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Trattativa Lavoro spiegata con semplicità

13 Mar

A quanto pare, il ministro Fornero avrebbe precisato che i soldi per gli ammortizzatori, due miliardi, “potrebbero essere dai risparmi sulle pensioni, o meglio che “non saranno presi dal fondo sociale”.

Risparmi sulle pensioni? Ma non erano indispensabili ed inderogabili per salvare l’Eurozona?

Ed infatti, Elsa Fornero avrebbe precisato che “non sono in grado di dirvi dove saranno trovate le risorse, il governo è impegnato a ricercarle, ma non saranno sottratte “ai capitoli del welfare: il governo si impegna a trovare le risorse al di fuori dei capitoli di spesa sociale”.

Ammortizzatori sociali che non vertono sulla spesa sociale e sul welfare? Ed a cosa andrebbe destinato, allora, il Fondo Sociale Europeo se non, innanzitutto, ai disoccupati ed ai poveri?

“Indennità di disoccupazione a 1.119 euro”, questo l’ultimo annuncio attribuito al ministro del Welfare, che avrebbe anche promesso che “la cassa integrazione straordinaria resterà e non scompare. Sarà eliminata solo la causale per cessazione attività.” (La Repubblica)

Tutto ed il contrario di tutto, con l’aggiunta dell’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ed il proseguimento dell’esclusione dai sussidi di giovani e casalinghe.

Non è un caso che si parli “passo indietro” (Camusso) , “ecatombe sociale” (Bonanni), “il ministro non abbia fretta” (Marcegaglia), l’articolo 18 è “una norma antidiscriminazione” (Bersani).

E, mentre LA7 con il suo TG “tira la volata al ministro”, annunciando un’accelerazione che esiste solo nelle intenzioni di Elsa Fornero, accade che solo il Corriere della Sera (link) dia una spiegazione abbastanza chiara di quante e di quali riforme si stia parlando.

Riordino dei contratti: meno tipologie, incremento d’aliquota per i contratti a termine (+1,4%), stabilizzazione dell’apprendistato ( se entro il 25 aprile le Regioni  vareranno le leggi di loro competenza).

Ammortizzatori sociali su due livelli: cassa integrazione ordinaria pagata dalle aziende e dai lavoratori secondo gli schemi attuali, assegno di disoccupazione solo per chiusure o ristrutturazioni aziendali, condizionato da verifiche come in Gran Bretagna.

Assicurazione sociale: consiste nella creazione di un istituto (simile all’ Inail) per la disoccupazione universale per tutti i lavoratori dipendenti privati e ai lavoratori pubblici con contratto a tempo determinato a partire dal 2015.  L’importo massimo del sussidio sarà circa di 1.119 euro mensili iniziali per un massimo di 18 mesi.

Licenziamenti: Elsa Fornero, dopo l’innalzamento dell’età pensionabile, chiede che i lavoratori rinuncino all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per tutti i licenziamenti non discriminatori. In tutti gli altri casi, il governo offfre un indennizzo economico non superiore a 18 mesi di retribuzione, ovvero meno di 20.000 Euro se parliamo di un lavoratore non specializzato, La Cisl propone, invece, di escludere dall’articolo 18 solo i licenziamenti per motivi economici (come per i licenziamenti collettivi). La CGIL di Camusso (c’è anche quella di Landini ormai) si oppone all’abrogazione, ma è favorevole alla semplificazione dei giudizi ed all’introduzione e rafforzamento dell’istituto dell’arbitrato.

Ovviamente, nessuno sa quanto costerà tutto questo, visto che la disoccupazione è in aumento e che le riforme potrebbero far emergerne molta altra, tra contratti a termine e lavoro nero.

Preso atto che Bersani si appella all’ONU od alla Croce Rossa, con il suo “una norma antidiscriminazione”, mentre arriva Gasparri alla carica ricordandoci arcani debiti ed astrusi impegni europei, non possiamo non notare che Mario Monti insiste con Alfano per “parlare di RAI” …  e, visto che la “vicenda lavoro” è  – più o meno come avete letto – “semplice semplice”, ditemi voi se non sarebbe primo dovere della televisione pubblica informarci sulle diverse proposte e sul significato dei diversi interventi.

