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Il crepuscolo di Ignazio Marino. Quali avversari, quali scenari politici per Roma?

15 Nov

A Roma capita che l’auto di servizio (di colore bianco) del sindaco venga vista  parcheggiata a poca distanza da quella sua personale (di colore rosso), una in divieto di sosta e l’altra in un posto riservato ai disabili. Lo riporta Il Tempo, menzionando i nomi dei testimoni: i fratelli  Fabrizio e Augusto Santori, l’ex consigliere municipale Fabrizio Figliomeni ed Emiliano Corsi del Comitato Difendiamo Roma.

Ignazio Marino Panda Divieto di Sosta Posto Disabili

Una figuraccia con l’aggravante del menefreghismo – secondo la tradizione di Pasquino – dato che da settimane si parla dello scandalo degli accessi ZTL e del parcheggio riservato ai senatori in cui è coinvolta la Panda rossa di Ignazio Marino, il sindaco ciclista, a vistosa prova che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Dignitas delinquentis peccatum auget. L’elevata posizione del reo aumenta la gravità del reato.

Marino Panda Rossa Delinquentis

E siamo al punto che, giorni fa, Lionello Cosentino, senatore del Pd e segretario del Pd romano, intervenendo a Effetto Giorno, su Radio 24, alla domanda se ‘il sindaco Marino reggerà fino a fine legislatura’, rispondeva: “Se fa poche cose utili sì: se paga le multe, se ci mettiamo tutti assieme a lavorare sui problemi veri di Roma, e non sulle polemiche tra partiti e le strumentalizzazioni. … Ci vuole uno scatto, ma non solo del sindaco, forse anche del ceto politico, delle forze politiche, della classe dirigente di questa città”.
Altrimenti si torna alle urne? “Altrimenti siamo colpevoli di fronte ai cittadini di questa città del fatto che non riusciamo a vedere la fine del tunnel di questa lunga crisi”.

Intanto, registriamo che Ignazio Marino è andato a Tor Sapienza ‘per ascoltare i cittadini’ ed è stato accolto tra i fischi, per poi dichiarare: “sono qui perchè i media vi hanno dipinto come criminali e razzisti ma siete persone come noi che cercano la felicità per se stessi e per i propri figli.  … Non chiuderemo il centro accoglienza ma cercheremo un compromesso tra quelle che sono le esigenze di tutti.”

In tutt’altro senso vanno le dichiarazioni  all’Ansa il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muizniks “Sono preoccupato per i violenti attacchi contro gli immigrati e la polizia”, ha dichiarato. … Questi attacchi sono il risultato dell’immagine distorta sugli immigrati che predomina in Italia e nelle politiche messe in atto che non rispettano pienamente i loro diritti … molte di queste persone sono richiedenti asilo e minori non accompagnati che fuggono dalla guerra e dalla persecuzione, e che spesso si ritrovano a vivere in condizioni inadeguate con poche possibilità di integrarsi”.

Politiche di competenza dei sindaci, come lo è Ignazio Marino almeno per ora, che – almeno a Roma – non sembrano rispettare i diritti dei rifugiati che si ritrovano a vivere in condizioni inadeguate e con poche possibilità di integrarsi, se il ministro Alfano ha dovuto ricordare che “l’errore di fondo è quello che i sindaci devono stare attenti perché non si possono mandare decine di migranti dove già ci sono i rom. Non si possono appesantire le periferie. Queste persone devono essere distribuite in modo razionale nelle città”.

Adducere inconveniens non est solvere argumentum. Portare eccezioni non è mai risolvere la questione.

Marino Adducere

Intanto, anche David Sassoli, già candidato alle primarie per le ultime comunali, arrivato secondo dietro Marino, e oggi a Bruxelles come videpresidente del parlamento europeo, rilascia su Twitter dichiarazioni aspre: «Ormai solo due romani su dieci approvano . L’arroganza non è un sistema di governo. Basta andare in giro per la città per capire quanti romani non si sentano rispettati dall’attuale amministrazione. Roma sta sprofondando nell’incuria e nel degrado. E’ un sindaco inadeguato».

Poi, secondo l’inchiesta di Repubblica-l’Espresso, a volere la testa del sindaco di Roma Capitale, ci sarebbero:

  1. la famiglia Tredicine, imprenditori e politici, signori delle preferenze in Forza Italia, che guidano la rivolta di bancarellari e ristoratori
  2. il Centro cattolico (Ncd) che non vuole i matrimoni gay, né che il sindaco trascriva quelli fatti all’estero nei registri del comune, con un’operazione mediatica messa in atto proprio mentre si svolgeva il Sinodo sulla Famiglia
  3. la corrente “romanamente” renziana, del asse tra il deputato PD Umberto Marroni, giù dalemiano, con Enrico Gasbarra e i popolari, molto attenta alle esigenze dei costruttori e al nuovo stadio della Roma, arrivato in extremis per un emendamento allo Sblocca Italia
  4. il Gruppo Caltagirone per come il sindaco è intervenuto su Acea, ridimensionando di molto il ruolo finora giocato dal “socio”
  5. l’ex sponsor Goffredo Bettini e Luciano Nobili, vicesegretario del Pd a Roma
  6. Dario Franceschini che potrebbe spostarsi presto sulla stessa poltrona di Marino e sua moglie, consigliera comunale e presidente della commissione cultura, Michela Di Biase che si sta battendo, non senza ragioni, sulla partita del cinema Metropolitan, nella centralissima via del Corso
  7. Francesco D’Ausilio, assessore dimissionario dopo che nella sua gestione era trapelato il sondaggio riservato, commissionato dal Pd, che confermava un  livello di gradimento bassissimo dei romani verso Ignazio Marino.

Sapiens fingit fortunam sibi. L’uomo saggio forgia da solo la propria fortuna.

Marino fortuna

A questo punto della storia è bene sapere che l’articolo 53 del Testo Unico degli enti locali sancisce che le dimissioni presentate dal sindaco diventano efficaci ed irrevocabili trascorso il termine di 20 giorni dalla loro presentazione al Consiglio comunale. Da quel momento, il Sindaco stesso, la Giunta e il Consiglio hanno solo poteri di ordinaria amministrazione.

Trascorso questo periodo, inizia la procedura di scioglimento del Consiglio comunale e cessano tutte le cariche politiche, con il Prefetto che nomina un Commissario, detto prefettizio, fino alla conclusione del procedimento di scioglimento che termina con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’Interno, entro 90 giorni.

Anche nel caso dell’approvazione di una mozione di sfiducia – come quella presentata dai consiglieri Ncd Roberto Cantiani e Lavinia Mennuni –  la norma (decreto legislativo 267/2000) prevede lo scioglimento del Consiglio comunale.

