spostamenti verso i municipi più densamente abitati e frequentati unitamente ad un trasporto ‘circolari’ interno ai municipi
3- se vogliamo spostamenti veloci e mezzi pubblici frequenti, le fermate dei bus, almeno quelle, non vanno collocate a meno di 4-500 metri l’una dall’altra, i divieti di sosta vanno garantiti nelle vie di percorrenza dei mezzi pubblici, negli hub ed alle metro vanno garantiti parcheggi a tempo e carsharing, oltre ai posti per le auto dei disabili e per le biciclette.

A breve, a Roma, si andrà a votare ed avremo un nuovo sindaco.
Nel caso ci riparlassero dell’Atac, ma non dovessimo sentire di ‘fermate’, ‘parcheggi’, ‘divieti’ eccetera … beh … allora saranno tutte chiacchiere.
A proposito, sarebbe un bel passo avanti in termini di trasparenza, sapere almeno quante fermate (e quante pensiline) abbiamo in giro per Roma. Vuoi vedere che sono molte di più delle circa 2000 che dovrebbero bastarci? O, comunque, che sono concetrate in alcune zone mentre altre – a parità di bacino – sono molto più diradate?

Demata

Roma: traffico e inquinamento da record (dati)

4 Dic

Secondo il VI Rapporto Ispra, a Roma circolano 706 autoveicoli ogni mille abitanti (2 864 047 secondo Istat), cioè circa 2 milioni di autoveicoli che tendono a concentrarsi nel Centro Storico e nei quartieri attraversati dalla bretella della A24, oltre che in alcuni punti del Grande Raccordo Anulare.
E gli automobilisti di Roma in media trascorrono 1 ora e 29 minuti al giorno in automobile a una velocità di 30,9 km/h percorrendo «solamente» 12.425 chilometri l’anno, cioè una media di 34 km al giorno (Osservatorio UnipolSai sulle abitudini al volante degli italiani nel 2014).

A far due conti, salta fuori che tra i chilometri percorsi ed il tempo totale ‘mancano’ una ventina di minuti e, infatti, secondo il TomTomIndex 2014, ogni giorno gli automobilisti romani perdono 24 minuti fermi negli ingorghi, considerando due spostamenti di mezz’ora l’uno al giorno.

Secondo i parametri monitorati da TomTom, in Europa, solo Mosca, San Pietroburgo, Bucarest e Varsavia stanno peggio di Roma ma, a livello mondiale, anche Pechino ci supera. Ma a parte il tempo e la salute che sprechiamo, quanto ci costa tutto questo?

Secondo diversi computer di bordo, i consumi a fermo  di veicoli a benzina /diesel si aggirerebbero intorno ai 0,5 litri per ora ad autovettura ferma.
In poche parole se di media 2 milioni di veicoli sprecano ogni giorno 24 minuti di carburante, in un anno fanno quasi 150 milioni di litri di benzina /gasolio gettati al vento ogni anno per un valore oltre 200 milioni di euro.

Quanto a gas di scarico e polveri varie, 34 km percorsi giornalmente da 2 milioni di autoveicoli Euro IV immettono nel cielo di Roma  decine di migliaia di metri cubi  di anidride carbonica ed oltre una tonnellata di polveri sottili (mappa interattiva) per non parlare dei composti azotati (mappa interattiva) oltre il limite un po’ dovunque secondo i dati di RomaAriaSalute.
Ogni giorno.

Inquinamento polveri Roma

P.S. I dati di RomaAriaSalute dimostrano anche come vi sia un’intera cittadina di medie di mensioni che si sposta dall’hinterland tiburtino verso il centro: come sarebbero oggi le cose con le direzionalità da trasferirsi negli Anni ’80 al sempre rimpianto SDO (od ancor prima all’EUR) ?

