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Emergenza Malasanità Lazio

31 Mag

Dalle notizie che circolano da alcuni mesi, sembra davvero che i centri di cura cattolici non godano di una buona gestione finanziaria e siano l’epicentro di una geronto-oligarchia.
Infatti, se a Milano il San Raffaele è fallito, la situazione romana degli ospedali cattolici è abissale e, se si parla dei centri di cura pubblici, la situazione è ancor peggiore.

Riguardo il settore ‘cattolico’, l’IDI – San Carlo di Nancy di Roma avrebbe un deficit di 300 milioni del tutto insanabile, il Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica si sta rivelando un vaso di Pandora con almeno mezzo miliardo di esposizione finanziaria, l’IFO Regina Elena – San Gallicano è coinvolto nello scandalo del San Raffaele, il San Camillo – Forlanini ha la media di un medico per posto letto (fonte Fp Cgil Roma Ovest), i lavoratori del Santa Lucia attendo da mesi gli stipendi.

Passando agli ospedali pubblici, un medico del Policlinico Umberto I ha recentemente denunciato che “la dignità dei cittadini viene quotidianamente violata in quanto spesso non è possibile assicurare loro le più elementari condizioni di riservatezza legate al loro sesso ed anche le norme di igiene vengono rispettate con grande difficoltà. Alcune volte sono le stesse manovre di rianimazione ad essere ostacolate”.
Il CTO di Garbatella è “mezzo vuoto, con interi reparti buoni solo per ricoverare fantasmi” secondo Esterino Montino, capogruppo Pd alla Regione Lazio.
L’Ospedale Oftalmico sembra sia un cimitero di attrezzature non utilizzate e, dal 1 giugno 2011, l’attività delle quattro sale operatorie nuovissime è stata drasticamente ridotta riducendo di oltre 600 interventi l’attività rispetto al 2010.
Al Santo Spirito, pur essendoci tutte le dotazioni ed attrezzature, la carenza di ginecologi non permette di arrivare ai 1.500 parti all’anno (oggi se ne eseguono circa 1000).

A questo aggiungiamo che diversi municipi, anche se con centinaia di migliaia di residenti, sono del tutto privi di pronto soccorsi e ospedali generali e che la maggior parte dei siti di cura è collocato in luoghi raggiungibili solo con l’automobile o con più mezzi pubblici.

Situazioni quotidiane che sfociano, se è presente un politico od un giornalista in ‘casi eclatanti’ e che finiscono nel nulla se a lagnarli è il solito paziente ‘ossessivo’, visto che non v’è traccia di reclami, esposti e denunce. Eppure, siamo ben oltre il livello di guardia, come al San Camillo dove si è verificato lo scandalo dei pazienti curati a terra, al Policlinico Umberto I quello dei pazienti bloccati da giorni sui lettini del pronto soccorso, al Policlinico Gemelli quello della tubercolosi neonatale e della vigilanza sanitaria sui lavoratori. Oppure al Sandro Pertini, dove, in relazione alla morte di Stefano Cucchi, i medici e agli infermieri sono sotto processo per falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace, rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento, omissione di referto.

Caso mai la cronaca o i dati finanziari non bastassero a dimostrare il totale dissesto in cui la Regione Lazio ha portato la già carente e sprecona Sanità romana, arriva il Tribunale dei diritti del malato a documentare che nei 27 Pronto Soccorso del Lazio l’attesa per un ricovero varia da 24 ore a 4 giorni.
I dati nazionali ci raccontano che, molto probabilmente, nel Lazio ci sono circa 40.000 malati rari che rinunciano alle cure a causa degli ostacoli interposti dal ‘sistema’, ovvero burocrati e medici.

Una mattanza di malati e denari che è esplosa con l’immobilismo della Polverini verso gli apparati ospedalieri e la classe medica romani, ovvero gli unici responsabili di questo disastro.
Una tragedia collettiva che lede profondamente i diritti costituzionali dei cittadini, oltre ad attentare alla vita dei malati, che trova origine anche nelle improvvide politiche del governatore Marrazzo, visto che in 10 anni si sono tagliati oltre 10.000 posti letto senza alcuna logica, che i centri di eccellenza da anni stanno scemando, che gli ospedali e gli ambulatori sono talmente mal gestiti che o sono ridotti ad astanterie o sono semideserti.

