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Calciomercato Napoli: le cautele di De Laurentis

14 Lug

Si era partiti con Mascherano, ma – in Trentino, il 17 di luglio per il ritiro – potrebbe esserci una sola novità, quella di Miguel “Michu” Pérez Cuesta , trequartista spagnolo classe 1986, ‘sostituto’ di Pandev, Higuain (e Hamsik), in arrivo dallo Swansea City con 52 presenze e 20 goal.

Attesa anche per Kalidou Koulibaly, talentuoso difensore francese, coetaneo di Ghoulam e neocampione di Belgio.

Altra ‘novità’ è il cileno Edu Vargas, di rientro dal Valencia e dal Mondiale dove ha dimostrato sia le buone doti sia il persistere di prestazioni a corrente alternata. E’ un problema di ‘testa’ che dura da tre anni, ma Benitez vuole valutarlo a fondo.
C’è da dare un’alternativa a Callejon sull’ala destra e la richiesta di De Laurentis per il cileno è elevata.
Mentre SSC Napoli chiede 10 milioni di euro, Transfermarkt – noto sito di settore – ne indica soli sei, nonostante il Mundial, per via del suo stipendio da quattro milioni lordi ed un contratto che terminerà nel 2016.

Per il resto, nulla di nuovo, se che a Dimaro, in Trentino, arrivasse anche Lucas Pezzini Leiva, mediano in forza al Liverpool e pupillo di Benitez, con un cartellino da 17 milioni e uno stipendio da otto milioni lordi, se riportato da sterline in euro, oppure il giovane Kramer, neocampione del Mondo o qualcun altro chissà, dato che sarebbe un gran peccato dar via Behrami – senza un sostituto valido – solo perchè non vuole rispettare le consegne di Benitez.
E della difesa da rinforzare assolutamentenon se ne parla più.

Il motivo è tutto nelle esitazioni di Aurelio De Laurentis – astuto imprenditore internazionale – che vede ostacoli all’orizzonte e si prepara a parare i colpi, piuttosto che a darli.

A partire dal terzo posto e dai preliminari di Champions, dove i sorteggi potrebbero estrarre alcune squadre ‘difficili’ per un Napoli rimaneggiato e in avvio di preparazione:

  • FC Zenit (RUS)    73.899
  • SSC Napoli (ITA)    61.387
  • FC Salzburg (AUT)    46.185
  • LOSC Lille (FRA)    45.300
  • FC København (DEN)    45.260
  • FC Steaua Bucureşti (ROU)    39.451
  • APOEL FC (CYP)    39.150
  • R. Standard de Liège (BEL)    38.260
  • Beşiktaş JK (TUR)    32.840
  • Celtic FC (SCO)    36.813
  • FC BATE Borisov (BLR)    33.725
  • FC Dnipro Dnipropetrovsk (UKR)*    32.193
  • Panathinaikos FC (GRE)*    30.220
  • Feyenoord (NED)    13.362

Tutto chiaro, a partire dal ‘rischio Zenit’, o no? Aurelio non scioglierà le sue riserve se non dopo un preliminare d’andata con uno scarto reti significativo.

 

C’è, poi, la questione ‘appetibilità’ dell’Italia e di Napoli, nello specifico.
E nello Stivale, come vediamo per Milan e Inter, le cose vanno davvero male, salvo che a Torino e per l’appunto Napoli, dove delle dirigenze accorte hanno – finora – salvato il business più bello del mondo per la gioia dei tifosi.

Ma, a Napoli, è venuta a mancare la Politica e la sua enorme appetibilità – per vip e ordinari turisti – è quasi azzerata dall’incapacità delle forze legali con il sindaco in testa (e illegali come il crimine organizzato) di garantire la sicurezza e la tranquillità almeno in parte della città, che potrebbe facilmente attrarre top player (e turisti) amanti del mare, della cultura e delle bellezze di Partenope.


Neanche un appello ripetuto con ostinazione settimanale: lasciate in pace almeno le zone dove stiamo cercando di creare una ‘industria’ culturale e turistica.