Demata

 

Mobilità Roma: rimessa la delega a Marino. Traffico, Atac e taxi inclusi …

23 Giu

Da ieri Roma è senza assessore alla Mobilità e il Comune dovrà iscrivere 340 milioni di debiti per spese di personale non convalidate dal MEF. I servizi sono a zero, incombe il Giubileo, Milano si offre al mondo con il suo Expo2015, Ignazio Marino resiste al suo posto e – da oggi, dopo le dimissioni dell’assessore Improta – il traffico e i trasporti di Roma (inclusi Atac e Taxi) hanno come referente politico il sindaco stesso.

Anche i romani resistono ….come dimostrano le foto trovate in rete.

Com’era lo  slogan elettorale del buon Ignazio? Daje?

Demata

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I TASSISTI NON RAGGIUNGONO L_ACCORDO CON IL CAMPIDOGLIO E SCENDONO SPONTANEAMENTE IN PIAZZA, BLOCCANDO IL CENTRO DI ROMA - Fotografo: benvegnù-guaitoli

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Ordinaria follia sanitaria a Roma

21 Dic

La sapevate quella della Regione Lazio che per garantire cure appropriate sposta un malato acuto – astenico, iperteso e con retinopatie – da un ospedale generale con pronto soccorso a 15 minuti da casa /lavoro ad uno monospecialistico dermatologico senza pronto soccorso talmente distante, che dovrà percorrere sotto il sole e in pieno traffico romano 80 km e passa quasi due volte alla settimana, per poi svolgere in due giorni e mezzo il lavoro di cinque?

O quell’altra – sempre del Lazio – che garantisce la continuità delle cure affidando un malato raro complesso per una malattia metabolica a due specialisti pensionandi nel giro di due anni due, di cui uno gastroenterologo e l’altro dermatologo?

E quell’altra del malato over 50 che ha scoperto solo di recente alcune malattie banali (tiroide, allergie, intolleranze) che erano diventate devastanti, dato che per anni e decenni non erano state diagnosticate? E lo sapevate che per scoprire il quanto è dovuto andare – carta di credito alla mano – presso un centro privato per ottenere dei controlli concentrati in pochi giorni, sennò forse non ci si capiva ancora nulla?

O di quell’altra ancora di qualcuno che ha un gozzo enorme e che glielo aspirano ma non fanno la biopsia del liquido anche se è in impegnativa o quella del tracciato holter da allarme rosso che te lo consegnano per posta pur essendo in carico nell’ambulatorio e manco te lo spiegano, anzi ti dimetto con la minima a 120 ? O quell’altra del signore che andando dal cardiologo – ad esempio – in intramoenia paga più di una visita privata dove gli pare?
E quella del pronto soccorso che ti da il paracetammolo invece del farmaco salva vita, anche se vai con il tesserino di codice giallo fisso?

E quell’altra, pessima, dell’ambulanza che non ti porta nè nell’ospedale dove c’è il farmaco raro che ti serve e neanche quello più vicino, ma pretende di andare dove è predeterminato, magari a 30 km, anche se non avranno come curarti e tu non avrai come tornare a casa? E questo faranno se non insisti semisvenuto dalla branda?

O quell’altra tra le tante del malato seguito da un centro nazionale con cui il presidio locale nè si mette in contatto nè segue le prescrizioni?

O, infine, di essere costretti a scegliere se lasciare il lavoro o la regione o tutti e due solo perchè nel tuo municipio (da oltre 1 milione di abitanti e delimitato da due fiumi) non c’è un ospedale e neanche un centro infusionale-trasfusionale.

Adesso, provate ad immaginare che a voi sia accaduto tutto questo e forse anche di più: benvenuti a Roma, qui niente è impossibile.

E non è solo una questione di diritti elementari – non solo alle cure ma persino alla residenza, al lavoro, alla professione – ma anche una questione strutturale di Roma.

Non è un azzardo ipotizzare che tra malati rari (6-8% della popolazione) e quant’altro vi siano decine di migliaia di romani che – a rotazione ma ogni mattina – si rechino con relativo accompagnatore in un sito di cura collocato all’altro capo della città (per non parlare di quello che confluisce dalle province dopo la chiusura di reparti e ambulatori) e di altre decine di migliaia che si muovono per un accertamento o una visita medica occasionali.
Il tutto mentre hanno una ASL o un ospedale a 10 minuti da casa, che però non offre quel servizio oppure non lo pubblicizza /coordina adeguatamente o anche, banalmente, .il Recup lo spedisce chissà dove ‘per urgenza’, dato che i siti viciniori sono sovraffollati da persone che arrivano da altri chissà dove e hanno prenotato da tempo per ‘visita di controllo’.

