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Il fallimento di Obamacare (e della Sanità all’italiana)

23 Gen

Obamacare è il progetto di riforma sanitaria che Donald Trump intende riformare in tutta fretta.

Perchè?  Perchè il tentativo di Barak Obama ed i suoi fallimenti dovrebbero e potrebbero far rifletterTe le pubbliche amministrazioni di mezzo mondo.

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Innanzitutto, per buona parte degli statunitensi il sistema assicurativo privatistico regge, va bene, vogliono continuare così, è migliore e più tutelato di quello pubblico. Obiezioni che arrivano sia dai ‘soliti’ Repubblicani sia da non pochi Democratas e soprattutto da sindacati e associazioni, come è ben sintetizzato in un articolo di “L’indipendensa – Quotidiano Online’.

“Come molte cose che sembrano nuove, l’Obamacare è per molti versi vino vecchio in bottiglie nuove. Ad esempio, quando si confronta con il fatto che a seguito dell’ Obamacare milioni di americani rischiano di perdere la loro assicurazione medica esistente, i difensori dell’Obamacare affermano che questo è vero solo quando queste persone hanno una “scadente” assicurazione.
Chi decide cosa è “scadente”? Cosa c’è di più vecchio dell’idea che alcune élite esaltate sappiano cosa è bene e meglio per noi stessi più di noi medesimi?
Persone diverse hanno rischi diversi e diversa propensione nel prendersi cura dei loro rischi, invece di pagare per trasferirli ad una compagnia di assicurazioni. Ma i politici di turno nello Stato ad ogni tornata hanno definito quello che deve essere coperto da assicurazione, indipendentemente da ciò che gli assicurati e le compagnie di assicurazione potrebbero concordare se lasciati liberi di fare le proprie scelte.”

Inoltre, come stanno denunciando da anni – con scioperi e sit in contro Obama – gli operatori del sistema sanitario ‘pubblico’ statunitense (Medicare e Medicaid), gli interventi degli spin doctors di Obama per ‘migliorare la qualità’ consistevano nella minore spesa governativa per la sanità di circa 500 miliardi di Euro. Oggi sono stati chiusi tanti centri di cura, ma la spesa è aumentata.

Quanto alle cure essenziali, nel 2003 con G.W. Bush alla Casa Bianca, il servizio sanitario nazionale copriva in media il 17,7% delle spese totali, mentre il Medicare era già finanziato con un  contributo federale del 60% e la restante parte in capo ai singoli stati.
Il sospetto diffuso tra molti statunitensi è che la lobby dei sanitari (e dei loro amministratori ‘pubblici’) non offra più sufficienti garanzie di trasparenza o deontologia e, dunque, preferisca operare autonomamente, piuttosto che sottoporsi ai controlli di qualità richiesti dalle compagnie asscuratrici.

Ne parlava l’editoriale di Ezra Klein, columnist del “Washington Post”, ex blogger ‘radicale’, segnalando la “perdita di credibilità con i democratici al Congresso e con chiunque altro” riguardo l’approvazione di una “legge basandosi su promesse che non potevano mantenere. Hanno clamorosamente pasticciato nell’implementazione. E ora sembra che persino le modifiche al sito Healthcare.gov non saranno effettuati entro la deadline che loro stessi avevano predeterminato. I democratici al Congresso si sentono ingannati.”

Ma la pecca maggiore dell’Obamacare è che ha tentato di sovrapporsi al Medicaid  amministrato dai singoli stati (e garantito anche agli immigrati con regolare permesso), così evitando di intervenire politicamente riguardo i diversi criteri di reddito, età, invalidità per accedere al servizio d’assistenza,  senza sufficienti standard e controlli, che esistono tra i vari stati dell’Unione. Cioè, proprio quello che Donald Trump afferma di voler fare.
Senza parlare del fatto che gran parte delle persone coperte dall’Obamacare sono giovani, spesso con un lavoro autonomo, che preferiscono non pagarsi la previdenza e l’assistenza … poi, si vedrà …

Tutto questo spiega ampiamente l’insuccesso della riforma e la diffidenza dei cittadini statunitensi visto che staremmo parlando di assistenzialismo puro, oltre che di calo qualitativo della sanità in generale e di strapotere della Sanità pubblica nella scala del consenso politico.

Non dimentichiamo che, già prima di Obama, solo il Governo Federale USA spendeva circa il 4% del Prodotto Interno Lordo e un ulteriore 2% arrivava da singoli stati e contee. Un 6% totale del PIL non lontano da quel 7% che l’Italia spende in assistenza sanitaria per i suoi cittadini.