Una classe politica romana che non ha voluto rinunciare al consenso della lobby sanitaria, potentissima in città, e che non ha saputo trasferire personale e servizi dove servono, garantire accesso e tutele ai malati, informazione e trasparenza ai cittadini.

Di tutto questo, la stampa nazionale non ne parla. Probabilmente, lo impedisce la piaggeria degli editori e dei comitati di redazione verso clero e medici.
Eppure, oltre al dissesto miliardario che incombe sulla Regione Lazio e sulle casse italiane, c’è l’evidenza che nella Capitale italiana i malati hanno una vita davvero difficile e perigliosa, non a causa del propri male, ma in conseguenza di un sistema sanitario da pazzi ed una classe medica che non dimostra l’etica cui sarebbe per giuramento tenuta.

Che almeno si abbia la dignità, politici e direttori di testata, di non raccontare ai cittadini, non almeno a quelli malati, di risanamento o di sacrifici, di ‘salva Italia’ ed di altre belle ‘chiacchiere’, se con una Sanità capitolina ‘così’ nessuno (Stato, Ordine dei Medici, media, onlus dei malati, magistratura, revisori dei conti) interviene a tutela della vita umana e dell’Erario.

Difficile parlare, nel Lazio, di Costituzione e di diritti ad un malato, ma nenche il Presidente Napolitano sembra essersene accorto. Tanto, per riempire il crac della sanità romana ci penseranno i cittadini italiani … grazie a nuove tasse e cosa mai?

Leggi anche ‘Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati
Leggi anche ‘Policlinico Gemelli, l’ombra del fallimento?

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Policlinico Gemelli, l’ombra del fallimento?

30 Mag

Da diversi mesi, dopo quello del San Raffaele di Milano, si attende il fallimento dell’Istituto Dermatologico dell’Immacolata – San Carlo di Nancy e del Policlinico Gemelli di Roma, ambedue ospedali ‘cattolici’ romani.Non è detto che accadranno, probabilmente no, ma la situazione è molto critica.

Il tutto mentre anche l’IFO Regina Elena – San Gallicano – un ospedale nato da un appalto particolarmente scandaloso – è travolto dallo scandaloso acquisto, a prezzi esorbitanti, di alcune proprietà del San Raffaele con fondi stanziati dall’allora ministro della Salute Ferruccio Fazio, già dirigente dell’ospedale di Don Verzè.

Fondi che dovevano arrivare ai malati e che sono spariti nel crac della sanità cattolica. Un caso che, al di là degli esiti penali, occupa un intero paragrafo della relazione presentata dalla società di consulenza Deloitte, incaricata dalla nuova amministrazione di far luce sui conti del San Raffaele.

Venendo al Policlinico Gemelli di Roma ed ai convulsi tentativi di salvataggio in corso, iniziamo col dire che da diversi mesi  le news riportano che vanta un credito di 500 milioni di euro verso la Regione Lazio e che rischia di essere venduto al miglior offerente come il San Raffaele.

In realtà, le cose non stanno esattamente così.
Una parte dei crediti vantati sono semplici partite di giro in cui la Regione Lazio è tramite per i pazienti pervenuti da altre regioni, che a volte saldano con ritardi epocali.
Inoltre, i lavoratori del Gemelli, da settimane in assemblea permanente, denunciano che «pur avendo la Regione corrisposto il pattuito l’amministrazione non garantisce gli stipendi».

Infine, la constatazione che il personale universitario, ovvero ‘i medici’, almeno in parte va in carico al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e non alla spesa per la sanità della Regione Lazio. Medici ‘ma anche’ studenti gettonati e professori universitari, che, lavorando per un ente privato, non sono tenuti a pubblicare curricula e redditi dichiarati.

Non a caso il presidente della Regione Polverini ha tenuto a precisare che “c’è l’impegno mio come commissario e dei due subcommissari che mi affiancano, di cui uno si occupa proprio dei policlinici universitari, che sono importanti ma che determinano complessità.”