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Stadio San Paolo, una storia di Comune indecenza

13 Lug

Anche quest’anno la squadra di calcio SSC Napoli si è qualificata per le coppe europee, vedremo se Champions o Europa Cup, e come al solito il Comune di Napoli si fa trovare impreparato e sta montando la questione ‘stadio San Paolo’.
Una criticità  che non dovrebbe esistere, essendo stadio a ridosso di un’area dalle potenzialità turistiche enormi, quella Flegrea che va da Bagnoli a Miseno, Ischia e Procida incluse, e che proprio l’anno scorso ha visto lo sgombero della base NATO, che lascia ettari su ettari praticamente intatti alla città.

Stadio San Paolo e dintorni

Un’area nella quale non si riesce a bonificare l’ex Cementir – nonostante condanne ventennali – e dove De Magistris – quasi all’insediamento – ha autorizzato ricerche per la produzione di energia geotermica, in piena area sismica e bradisismica, praticamente a mezzo chilometro dalle case.
Per non parlare della strana idea di ‘restituire ai cittadini’ l’ex complesso Nato, ovvero da sostenere con tasse e tributi, in una città nota per l’arte dell’arrangiarsi dei suoi poveri.

E’ possibile che Aurelio De Laurentis abbia inseguito un sogno californiano per i Campi Flegrei e lo stadio della SSC Napoli, che avrebbe portato decine e decine di posti di lavoro e miliardi di investimenti: il PIL di Las Vegas rasenta di 100 milioni di dollari e il ‘pro capite’ equivale a quello di Zurigo.

Il 20 maggio scorso, il sindaco di Napoli dichiarava che “per lo stadio siamo ad un punto decisivo e al tavolo di discussione, insieme alla società Calcio Napoli, abbiamo invitato anche il Coni, Il progetto esecutivo lo dovrà presentare il Calcio Napoli entro il 31 dicembre 2014. Noi abbiamo chiesto che lo stadio sia vissuto 24 ore su 24, riqualificando anche il resto di Fuorigrotta. Il Calcio Napoli deve metterci i soldi. Noi non metteremo soldi, visto che non ne abbiamo.”

Ma per sistemare lo stadio San Paolo – al momento non agibile per la Champions – ci vogliono tanti soldi.

San_Paolo_-_Curva_A
L’anello inferiore fu deciso in corso di progetto ed è sotto il livello stradale come il campo (da cui i mille problemi del prato erboso) il terzo anello è inagibile a causa di improvvidi lavori per Euro ’90 (che l’appesantì con circa 8,5 milioni di chili di metallo e un costo  di 140 miliardi finali, triplo rispetto al previsto) e andrebbe smontato, insieme alla copertura che sorregge, prima di piazzare il display elettronico e per riportare  la capienza ad oltre 70.000 spettatori.
Inoltre, gli onerosi costi di gestione dell’impianto, che ha ormai superato il mezzo secolo di vita, hanno dato luogo a un progressivo decadimento della struttura a causa dell’ostinazione del Comune di Napoli – notoriamente povero di risorse – nel voler gestirlo in forma diretta ed esclusiva, un po’ come fosse un’ex municipalizzata.
In poche parole, occorrerebbero diversi milioni di euro solo per eliminare le “avveniristiche” strutture di Euro ’90, che tanti danni fece.

 

Per tutta l’organizzazione d Euro ’90 furono spesi 6.868 miliardi di lire, il doppio del previsto, e i danni collaterali includono anche stazioni e terminali di aeroporti semi-abbandonati, alberghi mai completati.
Riguardo gli stadi ricordiamo che gli unici due impianti costruiti ex-novo furono il “Delle Alpi” di Torino, poi demolito, e il “San Nicola” di Bari, sovradimensionato, in posizione isolata e pregiudicato dalla pista d’atletica, che era il presupposto fondamentale per accadere ai finanziamenti del CONI.
Ed, oltre al San Paolo di Napoli, anche per il Sant’Elia di Cagliari i danni di Euro ’90 alle strutture preesistenti furono notevoli: dopo soli dieci anni, rischiava il crollo.

