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Italia tra bluff politici e crolli in Borsa

1 Nov

Luca Ricolfi, che non è certamente un “berlusconiano”, scrive del “bluff con cui un po’ tutti – sindacati, Confindustria, opposizione – hanno finto che il problema fosse solo l’inerzia del governo … Erano così sicure, le parti sociali, di essere la parte sana e modernizzatrice del Paese, che il 4 agosto avevano firmato un «documento comune» in cui davano le loro dritte al governo … Ma era un bluff: non appena il governo, incalzato dall’Europa, ha timidamente manifestato l’intenzione di agire su alcuni di quegli stessi nodi che le parti sociali avevano imprudentemente evocato – «modernizzare il sistema di Welfare», «liberalizzazioni», «mercato del lavoro» – sono esplosi i conflitti sia fra le parti sociali sia dentro l’opposizione.” (La Stampa)

Eh già, perchè “modernizzare il sistema di Welfare” significa innazitutto cancellare il “doppio binario” che distingue tra cassaintegrati e disoccupati oppure tra pensioni d’annata e le altre, ma non distingue tra assistenza (pubblica) o previdenza (da liberalizzare) e tutela i diritti già acquisiti, ma non quelli ancora da riconoscere.

Oppure, attuare “liberalizzazioni” vuol dire privatizzare ENEL, ENI e INPS, oltre che cancellare una miriade di enti, come anche intaccare le prebende di artigiani e professionisti o le agevolazioni di cooperative e consorzi.

Od ancora, intervenire sul “mercato del lavoro” non può non significare altro che eliminarne gli elementi di forte rigidità di cui da 30-40 se ne parla senza adeguarci ai sistemi in vigore altrove: libertà di licenziamento ed equo indennizzo, meno pubblici dipendenti, leggerezza degli strumenti contrattuali e snellezza procedurale, reintroduzione della mezzadria e dell’apprendistato.

E’ evidente che, ad essere toccato dalla “repentina innovazione” c’è buona parte dell’elettorato della Sinistra e altrettanta buona parte dell’apparato pubblico che, attualmente (ma per poco ancora), sorregge l’azione del Governo Berlusconi e di tante giunte locali: sono esattamente coloro che hanno sempre arenato qualunque riforma sia mai stata tentata in Italia. E, forse, sono la maggioranza degli italiani …

Il documento presentato da Bossi e Berlusconi in Europa è una bella lista di buone intenzioni, “lettera d’intenti” per l’appunto, ma è “irricevibile” sia per la base elettorale della Sinistra sia per gli apparati, pubblici e “sociali”, che dovrebbero renderle esecutive.

Sarà questo il motivo per cui la Borsa crolla?

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L’Europa sospesa tra Ventotene e l’Impero

1 Nov

Un editoriale di Galli della Loggia ci racconta, oggi, dei “vasi di coccio dell’Unione”, secondo quello che è stato il (disilluso) dogma dell’unificazione europea.

“L’Europa di oggi non è certo quella del 1958, di cui fummo tra i fondatori, pensata e nata su un piede di assoluta parità tra i suoi membri. Gli sviluppi successivi, infatti, i vari allargamenti succedutisi (in modo particolare quello sciaguratissimo da 15 a 27 Paesi), nonché la crisi economica recente, hanno fatto emergere, di fatto, al suo interno un direttorio franco-tedesco.” (Corsera)

Una dottrina, tutta italiana e solo italiana, che dice ispirarsi al Manifesto di Ventotene del 1944 e che rivendica unaa paternità di un’Europa franco-tedesca-italiana, su base paritetica e federale. In realtà, lo stesso Manifesto, redatto da Altiero Spinelli (comunista indipendente) e Ernesto Rossi (liberale radicale), affermava che: “la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, … lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.”

E’, oggi, evidente che l’Unione Europea sia tutt’altro che quello cui aspiravano i Padri Fondatori, ma avrebbe già dovuto esserlo evidente nel  1954, quando la proposta di un mandato costituente per l’Assemblea comune della Comunità Europea di Difesa fu bloccato per l’opposizione della Francia. Oppure, nel 1957, quando nacque la Comunità Economica Europea, anzichè il Congresso del popolo europeo, proposto dallo stesso Spinelli.

L’Europa di oggi somiglia molto di più all’Impero di Carlo Magno e Federico di Svevia: un network di feudi (lobbies finanziarie) e di interconnessioni (mobilità e reti informative), uniformati da direttive (standard).

Non è un caso che le lobbies finanziarie interessate dalla crisi corrente siano tutte localizzabili nell’area europea storicamente “guelfa”:  Hypo Real Estate Holding (Baviera), Deutsche Bank (Lorena, Brabante, Assia) , Dexia (Francia), Unicredit (Brunswick, Lazio, Toscana, Lombardia).

Come non è un caso che questa sia la mappa dell’Impero dei tedeschi.