Infatti, il ‘Gemelli’, pur essendo nella quasi totalità sede distaccata della Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, rappresenta diverse entità e interessi differenti, se non divergenti, nel caso di una crisi finanziaria,:

  1. la Facoltà di Medicina, che è parte del sistema universitario ed opera in una città ricca di opportunità e di concorrenza come Roma,
  2. il Policlinico Gemelli, incardinato nel sistema di gestione e finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale,
  3. il Complesso Integrato Columbus, che opera in regime di compartecipazione alla spesa da parte del malato ed è in parte di proprietà dell’Istituto delle Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù,
  4. la Residenza sanitaria di ospitalità protetta, ovvero una struttura alberghiera di 43 camere, tutte con balcone e  dotate di climatizzazione, ubicata all’interno dell’area della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore .

Già a vederla così si capisce subito che la gestione finanziaria presenta dei rischi intrinsechi, specialmente se la qualità viene meno a causa del solito non-ricambio generazionale e se la modernizzazione della società permette ai malati di accedere a servizi tramite la Rete.

Anche perchè l’Università Cattolica del Sacro Cuore nel suo insieme è 535esima nel ranking mondiale delle ‘World Univesities’, mentre La Sapienza è al 128esimo e Tor Vergata al 371esimo …

Non a caso, il primo elemento critico risiede nella lunga permanenza degli attuali professori senior, la loro incapacità di rigenerare i ‘centri di eccellenza’ che il ‘primo’ Policlinico Gemelli aveva aggregato e l’utilizzo massivo di medici neolaureati specializzandi. E non a caso il messaggio che la Regione Lazio ha inviato ai lavoratori, nel rassicurarli, precisava che «abbiamo ricevuto la vostra richiesta di un tavolo, ma prima la trattativa va fatta in sede aziendale».

Una capacità di attrazione del paziente ed una lievitazione di ‘determinati’ costi che è mutata nel tempo anche a causa della concorrenza interna della Columbus, proprio per le eccellenze ed il comfort del malato, ed in conseguenza dell’utilizzo massivo di medici neolaureati specializzandi in reparto, che non può offrire al malato le competenze e le garanzie che si aspetta da un ospedale di tale fama.

Anche i flussi finanziari derivanti dai ‘viaggi della speranza’ si sono attenuati e, per giunta, i malati  arrivano spesso da Regioni che saldano il credito dopo molti anni.

Ecco perchè non si riesce a venirne fuori dall’enigma ‘Policlinico Gemelli’: non è solo un ospedale ‘pubblico’, non è solo una facoltà di medicina, non è solo una clinica convenzionata, non è solo una struttura alberghiera, non è vendibile così com’è, non è sostenibile così com’è.

Un altro grosso, imbarazzante e costoso ‘pasticcio’ che ci viene lasciato dalla finanza ‘creativa’ clericale degli anni ’80 (la Columbus è del 1986).

Un’ennesima matassa da sbrogliare derivante dalla poca e cattiva integrazione delle riforme sulla dirigenza pubblica ed equiparata, sui sistemi di bilancio delle unità gestionalmente autonome, sul sistema di accesso e scelta delle cure da parte dei malati.

Cosa aggiungere in un paese dove, nel 2004, erano 95.000 i morti per ‘malasanità’ e dove almeno 370.000 malati cronici rinunciano alle cure per gli ostacoli ed i rifiuti che incontrano?

Non c’è da meravigliarsi se venga meno anche la sanità attenta ‘al rispetto della vita ed alla sollecitudine per il prossimo”.

Certo è che le cose non potranno trovare una soluzione se non sarà prima la dirigenza del Gemelli a fare i suoi passi, separando la lana dalla seta, e se non sussisteranno i presupposti perchè l’eccellenza ritorni nei reparti, se la gestione universitaria continuerà a sovrapporsi aquella sanitaria, se Gemelli e Columbus non opereranno in competizione.

In caso contrario, questo dissesto stravolgerà per anni i bilanci della Regione Lazio, unitamente a quelli dell’IDI, che avrebbe un deficit di 300 milioni, e dell’IFO, che bisognerà vedere come verrà fuori dallo scandalo del San Raffaele.