E proprio a Cagliari accadde che il Presidente Cellino si facesse carico degli interventi provvisori (poi divenuti definitivi) che permisero alla squadra di giocare in casa per sette anni, in cambio dell’uso gratuito della parte di Sant’Elia agibile. A seguire, la Commissione di Vigilanza e il sindaco di Cagliari Zedda pretesero comunque il pagamento, il Cagliari finì per giocare a Trieste e, oggi, Cellino ha lasciato la Sardegna ed è proprietario della squadra calcistica inglese Leeds United.
Concessione gratuita in cambio di ingenti lavori? Nulla da fare.

Così succede che il rafforzamento della squadra (e della società calcistica, che rappresenta uno dei primi fatturati della città) sia frenato dall’atteggiamento del Comune di Napoli, rispetto ad uno stadio che richiederebbe forse 20 milioni per essere messo a norma e almeno il doppio per diventare lucrativo, se Inter e Milan prevedono 60 milioni per il restyling di San Siro del 2016, da ‘appoggiare’ ai tanti interventi di Expo 2015.
Comune e Sindaco in testa che farebbero bene a ricordare – specialmente mentre commemorano Ciro Esposito e la sua eroica madre – che la SSC Napoli è l’unica gioia e l’unica bandiera di una città diseredata.
Specialmente se la soluzione per lo stadio San Paolo fosse da tempo chiara e semplice.

Concessione 99ennale dello stadio e di alcune aree comunali dell’area flegrea, con diritti per il Comune sui ricavi e sulle vendite dei biglietti, oltre che su alcuni spazi riservati, e deroghe al Piano Regolatore su progetti appositi.

Aurelio De Laurentis sa far bene due cose: vendere sogni, se il padre Dino vinse l’Oscar come produttore per oltre 500 film holliwoodiani in carriera, e cavar sangue dalle rape, basta vedere i cinepanettoni che rifila in mezzo mondo.
Facciamogli fare il suo mestiere.

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Bagnoli (Napoli), ricchezza buttata al vento

26 Nov

Napoli – partendo dallo Stadio San Paolo ed arrivando fino al Lago Fusaro, passando per Bagnoli, Pozzuoli, Baia, Bacoli e Cuma, estendendosi fino a Monte di Procida e Procida – ha ancora un territorio relativamente ‘intatto’ e di una bellezza spettacolare, chiamato Campi Flegrei.

Un territorio che aveva posto dei limiti al proprio sviluppo sia grazie alla prima legge paesaggistica d’Italia sia a causa della presenza di due ‘ingombranti’ fabbriche  (Italsider e Eternit) e del ‘campus scolastico’ del fu Banco di Napoli, destinato a base militare NATO.

Campi Flegrei per siti di interesse

Un’area servita da tre linee di metropolitana, con un porto per traghetti come quello di Pozzuoli e due o tre porticcioli turistici (in prospettiva) a Bagnoli, Baia, Procida e fino ad Ischia, un vulcano visitabile come La Solfatara, uno stadio, un ippodromo e un palasport, spiagge, scogliere e ritrovi a go go., un’enclave di musicisti, artisti ed acculturati, che da sempre vive lì, in quella che negli Anni ’70 era la West Coast italiana.

Campi Flegrei Mappa5-800

Aggiungiamo un tot di laghi vulcanici dall’alone misterioso e tanti tanti reperti greci e romani, tra cui il mitico Antro della Sibilla Cumana e la misteriosa Grotta di Seiano od il Tempio semisommerso di Serapide e tant’altro ancora.

casina vanvitelliana fusaro

Più sedi universitarie, centri di ricerca, un ospedale generale e tante cliniche, l’area storica di Bagnoli con la sua archeologia industriale e le sue palazzine d’inizio Novecento, il Rione Terra di Pozzuoli, evacuato e mai recuperato, che affaccia direttamente sulla baia ed il porto.

Un territorio che nei decenni si è dimostrato meno afflitto degli altri da fenomeni criminali e che, in termini di ‘rifiuti nocivi’, ha ‘solo’ il problema dell’amianto dell’Eternit, per il quale c’è una sentenza di primo grado che condannava a 16 anni del magnate svizzero Stephan Schmidheiny e del barone belga Louis De Cartier, ex vertici della multinazionale, per disastro ambientale doloso e omissione volontaria di cautele antinfortunistiche. Sentenza finita però in prescrizione.