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Un PD senza uscita

8 Mar

Il Partito Democratico da molto tempo mostra di non essersi emancipato dal proprio passato “primo repubblicano”, anzi, di averne fatto la propria quintessenza.

Non è un mistero per nessuno la pregressa militanza democristiana, socialista, comunista che annovera la maggior parte dei suoi quadri politici in Parlamento, nelle Regioni, nelle Provincie e nei grandi Comuni.

Un partito nato vecchio, che, finora, ha potuto andare al governo – nazionale ma lo stesso vale per quelli locali – per ben due volte solo grazie all’alleanza, se non all’abbinamento, con l’estrema sinistra, che in Italia è sia rigidamente poststalinista sia libertariamente postmoderna.
Un intellighentzia partitica che – basta andare ad un convegno per saperlo – è convinta d risolvere “tutto” con tecnologie e servizi, che hanno un costo e non generano un granchè di PIL.
Una base elettorale molto “retrò”, che “ragiona con la pancia”, come per 20 anni di antiberlusconismo fine a se stesso o come per “l’opposizione dei comici RAI”, da Guzzanti e Crozza, oppure come per la “mano libera” di cui gode qualunque manifestante sventoli una bandiera rossa.

Di questo passo, il futuro è già scritto ed, a quanto pare, il più realistico sembra essere Walter Veltroni che agogna un’ammucchiata (tradotta Grosse Koalition in tedesco) con i “centristi in sella”.

Molto lontano dalla realtà delle cose, viceversa, appare Pierluigi Bersani, che da un lato s’affida ad un Patto di Vasto, che cancella i suoi candidati alle Primarie ed inficia future alleanze “centriste”, dall’altra scalpita a sostegno di Monti e del salvataggio delle lobby finanziarie del Centroitalia.

Il risutato è, tra l’altro, l’inoperatività del governo Monti, impedito a riformare, ovvero liberalizzare, il sistema contributivo, assicurativo e cooperativo, che rappresentano alcuni dei principali ed “eterni” fattori di “stallo” dell’economia italiana, assieme alla superfetazione delle autonomi locali ed alla lentezza ed imprevedibilità della giustizia.

Allo stesso modo, non stiamo rilanciando il sistema di trasporto su rotaia e quello aereoportuale, riducendo progressivamente quello su gomma, mentre la benzina vola verso i 2 euro al litro, vuoi per la “priorità metalmeccanica” (leggi occupazione industriale al nord), vuoi per gli enormi interessi del Gruppo Marcegaglia (leggi guardrail), vuoi per mantenere la “centralità logistica” bolognese.
Per non parlare della patrimoniale, necessaria per fare cassa e, soprattutto, immettere sul mercato meno titoli e ad interessi più bassi, ovvero rassicurando l’Eurozona e rafforzando il sistema-Italia, ma anche “non impellente”, mentre Unicredit, in cui confluì Unipol, andava a salvarsi acquistando titoli con rendite elevate.

Un Partito Democratico abbinato a troppi processi ed inchieste, partendo dallo scandalo rifiuti che coinvolse Bassolino, al caso Lusi, che coinvolge anche il PD, od al caso Penati, tutto da giudicare, fino ai troppi indagati per mafia o corruzione al Sud o, peggio, al “disastro agroalimentare” italiano, che vede trusts al centronord e mafia, desviluppo e sfruttamento al sud.
Per non parlare, più in generale, del sistema consortile o dello spoil system o delle esternalizzazioni, come denuncia indirettamente anche Saviano, chiedendo una legge anticorruzione anche “tra privati”.

Cosa fare?

Dividere le strade di chi s’abbarbica al vecchio e chi ricerca il nuovo sembra essere una scelta inevitabile, anche se dovesse provocare un’implosione: la sommatoria dei voti raccolti dalle varie componenti derivanti (partiti tra loro alleati e non) sarebbe comunque maggiore di quanti raccoglierebbe il partito oggi e, peggio, tra un anno, andando di questo passo.
Una scelta che, prevedibilmente, andrebbe a scompaginare anche la saldezza del PdL, specie se parliamo di giunte locali, e permetterebbe di evitare l’abbraccio “fatale” con SEL o spezzoni dell’IDV (che non sembra essere in grande armonia interna).