Nessun Comune e nessuna infrastruttura della mobilità potrebbe reggere un volume di traffico così gravoso ed estemporaneo.
Nessun welfare locale può sostenere un contesto in cui la medicina regionale non si faccia carico dei bisogni dei malati al di fuori di una mera prestazione (se ricompresa) o di un cavillo (quando capita): le malattie croniche – almeno loro – hanno bisogno di precauzione, monitoraggio, coordinamento, preposti, presidi, reti, cartelle ellettroniche eccetera.
Nessun costo del lavoro può andare in pareggio se a Milano per una visita specialistica bastano due ore e da noi quasi due giorni … anche perchè di pomeriggio (quando chi lavora è di solito più libero) ci sono le attività intramoenia e non quelle del SSN /SSR.

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Province in rivolta, Italia sotto ricatto?

8 Nov

Nel 2011 le spese sostenute dalle Province sono state pari a circa 11,6 miliardi di euro (fonte Siope, 2011).
Queste le singole voci di spesa:

  1. trasporto pubblico extraurbano; gestione di circa 125 mila chilometri di strade nazionali extraurbane: 1 miliardo 430milioni di euro.
  2. difesa del suolo, prevenzione delle calamità, tutela delle risorse idriche ed energetiche; smaltimento dei rifiuti: 3 miliardi e 200 milioni di euro.
  3. gestione di oltre 5000 gli edifici scolastici: 2 miliardi 210 milioni di euro.
  4. gestione di 854 Centri per l’impiego; sostegno all’imprenditoria, all’agricoltura, alla pesca; promozione delle energie alternative e delle fonti rinnovabili: 1 miliardo 100 milioni di euro
  5. promozione della cultura: 190 milioni di euro
  6. promozione del turismo e dello sport: 210 milioni di euro
  7. servizi sociali: 180 milioni di euro
  8. costo del personale (61.000 unità): 2 miliardi 300 milioni.
  9. amministrazione e manutenzione del patrimonio: 750 milioni di euro
  10. indennità degli amministratori: 111 milioni di euro

E’ di questi giorni la notizia che la spending review tagli 500 milioni di spese alle Province e che i loro presidenti non ci stanno, anzi, propongono cose come “la chiusura dei riscaldamenti nelle scuole (superiori, ndr) e conseguentemente l’aumento delle vacanze per gli studenti”.
Oppure precisa il neo presidente dell’Unione Province Italiane, Antonio Saitta, “siamo pronti anche  ad interrompere i lavori di manutenzione nelle scuole. E quando qualche procuratore della Repubblica, come accade nella provincia di Torino con il bravo Guariniello, ci dirà che i lavori debbono essere terminati, noi opporremo un netto rifiuto, visto che le risorse non ci sono più”.

Ma le risorse ci sono o, meglio ci sarebbero, visto che la gestione degli edifici scolastici rappresenta solo un quarto dell’intero volume finanziario provinciale e che per i costi di personale si spende altrettanto, mentre per amministrazione e manutenzione del patrimonio vanno via ben 750 milioni di euro.

Ebbene si, le nostre indispensabili province per gestire poco più di 8 miliardi di servizi ne spendono circa tre per funzionare tra personale e patrimonio.
Ed, ovviamente, i loro consiglieri e presidenti non sono neanche sfiorati dall’idea che il taglio da 500 milioni che la Repubblica Italiana gli chiede sia da destinarsi principalmente a quel 25% di spese che le Province mettono a bilancio come ‘costi interni’.