Bagnoli-2

Ci sarebbe anche da monitorare l’itticolutra, visto cosa hanno scaricato i Casalesi a Giugliano e Pianura che sono limitrofi a quell’area, ma qualunque costo d’investimento sarebbe ampiamente ripagato dai ricavi nell’arco di decenni e secoli, grazie alla bellezza mozzafiato dei luoghi, alle già buone infrastrutture, alla possibilità – visto che vi si accede solo tramite Tangenziale e Via Domiziana – di creare un ‘quartiere europeo’ SAFE a Napoli per turisti e visitatori, di cui già Goethe segnalava l’esigenza.

Una chiave strategica, se si pensa che dallo sviluppo turistico di Bagnoli e dei Campi Flegrei ne verrebbe anche il decollo del turismo in tutta Napoli senza alterare ‘usi, costumi e territorialità’ di un’antica metropoli.

Politecnico Napoli

Las Vegas, creata dal nulla cinquant’anni fa, oggi vale un PIL di 100 miliardi di dollari per circa 600.000 abitanti.
Napoli, con gli investimenti e gli interventi normativi giusti, potrebbe generarne almeno il triplo entro vent’anni, senza tener conto dell’apporto che ne riceverebbero le attuali attività produttive locali.

La ripresa non può che ripartire da dove si è toccato il fondo.

campi flegrei baia arco felice

Las Vegas nacque grazie ad un establishment statunitense che volle ‘risolvere’ il problema Cosa Nostra – accettando l’esistenza di un’area ‘franca’ ben circoscritta – e da ‘famiglie’ e padrini stanchi di vedere la proprie mani lorde si sangue e i propri figli seppelliti prima del tempo per qualche faida o vendetta, dopo essere cresciuti nella violenza intrinseca di quelle piccole Kabul che sono le aree di spaccio o i ‘quartieri fortino’ dei boss.

Il problema non è la Camorra, non in termini assoluti, dato che – dinanzi al disastro epocale ed il danno causato alla propria gente, oltre che l’attenzione mediatica mondiale ormai attratta – non dovrebbe altro che badare ad ‘evolversi’ verso business meno infamanti e illegali dei rifiuti tra i campi e della droga a cielo aperto di Secondigliano. L’opportunità di investire in modo legale enormi risorse ormai ‘pulite’ da anni e anni di reinvestimenti legali tramite società come tante altre sarebbe imperdibile ed imperdonabile.
Las Vegas esiste anche e soprattutto perchè nel 1946, Bugsy Siegel – emissario di Cosa Nostra – aprì il famoso primo hotel casinò di Las Vegas, il Flamingo Hotel, con un progetto di urbanizzazione che fu inizialmente preventivato a 1’500’000 di dollari dell’epoca, ma alla fine arrivò a costare sei milioni.

sant'angelo ischia

Mentre gli USA hanno sempre mostrato una certa pragmatica lungimiranza, in Italia accade, ad un anno di distanza dalla partenza dell’ultimo contingente di militari, che la base NATO di Bagnoli – che ha un valore immobiliare quasi inestimabile – sia lì, ferma, in  attesa di Godot o, meglio, del sindaco De Magistris e della Fondazione Banco di Napoli per l’assistenza all’infanzia, proprietaria dell’enorme resort.

Solo il primo dicembre prossimo la base riaprirà – eccezionalmente – i suoi cancelli ai cittadini, questo è tutto. Ci sarà Edoardo Bennato e tanti (noti e meno noti) artisti e musicisti del posto.
Tutto qui: nessuno (per ora) si lagna di un enorme impianto con edifici, campi sportivi e aree verdi da un anno non ‘rende’ più i cinque milioni di euro che la NATO versava per l’affitto.
E che – se assorbito nel patrimonio pubblico nei costi gestionali – di sicuro aggravierebbe notevolmente le casse del Comune di Napoli senza portare nè i migliaia (decine?) di posti di lavoro nè i ricavi che deriverebbero da un piano complessivo per i Campi Flegrei.

Ne abbiamo già un esempio nell’ipotesi di Parco urbano della Mostra d’Oltremare, per altro ‘adiacente’ all’ex base NATO, i cui costi di manutenimento andranno a cadere tutti sul ‘pubblico’, mentre finalizzarlo a primo nucleo di ‘area turistica SAFE’ sarebbe un presupposto essenziale per portare ricchezza e lavoro a Napoli.