Con una sola differenza: gli USA – già prima di Obama – spendevano il 6% del PIL per curare il 15-20% dei propri cittadini, privi di assicurazione, l’Italia spende praticamente lo stesso, in percentuale, ma per tutti gli italiani, che assommano più o meno al 20% degli statunitensi.

E con la differenza che con quel che gli italiani spendono di tasca propria per la salute – tra ticket, diagnostica, specialisti e ricoveri privati, maggiore carico fiscale di accise, Irpef e Iva senza contare le assicurazioni – avremmo (quasi) tutti un’assistenza a quattro stelle.

Demata

Obamacare decolla con 7 milioni di iscritti. Se la Sanità è un diritto inalienabile, ne mancano ancora 25 alla conta …

2 Apr

La Repubblica di oggi titola: “Vittoria di Obama, oltre sette milioni di iscritti alla sua riforma sanitaria”.
La sanità è un diritto inalienabile di tutti, senza distinzioni di reddito, questo il principio su cui, secondo i suoi promotori, su cui si fonda il Patient Protection and Affordable Care Act (PPACA), comunemente detto Affordable Care Act (ACA) od “Obamacare”.

In realtà, lo scopo della normativa è quello di ridurre il numero dei residenti non assicurati da 32 milioni a 23 milioni entro il 2019.
Resteranno senza assicurazione :

  1. circa 8 milioni di immigrati lavoratori e ‘residenti’, ma clandestini in vece che frontalieri;
  2. circa 7 milioni di residenti ineleggibili per le sovvenzioni di assicurazione o il Medicaid e quelli non iscritti a Medicaid , pur essendo ammissibili;
  3. quelli che preferiranno pagare una sanzione annuale (sic!), piuttosto che versare il contributo richiesto per l’Obamacare e quelli a cui la copertura assicurativa costerebbe oltre l’8 % del reddito familiare e sono esentati dal pagamento della sanzione annuale;
  4. i cittadini che vivono in stati che scelgono di non applicare l’espansione di Medicaid e che non si qualificano per la copertura di Medicaid esistente né la copertura sovvenzionata attraverso nuovi scambi di assicurazione degli Stati.

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Dunque, all’obiettivo dei nove milioni entro il 2019 mancano ancora 2 milioni di assicurati e 3 anni di lavoro, durante i quali potrebbe sia aumentare il numero di coloro che preferiscono pagare una sanzione sia, come probabile, non realizzarsi un network di scambi, di accreditamenti e di sovvenzioni tra i tanti Stati che compongono gli USA.
In effetti, lo scopo dell’Obamacare non è solo quello di migliorare la qualità della vita – cosa possibile anche estendendo i sistemi pubblici di Medicare e Medicaid, ssenza scomodare Congresso ed opinione pubblica per cinque anni – ma soprattutto di porre fine alla interminabile sequel di bancarotte nel sistema sanitario, che sono la principale causa di fallimento in America, come confermava nel 2009 The American Journal of Medicine.
L’ipotesi dei redattori del Affordable Care Act è che l’espansione della copertura aiuterebbe a garantire i controlli sui costi sanitari e sui rischi assicurativi.

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Estendere i ‘diritti’ in modo che diventi una ‘tassa fissa’ per ogni contribuente, da elevare di anno in anno a seconda dai costi sanitari e dei rischi assicurativi … fuori controllo come in Italia, dove la metà del paese paga un’Irperf addirittura magggiorata per avere servizi molto al di sotto delle altre regioni?
E lasciando comunque il 10% dei residenti in USA senza alcuna copertura sanitaria, neanche il pronto soccorso.

Forse, i nostri quotidiani dovrebbero informarci anche del punto di vista dei tanti che, in USA, sono critici, scettici se non preoccupati per una riforma sanitaria che istituisce un sistema sanitario ‘basic’ davvero molto simile al Servizio Sanitario Nazionale e Regionale italiano, specie se l’Obamacare dovesse fagocitare, prima o poi, i servizi preesistenti di Medicare (anziani) e Medicaid (fasce svantaggiate), che servono da decenni circa un terzo dei residenti.