Tutti a casa? Vedremo …

In praetoriis leones, in castris lepores. Nel palazzo leoni, nell’accampamento lepri.

 

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I

Europa 2020: nel Lazio c’è tanto da fare

20 Feb

1959842_10152168796154034_2121530092_nArriva Europa 2020 (PSR del Lazio 2014 – 2020), la strategia per la crescita economica e sociale dei Paesi dell’UE lanciata dalla Commissione europea nel 2010, che individua 3 priorità – crescita intelligente, sostenibile e inclusiva – mira a conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e competitività.

La Regione Lazio, nel corso del 2013, aveva avviato le attività finalizzate alla predisposizione degli strumenti operativi, in particolare l’analisi di contesto socio-economico dell’agricoltura regionale e la procedura di Valutazione Ambientale Strategica del PSR 2014-2020.
E, proprio in questi giorni, ha aperto un sito apposito (link) dove si legge “fino al 28 febbraio, grazie ad una pagina web dedicata, raccoglieremo le osservazioni di chi vuole contribuire. Quando aumenta la partecipazione e la condivisione, si prendono decisioni migliori“.

Beh, la pagina web dedicata è questa (link) e di spazio per la ‘consultazione on line’ proprio non ce n’è … ma si precisa che “la consultazione online è aperta sia ai componenti del Tavolo di Partenariato che a tutto il pubblico interessato“. A scartabellare un po’, si scopre un file excel destinato a soggetti che abbiano un “ruolo svolto in relazione allo sviluppo rurale” con tanto di Ente di appartenenza o qualifica professionale.

Peccato che l’agroalimentare sia quello che mangiamo e quello che spendiamo. Forse, tra ‘tutto il pubblico interessato’ ci sono anche i cittadini. O no?

Un disguido, una frase fraintendibile, ma, parlando di ‘crescita intelligente, sostenibile e inclusiva’ dell’agricoltura nel Lazio, c’è ne sarebbe da discutere anche come cittadini /consumatori e non solo come operatori.

Come, ad esempio, per gli unici olii d’oliva DOP del Lazio, il Sabina e il Canino, noti per il loro pregio e coltivati su un’area equivalente almeno alla provincia di Siena. Prodotti eccellenti che trovano poca traccia come commercializzazione su internet, di sicuro non sono venduti nei supermercati laziali e, con tanti ulivi in bella vista, non sembrano contribuire particolarmente alla leva fiscale regionale …

Sempre in termini di ‘anomalie’ sarebbe da ricordare almeno quella dei tanti (troppi?) vini DOC del Lazio, quasi uno per campanile e di blasone diverso, come raccontano i nomi: Aleatico di Gradoli, Aprilia, Atina , Bianco Capena superiore, Castelli Romani , Cerveteri , Cesanese di Affile DOC , Cesanese di Olevano Romano DOC , Circeo , Colli Albani , Colli della Sabina , Colli Etruschi Viterbesi, Colli Lanuvini superiore, Cori , Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, Frascati, Genazzano, Marino, Merlot di Aprilia, Montecompatri Colonna , Nettuno, Orvieto , Roma, Sangiovese di Aprilia, Tarquinia , Moscato di Terracina, Trebbiano di Aprilia, Velletri , Vignanello , Zagarolo superiore‏  

Quale possa essere la loro ascesa ed affermazione sui mercati è presto detto, se c’è da competere con intere province, come il Chianti o il Montalcino, od aree regionali, come per i vini californiani e spagnoli.
Intanto, i contributi (soldi pubblici) per questa bella lista di vini li spendiamo …

Il tutto senza tenere conto che esistono anche i costi sanitari non irrilevanti per le patologie da consumo alcolico, mentre il Ministero per le Politiche Agricole e l’Assessorato regionale del Lazio per  Agricoltura e Sviluppo Rurale, Caccia e Pesca – sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica – non mancano di patrocinare eventi come “La cultura del vino in Italia” nel Complesso del Vittoriano, in un paese che evita di scrutare il fenomeno alcolismo, ma che nel 1965 vedeva oltre 120 litri di vino come consumo pro capite annuale tra i maschi (bambini inclusi) e che nel 1994 presentava percentuali allarmanti tra le donne di alcune regioni ed oggi conta nel Lazio il 22,1% di bevitori maschi ‘a rischio’  (Rapporto Istisan 2012).

E c’è la questione dei costi dei prodotti sui banchi dei supermercati, con una “filiera del commercio che finisce per avere sempre la stessa conseguenza: a rimetterci è il consumatore che va a comprare. «C’è un ricarico del 200% in media, ma con punte anche del 300%», affermano alla Coldiretti sulla base di un loro studio“, mentre ” il Mercato Ortofrutticolo di Fondi è molto più di un mercato. E’ una città, 335 ettari, 120 aziende, 2 mila produttori locali, 800 milioni di fatturato l’anno. E’ il più grande mercato italiano, il secondo in Europa dopo quello di Parigi.” (Flavia Amabile – La Stampa).

Ce ne sarebbero di cosa da ‘consultare’, visto che lo scopo di un governo regionale dovrebbe essere quello di garantire, innazitutto, che la merce che arriva ai cittadini sia di buona qualità ed a prezzi decenti.

Anche in questo caso, come per il frammentato e opaco mercato dell’olio e del vino laziali, Roma e il Lazio dovrebbero badare alla “competitività” che – guarda caso –  è tra le priorità  di Europa 2020.

Frammentato anche in Regione Lazio, dove la ‘Programmazione Comunitaria’ è affidata ad un ufficio (Dirigente Roberto Aleandri), le ‘Politiche di mercato e l’organizzazione delle filiere con progettazione integrata’ ad un altro ufficio (Dirigente Stefano Sbaffi), la ‘Promozione, comunicazione e servizi per lo sviluppo agricolo’ ad un altro ancora (Dirigente Cristiana Storti) …

Non è in discussione la professionalità dell’Assessore all’Agricoltura, Caccia e Pesca Sonia Ricci, che è stata amministratrice e direttore generale di alcune aziende agricole fino alla nomina di Zingaretti, oltre a essere impegnata politicamente sin da giovanissima.

Ma la sfida di Europa 2020 passa una volta sola e troppi interessi localistici e micragnosi hanno pesantemente influenzato – finora – la nascita di un’immagine e la conseguente affermazione di un ‘prodotto laziale’, come viceversa avviene per tutte le regioni limitrofe. Persino nel piccolo Molise.