Mostra-Oltremare

E se il Comune di Napoli si fa attendere – mentre congettura ipotetiche e costose ‘restituzioni’ delle aree e delle infrastrutture’ ad una cittadinanza stremata da decenni di disoccupazione, disinvestimento e malaffare – dalla Provincia non si ode eco, forse perchè dal 1 gennaio 2014 si dovrà parlare di Città Metropolitana, di cui faranno parte tutti i comuni della ex provincia (ndr. tanto per cambiar tutto per non cambiar nulla).

Il problema non è la Camorra, non semplicemente: Las Vegas ce lo insegna. Specialmente se – dinanzi al disastro epocale ed il danno causato alla propria gente, oltre che l’attenzione mediatica mondiale ormai irrimediabilmente attratta – non dovrebbe altro che badare ad ‘evolversi’ verso business meno infamanti e illegali dei rifiuti tra i campi e della droga a cielo aperto di Secondigliano.
Piuttosto la questione è – evidentemente – nella mentalità di coloro che hanno scelto di restare piuttosto che emigrare. Infatti, non si comprende come sia possibile che dagli architetti, dagli ingegneri e dagli economisti partenopei non si levi un coro unanime per uno sviluppo urbanistico che tenga conto di come la democratica Parigi, la beneamata Barcellona e persino la piccola Firenze abbiano deciso di trasformare in un’enorme area cultural-intrattenente i propri gioielli metropolitani.

Dunque, a voler far conto sulla politica del momento, i napoletani possono attendere. Anzi attendono da tempo, visto che, dinanzi alla scelta di candidati che le segreterie di partito gli propinano, ormai sono anni che si registrano astensionismi che hanno raggiunto anche al 70% degli elettori. Anche Luigi De Magistris, eletto a furor di popolo secondo i media nazionali, in realtà doveva constatare l’opposizione o l’indifferenza di sette napoletani su dieci, all’atto delle elezioni a sindaco.

E può attendere l’Italia che avrebbe davvero bisogno di un ‘crocevia mondiale dell’intrattenimento’ e del conseguente PIL napoletano incrementato di diverse centinaia di miliardi di euro, senza tener conto delle minori spese per welfare e della minore aggressività e diffusione dei fenomeni criminali.

Sfogliando il maggiore quotidiano italiano, La Repubblica, sembra che la priorità ‘turistica’, per l’Italia e anche per Napoli (o Agrigento), è la creazione nel bel mezzo di Roma Capitale – molto fantasiosa, visto che andrebbe nel bel mezzo dei palazzi del potere e dell’asfittico e caotico traffico  – di un parco archeologico romano che vada a far concorrenza a quello di Pompei ed a quello che dovrebbe già esistere da tempo, ai Campi Flegrei …

Senza ingenti e lucrativi investimenti e senza la ripresa di almeno una parte del Meridione ci vorranno almeno due o tre generazioni per ripianare l’enorme debito che affligge lo Stato italiano. Ammesso che ci si riesca: 1.000 miliardi di euro son tanti davvero, se il Paese è incravattato dalla pressione fiscale, dall’irresolutezza della politica e dalla stagnazione strisciante.

E quel che succede nella Napoli di Luigi De Magistris (o meglio NON succede) con immobili e territori di pregio, che andrebbero messi a ricavo e non ad ammortamento, ne rende esemplarmente la prospettiva economica generale dell’Italia.

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La spallata di Monti

9 Gen

«E’ necessaria una spallata dei cittadini non con la rabbia, la protesta, ma scegliendo chi non avendo legami con le organizzazioni che bloccano il Paese sia disposto a mobilitarsi». (Mario Monti, 8-1-2013)

Ma quali sono le organizzazioni che bloccano il Paese?

Non è facile dirlo, specialmente se si tratta di un paese, come l’Italia o come l’Iran, che si trova a condividere poteri laici e poteri religiosi.