Un anno fa, l’abolizione delle Province era sulla bocca di tutti e non c’era nessun ostacolo a trasformarle in distretti amministrativi, con costi sensibilmente inferiori. Mario Monti non ha voluto in alcun modo scontentare la Casta e, seppur con qualche taglio, tante Province sono rimaste in piedi.
Errore grave se non diabolico, visto che lor signori, avuta salva la poltrona, vogliono (come al solito?) scaricare i tagli sui servizi e non sulle prebende.

Vi sembra un esempio di senso civico e di responsabilità istituzionale minacciare di non mettere in sicurezza le scuole o lasciare gli studenti senza riscaldamento?

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Piacenza: Ikea trasloca e non c’è che dire

7 Nov

A Piacenza, dopo le proteste dei facchini dei giorni scorsi, la direzione di Ikea ha deciso il “riposizionamento dei volumi” nello stabilimento, con la perdita di 107 posti di lavoro. Da domani, una parte della merce da confezionare e spedire ai punti vendita della multinazionale svedese passerà da altri punti di smistamento. Lo ha comunicato il .

Secondo Francesco Milza, consorzio Cgs, fornitore di servizi a cui fanno capo le cooperative Cristall, Euroservizi e San Martino, questa  “è una comunicazione che noi e tutte le persone responsabili temevamo e che inevitabilmente si è concretizzata. Ikea, come si sarebbe comportata qualunque altra azienda in queste condizioni, ha preso atto di una situazione che evidentemente non è più nè sopportabile nè accettabile”.

Da una parte i facchini che lamentavano redditi troppo bassi a causa dei minori volumi di traffico merci causati dalla crisi, dall’altra una multinazionale che attribuita una fornitura ad una società cooperativa, non ci sta, visto che i facchini sono soci e non dipendenti delle e tre coop.

Dopo Marchionne che non accetta di incrementare il personale FIAT di tot unità a causa dei reintegri e che mette in mobilità 17 dipendenti per ‘compensazione’, arriva IKEA a spiegarci che fuori dai nostri confini il mondo funziona – ormai da tempo – in un modo molto diverso da come ci raccontano politici, media e sindacalisti.

Le plusvalenze per unità prodotta sono basse, specie se in un paese dove i servizi sono pessimi e la corruzione dilaga, e tutto è giocato sulla logistica e l’ottimizzazione. Incrementare del 2% le spese di personale a Pomligliano d’arco è difficile, raddopppiare i costi di personale per le spedizioni è impossibile.

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Spending review? No, manovra correttiva agostana …

3 Lug

Mario Monti rassicura i partiti: ‘è una spending review, non una manovra correttiva’. Eppure, se si trattasse di questo parleremmo di oltre 200 miliardi di Euro, come ha precisato pochi giorni fa proprio uno dei superconsulenti voluti da Mario Monti.
Qui parliamo – molto più prosaicamente – di un taglio delle spese di personale e di fornitura per ‘raccogliere’ quei 5,3 miliardi di euro che servono con urgenza, dato che i conti del decreto Salvaitalia si sono rivelati fin troppo ottimistici: i ‘professori’ avevano sottovalutato gli effetti negativi della ‘mancanza di speranza’, ovvero recessione, stagnazione, evasione fiscale, speculazione finanziaria.

Una ‘realtà’ che sembra non essere percepita nè dai media nè dal Partito Democratico, attestato dietro Bersani e D’Alema, che sembrano non aver imparato la ‘lezione della Seconda Repubblica’, ovvero che essere il maggior partito o la ‘fazione’ più coesa non comporta ‘ipso facto’ che si sia in condizione di governare e che, senza un pensiero economico, un programma economico, anche il maggior conglomerato di voti è in balia delle ‘correnti’. L’arroganza con cui è stato ‘censurato’ il buon Fassina ne è un eccezionale esempio e ci conferma che il ‘metodo’ non è cambiato da 50 anni a questa parte.

Uno scenario che si racchiude in quattro dichiarazioni, ben rappresentative ed inequivocabili.

«Se per decenni si indulge ad assecondare un superficiale ‘tiriamo a campare’ oppure si indulge nell’iniettare nei cittadini la sensazione che tanto il Paese può, per le sue risorse, non affrontare problemi seri che le altre nazioni affrontano, forse deve venire il momento in cui, anche a scapito di una temporanea perdita di speranza, bisogna affrontare i problemi seri» – Mario Monti a Palazzo Madama per la presentazione del libro del ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi.

