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Il biotestamento, la deontologia medica e la morale cattolica

21 Dic

 La legge sul Biotestamento non contiene una specifica disciplina in tema di obiezione di coscienza per i medici, dato che parliamo di un diritto individuale e personale che i malati terminali non sono spesso in condizione di garantirsi da soli.

E’ un po’ come se venisse esteso alla Vita stessa quello che è già consentito per il rifiuto consapevole di alimentarsi sancito dal Codice Deontologico Medico, art. 53: “Il medico informa la persona capace sulle conseguenze che un rifiuto protratto di alimentarsi comporta sulla sua salute, ne documenta la volontà e continua l’assistenza, NON assumendo iniziative costrittive né collaborando a procedure coattive di alimentazione o nutrizione artificiale”.

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Soprendentemente – visto che c’è un Parlamento che ha legiferato alla grande – la ministra Lorenzin, invece di garantirne l’applicazione secondo il voto del Parlamento, annuncia che «è mia intenzione, immediatamente dopo la pubblicazione della legge, incontrare i rappresentanti delle strutture sanitarie private cattoliche, per condividere con loro opportune modalità applicative della legge, volte a contemperare la necessità di applicare fedelmente le nuove disposizioni legislative, con la altrettanto fondata esigenza di assicurare agli operatori sanitari il rispetto delle loro intime posizioni di coscienza».

Peccato che, già a proposito di obiezione di coscienza verso l’aborto, il Codice Deontologico Medico (Art. 43) la contempla secondo gli ‘ordinamenti’ vigenti: non è una questione di etica medica nè un diritto assoluto del medico, ma solo una questione di consuetudine normativa nazionale.

Inoltre, le strutture sanitarie private cattoliche hanno già il diritto al rispetto delle loro intime posizioni di coscienza e già possono astenersi da qualsiasi pratica medica, se questo non è lesivo della salute del paziente.

Il punto è che se alle strutture cattoliche non fosse stato riconosciuto il diritto ad obiettare contro l’aborto … non avrebbero potuto ottenere convenzioni pubbliche per le loro strutture ginecologiche ed, oggi, senza qualche aiutino della Ministra “uscente ma in campagna elettorale”, i costosi reparti di Terapia del Dolore o Intensiva che volessero osteggiare il Biotestamento … finirebbero per perdere finanziamenti ed utenti.

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Chissà se l’on. Lorenzin immagina cosa andrebbe a succedere con gli obiettori del biotestamento negli ospedali pubblici … tenuto conto che rispetto della legge sull’aborto, i malati terminali neanche possono – come sono oggi costrette tante donne – fare il giro degli ospedali prima di trovare un medico non obiettore …

Giù le mani dal Biotestamento.

Demata

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Vaccini: tutto quel poco che c’è da sapere

18 Set

A furia di focalizzare i nuovi adulti sui ‘serissimi’ rischi derivanti dal morbillo, si sono dimenticati della poliomenite, della difterite, del tetano e … del vaiolo.
Il vaiolo è stato estinto nel 1978 solo grazie alle vaccinazioni, per la poliomenite ci siamo quasi.
La difterite è ancora ben presente nelle repubbliche ex sovietiche come in India. Anche il tetano lo conosciamo e lo temiamo (si spera) tutti.

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% di vaccinazioni esavalenti in Italia

Poi, ci sono l’epatite b ed il meningococco b-c che dipendono dagli stili di vita, cioè dall’esposizione a fattori patogeni.  Infatti, le statistiche delle nazioni avanzate dove non vi è una vaccinazione di massa non sono tanto diverse da quelle italiane.

Riguardo influenza, pertosse, morbillo e varicella, possiamo solo ricordare che le generazioni precedenti ai nuovi adulti se ne ammalavano ‘normalmente’ come ne guarivano generalmente bene.

Ad esempio, nel 2002, prima che si avviasse il piano di vaccinazioni generalizzate, si è verificata in Italia l’ultima “epidemia” di morbillo.
Su circa 4.000.000 di bambini tra i 6 e i 10 anni la stima ufficiale fu di circa 40.000 malati (1 caso ogni 100 bambini), di cui 600 (1:700) furono ricoverati in ospedale, e si registrarono 15 casi di encefalite (1:25.000).

