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Declassamento? Niente scuse

16 Gen

Se non fossimo italiani ed europei, potremmo quasi metterci a leggere certe dichiarazioni dei “big” auropei quasi come fosse uno dei tanti spettacoli dell’esimia ditta Crozza & dolce consorte.

La migliore è quella del Commissario Ue al mercato Michel Barnier,una sorta di “proclama all’impotenza”, secondo il quale “non vale la pena discutere in profondità del taglio del rating, in quanto il punto di vista delle agenzie di rating dovrebbe essere solo uno fra tanti”.
Eh già, che ne parliamo a fare? Tanto le Borse che contano sono in Gran Bretagna, USA e Asia ed il costo del danaro non lo decidiamo noi, ma la Federal Reserve Bank, direttamente, e la Cina Popolare e lo Yuan, indirettamente.

Meno semplicistico il parere del Commissario Ue Olli Rehn: “le agenzie di rating svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa”, che – dimentica di dire il politico finlandese -è allineato con quello cinese, che ne è in discreta parte il finanziatore.
Ergo, è l’Europa “fuori sistema”, non il resto del globo, al quale, ricordiamolo, dobbiamo vendere le nostre merci e da cui dobbiamo ottenere materie prime e produzione base.

L’Italia sta andando nella giusta direzione in modo che il suo contributo possa essere a favore di una Europa più prospera” – precisa il presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy “Non c’è differenza tra ciò che viene perseguito a Roma e a Bruxelles“.
Peccato che a Parigi, Varsavia e Berlino sembrerebbe proprio che badino ad interessi più “nazionali” …

Riguardo l’azione di declassament attuata da Standard and Poor’s, Mario Monti spiega che “per l’Italia si sottolinea con molta forza la positività dell’azione del governo italiano e si addita la insufficienza della governance della eurozona”.
Peccato che Standard & Poor’s abbia specificamente affermato che il taglio riflette quella che consideriamo una crescente vulnerabilità dell’Italia ai rischi di finanziamento esterni e le negative implicazioni che ciò può avere per la crescita economica e quindi per le finanze pubbliche“ e come sussista il timore “che ci sia un’opposizione alle attuali ambiziose riforme del governo e questo aumenta l’incertezza sull’outlook di crescita e quindi sui conti pubblici”.

E’ evidente che Wall Street e gli USA, dopo aver “sacrificato” Lehmann Brothers Bank per stabilizzare il sistema e dare un esempio, non possano vedere di buon occhio il risicato salvataggio di Unicredit che Merkel e Monti stanno tentando di fare.

D’altra parte, se i nostri media europei, hanno voluto minimizzare le avvisaglie e le tirate d’orecchie all’Italia ed all’Europa, che arrivavano da un mese che dagli USA, Financial Times incluso, è evidente che la nostra intellighentzia al governo non possa improvvisamente svelare a noi comuni mortali che di dottrine e di di impostazioni di governance, nel campo della politica economica, ce ne sono diverse e non tutte amate od approfondite dai professori delle accademie e delle banche.

Niente scuse, dunque, sui declassamenti di mezza Europa: erano giorni e giorni che “dall’Atlantico” arrivavano esortazioni e moniti a non intraprendere politiche recessive, a non penalizzare più di tanto la Grecia per quattro spiccioli, ad usare le risorse esistenti per rilanciare i consumi e l’occupazione, anzichè salvare i rami morti della finanza europea …

… ed, aggiungerei, gli interessi di bottega della Germania.

Leggi anche  Italia BBB+ secondo S&P. Perchè?

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Italia BBB+ secondo S&P. Perchè?

14 Gen

Standard & Poor’s declassa mezza Europa, dopo le vane rassicurazioni di Monti e Merkel, e l’Italia crolla da A+ a BBB+.

Almeno per ora, le cose non vanno troppo male per la Francia, passata dalle tre A alla classe AA+, ed, infatti, il ministro delle Finanze francese, Francois Baroin, ha dichiarato che “AA+ è ancora un buon rating”.  Beati loro …

Quali le motivazioni, se non le cause, di un tale flop, che se non è default gli somiglia abbastanza?

