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L’Italia crolla e Berlusconi vola via da Putin

7 Ott

Ormai, ci tocca andare avanti così, attendere che le Borse chiudano al venerdì pomeriggio, sperando che il disastro anunciato non sarà peggiore lunedì mattina, quando riapriranno.

Dopo Moody’s anche Fitch taglia il rating, mentre il governo non è neanche in grado di nominare il Governatore di Bankitalia, per un avvicendamento noto ed atteso da mesi.

La richiesta di riforme strutturali cade nel vuoto, intanto, cade nel vuoto, mentre Silvio Berlusconi, giusto per non mancare, è volato da Putin per la sua strabordante  (è il caso di dirlo, se ci sono le ragazze dell’Armata Putin) festa di compleanno.

Così andando, le agenzie di rating e la Banca Centrale Europea, guidata dall’italiano Draghi, appaiono come l’unico elemento moralizzatore di questo flaccido panorama italico, eppure, follia nella follia,  alcuni manifestanti hanno, oggi, attaccato con vernici la sede di Moody’s.

Cosa accadrà se i mercati di lunedì si rivelassero, come prevedibile, peggiorativi, rischiando di innescare una spirale catastrofica per l’economia e la stabilità del nostro paese?

E cosa dire dello stallo in cui ci tiene l’ostinazione ed il disinteresse del Premier,  l’opportunismo di Bossi e del “popolo padano” e l’incapacità politica generalizzata dei partiti e dei sindacati, nel liberarsi da schemi ormai indelebilmente superati dal mondo che va?

Non so cosa accadrà il giorno che finirà questo governo, ma è probabile che la fine del Berlusconismo avverrà nel sollievo, magari incofessabile, se non gioia manifesta ed annunciata, vista la silente e paziente attesa che contraddistingue la maggior parte degli italiani in questo momento di grande criticità.

Ormai, c’è poco da dire: l’Italia crolla e Silvio pensa al suo “week end rigeneratore”.

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Italia: politica e finanza pubblica declassate da Moody’s

5 Ott

Moody’s declassa l’Italia: «Rating ad Aa2 e outlook negativo», ma per Berlusconi “non cambia nulla, andiamo avanti” anche se “la (s)valutazione arriva anche per incertezze politiche”, come tanti commentano.
Tremonti, intanto, continua a rassicurare italiani, Europa e mercati che «i conti sono in ordine anche con una crescita pari a zero», cosa nell aquale può crederci solo lui ed i suoi contabili.
E Bossi tace e cosa mai potrebbe ancora dire, dopo aver messo in stallo la nomina del Governatore della Banca d’Italia proprio mentre borse, mercati e governi traballano, accentuando la crisi di sfiducia verso l’Italia.
Per non farsi mancar nulla, il PD manda Treu in avanscoperta a Porta a Porta, che riesce nell’incredibile impresa di soccombere dinanzi a Brunetta, andando a proporre misure demoliberali (leggi qui) parlando in socialdemocratichese.
E se non bastasse, arriva di rincalzo, dopo 12 ore televisive, Livia Turco “la rossa”, che con la sua amabile voce (ndr fa tanto share) ha riproposto la trita-ritrita detassazione del lavoro e … nulla più, dato che, come al solito, la Sinistra è disunita su tutto.

E gli altri?
Fini e Casini attendono, perchè null’altro possono fare: i media li ignorano, le statistiche li appiattiscono e nessuno dei loro avversari, ben presenti nei media, ha l’intenzione di spiegare agli italiani che, per situazione e per procedura, è più di un anno che non avevamo altra chance che il governo tecnico.
Restano Di Pietro, Grillo e Vendola potrebbe dir qualcuno ed, infatti, restano, che in francese che significa anche rimanere fermi, e cosa altro potrebbero fare visto che adesso si tratta di costruire e proporre cose concrete, non di rissose rivendicazioni nè di ideali proposte buone per tutti i colori e tutte le stagioni.