Questa storia dimostra l’incapacità di risanamento della Regione Lazio, che, oltre ai giusti tagli, avrebbe almeno dovuto cercare di migliorare qualcosa, riportare la qualità, aumentare l’affidabilità dei sanitari e la scelta dei pazienti, incrementare l’accessibilità e l’eccellenza.

Quanto al Gemelli, sarebbe bastata più lungimiranza nella governance e più controllo di gestione per non cadere nel baratro delle competenze condivise e dei pagamenti contestati, mentre l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con sede distaccata a Roma, non dovrebbe potersi esimere dal far fronte a questa situazione, almeno secondo la morale che studia e rappresenta.

Anche perchè, mentre i malati attenderebbero ‘solo’ la qualità di una volta, i lavoratori e le loro famiglie aspettano certezze, allo stesso modo dei fornitori.

Aggiornamento 13 luglio, leggi Gemelli, l’abisso dei licenziamenti?

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Malattie rare, un caso diffuso di malasanità

30 Mag

Secondo un recente report del Comitato Nazionale di Bioetica le malattie rare comportano situazioni molto gravose per il milione di italiani che ne è affetta, non tanto per le patologie in se, per altro spesso gravi e croniche, quanto per l’assoluta fatiscenza del nostro Sistema Sanitario Nazionale ed il disinteresse profondo dei politici e funzionari preposti.

Secondo il report, infatti, le problematiche individuali e familiari dei malati riguardano principalmente:

  1. la difficoltà, o l’impossibilità, di accedere alla diagnosi corretta – dovuta alla mancata individuazione di un centro clinico di riferimento specializzato nella patologia in questione – con il conseguente aggravio psicologico e peggioramento dello stato di salute del paziente;
  2. il ritardo nella diagnosi che incide negativamente sulla prognosi;
  3. l’isolamento e la mancanza di conoscenze scientifiche e di informazioni sia sulla malattia, sia sulle leggi e i diritti esistenti;
  4. la mancanza di assistenza medica adeguata e di terapie riabilitative e psicologiche necessarie, tenuto conto della natura cronico-invalidante di gran parte delle malattie rare e dello sconvolgimento e destabilizzazione che l’esperienza della patologia comporta per il paziente e la famiglia;
  5. la difficoltà d’accesso al trattamento e alle cure, che riguarda sia la reperibilità-disponibilità di farmaci innovativi, ad alto o altissimo costo, specifici per una data malattia rara e già in commercio in Europa, sia, quando non vi sono terapie eziologiche specifiche, l’accesso ad altri possibili trattamenti;
  6. le forti diseguaglianze esistenti, a livello regionale e locale, nell’accesso alla diagnosi, alle terapie innovative e, più in generale, alle cure sanitarie e ai servizi sociali;
  7. i costi elevati dei trattamenti, complessivamente considerati, e la mancanza di misure di sostegno rispondenti ai bisogni di assistenza quotidiana e continuativa determinati dalla patologia, il cui carico ricade quasi interamente sul nucleo familiare, causandone l’impoverimento e spesso l’allontanamento dal mondo del lavoro;
  8. le condizioni precarie, di frequente percepite come gravi o gravissime, delle persone affette, anche dopo avere ottenuto la diagnosi;
  9. le conseguenze sociali pesanti per il paziente (stigmatizzazione, isolamento nella scuola e nelle attività lavorative, difficoltà di costruirsi una rete di relazioni sociali).

Con tutti i soldi che spendiamo e con tutti gli invalidi che abbiamo, questo ‘bollettino degli orrori’ avrebbe dovuto riguardare, da anni, la Corte dei Conti e l’Ordine dei Medici, oltre che la società civile tutta.

Nulla di tutto questo.
Il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnala:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione,
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Secondo Il Sole 24 ore “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL. 

Altri studi hanno rilevato che:

  1. il 57,9% dei pazienti è costretto a sostenere personalmente le spese della terapia con una spesa annua che va da un minimo di 800 euro a un massimo di 7.000 (studio del 2008 del Tribunale dei diritti del malato);
  2. per molti genitori far fronte ai bisogni assistenziali significa peggiorare la propria condizione lavorativa, se non interromperla (Studio pilota ISFOL13)
  3. tra le famiglie partecipanti allo studio molte versano in condizioni reddituali assai basse e quasi il 20% è stato costretto a ricorrere a prestiti finanziari, per far fronte alla gestione della malattia.