Il taglio riflette quella che consideriamo una crescente vulnerabilità dell’Italia ai rischi di finanziamento esterni e le negative implicazioni che ciò può avere per la crescita economica e quindi per le finanze pubbliche“. (report S&P)
E’ evidente che Wall Street e gli USA, dopo aver “sacrificato” Lehmann Brothers Bank per stabilizzare il sistema e dare un esempio, non possano vedere di buon occhio il risicato salvataggio di Unicredit che Merkel e Monti stanno tentando di fare.
Una “mossa” che non coincide esattamente con gli interessi degli italiani, ma che consentirebbe un insperato salvataggio della pericolante economia della popolosa Polonia in cambio del suo ingresso nell’Euro.
L’Italia difficilmente potrebbe reggere, però, alle dinamiche speculative – politiche e finanziarie – che si metterebbero in atto.

Ci aspettiamo che ci sia un’opposizione alle attuali ambiziose riforme del governo e questo aumenta l’incertezza sull’outlook di crescita e quindi sui conti pubblici”. (report S&P)
E qui c’è poco da commentare, ahimè.
“Opposizione” vuol dire che le reazioni sociali alla recessione ci saranno, le “ambiziose riforme” sta per passo più lungo della gamba, l’espressione “incertezza sull’outlook di crescita” equivale a manifestare dubbi sui conti e sulle promesse,  il solo menzionare i “conti pubblici” di per se evoca una discreta sfiducia sulla capacità della politica di evitare sprechi e prebende.

E dire che è da un mese che dagli USA, Financial Times incluso, arrivavano avvisaglie e tirate d’orecchie all’Italia, con l’invito a Mario Monti di avviare una politica antirecessiva e non penalizzante verso gli italiani.
Adesso è arrivato il declassamento di ben due livelli, speriamo che qualcosa cambi.

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Monti: “allarme populismo”

11 Gen

Un “divertente” Monti a Berlino spiega ad una Merkel “divertita” che: «l’Italia ha sopportato molto, senza aiuti dalla Ue si rischiano proteste antieuropee».

«Con la mia politica non posso avere successo se l’Unione europea non cambia, e se ciò non si verifica il mio Paese, che è stato sempre un Paese molto favorevole all’Europa, potrebbe gettarsi nelle braccia dei populisti».

Allarme! Arrivano i Populisti? E chi saranno mai?

Infatti, gli studiosi di scienze politiche hanno proposto diverse definizioni del termine ‘populismo’, “a seconda del suo approccio e interessi di ricerca” (Peter Wiles – 1969) ed il termine ha un’accezione contradditoria e confusa, spesso usata per definire nuovi partiti e nuove strutture di governance non classificabili né come democrazie liberali né come socialismi reali.

Daniele Albertazzi e Duncan McDonnell hanno definito il populismo, in Twenty-First Century Populism: The Spectre of Western European Democracy,  come: ‘una ideologia secondo la quale al ‘popolo’ (concepito come virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle ‘elite’ e una serie di nemici i quali attentano ai diritti, i valori, i beni, l’identità e la possibilità di esprimersi del ‘popolo sovrano’.”

Concetti discutibili ma, visto cosa accade, non errati in partenza …

Il populismo può essere uno strumento della tirannide per mantenere il consenso, come per le le dittature fascista e nazista, od una vera e propria forma di governance alternativa, come per il peronismo, il gandhismo ed il gaullismo, oppure, ancora, un fattore reciproco di stabilizzazione del consenso, come nell’Italia della DC e del PCI.

Cosa avrà inteso Mario Monti con il suo “allarme populismo” è difficile dirlo, anche perchè potrebbe semplicemente trattarsi, nella piccineria delle cose italiche, di Di Pietro e Beppe Grillo che “resistono”, mentre Bersani ammonisce una base in subbuglio con Vendola tace e basta.

Fatto sta che i conti pubblici italiani, con Tremonti, avevano recuperato lo 0,8% durante i primi otto mesi del 2011 (fonte ISTAT) ed il Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, giudice istruttore dle processo Moro, ci ricorda che  “ se invece i sacrifici debbono essere sopportati soltanto dai lavoratori, dagli operai, dei pensionati e dai dipendenti che hanno uno stipendio limitato e non invece dai grandi evasori, questo fatto che provocherà una ribellione nei confronti dello Stato.

Di quale “populismo” avrà parlato mai Mario Monti … sarebbe bello saperlo.

