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ZERO ORE, una storia di de-sviluppo

13 Gen

ZERO ORE è la storia del Gruppo Calzaturiero Adelchi o, meglio, il triste finale.

Una fabbrica nata, quasi per scommessa, in un piccolo cinema della provincia di Lecce e trasformatasi nel giro di 10 anni in un industria da 300.000 paia di scarpe a settimana, grazie soprattutto alla solerzia del personale.
Uomini e donne del Sud, pugliesi, anzi leccesi che avevano coltivato il “sogno” del Made in Italy, “infranto sotto i colpi della speculazione e della delocalizzazione selvaggia”, come scrive il regista Davide Barletti dei Fluid Video Crew, che sta realizzando il documentario, raccontando quel poco o tanto che è rimasto nella memoria collettiva di chi c’era. Di chi credette, investendo la propria esistenza, nel rinascere della tradizione manifatturiera del Sud, in un contesto globale di pari opportunità di accesso ai mercati.

ZERO ORE è la storia di 800 famiglie alle quali, a partire dal 2006, è stato progressivamente cancellato un futuro lavorativo e con quello la dignità.

Va precisato che il Calzaturificio Adelchi era un’azienda sana e sostanzialmente competitiva, finchè il titolare dell’impresa non decise delocalizzare all’estero la produzione privando Tricase della principale attività produttiva, come anche accadeva a Casarano per il calzaturificio Filanto.

Alcuni sindacalisti del luogo denunciarono la cosa, allorchè iniziò lo stillicidio, segnalando l’ignobile trattamento dei lavoratori albanesi, bengalesi, etiopi, rumeni, che in alune località accettano compensi giornalieri di 0,70 Euro, con una sicurezza scarsa se non nulla, come dimostrerebbe la morte di due operai “delocalizzati” in Albania, Antonio Cazzato ed Ippazio Magno.

E’ evidente che, senza le facilities di un paese avanzato come l’Italia e la qualificazione artigiana dei leccesi, l’impreditore Adelchi non avrebbe potuto realizzare i profitti che gli hanno permesso di espandersi, prima, e, poi, di delocalizzare.

La sua ricchezza è frutto, in minor parte, della sua capacità di arricchirsi, ma, per la componente rilevante, è nata e si è consolidata grazie al contesto italiano e, localmente, leccese.

Ad eccezione di quanto il dott. Adelchi versi al fisco italiano, cosa resta all’Italia dell’impresa “calzaturificio”, su cui tutti noi italiani avevamo, più o meno direttamente, investito?

Quella del Calzaturificio Adelchi è una storia di de-sviluppo, in cui un territorio viene prima industrializzato e fornito logisticamente, per poi riportare il tutto – appena si è lucrato abbastanza per consentire una conveniente espansione extranazionale – al bracciantato ed al sia arrangi chi può.

Quando si deciderà lo Stato Italiano – con opportune leggi – a difendere i propri interessi traditi, i magri investimenti da non sprecare e le modeste promesse, assolutamente da non tradire?
… non stiamo parlando di “fughe di capitali”, funzionali ad un certo sistema speculativo, ma di “fughe di posti di lavoro”. Può una democrazia liberale permettersi un tal genere di “deformazione”?

originale postato su demata