Infatti, al di là di inutili retoriche o sacrosante indignazioni, è innegabile che sia in Iran sia in Italia, la condizione della donna ed il suo accesso al lavoro ed ale carriere siano particolarmente insoddisfacenti e che questo sia, sotto ogni latitudine, un indicatore fondamentale di crescita e progresso.
Ma non solo la condizione femminile è certamente condizionata dalla duplice presenza di poteri in Italia, di cui uno forte, la monarchia assoluta religiosa, ed un altro debole, la repubblica parlamentare. Lo sono anche la diffusione delle conoscenze tecniche, socioeconomiche e scientifiche, come comprovano i dati sulle lauree, e la strutturazione del Welfare e della Sanità, che devono tener conto dell’estesa struttura religiosa e para-religiosa presente nel Paese.

Se la duplice attribuzione di poteri, di interventi/spese e, soprattutto, di opinion making e di fund rising è certamente un fattore limitativo per il nostro Paese, dobbiamo mettere in conto che ne esiste un altro, simile e, seppur nato per offrire un’opzione laica in questo ‘sistema duplato’, oggi complementare a quello religioso.

Parliamo delle scuole pubbliche che, nel corso di una sola generazione, hanno prodotto l’ignoranza e la maleducazione che constatiamo tra troppi giovani diplomati e laureati. Dei sindacati che non hanno mai fatto proposte a nome dei lavoratori ed hanno sempre atteso quelle della controparte, per poi avviare un gioco di veti e delle tre carte, indispensabile per affermare il proprio potere e poco più.
Delle onlus che gestiscono servizi pubblici esternalizzati precarizzando a vita il proprio personale, del tutto incapaci di operare in network o di sviluppare un fund rising che non sia finanziamento pubblico. Delle aziende – cooperative od ex municipalizzate – che rendono floride le regioni ‘rosse’, sfruttando la fame ed il malaffare esistente al Sud, se non addirittura alimentandolo, come di certo accade per i settori manifatturieri e dei rifiuti speciali. I partiti, di cui non si conoscono i meccanismi di selezione del personale politico e dei candidati, fin dalla nascita della Repubblica.

Organizzazioni che, secondo alcuni, bloccerebbero il Paese, dato che è nei loro interessi che nulla cambi, ovvero che non si rinegozi un Concordato, non si delocalizzi la contrattazione dando potere alla base dei lavoratori, non si educhino i giovani alla meritocrazia ed all’essere esemplari, non si pretenda che i servizi esternalizzati vengano assunti da aziende solide e ben monitorate, non si bonifichi il sistema agroalimentare e distributivo, non si ripristini la legalità in quasi metà del Paese che lavora a nero.

Secondo altri, però, ben altre sono le organizzazioni che ‘bloccano il Paese’, come le banche (ormai ridotte alla quasi sola IntesaSan Paolo di sabauda origine) ed i diversi poteri finanziari (i cui discendenti sembrano sempre più interessati ad investimenti più sicuri del sistema Italia).

Per questioni strutturali, dobbiamo annoverare anche altre ‘organizzazioni’ che hanno le potenzialità e le caratteristiche strutturali per bloccare il Paese, le baronie universitarie ed il sistema giudiziario. Una ipotesi che trova anch’essa le sue conferme, visto che abbiamo un sistema sanitario che neanche recepisce le indicazioni dell’Organizzazione della Sanità Mondiale in fatto di disabilità ed un sistema giudiziario che ha impiegato oltre 20 anni per concludere il Lodo Mondadori, anzichè un paio come altrove, consentendo l’ascesa di Silvio Berlusconi, che altrimenti difficilmente si sarebbe realizzata con tale apicalità.

Ovviamente, non sono stati i sindacati, i partiti, i professori, i banchieri, i finanzieri, i magistrati, i baroni medici, le coop,  a rovinare l’Italia.
Non sono loro a ‘bloccare il Paese’ e non è contro di loro che Mario Monti ci chiede di mobilitarci per dare una spallata.

Ed allora contro chi altri mai?

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SuperMario ed i nomi degli irresponsabili

9 Gen

Secondo Mario Monti, «alcuni irresponsabili avevano portato il Paese a una situazione grave».
Vero, verissimo, ne siamo convinti tutti, anche se non ne conosciamo i nomi, non almeno con la certezza che può avere un economista di tale portata che di ‘professione’ fa il premier e che ha accesso a tutti i documenti della Repubblica, inclusi quelli secretati.