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Non a caso il timore principale di chi già oggi ha una copertura assicurativa correlata ad un lavoro di livello medio basso è che i tempi di attesa per visite e controlli e le tasse aumenteranno, mentre i bilanci delle aziende sanitarie e la qualità professionale dei medici andanno a picco …

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Obamacare: cosa proprio non funziona? Un monito per l’Italia

19 Nov

In USA lo chiamano Obamacare, è il progetto di riforma sanitaria che la Casa Bianca sta cercando in ogni modo di introdurre da sei anni a questa parte. Probabilmente non se ne verrà a capo, ma il tentativo di Barak Obama ed i suoi fallimenti dovrebbero e potrebbero far riflettere le pubbliche amministrazioni di mezzo mondo.


Innanzitutto, per buona parte degli statunitensi il sistema assicurativo privatistico regge, va bene, vogliono continuare così, è migliore e più tutelato di quello pubblico. Obiezioni che arrivano sia dai ‘soliti’ Repubblicani sia da non pochi Democratas e soprattutto da sindacati e associazioni è ben sintetizzato in un articolo di “L’indipendensa – Quotidiano Online’.

Come molte cose che sembrano nuove, l’Obamacare è per molti versi vino vecchio in bottiglie nuove. Ad esempio, quando si confronta con il fatto che a seguito dell’ Obamacare milioni di americani rischiano di perdere la loro assicurazione medica esistente, i difensori dell’Obamacare affermano che questo è vero solo quando queste persone hanno una “scadente” assicurazione.

Chi decide cosa è “scadente”? Cosa c’è di più vecchio dell’idea che alcune élite esaltate sappiano cosa è bene e meglio per noi stessi più di noi medesimi?

Persone diverse hanno rischi diversi e diversa propensione nel prendersi cura dei loro rischi, invece di pagare per trasferirli ad una compagnia di assicurazioni. Ma i politici di turno nello Stato ad ogni tornata hanno definito quello che deve essere coperto da assicurazione, indipendentemente da ciò che gli assicurati e le compagnie di assicurazione potrebbero concordare se lasciati liberi di fare le proprie scelte.”
E, tra l’altro, come stanno denunciando da anni – con scioperi e sit in – gli operatori del sistema sanitario ‘pubblico’ statunitense (Medicare e Medicaid), gli interventi degli spin doctors di Obama per ‘migliorare la qualità’ sono sostanzialmente consistiti nella chiusura di centri di cura.
Non a caso uno dei ‘goal’ promessi dall’Obamacare c’è la diminuzione della spesa governativa per la sanità di circa 500 miliardi di Euro.

Se per gli assicurati il sistema attuale è quello giusto, le cose cambiano per chi l’assicurazione non ce l’ha e deve ricorrere al sistema pubblico, che non dovrebbe aver motivo di negare a tutti le cure essenziali, se, nel 2003 il servizio sanitario nazionale copriva in media il 17,7% delle spese totali, senza contare circa 30 milioni di cittadini privi di assistenza sanitaria.

Ricordiamo che Medicare è il programma nazionale universalistico di assistenza agli anziani e che Medicaid è gestito dai singoli Stati (contributo federale del 60%) per le famiglie con bambini, donne in gravidanza, anziani e disabili.
Purtroppo, come sono venuto a sapere per fonte diretta, accade che – Medicaid od Obamacare che sia –  ad una donna incinta priva di assicurazione sanitaria ma ‘coperta’ dal Medicaid venga diagnosticata una malattia rara trasmessa anche al nascituro, ma, dopo tre mesi dal parto, madre e figlio non abbiano più neanche uno specialista a cui rivolgersi via Email.

Dunque, la diffidenza degli statunitensi deriva dal fatto che non è ben chiaro come funzioni sia il ‘vecchio’ Medicare sia il ‘nuovo’ Obamacare.
Il sospetto è che la lobby dei sanitari (e dei loro amministratori ‘pubblici’) non offra più sufficienti garanzie di trasparenza e deontologia è forte, se giorni fa persino l’editoriale di Ezra Klein, columnist del “Washington Post”, ex blogger ‘radicale’, parla di “perdita di credibilità con i democratici al Congresso e con chiunque altro” riguardo l’approvazione di una “legge basandosi su promesse che non potevano mantenere. Hanno clamorosamente pasticciato nell’implementazione. E ora sembra che persino le modifiche al sito Healthcare.gov non saranno effettuati entro la deadline che loro stessi avevano predeterminato. I democratici al Congresso si sentono ingannati.”

In effetti, sarebbe innanzitutto da capire se più che di riforma sanitaria, il problema non sia che Obamacare non sia un progetto troppo ambizioso.