E’, dunque, un eufemismo parlare di Malasanità, quando si ha a che fare con un malato raro, dovremmo parlare di martiri.

Le domande che nascono spontanee dinanzi a questo girone infernale dei ‘rare disease’ italiani sono quelle di repertorio, allorchè si parli di medici e di medicina in Italia:

  1. le università rilasciano medici e specialisti preparati, soprattutto in conto che le malattie rare sono oltre seimila e che spesso riguardano il metabolismo?
  2. cosa fa l’Ordine dei Medici che dovrebbe vigilare almeno sulla deontologia dei medici e dove finisce l’enorme massa di reclami che pur dovranno esser stati presentati?
  3. cosa fanno i Revisori dei Conti delle ASL e delle Regioni, allorchè i bilanci non tengono conto del numero e tipo di malati presenti nel territorio e non sono rivolti a garantire innanzitutto le prestanzioni essenziali o ‘salva vita’?
  4. cosa hanno fatto finora al Ministero della Salute come al MEF se, a 11 anni dall’introduzione della normativa sulle malattie rare, i dati devono fornirceli le associazioni dei malati?

Alle domande ‘di repertorio’ va ad aggiungersene altre due, rivolte alla nostra classe medica:

  1. come può l’Ordine dei Medici non pretendere un repulisti degli incapaci e giustizia per i malati, se 370.000 dei malati rari (il 37% di quelli noti) rinuncia alle cure, per altro dovutegli gratuitamente?
  2. quale è il grado di conoscenza delle malattie rare, delle procedure sanitarie e delle leggi a riguardo, da parte sia dei medici in servizio sia soprattutto di quelli che si sono laureati in questo decennio e sono ‘figli del disastro’?

Inutile chiedersi quanti soldi abbiamo buttato in questi dieci anni ed in quali tasche siano finiti.

Leggi anche ‘Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati

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Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati. Cosa fare?

10 Mag

Quando si parla di sprechi in Italia, la Sanità è sempre al primo posto, addirittura davanti alla Casta, se vogliamo prestar fede ai drammatici dati che sono riportati in commissariamenti, cessioni del credito, (s)vendite di strutture, vertenze sindacali.

Sprechi, ancor maggiori, se, invece di conteggiare ciò che “viene buttato”, si va a considerare quello che “dovrebbe essere ma non è”.

Il dato più impressionante della Malasanità italiana è nella condizione del personale infermieristico e del personale tecnico-scientifico.

Gli infermieri guadagnano 3-4-5 volte in meno dei medici, pur sottoponendosi a lavoro notturno e festivo per incrementare il magro bilancio e non possono svolgere alcuna attività professionale esterna, neanche una puntura ad un vicino di casa. Inoltre,  i regolamenti universitari e le statistiche ci dicono che è praticamente impossibile, per loro, diventare medici o, peggio, specialisti ed, ancor meno, far “carriera interna”.

I tecnici, in particolare i biologi, sono gestiti come “uno strumento”, nonostante le poche (scarse?) conoscenze che le università italiane forniscono ai medici nel campo della chimica e della biologia. Al giorno d’oggi, la “diagnosi” viene emessa (proposta?) dal biologo od dal tecnico radiologo – se non addirittura “dalla macchina” come sembra dai primi prototipi realizzati dal prof Veronesi e le sue equipe – ed al medico consta di determinare la clinica, la terapia, la gestione del malato. Non può essere altrimenti se per ogni sintomo ci prescrivono puntualmente accertamenti biomedici o radiologici senza i quali, altrettanto puntualmente, ci rispondono che “bisogna attendere il responso prima di parlare”.

Medici “ingombranti”, “oligarchici”, ma bravi?

No, non sempre almeno, fosse solo perchè i nostri dottori sono dei dirigenti “amministrativi” – lo dice la legge – e, in quanto tali, combinano un ordalia di irregolarità nel compliare modulistiche, cartelle cliniche, certificazioni e … ordinativi. Non è un caso che nessuno sia in grado di fornire informazioni certe sulla spesa per farmaci e dotazioni sanitarie, come non è un caso che la cessione dei crediti maturati dalle ASL o dai Policlinici sia un settore finanziario “ad alto rischio”.