E … chissà se, poi, è così cattivo.

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Conti pubblici, la matematica non mente

11 Gen

I dati Istat pubblicati oggi rilevano il miglioramento dei conti pubblici italiani, nei primi nove mesi del 2011, quelli del governo Berlusconi, cogliendo il miglior risultato dal 2008.

Incredibile, ma vero.

Secondo i dati dell’Istat, nel terzo trimestre 2011 il rapporto tra deficit e Pil è stato pari al 2,7%, inferiore di quasi l’1% a quello dello stesso periodo del 2010 (era al 3,5%), mentre nei primi nove mesi 2011 il rapporto tra deficit e Pil è stato pari al 4,3%, inferiore di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2010 e miglior risultato dal 2008.

I dubbi relativi alla correttezza delle informazioni che riceviamo ed alla legittimità del governo Monti aumentano e le ipotesi speculative sul baillamme politico-finanziario di novembre si confermano. 

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Vuoti di stampa, vuoti di memoria

10 Gen

Il 2011 che è appena terminato ha visto l’Italia annaspare nel marasma finanziario e mediatico a causa “degli sprechi”, causati dalla casta politica e dall’inefficienza pubblica, dal “difetto di democrazia”, dato dal Berlusconismo, e dal “conflitto di interessi” generalizzato, che aleggia sui partiti italiani.

Almeno questo è quello che riportavano giornali e televisioni.

Il 2012 appena iniziato vede l’Italia fronteggiare il marasma finanziario e mediatico intervenendo su pensioni, contratti di lavoro, ordini professionali, farmacie e tassinari.

Questo è quanto la libera stampa diffonde.

Di “sprechi”, “difetto di democrazia”, “conflitto di interessi” non se ne sente più parlare, come non si parla più di “corruzione”, aumentata del 30% nell’ultimo anno,  secondo la Corte dei Conti.

Ci siamo persi qualcosa? C’è qualcosa che dovremmo sapere?

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Un Mario non vale l’altro

8 Gen

Abbiamo più volte osservato che Mario Monti non è un tecnico ma un uomo politico di grande livello, attento alle relazioni con la società civile, con le organizzazioni sindacali e con le forze politiche. Ma sta rivelando un’insolita capacità nella politica estera.” (Eugenio Scalfari, 8 gennaio 2012)

Non se ne dispiaccia l’ex direttore di La Repubblica, ma, anche lasciando da parte l’autoattribuito plurale maiestatis che ama usare, quasi fosse un gran maestro od un alto prelato, non si comprende di cosa parli.

In due mesi non si dimostra di essere un “politico di grande livello”, come non concertando nulla non si può essere “attenti alle relazioni con la società civile”. Quanto alla “insolita capacità nella politica estera”, è facile a dirsi se da un lato c’è l’emissario del Fondo Monetario Mondiale e dall’altra due nani della politica con le elezioni alle porte …

Ma l’incensatura dell’attuale governo, non finisce qui, Scalfari prosegue: “la politica estera di Monti mira più in alto. L’obiettivo finale, se riuscirà nel suo intento, si propone di rafforzare un potere federale europeo che, pur mantenendo in vita i governi nazionali, ne restringa la sovranità e modifichi la distribuzione dei poteri all’interno delle istituzioni europee, accrescendo quelli del Parlamento di Strasburgo, della Commissione di Bruxelles e della Banca centrale.”

Sarà per le solite faziosità romane, sarà che gli anni passano e la memoria falla, ma bisognerebbe informare l’austero decano del giornalismo italiano che è Mario Draghi e non Mario Monti, quello che sta lavorando, con i dovuti risultati, per l’unificazione dei sistemi di bilancio e fiscali dell’Unione Europea.

Un Mario non vale l’altro.

Anzi diciamola tutta: quale manovra finanziaria avrebbero sviluppato Mario Draghi o Luca di Montezemolo, se i giochi delle lobby li avessero posti nel ruolo in cui “gioca” oggi Mario Monti?

E, soprattutto, saremmo più soddisfatti noi, i cittadini italiani ed europei, o piuttosto, come sta accadendo, le astratte entità finanziarie ed i soliti club di arcinoti che vorrebbero sostituirsi alla deludente governance democratica del Vecchio Continente?

Leggi anche Scalfari e l’agenda di governo

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