Una scelta che potrebbe comportare buoni risultati, forse sul medio periodo, se il PD “finalmente” si decidesse ad aprire le proprie liste a molti, tanti, troppi potenziali candidati e “seconde file” che la “società civile”, le imprese e le professioni hanno già apprezzato per il saper fare governance e welfare.
Un “popolo” di sinistra o comunque affine, fatto di persone con elevate professionalità e ligie a leggi e regolamenti, che, però, “esistono” solo per il giorno delle elezioni.

Probabilmente, il problema non è (mai) stato il “dover dire qualcosa di sinistra”, bensì il “dover dire” sia qualcosa di rapidamente realizzabile, ovvero “non troppo ambizioso”, sia qualcos’altro (leggasi “riforme”) che abbia lungimiranza ed una chiara visione dello Stato che si va ad innovare.

Ad ogni modo, con Monti al governo, il PD sta vedendo crollare il proprio consenso e, per una parte dell’elettorato, la cosa potrebbe essere irreversibile, visto cosa è passato per le pensioni od il montante dissenso del comparto “università e scuola”.

Altrettanto sicuramente, nessun Partito Demcoratico – nè presente nè futuro – può permettersi il rischio di andare al voto tra un anno, per “giocarsi” in pochi mesi politiche, amministrative, europee e presidenziali: non sono tempi di “big slam”, di “asso pigliatutto”, come profetizzavano “certi” sondaggisti pochi mesi  or sono.

E, magari, si potrebbe incominciare accantonando la “bozza Violante” e puntare su una legge elettorale “più lungimirante”, ovvero che consenta di individuare un partito “di governo” ed una maggioranza che aderisca sul programma, con il premier indicato dal Presidente della Repubblica, qualche percentuale di sbarramento ed un paio di commi “anti inciucio”.

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Monti verso il capolinea?

8 Mar

Tra le diverse cose che questo blog afferma fin dai primi giorni di governo di Mario Monti c’è anche quella che, passata la buriana dei titoli di Stato e “sistemata” Unicredit, sarebbe venuto meno il “collante” che tiene insieme l’ammucchiata PdL-PD-UDC-FLi.

Ed, infatti, nel giro di pochi giorni, come entrati nel mese di marzo, accade che il PdL rifiuti di inserire nel “programma di governo” RAI e giustizia, mentre 46 sui senatori – praticamente un terzo con Nitto Palma come primo firmatario, insieme a Bruno Alicata e Luigi Compagna – chiedono formalmente la revoca dell’incarico al ministro della cooperazione Ricciardi, per una frase fortemente offensiva verso i politici “di mestiere”.

Intanto,  il Partito Democratico, dopo il disastro delle primarie di Genova, conferma la propria recessività a Palermo, dove “la sinistra” sceglie il candidato Fabrizio Ferrandelli, un ex del Partito Umanista molto sostenuto dall’emergente Partito del Sud (link)

Ciliegina sulla torta, tutti i sondaggi ci confermano che un Mario Monti a capo di una Grosse Koalition (si traduce letteralmente “ammucchiata”) incontrerebbe, nonostante il supporto di tutti i “grandi” partiti, una forte resistenza popolare, forse ben oltre il 50% dei consensi.

Come anche, molti ministri dell’attuale governo – a partire da Corrado Passera che annunciava poche settimane fa “un decreto la mese” – si stanno rendendo conto che il loro è un “governo tecnico” e che già è un miracolo che nessuno stia ancora raccogliendo le firme referendarie per abrogare l’allungamento dell’età pensionabile preteso da Elsa Fornero.

Per non parlare dei nomi eccellenti ed eccellentissimi che gli scandali Penati, Finmeccanica, Lusi e Boni porteranno in luce a breve, si spera prima di andare a votare. O, pejus, dell’elettorato leghista che, sull’onda degli scandali, potrebbe imboccare qualunque deriva alla stessa stregua di quanto avviene in Val di Susa.

Una situazione, dunque, dove l’unica variabile è il giorno in cui tanti illustri personaggi vorranno “ritirarsi in buon ordine” sia per limiti geriatrici sia, soprattutto, per i limiti strutturali del paese che “non ce la fa più” e che ha bisogno di chiudere una volta e per tutte l’esperienza della Prima Repubblica, ancora ben rappresentata e dominante come dimostra l’aggregato politico (DC-PSI-PCI-AN) che sostiene Mario Monti.