Cerchiamo, dunque, di scoprire su quali scaffali e quali tavole finisce l’olio sabino, dopo essere stato venduto (si spera). Proviamo a sviluppare due vini due che abbiano abbastanza ‘forza produttiva’ per sviluppare campagne di marketing massive.
Miglioriamo la filiera e facciamo in modo che i prezzi dell’ortofrutta a Roma siano più bassi per i consumatori e i ricavi più alti per i produttori … forse spenderemmo meno in Welfare e aiuti all’agricoltura, mentre la gente sarebbe più ottimista.

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Il vero scandalo dell’AMA e le sorti di Roma

17 Feb

AMA S.p.A. è il più grande operatore in Italia nella gestione integrata dei servizi ambientali. Costituita in società per azioni nel 2000, ha un unico socio, il Comune di Roma, che ne detiene l’intero capitale sociale. Con 7.800 dipendenti, l’azienda serve un bacino di utenza di quasi 3.300.000 persone. La lunghezza totale delle strade raggiunte è di 3.370 km, mentre l’area di operatività si estende su una superficie di 1.285 kmq, da cui annualmente si raccolgono circa 1.780.000 tonnellate di rifiuti.” (fonte AMA)

A Milano e dintorni, l’ “Amsa s.r.l. tiene pulita un’area di 272 chilometri quadrati, lavorando per oltre 2,3 milioni di persone: 1.300.000 abitanti e 800.000 city users nella città di Milano e circa 245.000 residenti nei comuni della provincia serviti. Può contare su circa 3.300 dipendenti dei quali oltre 2.800 impegnati nelle attività di raccolta rifiuti, pulizia e spazzamento.
Uno dei numerosi fiori all’occhiello dell’Azienda è il suo parco automezzi a metano, uno dei più ampi in Europa, con oltre 350 mezzi, pari a circa il 30% dell’intero parco aziendale.

Oltre che a Milano, opera in 11 comuni della provincia: Basiglio, Bresso, Buccinasco, Cormano,Novate Milanese, Pero, Rho, Segrate, San Donato Milanese, Settimo Milanese e Trezzano sul Naviglio. Nel gennaio 2008 Amsa è entrata a far parte del gruppo A2A, la multiutility nata dalla fusione tra AEM e ASM, le due aziende storiche di Milano e di Brescia. A2A, leader nazionale nel settore ambientale, grazie agli oltre 3 milioni di tonnellate di rifiuti trattati”.

Dunque, riepilogando:

  • AMA S.p.A. -> Proprietà: Comune di Roma, Dipendenti: 7.800, Utenti: 3,3 mln, Rapporto Dipendenti /Utenti: 2,4 x mille, Superfice coperta: 1.285 kmq
  • AMSA s.r.l. -> Proprietà: Multiutilility, Dipendenti: 3.300, Utenti: 2,3 mln, Rapporto Dipendenti /Utenti: 1,4 x mille, Superfice coperta: 272 kmq

I romani devono reggere un costo del lavoro quasi doppio rispetto ai milanesi, se valutato in base al numero degli utenti, a fronte di un territorio smisurato che, però, dovrebbe essere in larga parte destinato a ‘parchi’ e ‘agro romano’, non ad ‘area urbanizzata’, con costi per i rifiuti pressochè nulli.

A questo aggiungiamo il problema primario, ovvero che l’AMA S.p.a. vede come unico socio il Comune di Roma e che – a differenza di gran parte delle ex municipalizzate – non sono mai stati immessi ‘soldi freschi’ e ‘mentalità d’impresa’, indispensabili per rinnovare il parco macchine, per formare il personale e razionalizzare i processi, per attuare politiche di raccolta differenziata realmente incisive.

Dunque, la questione è se il sindaco in carica, Ignazio Marino, intenda o meno aprire l’AMA S.p.a. ad una partecipazione azionaria e ad una ricapitalizzazione, visto che Roma è stretta nella morsa dei debiti contratti e delle allegre assunzioni che arrivano dalle precedenti amministrazioni.

Qualcosa di cui a Roma proprio non se ne parla e su cui doveva intervenire Consob da molto tempo, quando – nel 2008 – La Repubblica scriveva “Il bilancio dell´Ama? È da libri in tribunale. La situazione finanziaria dell´azienda della pulizia e dello smaltimenti rifiuti è più che a un passo dal collasso. Ha azzerato il capitale sociale, contravvenendo a precise norme legislative. Inoltre ha un buco di 600 milioni di conti a breve, con debiti nei confronti di banche e fornitori e sulla voragine finanziaria paga 35 milioni di interessi l´anno.
A partire da gennaio 2008 a oggi, dunque a cavallo delle due diverse amministrazioni Veltroni e Alemanno, la sua gestione arranca a colpi di anticipazioni di cassa del Campidoglio.”

Un’AMA che dichiarava a Bilancio 2012 un utile di 2 milioni e 336 mila euro, ai tagli da 700 milioni in due anni per Ama (e Atac ), mentre c’è la storia degli arbitrati contro Ama – raccontata da Libero Quotidiano – che condannano l’azienda a pagare 78,3 milioni di euro, mentre i debiti con le banche ammontano a 670 milioni di euro.

Un’AMA che tra il 2008 e il 2010, con un bilancio in quelle condizioni, ha assunto 1.518 persone, cioè un quinto degli attuali dipendenti …

Millecinquecentodiciotto persone son tante, difficile sostenere un incremento del personale di tal genere senza aumentare il capitale ed espandere l’impresa.
E dovremmo chiederci tutti chi è che li ha assunti, chi non ha monitorato, chi non ha reclamato o denunciato. Non perchè i 1.518 siano colpevoli di qualcosa, ma un dissesto del genere non può ricadere sulle tasse dei cittadini, mentre chi l’ha causato o lasciato accadere si ricandida o si ricicla.
Infatti, qualcuno dovrebbe spiegarci perchè, se per Parentopoli all’Ama, il Cda chiede i danni a Panzironi e 7 manager per le 841 assunzioni pilotate del biennio 2008-2009, possa accadere che questi si ritrovino ai vertici di altre società controllate da AMA S.p.a., come nel caso di Franco Panzironi, Presidente di Roma Multiservizi.

Poi, solo poi, c’è l’ottantina di dirigenti per i quali la pubblicazione online degli stipendi si è rivelata un disastro, visto che si aggirano tra gli 80 mila ai 220 mila euro (lista).
Ovviamente, l’attenzione della cittadinanza è attratta da questo pruriginoso caso, piuttosto che dal problema AMA nel suo complesso e, non dimentichiamolo, dalla questione Malagrotta che, con l’annunciata chiusura, non si è affatto chiusa, ma solo aperta.
Per non parlare del fattto che Atac, Ama e Acea contano 31.000 occupati, Roma ha più dipendenti della Fiat, ma ha il deficit è a quota un miliardo, mentre il gettito fiscale non .può più incremetarsi.