Fatti, numeri, soldi, non parole.

Se questo è il problema “all’origine”, c’è, poi, l’elemento strutturale a caratterizzare negativamente il bilancio finanziario ed i servizi resi ai cittadini.

Ad esempio, le strutture obsolete, fatiscenti e mal dislocate come un noto ospedale pugliese presso il quale, dopo due giorni di ricovero in urgenza, chiesi di essere dimesso perchè era spaventosamente caldo. Un anno dopo, ovvero pochi mesi fa, quell’ospedale ha entusiasticamente annunciato di essersi dotato della climatizzazione.
Domanda: Quell’ospedale era agibile quando mi recai io? Quanti malati hanno sofferto o visto le proprie condizioni peggiorare stando in camerate a sei posti con temperature sotto i 40 gradi? Quanti ospedali fatiscenti od inadeguati, restano aperti pur essendo potenzialmente dannosi alla salute, grazie a qualche comitato di zona “interessato” ed alla voglia della Politica di non programmare o “governare” assolutamente nulla?

La maggior parte degli ospedali  non offre “ospitalità” per i malati a consulto ed i loro familiari, che son costretti a ricorrere ad alberghi e pensioni non sempre viciniori, se non, peggio, al mercato nero degli affittacamere che qualche “solerte” ospedaliero indica.
Domanda: perchè non garantire diritti, decenza e ricavi? Perchè “tutti” gli ospedali pubblici italiani rinunciano ai “servizi alberghieri”, mentre quelli privati lucrano anche oltre il necessario?

Dopo anni di “vacche grasse”, è diventato molto difficile ottenere la concessione delle invalidità “gravi” e delle inidoneità al lavoro, come anche gli scivoli pensionistici e dei part time o del telelavoro. Così accade che negli ultimi tre anni (ndr. giusto per ragionare su un tempo “lungo”) decine e decine di migliaia di lavoratori italiani, malati rari o cronici, hanno dovuto usufruire di permessi per L. 104 sul lavoro, si sono assentati con una certa frequenza, sono ricorsi a costose o costosissime cure e terapie più frequentemente, hanno fornito una produttività limitata. In tutto ciò, nonostante il 5xmille, hanno coinvolto intensamente i propri familiari, dato che quasi non esistono organizzazioni per il supporto o l’accompagno.
Domanda: quanto sarebbero costati in meno in termini di spese di personale questi lavoratori se fossero stati prepensionati o collocati in part time/telelavoro? E quanto sarebbero costati in meno, se, avendo qualche tutela e minore stress, fossero ricorsi in misura minore a cure e terapie? Quanta parte del 5xmille si “trasforma” in servizi effetti per i malati e quanta minor spesa dovrebbe ricadere sugli Enti Locali per sussidi e supporto? Perchè le stesse patologie e gli stessi sintomi vengono considerati molto, molto diversamente dalle diverse commissioni mediche e dalle differenti regioni?

Chiunque (parente o malato) si sia cimentato con la gestione di malattie croniche o complesse sa che i medici ospedalieri, specialmente se universitari, raramente consultano altri colleghi e raramente accedono alle documentazioni scientifiche in inglese (cioè tutte). Ogni specialista cura la propria specialità e bisogna essere fortunati a non avere sintomi sovrapponibili o concomitanti, caso mai si fosse malati di più di una patologia. In tutto ciò, se parliamo di malattie rare (ndr. rare per modo di dire visto che sono croniche e che sono almeno 4 milioni i malati affetti), la libertà di scelta è inficiata dato che spesso i farmaci sono erogati in pochi ospedali ed i malati sono costretti a percorrere anche centinaia di chilometri sia per le cure ordinarie sia per le urgenze, inclusi i trattamenti “salvavita”.
Domanda: con tutti i soldi che spendiamo per network e congressi medici, per quale motivo accade questo? Chi è il folle legislatore che ha imposto i Centri Regionali per le Malattie Rare, attivi secondo discrezionalità delle Regioni (ndr. ergo molte non li hanno istituiti), dove devono recarsi malati che hanno necessità terapeutiche e di monitoraggio diagnostico anche molto frequenti? Perchè qualunque medico fa sempre ripetere tutti gli esami presso un “laboratorio di fiducia”? Perchè l’uso di molti farmaci salvavita è consentito solo presso gli ospedali pubblici, obbligando milioni di malati a non potersi recare presso strutture convenzionate (o private) per un qualsiasi intervento chirurgico?