«È evidente che se il governo pensa di procedere al taglio degli organici e alla riduzione dei servizi getta benzina su una situazione molto difficile» – Susanna Camusso, segretario della Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori.

«Mentre Sagunto brucia, a Roma si succedono riunioni di congiurati per decidere come buttare giù il governo prima dell’estate e provocare così le elezioni anticipate a ottobre.La voglia di far saltare tutto, si sa, serpeggia da tempo in entrambi i maggiori partiti. Ma se nel Pd Bersani ha l’autorità per zittire un Fassina, nel Pdl pare che Alfano non ne abbia abbastanza per mettere a tacere una folta schiera di sediziosi, ex ministri berlusconiani ed ex colonnelli finiani» – Massimo Polito, editoriale del Corriere della Sera del 16 giugno 2012.

«A questa maggioranza dico da parte di tutti i giovani che avete rotto i coglioni!» – Franco Barbato (IdV), mentre stava illustrando un proprio emendamento alla spending review nell’dall’Aula di Montecitorio.

Intanto, l’unico ministro che sembra aver firmato la proposta di tagli delle piante organiche del 20% per i dirigenti e del 10% per gli altri dipendenti è l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, il cui ministero, la Difesa, ha già decurtato di un quinto il proprio personale, con un piano decennale di prepensionamenti e mobilità che ridurrà di circa 30.000 unità il numero dei dipendenti militari e civili.

Dunque, non sono solo il popolo bue, l’antipolitica che avanza od i congiurati romani a complottare contro il governo di Mario Monti. A quanto pare sono gli stessi ministri a non credere in questo spending review, “anzi, più di un ministero ha chiesto di lasciare quella regola fuori dai propri uffici” ci ricorda il Corriere della Sera.

E, d’altra parte, chi mai potrebbe crederci, se prendiamo atto che Monti ed i suoi superconsulenti vorrebbero fare a luglio ed agosto quello che non hanno fatto in sette mesi di ‘governo tecnico’ e non s’è fatto in 18 anni di Seconda Repubblica.

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Spesa pubblica: due conti in croce

29 Giu

I dati forniti da SIOPE e diffusi mesi fa dall’Unione Province Italiane (link) descrivono la distribuzione della Spesa Pubblica italiana e forniscono – nell’estremo tentativo di salvare gli enti politici provinciali – un quadro alquanto desolante, per quanto relativo alla situazione generale, e fin troppo deludente per quanto inerente l’azione di governo esercitata da Mario Monti ed i suoi prescelti.

Infatti, mettendo in tabella i dati SIOPE-UPI sul 2011 insieme ai dati forniti dal Ministero dell’Interno e dal MIUR – riguardo le proprie spese (2010) – e dalle Regioni e Province – relativamente al numero dei consiglieri – ecco cosa ne viene fuori.

Dati che vanno letti considerando che un consigliere comunale del Comune di Sassari ci costa solo 13.338 Euro all’anno, trasferte e rimborsi inclusi. (leggi anche sui CdA, Lo scandalo degli Enti Strumentali)

Se questo è il costo dei cosiddetti ‘apparati’, ovvero dei consiglieri-parlamentari e dei rispettivi gruppi consiliari, non è che con la sommatoria – incompleta- della spesa pubblica si vada meglio.

Fatti salvi circa 11 miliardi di Euro spesi per il Ministero dell’Interno e palesemente insufficienti, non è chiaro per quali motivi l’Italia abbia una spesa per l’Amministrazione Centrale di quasi 200 miliardi a fronte di una spesa complessiva delle Amministrazioni locali di ‘soli’ 135 miliardi, in cui rientrano strade, porti, reti locali, ambiente eccetera.

Quanto ai due soli servizi (istruzione e sanità) dove Stato e Regioni hanno competenze condivise, i dati raccontano che per la scuola si spende troppo poco, mentre per la salute si spenda troppo e male.