E’ giusto, opportuno, indispensabile che Mario Monti faccia i nomi e che li faccia subito.

I motivi sono diversi e tutti particolarmente importanti.

Innanzitutto, il nostro diritto ad essere informati, specialmente se parliamo dei nostri soldi, delle elezioni che si avvicinano, ma anche del dovere a presentare denuncia che spetterebbe ad ogni pubblico funzionario – non solo in Italia, ma dovunque – al sol dubbio di ‘irresponsabile gestione della cosa pubblica’, specialmente se ciò comporta rischio per l’erario.

Inoltre, l’esigenza sistemica di conoscere le vere cause della crisi attuale, se dovuta a problemi strutturali oppure alle speculazioni della Germania ‘pro domo sua’ o anche qualche grava furbata od ingenuità di qualcuno dei tanti VIP nostrani del tutto indegni od incapaci di ricoprire la funzioni che hanno o stanno ricoprendo.

Infine, il buon nome di Mario Monti, dato che chi lancia accuse senza provarle, de facto si ritrova a millantare. E, cosa non da poco sotto elezioni, il buon nome dell’ex ministro dell’economie e delle finanze, Giulio Tremonti, oggi candidato con una propria lista, che quanto meno avrebbe dovuto vigilare e/o contrastare questi «alcuni irresponsabili». Ma anche il buon nome del compianto Padoa Schioppa, di Romano Prodi e del Partito Democratico che li sostenne, se, ricordiamolo, annunciarono l’esistenza di un ‘tesoretto’, che forse non c’era, o le stabilizzazioni delle pensioni Amato-Maroni, che secondo Fornero furono, invece, perigliosamente carenti.

Ha ragione l’egregio professor Monti: ci sono  (stati) nelle istituzioni “alcuni irresponsabili”. Ce ne siamo, a nostre spese, accorti tutti.
Visto che lo riconosce pubblicamente, però, sarebbe suo preciso dovere rendere pubblici i nomi ed i fatti: la seconda carica dello Stato – come lo è un presidente del Consiglio dei Ministri – se lancia accuse, deve qualificarle e contestualizzarle.

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Monti premier ed i soliti noti

20 Dic

Mario Monti (ex Goldman Sachs), Corrado Passera (ex Unicredit), Emma Marcegaglia (ex Confindustria), Luca Cordero di Montezemolo (ex FIAT), Andrea Olivero (ex Acli),  Luigi Marino (Concooperative), Giorgio Guerrini (Confartigianato. Questi i probabili ‘eletti’ che dovranno guidare l’Italia a partire dalla prossima primavera, accompagnati da Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini, Raffaele Bonanni, Italo Bocchino, Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Benedetto Della Vedova, Flavia Perina, Beppe Pisanu, Franco Frattini, Alfredo Mantovano e Mario Mauro.

Potranno scegliere se confluire in una Grosse Koalition, rafforzando la stabilità del governo Monti, gli ‘eletti’ Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Matteo Renzi, Walter Veltroni, Anna Finocchiaro, Rosi Bindi, Franco Marini eccetera.

All’opposizione vedremo, probabilmente, ‘eletti’ e non ‘eletti’ come Nichi Vendola, Fabio Mussi, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, Roberto Maroni, Francesco Storace, Beppe Grillo, forse anche Giuliano Pisapia e Massimo Cacciari.

Se così fosse, se fosse tutto già scritto come appare, resta solo da chiedersi in cosa sia sovrano il popolo, se neanche può scegliere chi candidare.

Ma è perchè mai la chiamino ancora democrazia che resta un vero mistero, se accade che un tecnico ‘bipartizan’, prima ottenga la nomina a senatore a vita ed un incarico tecnico, poi si trovi a dirigere un governo di programma e poi, ancora, fonda una propria lista elettorale dopo aver mandato il paese alle elezioni anticipate, dimissionandosi, per contrapporsi al partito che maggiormente l’aveva sostenuto.

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Senza informazione non c’è democrazia

13 Giu

Ripubblico, in stralcio, un articolo (link) di Alessandro Citarella, segretario provinciale per Napoli del Partito del Sud .