All’Italia serviva un governo tecnico che avesse l’umiltà di traghettare e che non pretendesse l’esautorazione della Politica. Questo non è accaduto e difficilmente Mario Monti riuscirà ad andare oltre l’aver evitato una patrimoniale grazie al massacro delle pensioni, indecorosamente avallato dai leader sindacali, la “persecuzione dei tassisti” o l’acquisto di tot cacciabombardieri F-35 e qualche prebenda per i “settori amici”. Basti vedere in che stato di follia sono i conti del MIUR, se da diversi giorni si promettono 10.000 assunzioni e poi si va ritrattare.

Giorni fa, scrivevo che è di nuovo “l’ora del Presidente”, Giorgio Napolitano: questo governo non sta dimostrando nè una caratura politica adeguata alla situazione corrente nè un’assenza di conflitti di interessi che gli permetta di “avere le mani libere” nè un Parlamento che possa dire di essere rappresentativo dell’elettorato, visto che da anni ed anni è sostanzialmente chiamato va votare “si o no”.

Un governo che “non ha bisogno di chiedersi” che idea si sta facendo della situazione quel  20% di elettori, che sente elogi sperticati al governo, ma continua a non arrivare a fine mese: un politico, anche di infimo livello, un problema così lo terrebbe bene in chiaro, vuoi per opportunismo vuoi per senso di umanità vuoi perchè è la sua mission.

Sarebbe il caso che Mario Monti ed i suoi ministri iniziassero a prendere atto – fosse solo per “deontologia magistrale” e per amore del numero e della oggettività scientifica – che da novembre ad oggi son passati 4 mesi … e l’acqua è davvero poca.

Facciamo presto, signor Presidente, che l’ultima iattura che ci meritiamo, noi italiani, è di andare a votare in autunno, con milioni di disoccupati, il Sud rovente, le valli alpine stradeluse e due riforme due, tanto “british” ma sostanzialmente di facciata se non “pro domo di qualcuno”.

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Ex-Margherita, un altro scandalo nel PD

31 Gen

L’ex tesoriere della Margherita ed ex Direttore Generale degli Scout (AGESCI), Luigi Lusi, è indagato dalla Procura di Roma per una presunta appropriazione di somme relative a rimborsi elettorali.
Il senatore del Partito Democratico avrebbe ammesso di aver sottratto al bilancio 13 milioni di euro: si sarebbe impossessato del denaro attraverso decine di bonifici destinati a se stesso e ad una società a lui riconducibile, investendoli in Canada ed acquistando una casa a Roma ed una villa a Genzano (Roma).

Una Margherita, oggi parte di quel Partito Democratico che aveva contribuito a fondare. Un’altra Margherita, oggi Alleanza per l’Italia, che si vede sottrarre almeno 13 milioni di Euro proprio mentre le distanze dagli ex-PCI e gli ex-DC andavano ad acuirsi.

Non stupisce che un inferocito Francesco Rutelli, costituitosi come parte offesa anche a nome del partito, abbia dichiarato: «Il potere amministrativo era interamente nelle mani di Luigi Lusi. La Margherita intende recuperare tutto il maltolto».

Come nessuno si meraviglia di un poco incisivo, meno del già scarso solito, Pierluigi Bersani: «Noi non sappiamo nulla di questa vicenda e aspettiamo di avere chiarezza, se verranno accertate responsabilità individuali».

E come non potrebbe, se un galantuomo come Arturo Parisi va a precisare che «Quando a maggio 2011 si riunì l’assemblea della Margherita per approvare il bilancio mi accorsi di alcuni voci opache. Somme consistenti in uscita. Chiesi una sospensione ma venne rifiutata. Si decise allora di istituire una commissione di verifica. Si riunì una sola volta, ma andò deserta».

Maggio 2011, voci opache, somme consistenti in uscita, una sospensione rifiutata, una commissione di verifica deserta … non c’era solo Luzi a chiudere i conti della Margherita.

E c’è ancora chi riesce ancora a fermarsi alle “responsabilità individuali” …

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