Che dire, poi, dei medici di base, a volte demoni poco competenti e distratti, a volte angeli acuti ed obiettivi resi impotenti dalla burocrazia, ma tutti accomunati dalle lunghe attese a studio e dall’indisponibilità fuori dall’orario di apertura.
Domanda: Cosa si fa se siamo un paese di vecchi privo di centri per anziani e di assistenza domiciliare adeguati (ndr. non il fai da te dei “comitati di zona” o delle parrocchie) e poi accade che i “vecchietti” assediano con pretesti ridicoli lo studio del medico di base? E’ mai possibile che un lavoratore che sta male si debba recare a studio ed attendere ore per ottenere un certificato “regolare” per il lavoro e … poco più, visto che senza le indicazioni di uno specialista i medici di base possono prescrivere solo le aspirine ed il buscopan?

Dulcis in fundo, gli accertamenti biomedici e il sistema di prenotazioni degli URP ospedalieri e delle ASL, che vengono svolti con mesi di ritardo rispetto all’evento patologico e, soprattutto, non vengono svolti in modo coordinato se non “simultaneo”, con il risultato che diventa un bel puzzle riconoscere una malattia “seria”, se gli esami del sangue standard sono di febbraio, il sintomo è di gennaio, il test allergologico è di giugno, quello ormonale o enzimatico di aprile eccetera. Per non parlare dei cardiopatici ed i diabetici, che dovrebbero essere riconosciuti con “facilità” e che non di rado vengono “salvati per i capelli”, visto che in Italia, il rapporto medico-paziente, evidentemente, non prevede “l’alto là” per bevitori, fumatori, pigri e mangioni … basti vedere quanti uomini over50 sono consapevoli e monitorati per il rischio coronarico.
Domanda: ma il gioco d’azzardo non era vietato?

Un vero disastro, oltre che una sanguinolenta e purulenta cambiale da pagare, che qualunque Ordine dei Medici non esiterebbe a risanare, ma non, a quanto sembra, nel paese del Dottor Balanzone, dei Dottori del buon Pinocchio e … dei miracoli.

Una vergona epocale che si sostanzia su un unico dato: quasi la metà degli italiani non ha un diploma e dei restanti solo un risicatissimo 15-20% ha una sufficiente cultura scientifica. Come pensare che costoro non siano del tutto in balia di questa Sanità impazzita e che non siano ampiamente disposti a credere nei “santi”, nella “fatalità” e nei “miracoli”, come tante fanzine ospedaliere citano di frequente ancor oggi?

Di sicuro, non è semplicemente ope legis od appellandosi alle “best practices” che si potrà risanare questo serraglio, che ci uccide e ci salassa. E non prendiamocela con le farmaceutiche, i cui bilanci periodicamente sussultano a causa di crediti per forniture andate disperse, nel caos di cui sopra, o di pagamenti degni di aggettivazione biblica.

Cosa fare, allora, se vogliamo evitare che al “risanamento italiano” sfugga proprio la Sanità, protagonista “storica” dell’emorragia finanziaria del denaro pubblico, visto che, prima della “deregulation” e del “decentramento” degli Anni ’90, i bilanci ospedialieri venivano bloccati di anno in anno per irregolatità diffuse riscontrate dagli allora “famosi” CoReCo, con tanto di massivi arresti e processi?

Poche cose, ma molto radicali.