Come non sarà un caso che, dal Baltico al Mediterraneo, siano proprio i territori “sassoni” (inclusa la Repubblica Ceca, il Lionnese e l’Italia centrosettentrionale) ad essere quelli dove la produzione tiene e dove gli standard sono rispettati, ad i quali vanno assommati quelli inglesi e polacchi, fin dove arrivò l’onda conquistatrice partita dallo Jutland.

Ovviamente, questa Europa non è per tutti. Mancano gallesi, scozzesi ed irlandesi (ad esempio), che fieramente si opposero ai sassoni, prima, ed all’industrialesimo inglese, dopo. E mancano i francesi, che massacrarono gli Ugonotti pur di non credere nella “meritocrazia”, e gli europei del Mediterraneo, separati dall’Oriente e dall’Oltremare oltre che dall’Europa, per l’antico vezzo di Roma di lucrare frapponendosi a due mondi.

Nel 2013, l’Unione Europea si accingerà ad eleggere un parlamento, sostanzialmente privo di poteri, di oltre 2.000 delegati, mentre la Banca Centrale ed altri organismi tecnici, tutti collocati tra Francoforte e Bruxelles, hanno poteri sovrannazionali.

E’ evidente che non si possa andare avanti così, con un Manifesto “tradito” e con un “impero” di cui non si vuole ammettere l’esistenza, con i singoli parlamenti che possono menare il can per l’aria e con interi popoli, che possono subire o rifiutare scelte che non hanno votato.

Se gli “intellettuali” volessero prendere atto, qualche via d’uscita si troverà e non sarà un Direttorio, ma sarà un disastro ed una tirannide, se dovessimo continuare a dimenticare che di Europa, al giorno d’oggi come in passato, ce ne è una sola e si chiama asse franco-tedesco.

La soluzione? Un Euro ed un’Europa a due velocità e cos’altro mai?

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Il sacco del Nord? Per ora paga il Sud …

24 Set

Luca Ricolfi, apprezzato editorialista di La Stampa,è un sociologo dell’Università di Torino ed ha recentemente pubblicato “Il Sacco del Nord”, un libro che andrebbe a dimostrare, dati alla mano, come da Roma in giù l’evasione fiscale e lo spreco pubblico siano un gravame insostenibile per il Settentrione.

La sua attività di sociologo  ha spaziato, in questi 30 anni, su l’intero scibile umano, a quanto pare, visto che il suo curriculum riporta: scuola, mercato del lavoro, cultura giovanile, nocività ambientale, corruzione, politica, televisione, spazio elettorale, autoritarismo, missioni suicide, squilibri territoriali,teoria
dell’azione, metodologia della ricerca, analisi dei dati, teoria della misurazione.

Il lavoro pubblicato da Luca Ricolfi non dice molto. Infatti, sapere dove si è verificata l’evasione fiscale non ci dice dove va il denaro distolto.

Una prima, approssimativa evidenza ci porta all’immediata considerazione che l’agricoltura del Sud alimenta l’industria agroalimentare e distributiva tosco-emiliana e che il terziario del Meridione lavora sub commessa delle aziende padane.

Il primo dato ci è confermato dal miserrimo 4% che la nostra agricoltura aggiunge al PIL nazionale a causa di aiuti, quote latte e sgravi per la trasformazione.
Il secondo dato ci è connotato dalla crisi di sovraproduzione che va a confluire, ad esempio, nei mercati di merci contraffatte, ma “originali”, ovvero di elevata qualità date via per quattro soldi a nero.

Ambedue i dati fanno capo ad un’enorme mole di lavoro sommerso che calmiera i prezzi per i grossisti del Nord, ma non per le tavole dei settentrionali, a fronte di un enorme via vai di sussidi per aziende e consorzi agricoli.

Non è un caso, allora, che l’indice di discrepanza utilizzato da Luca Ricolfi riporti ai due capi dellaclassifica una “industriosa e leale” Emilia Romagna (0,8249) a fronte della “pigra e fraudolenta” Campania (-0,8907).

Non è un caso di lapsus freudiano, certamente, che il professor Ricolfi abbia usato il termine discrepanza … ovvero divergenza di idee, di opinioni; divario, disaccordo, contraddizione.

In inglese “mismatch”: abbinamento sbagliato.

Piuttosto, sarebbe interessante conoscere quale è il livello di evasione (anche per semplice difetto od “eccesso” di fatturazione) delle nostre coop ed onlus, visto che, eventualmente fosse, ne sono enormemente facilitate da norme e statuti.

Come anche conoscere quanto “l’allarme del PD verso il Federalismo”, menzionato dal prof. Ricolfi, non tragga origine dalle prevedibili ricadute sull’economia emiliana e veneta di una Campania (e non solo) libera di gestire autonomamente tributi, commerci ed investimenti come Bossi chiede per la “sua” Lombardia.

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