Male non solo per i servizi scarsi o inutili che arrivano ai cittadini, ma soprattutto perchè, se le Regioni spendono tre volte tanto per ASL e ospedali di quanto spendano per tutto il resto, è presto spiegato il disastro italiano.

Infatti, con una sproporzione tale – in termini di volume finanziario e di bisogni dei cittadini da soddisfare – non è improbabile che non pochi consigli regionali siano ‘dominati’ da lobbies afferenti al settore sanitario, come non pochi scandali dimostrano, dalla Regione Puglia agli ospedali cattolici romani o milanesi.

D’altra parte, 116 miliardi di spesa sanitaria annui sono una cifra enorme che richiederebbe ben altro che una spending review, in questi tempi di crisi. Infatti, non saranno i 246.691 infermieri (10 mld di spesa annua?), i 46.510 medici di base ed 7.649 pediatri (altri 5-6 miliardi) coloro che inabissano la spesa del Servizio Sanitario Nazionale.

Dei restanti 100 miliardi va cercata e chiesta ragione ai medici ospedalieri ed ai consigli di amministrazione delle ASL, non ad altri.

Sarebbe interessante sapere anche perchè quei 300 miliardi di previdenza siano congelati nelle casse dello Stato, anzichè diventare denaro circolante, con un sistema di previdenza privata sotto controllo pubblico come in Germania.

Come anche, ritornando alle ‘spese dell’Amministrazione Centrale’ per 182 sonanti miliardi di euro, sarebbe bello sapere in cosa consistano, visto che i beni monumentali languono e le infrastrutture attendono.

Sarebbe importante sapere, anche e soprattutto nell’interesse di Roma Capitale, quanta parte di questi miliardi siano andati a costituire lo strabiliante PIL che per anni fu vanto di Walter Veltroni e delle sue giunte e di cui, da che c’è crisi, non sembra esserci più l’ombra. Ma questa è un’altra storia.

Leggi anche Tutti i numeri delle Province

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Lo scandalo degli Enti Strumentali

29 Giu

Sfogliando un breve documento curato da SIOPE e diffuso mesi fa dall’Unione Province Italiane (link) ci si imbatte in una pagina semi-vuota (la sette) contenente solo un breve, quanto eloquente, testo.

In questo momento esistono oltre 7000 enti strumentali (Consorzi, Aziende, Società) che occupano circa 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione.  Il costo dei compensi, le spese di rappresentanza, il funzionamento dei consigli di amministrazione, organi collegiali, delle Società pubbliche o partecipate nel 2010 è pari a 2,5 miliardi.

Dati eclatanti, specialmente se vengono aggregati in tabella con altri dati forniti dalla UIL nel 2008, ovvero nella stessa legislatura.

  • Totale spese (Reg, Prov, Com)    7.026.105.352 €
  • di cui spese a carico Regioni    5.217.319.061 €
  • Spesa Enti e Agenzie Regionali    3.684.447.564 €
  • Totale enti strumentali    7.000
  • CdA (n° membri)    24000
  • Compensi e spese CdA    2.500.000.000 €

.

A far due conti della serva, scopriamo l’esistenza di un piccolo esercito di fortunati (i 24mila consiglieri di CdA) che riscuotono in media 100.000 euro pro capite annui e che fanno il bello ed il cattivo tempo negli Enti Strumentali, ma, in particolare, in quegli Enti e Agenzie Regionali che spendono spandono in un anno 3.684.447.564 € di fondi regionali.

A questi vanno ad aggiungersi le spese per altri – e noti – Enti Strumentali, come le ARPA (Agenzie regionali per l’Ambiente)   che spendono in un anno   532.225.966 euro, le Comunità Montane che costano 565.402.035 euro e le Unioni di Comuni (perchè non farne uno solo?) che gravano di altri 243.289.662 euro.

Gli stessi Enti e Agenzie Regionali di cui spesso ci chiediamo come assumano, a cosa servano, eccetera. Specialmente nel Meridione e nelle Isole, visto che il ‘lauto banchetto’ non tocca le Autorità Portuali (42.735.459 euro di spese) e le Aziende di promozione turistica (57.999.451 euro).