E mica possiamo pensare, a Roma, di gestire i rifiuti (e i trasporti o il welfare) come nell’ultimo decennio … ma dal Campidoglio tutto tace.

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Roma, tra debito e speculazione. As usual?

29 Nov

Gli studi cinematografici ex De Paolis di via Tiburtina furono confiscati quasi venti anni fa alla Banda della Magliana e solo ieri sono tornati – in qualche modo – alla comunità dei cittadini.

Infatti, su richiesta dell’assessore allo Sviluppo delle periferie, Paolo Masini, sono stati destinati dall’Agenzia nazionale dei beni confiscati a Roma Capitale “per la valorizzazione e l’utilizzo per finalità di pubblico interesse” da realizzarsi con risorse pubbliche.
Infatti, l’area di oltre 22.000 metri quadrati sarà destinata ad ammortamento, anzichè a ricavo, con la creazione di un Hub della creatività e della multimedialità nei diversi fabbricati attualmente utilizzati per attività produttive come registrazioni televisive e riprese cinematografiche, più due capannoni in disuso da ripristinare del tutto.

Come ai tempi del sindaco Walter Veltroni, di Alfredo Romeo e dell’Appaltone Romeo’ Studios Ex De Paolis via Tiburtina, è allo studio un progetto di ‘finanza creativa’ per l’affidamento a finanziatori privati, per consentire la realizzazione e/o riqualificazione dei fabbricati del nuovo complesso senza impegni finanziari della pubblica Amministrazione. “
In poche parole, si prevede che i fabbricati andati in proprietà a Roma Capitale, per un valore stimato in 30 milioni di euro, possano portare nelle casse capitoline  un introito di locazione di circa 300mila euro l’anno che saranno destinati a progetti di autopromozione e sviluppo delle periferie ‘con particolare riguardo al quadrante Tiburtina-Pietralata’, che ‘periferia’ più non è.

Al di là della somma irrisoria destinata al territorio (25.000 euro al mese) e del valore fortemente svalutato che viene attribuito al complesso degli Studios, non è così desueto il sospetto che l’operazione possa degenerare nel solito banchetto per palazzinari.
Infatti, come scrive Roma Today, l’Hub creativo degli ex Studios fa parte di “un processo di progettazione urbana ed edilizia del Contratto di Valorizzazione Urbana (CVU) per l’attuazione del Comparto D dello SDO (Sistema Direzionale Orientale) di Pietralata, programma urbanistico, su cui è previsto il recupero urbanistico di circa 154.000 mc di edifici preesistenti con una superficie utile virtuale (Suv) di 48.125 mq.

Intanto, il governo Letta ha appena destinato ben mezzo miliardo a Roma Capitale per ripianare i suoi debiti, che si sono ridotti a ‘soli’ 380 milioni, mentre dal 2008 è affidata ad un l Commissario straordinario di Governo del Comune di Roma la ‘gestione’ del debito lasciato dalla giunta Veltroni, che ammontava ad 8,1 miliardi di euro.
A Roma Capitale, inoltre, arriveranno soldi attraverso una complessa partita di giro con la gestione commissariale – che di norma dovrebbe vantare crediti e non concederli – per le ex aziende municipalizzate, tra cui l’Atac (200 milioni) e l’Ama (100), e per i bilanci capitolini in generale (140 milioni) come ‘quota parte’ dei mutui pre-2008.

In poche parole, a Roma Capitale arriva quasi un miliardo a copertura degli ennesimi buchi di bilancio (mentre si lesina sull’IMU prima casa o sul salario minimo) e il Comune di Roma intende ricavare ‘ben 25.000 euro mensili’ da un complesso di fabbricati (20.000 metri quadrati) collocato in posizione semicentrale, a ridosso di un importante snodo di mobilità (Tiburtina).

Intanto, il decreto Salvaroma, approvato in pochi minuti dal Consiglio dei Ministri, include anche la possibilità di aumento dell’addizionale comunale Irpef dallo 0,9 attuale all’1,2.
Sarà perchè c’è da pagare il dovuto all’ANAS per la manutenzione del Grande Raccordo Anulare di Roma, che ormai è un’infrastruttura locale e non più nazionale?

Il problema non è se la capitale d’Italia vada sostenuta durante una crisi profonda e durevole, per consentirle di riprendere/continuare a funzionare per il bene di tutti.
Il problema è se Roma intende farlo.

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I ‘teppisti’ imperversano a Roma come altrove. I sindaci glissano … l’insicurezza cresce

4 Set

Ignazio Marino di periferie non dovrebbe saperne granchè, forse solo qualche attraversamento in auto e tante strette di mano a fini elettorali, non molto di più.
E, del resto, non è che il suo partito di provenienza (l’ex-Partito Comunista, oggi ‘democratico’) abbia brillato tra viaggi a Mosca e nei paesi del blocco sovietico (che finanziavano e armavano i brigatisti) e metodi di lotta politica che andavano dalla delegittimazione degli avversari al blocco di fabbriche e intere città, con cortei e manifestazioni.

Dunque, è piuttosto difficile che Marino, Renzi, Pisapia & co. – fino, forse, allo stesso Napolitano – possano percepire a pieno la gravità della situazione eversiva in Italia.

La riprova arriva proprio dal sindaco di Roma, che, dopo la tentata strage di domenica, la butta in cavalleria. “Credo che chi non si comporta bene non debba partecipare al momento di gioia che è una partita allo stadio”.
Dinanzi a una sassaiola organizzata militarmente che avrebbe provocato un disastro e, forse, una strage, se ad essere colpito fosse stato l’autista del bus della Hellas Verona, è davvero difficile di buttarla sul tifo calcistico e sul teppismo. Ignazio Marino, però, ci riesce.

Da Firenze non è che siano arrivati esempi migliori, visto che il 19 dicembre scorso, il sindaco Renzi ha autorizzato una sparuta manifestazione di studenti medi, che – nel bel mezzo del core turistico della città, ovvero piazza della Signoria –  invece di reclamare per edifici e finanziamenti scolastici migliori o docenti più preparati ed esigenti di quello che l’OCSE tristemente ci racconta, si son messi ad inveire contro la crisi economica, contro le forze dell’ordine e contro il sindaco, lanciando fumogeni persino nel presepe del Duomo.
Ebbene, Matteo Renzi non ha chiesto lo sgombero immediato nè auspicato l’arresto degli organizzatori, anzi, è andato incontro ai manifestanti e, resosi tardivamente conto del contesto, si è ritirato in buon ordine senza colpo ferire.
Ringraziano non poche famiglie che avrebbero dovuto vendere case e beni per pagare le spese legali e i danni causati dai figli, con proficuo esempio per chiunque desideri fare dei ‘porci comodi’ in luoghi e piazze che sono spazi di tutti.