  1. Rimappare la distribuzione dei siti ospedalieri in funzione della densità demografica, specialmente nelle grandi città che vedono le periferie del tutto sguarnite. Capisco che i “salotti buoni” vivano tutti nei centri storici e che potrebbero sentirsi “defraudati”, ma i fatti dicono che nel centro di Roma ci sono decine di ospedali, mentre nella fascia del GRA (dove vivono circa 3 milioni di romani) ce ne saranno 3-4.
  2. Aggiornare i servizi di pronto soccorso, DH per terapie “ambulatoriali” e guardia medica incrementandone la presenza sul territorio. Altrove i pronti soccorsi e la clinica per le urgenze sono gestiti a parte, rispetto al sistema ospedaliero, spesso da un apposito “servizo emergenze” che include anche i pompieri e la “riserva” (in caso di calamità o inquinamento grave). La vita delle persone non ha chilometri da percorrere in eccesso.
  3. Prevedere per i medici di base l’apertura dello studio per cinque ore quotidiane e la reperibilità nelle ore diurne, la gestione dell’attesa (ndr. certe ASL non contemplano le urgenze) a studio e la gestione del percorso di accertamento biodiagnostico e della clinica per le patologie croniche
  4. Attribuire all’Istituto Superiore di Sanità le competenze di legge in materia di regolamenti e classificazioni delle malattie e delle condizioni invalidanti
  5. Prevedere, per l’accesso alla dirigenza medica, lo stesso tipo di prove richieste per gli altri dirigenti riguardo il diritto, le procedure, la governance, il management, la gestione dei lavoratori ed il customer care
  6. Incrementare gli studi di medicina generale, di biologia e di farmacologia, di management nelle facoltà di medicina. Facilitare l’accesso alla professione medica per infermieri e biologi che operano all’interno di strutture ospedaliere
  7. Obbligare che i finanziamenti 5xmille siano destinati almeno per il 50% a servizi per i malati e le loro famiglie. Ma soprattutto verificare (sono anni che dovrebbe esser fatto) che il 5xmille non vada utilizzato per servizi istituzionali da parte degli ospedali, che sarebbero quelli costituzionalmente garantiti, o peggio ancora per scopi privati (ndr pagare i rimborsi degli associati …)
  8. Diritti per lo Stato su quei farmaci o quelle tecniche, che vengano sviluppati grazie al 5xmille od a donazioni comportanti sgravio fiscale, e che, viceversa, ci vengono rivenduti a caro prezzo
  9. Istituire Centri nazionali di coordinamento per la Malattie Rare (anche in joint venture tra diversi ospedali) e trasferimento di tutte le gestioni per questi malati (che spesso sono soggetti a problematiche continue od imprevedibili e serie) negli ospedali generali e nei presidi ambulatoriali delle ASL
  10. Introdurre un maggiore coordinamento per la biodiagnostica, introducendo sanzioni per i medici e gli ospedali che non operano in network o che lo fanno con modalità poco efficienti. Eliminare tutte le sale d’attesa che abbiano una capienza maggiore di 4-5 persone, come nel resto d’Europa: gli appuntamenti e le tempistiche vanno rispettati, le astanterie appartengono ad un poco scientifico e incivile passato. Tra l’altro, lo spazio ha un costo ed una utilità ed utilizzarlo per ammassare persone a causa della propria disorganizzazione è uno spreco talmente vistoso che riusciamo a non vederlo.

Richieste impossibili, vero?

Ma allora, se garantire un Servizio Sanitario Nazionale “normale” è impossibile, perchè non interviene la Magistratura, sia come Corte dei Conti sia come Presidenza della Repubblica?

Quanti cadaveri e quanti sprechi dovremo ancora subire per la ‘pazza’ governance sanitaria (il cosiddetto “buco nero”) e per l’intoccabilità dei medici – le statistiche professionali dimostrano” che, da noi, sono infallibili – visto che gli ospedalieri ed i sanitari sono stati, finora, degli ottimi collettori di voti per l’imperante cleptocrazia italiana?

E, soprattutto, perchè il Vaticano – notevolmente ed eticamente involved nella sanità e nella farmaceutica – tollera tutto questo, dimenticando che “di buone intenzioni è lastricata la strada per l’Inferno”?

N.B. Le immagini sono tratte da inquadrature del clip originale  “Natural Blues” di Moby, la canzone che fu utilizzata dalla RAI durante gli europei di Calcio di Euro 2000 come sigla iniziale dei programmi sportivi.
Bene, giusto per “visualizzare” quanta disattenzione vi sia in Italia verso la salute e la dignità della persona, guardatelo e, per piacere, chiedetevi come sia stato possibile per la RAI, televisione di stato, abbinare “questa canzone” ad una manifestazione sportiva dedicata a fiorenti e salubri atleti.


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