Siamo alla frutta, stiamo decantando rapidamente e dovremmo renderci conto che questa situazione vede dei responsabili principali in Berlusconi, Bossi, Tremonti e Calderoli, quasi inerti dinanzi alla gravisisma crisi,  ma anche dei coprotagonisti come Di Pietro, Camusso, Bersani, Vendola, Grillo, che devono “incassare” il grande flop del “pensiero prodiano” da cui il Centrosinistra non da segni di ripresa.
Ah, se il Presidente Napolitano volesse mettere lorsignori all’angolo, prendendo l’iniziativa ed iniziando a picconare, in nome del Popolo italiano, questa Seconda Repubblica che, pur crollata in piedi, non vuole andare giù.

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Napolitano, la Lega e la grottesca secessione padana

1 Ott

Napolitano interviene a difesa dell’unità nazionale con un secco “Non esiste un popolo padano. Secessione? Grottesco”, in inglese “very pictoresque”.
Il premier Berlusconi, invece di associarsi al Presidente della Repubblica, se ne lagna perchè “così il Colle ci destabilizza”, che è un po’ come ammettere che il patto con la Lega si regge sulla promessa di facilitargli la “secessione”.
Poco da ribattere o ribadire dinanzi ad una tale sacrosanta ovvietà, ma, ad insistere, ci riesce Calderoli con un esitante “Ma c’è diritto ad autodeterminazione”, dimenticando che proprio lui e Bossi, ministri per la semplificazione e per le rifome, dovevano provvedere al Federalismo con Bossi.

Ma Giorgio Napolitano non si è fermato alla secessione: “Nuova legge elettorale. Si è rotto il rapporto di fiducia elettore-eletto”, che suona come “da un momento all’altro sarò costretto a sciogliere le Camere restituendo la sovranità al popolo”.
Anche in questo caso Silvio Berlusconi getta la maschera: “Attacco pesantissimo. Non riusciranno a farci rompere con gli alleati”, come se il problema di credibilità fosse nei giochi di corridoio e non, viceversa, nei 10 anni di stallo legislativo ed infrastrutturale, di cui ben sette hanno visto al potere Berlusconi, Tremonti e Bossi.
Insiste Matteo Salvini, della Lega Nord, ricordando che “il Lombardo-Veneto ha una storia più antica di quella della Repubblica Italiana, basta aprire un libro di scuola media». Salvini ha poi richiamato l’esempio del Belgio, «dove le Fiandre mantengono i valloni assistiti e dove presto ci sarà una separazione democratica”.

Intanto, la proposta di referendum per abrogare il Porcellum ha ricevuto l’adesione di un milione di italiani (e non si capisce perchè Prodi se ne assuma indirattamente il merito).
Con il ritorno al Mattarellum ed i collegi uninominali, volge al termine anche l’abbraccio fatale di Silvio Berlusconi con la Lega per l’indipendenza della Padania, aka Lega Nord.
Il premier non sembra darsene conto o ragione tanto è forte ed interconnesso il suo rapporto con la schiera di padani (ministri e peones venuti a Roma senz’arte nè parte) che scomparirebbero con lui dalla scena politica, dato che mai sarebbero arrivati al livello in cui sono oggi senza di lui e senza la sua potente macchina elettorale.

Eppure, il messaggio del Presidente Napolitano è chiaro: bisogna andare al voto quanto prima, la popolazione è sfiduciata, le imprese pure e non riesce neanche a nominare il nuovo Governatore della Banca d’Italia, che era in agenda da mesi.
Potremmo andarci con o senza la collaborazione di Silvio Berlusconi, tutto dipende da lui: se lasciare tutto e recarsi di corsa al suo “buen retiro” oppure farsi esautorare e rischiare che qualche magistrato riesca ad arrestarlo mentre esce dal paese.