Forse, visto che parliamo di 2-3 miliardi di euro di compensi dei CdA degli Enti Territoriali, sarebbe stato equo congelarli invece che bastonare lavoratori senior a due  metri dalla pensione o giovani in cerca di esperienza e futuro, facendo precipitare il paese nella recessione.

Fortunatamente, c’è ancora tempo per farlo e, non dimentichiamolo, dovrebbe essere un ‘atto dovuto’ se i bilanci dell’azienda o delle regioni fossero in deficit.

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Tutti i numeri delle Province

29 Giu

Un documento dell’Unione Province Italiane – presentato il 20 gennaio 2012 (link) – descrive per linee generali come e quanto spendano i nostri enti provinciali, permettendoci di comprendere nel dettaglio a cosa servano, in cosa siano indispensabili, per quali motivi vadano abrogate.

Partendo dal ‘costo della politica’, dobbiamo annotare che i 1774  consiglieri e presidenti provinciali costano 111.000.000   di euro annui, ovvero 62.570 euro a testa.
Sembra poco, se pensiamo che il costo pro capite di un parlamentare si aggira intorno al mezzo milione di euro. E’ davvero troppo, se consideriamo di quanto poco si occupino le Province e che un consigliere comunale a Sassari costa circa 13.350 euro annui.

Infatti, venendo alle ‘competenze attribuite’, i bilanci provinciali dimostrano come le funzioni effettive – quelle che vanno necessariamente delocalizzate e per le quali si spende circa metà dei bilanci provinciali, 5,5 mld di euro – si esplichino principalmente in:

  1. gestione trasporto pubblico extraurbano
  2. gestione 125.000 km chilometri di strade nazionali extraurbane
  3. edilizia scolastica dei 5000 edifici destinati agli istituti superiori
  4. istruzione e formazione professionale
  5. centri per l’impiego (854)

Dunque, basterebbero un amministratore dei lavori pubblici ed uno per il lavoro e la formazione professionale – senza scomodare un intero consiglio provinciale – come basterebbe un terzo delle province esistenti, visto che, ad esempio, Milano con 45 consiglieri riesce a gestire un territorio ad elevatissima complessità e centralità a fronte dei ben 56 consiglieri che sono indispensabili, a quanto pare, per gestire le Province di Lecco e Sondrio.

Dulcis in fundo, ‘l’efficacia e l’efficienza’ delle amministrazioni provinciali, riguardo le quali il dato è desolante anche non tenendo conto delle tante denunce e dei troppi scandali che hanno segnato i consigli provinciali in questi anni.

Infatti, come sorvolare su quei 3 miliardi e passa di ‘entrate da accensione prestiti ‘ iscritte nei bilanci 2008-2011, proprio mentre la Crisi era sempre più palese, la tregenda del debito pubblico greco era arcinota e l’allarme ‘prodotti finanziari’ era stato lanciato da Bankitalia? Specialmente se leggiamo che la spesa per interessi nel 2011 assomma a ben 624.214.126 euro.

E come commentare – dinanzi al regressivo quadro nazionale – quei 4 miliardi spesi in cultura, turismo e sport, che troppo spesso, evidentemente, sono consistiti in ‘festa, farina e forca’, ‘panem et circenses’, velleità provinciali e gigantismi metropolitani o, meglio, consenso e clientela?

O come non sapere per diretta esperienza in che condizioni sono gli edifici scolastici ed in quale caos è la tutela ambientale e la raccolta rifiuti in certe aree del paese.

Certo, quello che emerge dal documento dell’Unione Province Italiane è che non sono loro il male maggiore, ma di questo se ne parla altrove (Lo scandalo degli Enti Strumentali).

Quel che conta – e che non vogliono capire – è che ‘mal comune’ non equivale a ‘mezzo gaudio’ se ci si mette dal lato degli elettori: mal comune, mal-contento generale.

Saremmo all’A B C della politca, a dire il vero …

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