Gli stessi poteri che vogliono che il Sud rimanga una colonia interna cercano di ridurre lo spazio democratico ed eliminare la pluralità delle fonti d’informazione.”

“E’ particolarmente interessante notare che esiste un fondamentale accordo, anche se tacito, fra gli attuali e i recenti governanti neoliberisti di centrodestra e quelli precedenti della coalizione pseudo socialdemocratica di centrosinistra, sia nella trasformazione in senso negativo della prassi politica, sia nella sottomissione degli interessi della popolazione rispetto a quelli della Banca Centrale Europea.

La stessa entrata dell’Italia nell’Euro, eseguita con condizioni capestro e di sicuro svantaggio per i lavoratori e per i risparmiatori, è stata gestita proprio dalla coalizione di partiti della coalizione pseudo socialdemocratica di centrosinistra, la quale, almeno in linea teorica, dovrebbe essere più vicina alle classi più deboli.

In questo quadro di riferimento, si è potuto assistere alla trasformazione dell’uso degli organi d’informazione, sia televisivi sia in carta stampata, che sono diventati dei semplici strumenti di propaganda e di orientamento politico che mirano a catalizzare l’attenzione dei cittadini verso argomenti frivoli e secondari per distrarli totalmente dall’involuzione della democrazia e dall’assoggettamento ancora più marcato della politica economica nazionale nei confronti dei poteri forti europei e internazionali.”

I pochi organi di stampa e le televisioni non in linea con il potere fanno battaglie in salita, specialmente a causa della concorrenza sleale fatta da sovvenzioni pubbliche generosamente elargite ai vari personaggi del sottobosco politico corrotto e corruttore, e da un drogaggio dei “mercati dell’informazione”, dove cambiando troppo spesso burocrazia e i relativi costi si piega o si elimina la concorrenza di quei soggetti inclini all’autonomia e all’imparzialità.

“Non è un caso che l’Italia continua a scendere nelle classifiche mondiali relative alla corruzione e all’obiettività dell’informazione, ma è una precisa scelta di potere: portare il pubblico verso una rosa ristretta di testate televisive e giornalistiche fortemente orientate dalle proprietà verso un preciso quadro politico, distraendolo del tutto o in larga parte da scenari “socialmente pericolosi” per chi detiene il potere.

In un quadro di forte interferenza nel mondo dell’informazione, diventa semplice creare notizie su persone e organizzazioni puntualmente pubblicizzate in maniera scientifica in precisi momenti, anche nella forma dei famigerati “dossier” che sembrerebbero, a prima vista, ben documentati, dando vantaggi strategici apparenti a una delle parti politiche contrapposte.

In realtà il gioco delle parti, le finte opposizioni, i richiami a fantomatiche unità nazionali e a sensi di responsabilità servono solo a conservare il potere detenuto dai soliti noti, con l’obiettivo di emarginare e sopprimere quei movimenti realmente capaci di proporre cambiamenti alle regole del gioco e che vorrebbero restituire la decisionalità ai cittadini, togliendola a quel ristretto novero di “decisori” in cima alla piramide economico-finanziaria.

E’ questa la stessa piramide che nel nostro Paese è stata responsabile della creazione della colonia interna chiamata “meridione” attraverso l’annessione forzata al Piemonte dei territori del Regno delle Due Sicilie 151 anni fa.

Il massacro della popolazione e la spoliazione dei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie hanno permesso che l’Italia “unita” seguisse un modello planetario dove ci sono un “nord” ricco e un “sud” colonia, cardine di un sistema di disuguaglianza dei diritti, dove l’uno non può essere uguale all’altro.

Insomma, “liberté, égalité, fraternité”, ma solo per chi appartiene al “club”.

“E’ necessario, pertanto, per un Partito che vuole difendere gli interessi delle popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie, lottare a livello nazionale con forza contro i poteri che oggi cercano di ridurre lo spazio democratico ed eliminare la pluralità delle fonti d’informazione, perché questi sono gli stessi poteri che vogliono che il Sud rimanga una colonia interna.

La lotta politica per la difesa della democrazia e della pluralità dell’informazione è una lotta meridionalista a tutti gli effetti, che deve essere abbinata a quella per la verità storica, per l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità.

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