Ormai, siamo al grottesco …

Questa è la situazione e spero solo che Berlusconi voglia almeno evitarsi ed evitarci ulteriori vergone.
Sarebbe, poi, molto “patriottico”, se volesse esser proprio lui, in un momento di ravvedimento, a rispedire a casa il codazzo di mezze figure che l’ha seguito nel viatico del potere.

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Popolo delle Libertà, oltre il capolinea

28 Set

Il Governo Berlusconi ha le ore contate e, se il crollo è iniziato un anno fa con Ruby Rubacuori e Fini che fondava Futuro e Libertà, anche  la sindrome da accerchiamento ha chiuso il suo cerchio, ormai.

Il dato di questi giorni è che nel bastione difensivo costruito nel tempo da Silvio Berlusconi si è aperto un varco nel momento stesso in cui gli anni e la vanagloria lo avvicinarono al sordido mondo del sesso in affitto. Utilizzatore finale certamente,  ma ricattabile ed esposto a pressioni double-face da parte di personaggi infimi e meno infimi.

Una scelta imperdonabile, se la stessa moglie ci tenne a chiarire, riguardo le veline: «L’uso delle donne per le Europee? Ciarpame senza pudore. Voglio che sia chiaro che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire» (FareFuturo 27 aprile 2009).

Una situazione ed una storia di partito che ci porta direttamente a chiederci cosa sia oggi il PdL senza Berlusconi premier o candidato tale. Fare una stima, ormai, non è difficile, seppur con una non irrilevante approssimazione.

Se volessimo ragionare in termini di territorio, cioè di regioni e distretti elettorali, Berlusconi vinse le elezioni grazie allo sfondamento in Campania e Lazio, più la Sicilia delle Autonomie. Di sicuro, dopo Alemanno e Polverini, il Lazio e Roma voteranno altrove, alla prossima tornata, qualunque essa sia. Ed altrettanto di sicuro la Campania è in mano al “socialista” Caldoro ed a Napoli c’è De Magistris, per non parlare della Sicilia che è stata illusa per 10 anni con il sogno del Ponte sullo Stretto. Considerato che a Milano e Torino, alle amministrative, non è andata affatto bene, il PdL  di Silvio Berlusconi molto difficilmente supererà la metà dei seggi in Parlamento che detiene nell’attuale.

Se il dato molto negativo su un successo elettorale del PdL può apparire piuttosto scontato, molto più interessante è cercare di capire quali componenti abbiano ceduto maggiormente.

Di sicuro, gli elettori “acquisiti” con la fusione a freddo con Alleanza Nazionale difficilmente seguiranno il destino di La Russa e Matteoli, i due big che preferirono Berlusconi a Gianfranco Fini. Come è probabile che vengano meno, attratti da Casini ad esempio, gli elettori (ed i capibastone) di area cattolica, che, immagino, siano piuttosto stufi di  un Giovanardi che predica, mentre etica, welfare e sicurezza vanno in malora.

Così, ad occhio e croce, parliamo del 10% dell’elettorato e del 30% dei consensi raccolti dal PdL, cui andrebbe ad aggiungersi l’emorraggia padana verso la Lega Nord e l’astensionismo. In pratica, l’estinzione in alcune regioni o, più probabilmente, distretti, specialmente se il Popolo delle Libertà non potesse (causa scandali) o non volesse (per opportunità) contare sulla forza d’immagine e sui potenti mezzi che Silvio Berlusconi ha messo a disposizione del partito in campagna elettorale.

Attualmente, il Popolo delle Libertà è fermo, come solo può esserlo un aggregato di peones con pochi alfieri e qualche regina decotta, che assiste inerme alla fine del suo Macbeth. Un futuro potrebbe essere possibile se Berlusconi abdicasse e se il leader (Alfano, Tremonti, eccetera) venisse scelto da un congresso.

Non è la prima volta che un partito scompaia nell’oblio della Storia, dopo aver dominato la scena per 10 o vent’anni. 

Non sarà questo il caso del PdL ma ci si stanno impegnando fino in fondo …