Di Milano cosa dire dopo dopo l’invito rivolto agli americani residenti nel capoluogo lombardo, dal loro console Kyle R. Scott, a tenere “alta la vigilanza” per un aumento della criminalità?
Che Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, ha risposto “Sono molto rammaricato, stupito, credo che il console debba dare dei chiarimenti su questo”? Oppure le cronache milanesi raccontano di anziani presi in ostaggio nella loro abitazione, di incendi appiccati dagli antagonisti, delle provocazioni di ciclisti organizzati (ed antagonisti) e delle risse con gli automobilisti che ne derivano, della mattanza del ghanese Mada Kabobo a Niguarda o della rapina a colpi di mazza e molotov messa in atto  contro l’orologeria Frank Muller in pieno centro, nel ricchissmo Quadrilatero della Moda?

Arrivando a Napoli, dove l’esasperazione dei cittadini contro i malviventi lasciati liberi di agire è tale che si arriva – in preda ad un raptus – ad inseguire i rapinatori per poi investirli con l’autovettura e ucciderli. Un episodio, uno dei tanti, che accadono in strade dove non è garantita l’incolumità delle persone, mentre Luigi De Magistris – ex ufficiale delle Fiamme Gialle ed ex magistrato, nonchè ultimo dei mohicani IdV – non sembra aver diramato l’ombra di un comunicato e di un provvedimento.

In USA come altrove, avrebbero già classificato la tentata strage di Roma come ‘terrorismo’ e, probabilmente, già catturato i responsabili mandandoli a giudizio con la prospettiva di pene ultradecennali.
Allo stesso modo, altrove avevano già dimissionato il sindaco e ne sarebbe scaturito un caso nazionale di responsabilità civica e di corrispettivo dovere pubblico, se invece di piazza della Loggia si fosse parlato, ad esempio, dell’Hotel de Ville o di Trafalgar Square.
Come anche un’intera giunta comunale sarebbe finita nell’oblio, altrove, se il borgomastro non avesse preteso la ‘tabula rasa’ ed il ‘black out movide’, dopo quello che si sente accadere nel milanese.
Inutile dire che, a Napoli, un qualunque altro stato avrebbe quanto meno invitato i cittadini a dotarsi di un porto d’armi per difendersi almeno nelle proprie abitazioni e nelle proprie autovetture, visto che l’ordine costituito non riesce a farlo, nè viene dotato dei mezzi necessari a prevenire ed intervenire.

Ed utile aggiungere che se in Val di Susa si incediano capannoni e aziende, mentre vengono sequestrati o rinvenuti veri e propri arsenali ed i sindaci di Susa e Chiomonte ricevono pesanti minacce per la loro posizione di dialogo con il governo, c’è poco da discutere: si chiama eversione.
Non basta, di sicuro, che il presidente Napolitano sia intervenuto con un ‘desistere da comportamenti inammissibili’, rilasciato ben 18 mesi fa e poi più nulla, almeno stando alle agenzie.

Come anche tutti lor signori che vivono in auto blu e zone ultravigilate dovrebbero chiedersi quanti cittadini finiscono settimanalmente nelle grinfie dei ‘teppisti’ romani, degli ‘sbandati’ milanesi, dei rapinatori in erba’ di Napoli, degli studentelli violenti e benestanti di Firenze, degli antagonisti del ‘mordi e vilmente fuggi’.
Fatti di cronaca giudiziaria che coinvolgono sempre più spesso teenagers in atti anche efferati, nonostante l’obbligo scolastico arrivi fino a 16 anni e nonostante l’enorme quantità di denaro che i Comuni, proprio quelli in questione, spendono in servizi sociali esternalizzati, con risultati palesemente insoddisfacenti od iniqui.

Eppure, il nostro presidente almeno, in un paese sempre più ignorante, dovrebbe ricordare che Nazismo, Fascismo e Franchismo nacquero in reazione a situazioni di forte insicurezza sociale, causate dagli arbìtri e dai distinguo di ‘certe sinistre’, affermatesi cavalcando la tigre delle crisi del Capitale …

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Senatori, deputati, multinazionali, lobbisti

20 Mag

Senatori e deputati a libro paga di multinazionali e lobbisti per cifre che andrebbero dai 1.000 ai 2.500 euro al mese, più qualche ‘fortunato’ che arriva fino a 5.000 mensili di mazzetta. Questa la denuncia di Le Iene, dopo le rivelazioni di un assistente parlamentare, protetto dal segreto.

Pietro Grasso, presidente del Senato e magistrato, esorta: «Chi sa qualcosa sui parlamentari pagati farebbe bene a denunciare questi comportamenti gravissimi». E, in effetti, la denuncia a ‘mezzo stampa’ c’è e qualche magistrato dovrebbe necessariamente aprire un inchiesta d’ufficio.

I ‘cattivi’ sarebbero, sta volta, le lobbies del tabacco e del gioco d’azzardo, che premerebbero per leggi ed emendamenti a loro favorevoli. Nulla di sorprendente, va così in tutto il mondo e spesso sono finanziamenti legali per le campagne elettorali, facilitati da leggi diverse dalla nostra sul finanziamento dei partiti.
Immediate le voci per la rapida approvazione delle norme anticorruzione, ma è la riforma dei finanziamenti ai partiti quel che serve per contrastare la concussione e l’occultamento dei finanziamenti, come è necessaria una nuova visione delle concessioni governative se si vuole risolvere a monte la questione ‘tabacchi, azzardo, accise, demanio marittimo, Equitalia, Caaf’.

Dunque, il punto non sono le eventuali lobbies del tabacco o quelle dell’azzardo – in gran parte estere, si noti bene – dato che il ‘problema’ vero è che se certi nostri parlamentari si dimostrassero ‘permeabili’ per soli 2.000 euro al mese, figuriamoci quali altre ‘lobbies’ possano esserci in grado di promettere ‘premi’ migliori, in soldoni od in carriere per figli e nepoti.

Se si accettano ‘quattro spiccioli’ per sigarette e gioco d’azzardo, quanti altri (denari, favori o ‘immunità’) potrebbero essere ‘graditi’ per tutelare gli interessi della Mafia o della Casta?

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Governo Letta: il PD guarda già alle elezioni

16 Mag

Il debito pubblico italiano a marzo ha raggiunto la quota record di 2.034,725 miliardi di euro, dopo i 2.022,7 miliardi raggiunti a gennaio 2013 e, nel 2012, si è avuta una riduzione del 27,5% rispetto al 2011 per i volumi di compravendite delle case (scese a 448.364 transazioni) per un totale di circa 46,4 milioni di metri quadri (-25,4% sul 2011), con una superficie media di circa 104 mq.