Da un lato  il desiderio inconfessato di introdurre il Welfare State anche in USA non tanto per sostenere le persone affette da malattie croniche, che avrebbero equo diritto alle cure, ma soprattutto per tutelare una trentina di milioni di americani che, prima che di necessitare di cure e terapie, hanno il problema di non arrivare a fine mese pur vivendo in un paese ha talmente tanto lavoro da offrire da assorbire ancora oggi tanti e tanti immigrati.
Dall’altro, è molto difficile mettere ordine al Medicaid  (garantito anche agli immigrati con regolare permesso) perchè è un programma amministrato dai singoli stati, e non dal governo federale, con diversi criteri di reddito, età, invalidità per accedere al servizio d’assistenza. che evidentemente i sistemi sanitari dei diversi stati amministrano senza sufficienti standard e controlli.

E questo spiegherebbe ampiamente l’insuccesso della riforma e la diffidenza dei cittadini, visto che staremmo parlando di assistenzialismo puro, oltre che di calo qualitativo della sanità in generale. Non a caso Bill Clinton, ex presidente e probabile primo “first-husband” degli USA, ha sollecitato invitato Obama a tenere fede alle proprie promesse, tra cui quella ai cittadini americani che già possedevano un’assicurazione sanitaria, che avrebbero potuto mantenerla in ogni caso.

Non dimentichiamo che già oggi il Governo Federale USA spende circa il 4% del Prodotto Interno Lordo e un ulteriore 2% arriva da singoli stati e contee. Un 6% totale del PIL non lontano da quel 7% che l’Italia spende per i suoi cittadini.

Con una sola differenza: gli USA – già prima di Obama – spendevano il 6% del PIL per curare il 15-20% dei propri cittadini, privi di assicurazione, l’Italia spende praticamente lo stesso, in percentuale, ma per tutti gli italiani, che assommano più o meno al 20% degli statunitensi.
Con l’unica differenza che tanti e tantissimi italiani versano allo Stato e alle Regioni – ogni mese e in contanti – ‘contributi’ per il sistema sanitario che se fossero premi assicurativi avremmo (quasi) tutti un’assistenza a quattro stelle.

Nel 2003 il servizio sanitario nazionale USA copriva in media il 17,7% delle spese totali, ovvero una percentuale che corrisponde più o meno a quel 15-20% di cittadini invalidi o indigenti.
Se in America 32 milioni di persone (circa il 10% della popolazione) non fruiscono di alcuna assistenza sanitaria è evidente che il problema non è nei finanziamenti, bensì nella malasanità pubblica.
In USA coma altrove.

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Sanità USA: Obama, che vergogna!

13 Dic

Gli ospedali USA potranno negare l’assistenza agli anziani e malati cronici, per evitare le multe che Obamacare, la riforma sanitaria voluta da Mr. President, promette.

Incredibile, ma vero, la riforma di Barak Obama prevede che gli ospedali che riammettono i pazienti entro 30 giorni dopo che erano stati dimessi dovranno ora, in forza di una disposizione dell’Obamacare, pagare multe, che potrebbero costringere gli ospedali di tagliare i programmi che aiutano gli anziani, i poveri ed i malati cronici, che spesso ritornano in corsia dopo breve tempo.

Secondo uno studio di settore, “circa i due terzi degli ospedali che servono i pazienti Medicare, circa 2.200 strutture, saranno colpiti con sanzioni medie di circa 125 mila dollari per impianto durante il prossimo anno.”

Inutile spiegare a noi europei che questa disposizione è stata inserita in Obamacare come ‘equa’ misura di riduzione dei costi, ma, di fatto, costringerà gli ospedali per dare a poveri, anziani e malati cronici un’assistenza non adeguata.

I più colpiti saranno i grandi policlinici universitari a causa del fatto che questi ospedali sono spesso in prima linea con gli anziani e poveri, oltre ad essere gli unci che accolgono – anche a fini di ricerca medica – le persone con malattie rare o non diagnosticate che hanno costantemente bisogno di essere riammessi in ospedale per cure urgenti.

Come osserva Examiner, ” la nuova disposizione aggraverà lo stress che queste persone malate, dato che questi pazienti non possono essere certi che il loro trattamento sarà adeguato in caso di necessità di riammissione in ospedale dopo la dimissione. E gli ospedali che stanno subiscono la stretta finanziaria – a causa di tagli ai rimborsi da parte del governo federale – potrebbero essere costretti a limitare il livello di cure fornite durante la riammissione e dismettere pazienti molto prima che siano guariti”.