Il mercato dell’auto è è al 37 esimo crollo mensile (secondo il Centro Studi Promotor), a fronte di 116.209 immatricolazioni di aprile contro una media mesnsile di 185.086 auto vendute nell’aprile 2009. Intanto, serve oltre un miliardo di ore di cassa integrazione, con mezzo milione di lavoratori a zero ore equivalenti, principalmente nel centro Italia, in Veneto ed in Lombardia.

Intanto di Meridione non se ne parla, anche se lì i disoccupati non cassaintegrati sono a bizeffe, alle scuole si promette ‘stop a tagli’, come se si possa far funzionare un istituto superiore con 15.000 euro annui e basta, nessun allarme per i crediti delle aziende che eccedono ampiamente le disponibilità di Cassa Depositi e Prestiti, niente in programma per i nati dal 1950 al 1960 finiti nel limbo delle pensioni di Elsa Fornero, che la CGIL ritiene intoccabili.

Il PIL ha perso un altro percentuale e si fa spallucce, qui da noi, ‘che tanto già lo si sapeva’, dimenticando che è bastato solo un click, quello dell’annuncio ufficiale, per avviare tutta una serie di ricomputi, di cui ci annunceranno – solo tra qualche giorno, con calma – le ricadute sul peso degli interessi, sui conti UE, sulla perdita di qualche mercato.

In attesa del test elettorale di Roma Capitale, che servirà per ‘pesare’ i giochi interni del Partito Democratico, il governo Letta se la prende comoda, aspettando speranzoso la ripresa economica – che altrove c’è – e potersi attribuire ipotetici risultati e disastrosi benefici.
Peccato che a crescere siano gli USA e il Giappone. La Francia è in recessione, la Germania raccoglie un +0,1%, cioè nulla, mentre è ferma al palo, che c’è da attendere che sia rieletta, in autunno, Angela Merkel, accusata (all’estero ma non in patria) di eccessivo rigore finanziario e di vistoso germano-centrismo.

I nostri media non ‘strillano’ disgrazie a quattro venti, i mercati non scalpitano, il denaro ha raggiunto un tasso di sconto ridicolo, l’euro non vacilla.

E così andando le cose, il nostro Parlamento non trova meglio che occuparsi del decreto intercettazioni e si legge di IMU e CGI approvati, mentre è evidente che non c’è copertura finanziaria, se INPS, INPDAP e Cassa Depositi e Prestiti stanno come stanno e la Corte dei Conti suona l’allarme da mesi e mesi.

Intanto, in televisione si dibatte di sondaggi elettorali, di leggi per l’appunto elettorali, di candidati premier del centrosinistra per le elezioni …

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Marino e il babbuino: tutta la storia

6 Mag
Il ‘buon’ Ignazio Marino, che parla ai giardinetti con la gente ed accarezza cani, potrebbe diventare, a pochi giorni dalle elezioni romane, un ‘asettico’ scienziato, a causa della vivisezione di un babbuino da lui praticata anni addietro.
Un micidiale tallone d’Achille per il candidato sindaco del Partito Democratico – voluto dalle segreterie ed osannato nelle primarie  – che tocca il ventre di una città ‘indifferente a tutto’, ma che insorge se si maltrattano gli animali. Vivisezione che, anche per chi non fosse ambientalista, ricordiamoche è condannata da tutte le religioni, come in generale per tanti esperimenti sulle ‘creature del Signore’.
Al di là delle violente – e biasimabili – proteste degli animalisti, la vivisezione su scimmie praticata da Marino molti anni fa ebbe motivazioni e risultati discutibili, come racconta l’articolo dello stesso Ignazio Marino, su L’Espresso dell’11 maggio 2012, (link) che ribadiva come “Chi è contrario all’uso degli animali da laboratorio va rispettato, ma c’è davvero qualcuno che ritiene possibile testare gli effetti di un farmaco, come un’eruzione cutanea, l’insufficienza epatica o le allucinazioni, su una cellula in provetta? Oppure la proposta è quella di sperimentare le sostanze direttamente sugli uomini e sui bambini?
Secondo l’Eurispes, l’86 per cento degli italiani è contrario alla sperimentazione animale eppure solo il 3 per cento si dichiara vegetariano. La coerenza scarseggia. Oltre a smettere di mangiare carne di animali allevati per finire in padella e a non indossare scarpe di pelle, coloro che chiedono di chiudere gli allevamenti, come nel recente episodio di Green Hill vicino a Brescia, sono pronti a rinunciare anche alle medicine testate sugli animali, sino ad accettare il sacrificio della propria vita o quella dei propri figli, per una leucemia o una polmonite?
In realtà, come denunciano gli antivivisezionisti, solo il 27,5%  degli animali è usato nella ricerca e sviluppo di farmaci, mentre in UE la percentuale è del31%, più un altro 15,4% usato nei test obbligatori per legge specifici per i farmaci (dato in media UE),  piuttosto c’è un 44% degli animali che muore per ricerca di base, quasi il 9% nei test tossicità per la produzione e il controllo di qualità in campo medico e odontoiatrico, il 4,2% per la diagnosi di malattie, didattica e “altro”.

Inoltre, per la “ricerca di base” e della “ricerca e sviluppo” di farmaci non vi e’ obbligo di legge che costringa a usare animali nei test e non si tratta di ‘quattro gatti’, visto che gli animalisti denunciano che “ogni anno nel mondo vengono torturati e uccisi più di 150 milioni di animali, nei 600 laboratori italiani quasi 900’000”. Ridurre del 12% il ‘consumo’ come fatto dalla Germnia nel 2005, significa la vita per circa 100.000 animali nel solo territorio italiano.  Dei circa 10.000 primati usati per esperimenti, in quell’anno nell’UE a 15 membri, oggi ne sarebbero vivi oltre mille.

La differenza c’è.
Il senatore Marino, nel suo articolo, difende una certa ‘ricerca scientifica’ che “alcuni vorrebbero affossare con un articolo della legge Comunitaria in discussione al Senato che, tra le altre cose, vieta in Italia l’allevamento di animali destinati alle sperimentazioni. Con quali conseguenze?
Innanzitutto se questa legge venisse approvata a Roma sarebbe bocciata a Bruxelles perché in contrasto con la direttiva europea. In secondo luogo le aziende farmaceutiche, come gli istituti di ricerca pubblici, dovrebbero trasferire i laboratori all’estero, con inevitabili ricadute sull’occupazione e sulla nostra economia, oppure importare gli animali da altri Paesi“.