Inutile ricordare che i malati cronici sono i malati per antonomasia, malati per la vita, e che è davvero vergognoso proclamare l’assistenza sanitaria per tutti, come ha fatto Barak Obama, e poi tagliarla proprio ai cronici ed agli anziani.

Era difficile far di peggio dopo la riforma previdenza di Elsa Fornero che, in nome dell’equità, innalza l’Italia a record mondiale dell’età pensionabile per i lavoratori odierni, mentre i giovani non hanno lavoro e mentre 700.000 pensionati assorbono – senza aver contribuito a sufficienza –  quanto percepiscono altri 20 milioni di loro.
Ecco che arriva un nuovo primato dell’iniquità umana, quello di Barak Obama, che, in nome delle pari opportunità, vessa tutti i malati che abbiano ricorrenti necessità di ricovero o situazioni instabili e critiche, multando gli ospedali che li accolgono troppo spesso.

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Obama ed il debito USA allo shut down?

8 Apr

Se il braccio di ferro che Obama ha instaurato con il Congresso non troverà una rapida soluzione, tra pochi giorni 800mila dipendenti federali resteranno a casa senza stipendio.
Ma non solo.

Si spegneranno decine di migliaia di Blackberry “di servizio”, i neopensionati dovranno attendere per lo smaltimento delle loro pratiche, sarà rallentata l’approvazione di nuovi prodotti farmaceutici e medicali, cesseranno i contributi a garanzia dei mutui-casa.
Gli stipendi dei militari non saranno incassabili, dato che “la Casa Bianca prepara gli americani alla chiusura del governo facendo sapere che «la crescita economica ne risentirà» e tutti i militari, anche quelli in Afghanistan e Iraq, «saranno pagati ma non riceveranno gli assegni finché il Congresso non ridarà i fondi necessari al governo».”
Inoltre, siccome Washington è un distretto federale, nella capitale andranno in difficoltà diversi servizi, tra cui la raccolta dei rifiuti, che altrove sono gestiti dagli Stati.

L’origine dello scontro istituzionale è ben sintetizzato dal corrispondente da Washington di La Stampa, Maurizio Molinari: “Barack Obama chiede al Congresso di approvare un piano decennale di uscite per 45.950 miliardi di dollari che porterà la spesa al 24% del Pil nel 2021, mentre il piano redatto dal repubblicano Paul Ryan, capo della commissione Bilancio alla Camera, somma uscite per 39.960 miliardi in dieci anni promettendo di far scendere la spesa al 20% del Pil.”

Una differenza di circa 5mila miliardi di dollari, come dire due anni di PIL italiano; non è poca cosa.
Gran parte della differenza (oltre 3500 miliardi) riguarda settori diversi dalla Sanità, Previdenza e Difesa, che sono specificamente attribuiti al Governo Federale. Un’enorme quantità di risorse pubbliche che si perdono in mille rivoli clientelari, dal Festival della Fioritura dei Ciliegi di Washington alle quasi inutili previsioni del tempo “a cinque giorni”.


Una differenza che conta, se addirittura Mr. President pretende di incrementare le spese del 20%, a fronte di dati forniti dal suo stesso governo, che indicano una previsione di 2162 miliardi di dollari di entrate fiscali a fronte di 3456 miliardi di spese nel 2010.

 

Un crash istituzionale e politico atteso da un anno, dato che, già nel 2009, il noto storico Niall Ferguson, professore ad Harvard, dichiarava che: “Gli Stati Uniti si sono messi su un sentiero fiscale non sostenibile. Sappiamo anche che il percorso si conclude in due modi: o si azzera il debito o si svaluta la moneta.”

Dunque, non è improbabile che questo braccio di ferro sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini statunitensi sia l’ultima spiaggia di Barak Obama.

Un fallimento che i Tea Party avevano presagito e che, comunque andrà, peserà moltissimo sulla futura rielezione del presidente.

Se dovessero passare tutte le proposte della Casa Bianca, non è improbabile che ci ritroveremo ad assistere ad un progressivo indebolimento del dollaro e ad un calo del potere d’acquisto negli States, ovvero ad un generale impoverimento degli Stati Uniti .

Intanto, a tanti ormai appare evidente che Obama sia di fronte al fallimento del suo programma politico, sia come politica interna insostenibile fiscalmente sia come politica estera con i fronti regionali che si allargano e con gli alleati, vedi Francia o Germania, che prendono iniziative.