In realtà,il testo di legge licenziato dalla Camera cui fa riferimento Marino, contiene un comma – proprio quello che recitava di “vietare l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione su tutto il territorio nazionale” – che è stato approvato il 1 febbraio 2012 dalla Camera non da alcuni affossatori della scienza, bensì con ben 380 voti a favore, 20 no e 54 astenuti. In quello stesso giorno, in un convegno nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, Carla Rocchi, Presidente dell’ENPA, sottolineò che il testo inviato al Senato va a “vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora provochino dolore all’animale”.

La norma, nell’accogliere le direttive UE, garantisce “l’implementazione di metodi alternativi all’uso di animali a fini scientifici, destinando all’uopo congrui finanziamenti”, la formazione di personale esperto nella sostituzione degli animali con metodi in vitro tramite corsi specifici e di approfondimento senza nuovi oneri a carico della finanza pubblica, la presenza di “un esperto di metodi alternativi e un biostatico all’interno di ogni organismo preposto al benessere degli animali e nel Comitato nazionale per la protezione degli animali usati a fini scientifici”.
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Una questione innazitutto etica e, mentre Ignazio Marino ritiene che in Italia si possa proseguire con l’allevamento di animali destinati alle sperimentazioni, Tonio Borg, commissario europeo ad interim per la Salute e le Politiche dei consumatori, si è espresso con fermezza contro un’ulteriore posticipazione del’obbligo di prodotti cosmetici “Cruelty Free”, perché “se non vi è obbligata, l’industria non farà gli sforzi necessari per sviluppare i metodi sostitutivi che permettono di sostituire gli ultimi tre test di tossicità sugli animali tuttora autorizzati“.
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Ma non solo, dato che lo stesso Ignazio Marino fa riferimento al caso mediatico internazionale della Green Hill, un’azienda situata a Montichiari (Brescia) che alleva cani (beagles) da destinarsi ad esperimenti scientifici, coinvolta in inchieste e scandali dopo continue e pressanti manifestazioni di animalisti ed ambientalisti.

Significativo e riassuntivo della vicenda e di cosa accadesse ai cani, è il comunicato della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente: “la nuova linea seguita dalla procura va avanti su questo binario: la soppressione non necessaria di parecchi beagle a Green Hill conferma il sospetto che i cuccioli nell’allevamento non fossero destinati solo alla sperimentazione farmacologica, ma che molti di loro diventassero cavie anche per l’industria cosmetica. E, dopo i controlli sulla documentazione e i primi esami medici, emergerebbe che i cani non perfetti, cioè non corrispondenti agli standard richiesti, venivano eliminati con un’iniezione letale. Molti beagle, come hanno scoperto gli inquirenti, sono stati soppressi per problemi di dermatite. E proprio questa malattia lascia supporre che Green Hill facesse anche test cosmetici.

Un caso mondiale, ormai, visto che il caso Green Hill è diventato la bandiera della Giornata mondiale contro la vivisezione.
Un’attività definita dall’On. Brambilla a Matrix, il 4 Aprile scorso, come ‘non in regola con le nostre coscienze’, ma, a quanto pare, a posto con quella del senatore Ignazio Marino, che non dovrebbe, però, dimenticare che l’Unione Europea, attraverso un Regolamento risalente all’11 marzo 2009 (EC n.1223), ha messo al bando i prodotti cosmetici con ingredienti o combinazioni di ingredienti testati su animali. L’Italia era, come prevedibile, inadempiente fino a pochi giorni fa, nonostante un precedente regolamento del 2004 che già proibiva di testare su animali prodotti cosmetici finiti. “Il divieto definitivo imposto nell’Unione Europea – dichiara Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – segnerà una pagina importante a livello mondiale per il superamento dei tanti, troppi, e spesso inutili esperimenti fatti sulla pelle degli animali“.
Cosmetici, tanti test per cosmetici, più tanti altri per ‘ricerca di base’, ‘test tossicologici’, ‘didattica’ – non  leucemia, polmonite, eruzione cutanea, insufficienza epatica, allucinazioni – per i quali, come raccomandano le direttive europee, tanti test sono ampiamente ed efficacemente sostituibili senza sofferenze e morte per tanti animali,  .
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Ritornando alla storia del babbuino ‘ucciso’ dal mite Ignazio, la vera questione di oggi è quella della Green Hill ed i suoi beagle, e della candidatura a sindaco di una città che ama e difende gli animali ed in particolare i cani. Il ventre di Roma non può altro che borbottare, specie se l’impressione è che ci si nasconda dietro un dito, cosa del tutto vietata a qualunque Primo Cittadino.
Infatti, non è in ballo il sacrosanto diritto/dovere alla ricerca scientifica o farmacologica, ma l’uso di migliaia di cani per le ‘esigenze’ dell’industria cosmetica e la sincerità di un ‘afflato umano’ – quello di Ignazio Marino e del suo Partito Democratico – che gli elettori (pro o contro o ìndifferenti che siano) sentono sempre più mancare.
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La questione, però, straborda dall’ambito politico, se si tiene conto che la sperimentazione di cui parla con orgoglio Ignazio Marino era anche ‘sull’uomo’ – il fegato espiantato alla scimmia era destinanto ad un paziente epatico – e girovagando per la Rete è possibile leggere questo articolo di di forte critica etica e medica sul  Riformista Torinese (link)
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Valutare la fondatezza dei rilievi è questione medica, ma l’articolo a firma di Roberta De Antonio appare credibile, quando menziona professore Bruno Fedi, medico primario anatomopatologo, “che gli ricorda (ndr. a Ignazio Marino), in una lettera del 24.05.2012, che già nel 1967 il Direttore della Patologia Chirurgica dell’Università Di Roma, Paride Stefanini, aveva effettuato un trapianto di rene da babbuino ad uomo e aggiunge: Risultato disastroso: paziente morto. Conclusione: Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di aver ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Fu un tentativo di salvare la vita ad un uomo, usando un organo incompatibile, sapendo che era incompatibile, ma sperando che, con enormi dosi di farmaci immunosoppressori, venisse tollerato dal ricevente.
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Nella lettera del noto medico e professore universitario – pubblicata integralmente da UNA Cremona (link) – si può anche leggere che:Nell’ambiente dell’università, si criticava pesantemente lo Stefanini, per avere effettuato un intervento che non poteva riuscire: tutti lo sapevano, ma Stefanini aveva voluto tentare. Qualcuno disse che era stato un omicidio, benevolmente tollerato dalle leggi. 
Oggi, Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di avere ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Quello descritto da Marino è un caso tipico di sperimentazione sull’uomo (perché, negli animali, si sanno i risultati, ma gli stessi sperimentatori sanno che non sono predittivi). La descrizione di Marino è proprio il caso di un uomo, usato come cavia, anzi, come cavia pagante, perché si sapeva che i risultati negli altri animali non erano stati favorevoli e che, in senso generale, non sono predittivi, dunque si è sperimentato sull’unico animale predittivo per l’uomo: l’uomo stesso.
Questo esperimento, questo tipo di esperimenti, rivelano anche una metodica, una mentalità. Marino procede per “tentativi ed errori”, metodo che i vivisettori hanno tante volte sostenuto giusto. Marino sapeva che la cosa che tentava, non poteva riuscire, ma ci ha provato.”
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Indecifrabili -forse- questioni mediche che lasciamo volentieri -forse- agli stessi medici.
Piuttosto, come si traduca nell’ottica del paziente ed a cosa sia servito il sacrificio del babbuino è, ahimé, semplice, visto che basta leggere qualche statistica, che ci racconta come quasi un trapiantato di fegato su cinque muoia entro tre anni dall’intervento ancora oggi, più o meno come tot anni fa. Un’aspettativa in vita, una reazione immunitaria, che è sempre la stessa da dieci anni, come altre statistiche dimostrano.
SRTR Program Reports – July 2010
In caso di dubbio su cosa sia significato l’esperimento ‘umano’ – se si ha stomaco forte – è possibile anche leggere la cruda pubblicazione scientifica “Baboon-to-human liver transplantation”  che Marino ed altri pubblicarono su Lancet (link).
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Anche se è stato rilasciato dalla terapia intensiva dopo un mese, (ndr. il paziente) ha sviluppato diverse infezioni, che hanno reso necessaria la terapia con anticorpi nefrotossici. La più invalidante di queste è stata mixata da Citomegalovirus, Candida, Esofagite e Duodenite, che sono stati sospettati essere la causa di ricorrenti emorragie gastrointestinali dal giorno 27esimo al 39simo e che hanno richiesto 14 unità di sangue trasfuso (ndr. circa sette litri, praticamente come se avvesse perso tutto il sangue e servisse un ricambio totale).
E’ stato coltivato dal sangue lo Staphylococcus aureus (ndr. provoca infezioni suppurative acute) … Enterococcus faecalis (ndr. provoca infezioni del tratto urinario, endocarditi e sepsi) … Aspergillus (ndr. infezione tracheale).
Altre complicazioni, incluse insufficienza renale e dipendenza da dialisi, hanno avuto inizio il 21esimo giorno, che probabilmente sono il risultato della tossicità da più farmaci (sic!) …  fino al giorno 55esimo quando (ndr. il paziente) è stato riammesso in terapia intensiva dopo una recidiva di ittero … il giorno 61esimo è diventato ipotensivo con rigori, ha richiesto l’intubazione. C’erano tracce di coagulazione intravascolare disseminata ed emolisi con un calo della conta piastrinica (ndr. meno 80%) … un aumento di emoglobina plasmatica libera (ndr. 30 volte il massimo) … e un aumento della bilirubina (ndr. del 400%) … durante le successive 48 ore.
Dai giorni 65esimo al 70esimo, il paziente aveva 5 plasmaferesi che avevano ridotto la bilirubina sierica.  Il 70esimo giorno … c’è stata una perdita improvvisa delle maggiori funzioni del sistema nervoso. La TAC ha mostrato una massiva emorragia subaracnoidea (ndr. i cui sintomi includono la terribile “cefalea a rombo di tuono”, vomito, confusione mentale, abbassamento del livello di coscienza e, talvolta, convulsioni) e 6 ore dopo è stato dichiarato cerebralmente morto.”
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Un vero e proprio calvario.
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Avrebbe sofferto così tanto prima di morire per cause naturali? E, soprattutto, se – come Ignazio Marino oggi afferma di sapere ma che all’epoca evidentemente supponeva all’incontrario – il sistema immunitario degli uomini e quello dei babbuini non sono compatibili, nemmeno utilizzando i farmaci antirigetto più potenti, a quale “terapia che oggi permette di salvare centinaia di migliaia di malati terminali” è servito quell’esperimento dall’esito letale?
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Domande che nella città dei Papi hanno un certo peso anche sugli spiriti semplici … ed una storia che dimostra come non si possano lasciare in mano ai soli medici sia le politiche sanitarie, ma, soprattutto, la bioetica.
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Biotestamento, una legge da rifare?

13 Lug

Il testo di legge per «disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento», il cosiddetto «testamento biologico», è passato alla Camera con il voto contrario di utta l’opposizione.
Il provvedimento di legge, secondo l’On. Domenico Di Virgilio del PdL, “aiuta anche il medico, sollevandolo dal dovere di prendere decisioni in maniera autonoma, senza conoscere quali siano le intenzioni e le volontà del paziente”, mica obbligandolo a tenerne conto e/o rispettarle, e che eviti “che il medico riacquisti quel paternalismo assoluto o quel potere assoluto dei decenni passati”, come se i problemi che ci danno il sistema snaitario e quello universitario non segnalassero che poco o nulla è cambiato.
In realtà, , presenta non poche affermazioni che sarebbe opportuno riesaminare in Senato.

Nessuno potrà decidere in anticipo di “non” essere curato: la vita umana è “un diritto indisponibile”, una aspetto di diritto costituzionale che, si spera, qualcuno vorrà verificare.
Le dichiarazioni anticipate di trattamento, DAT,  rilasciate dai malati non avranno valore legale: sono dei semplici “orientamenti”.
La nostra volontà è solo “un orientamento” per il medico che potrà decidere cosa fare del nostro, e non suo, diritto indisponibile”. Inoltre, se la volontà (ndr. orientamento) non è espressa negli esatti modi indicati dalla legge e per le specifiche esatte del trattamento in questione, ebbene, la volontà del malato non ha alcun valore.
Il tutto si basa su un’«alleanza terapeutica» medico/paziente che potrebbe esistere come non e che, visto il coma vegetativo, andrebbe estesa ai familiari.

Per inciso, il paziente in stato vegetativo permanente è considerato come una persona gravemente disabile, a cui è dovuta l’alimentazione artificiale, anche se non fosse un trattamento terapeutico specifico, nonostante il forte dissenso tra i medici.
Il codice di deontologia medica, decisamente meticoloso, prevede regole ben più liberali di quelle votate alla Camera.

Provvederà il Senato a rigettare una simile “contraddizione in termini” oppure dovranno pensarci il Consiglio superiore di sanità o la Corte Costituzionale, se consultati, od, a maggior costo, sarà la volta di un ennesimo referendum abrogativo?

Fatto sta che persone, che hanno trascorso anni e decenni a sopportare e combattere malattie, dimostrando un coraggio che tanti altri non hanno, meriterebbero un maggior e diverso rispetto da parte dei propri medici, dei politici e, perchè no, dei giuristi e religiosi.