Quanti ai costi dei vaccini ecco – in sintesi – cosa riportano le Edizioni Salus in “Farmaeconomia Dei Vaccini Pediatrici“.

Vaccino pediatrico esavalente (singola fiala)

Vaccino

Costo di una fiala (euro)

N° fiale per ciclo

Costo/bambino dell’intero ciclo (euro)

Costo nazionale dell’intero ciclo (milioni di euro)

– Antidifterite-tetano-epatite-
polio-emofilo-pertossico

87,80

4

351,20

189,65

Totale

4

351,20

189,65

Vaccini pediatrici (morbillo, parotite, rosolia, meningococco B-C, varicella)

Vaccino

Costo di una fiala (euro)

N° fiale per ciclo

Costo/bambino dell’intero ciclo (euro)

Costo nazionale dell’intero ciclo (milioni di euro)

– Antimorbillo-antiparotite-antirosolia (MPR)

29,90

2

59,80

32,29

– Antimeningococcico
coniugato C (< 2 anni)

58,50

3

175,50

94,77

– Antimeningococcico
polisaccaridico A+C+W+Y
(> 2 anni)

18,00

2

27,00

14,58

– Antivaricella

82,50

1

82,50

44,55

Totale

8

344,8

186,19

Non a caso l’Intesa Stato-Regioni sui fondi per l’acquisto dei nuovi vaccini ricompresi nel Piano nazionale 2017-19 prevede «100 milioni per il 2017, che diventeranno 127 nel 2018 e 186 nel 2019», come annunciato dal presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (PD).

Ovviamente, se i 189 milioni che servono per l’esavalente  erano già finanziati dallo Stato alle Regioni e se leggiamo che nel Lazio circa il 25% non è vaccinato e che più a sud va ancora peggio, potremmo anche chiederci cosa hanno fatto in questi ultimi 15 anni sia per le vaccinazioni sia per i soldi …

Specialmente se lo Stato è andato a cautelarsi verso le Regioni, ottenendo che il raggiungimento e del mantenimento degli obiettivi di copertura vaccinale costituirà adempimento ai fini dell’accesso al finanziamento integrativo a carico dello Stato a partire dalla verifica relativa al 2017.

Demata

 

Più Sanità per tutti, meno tasse e meno sprechi

23 Ago

Iniziamo col dirci che la Sanità pubblica italiana è tutta una questione di benzina, nel senso letterale della parola.

Percorrendo 15.000 km l’anno al consumo di 10 km per litro, un automobilista consuma 1.500 litri di carburante e versa € 1.092,60 di accise benzina (0,7284 € x litro).
Inoltre, lo stesso automobilista versa circa 400 euro l’anno per l’Iva al 22% (~ 27 cent. x litro).

In totale, sono circa 1.500 Euro l’anno che vanno dritti dritti per pagare il Servizio Sanitario Regionale, la così detta Sanità Pubblica.
In totale stiamo parlando di quasi 45 miliardi di euro annui che gli altri stati usano per la sicurezza delle strade e del territorio e per i servizi sociosanitari locali.

E non bastano. Infatti, ogni anno dalla quota Iva che va a Regioni e Comuni vengono impegnati un’altra quindicina di miliardi di euro, che altrove diventano – invece – sostegno alle imprese, allo sviluppo e alla cultura.

Un sistema di finanziamento inaccettabile, se ricordiamo che parliamo anche delle aborrite accise, balzelli medioevali giustificati solo dal carattere d’urgenza e temporaneità.
Una previsione di bilancio puntualmente improbabile, dato che si fonda sui consumi di carburanti che da Kyoto in poi vanno a limitarsi (-5% in un anno).
Iniqua, dato che un servizio ‘universale’ a ben vedere lo pagano i soliti noti (gli ‘utenti’), che … più sono tenuti in colonna a passo d’uomo e più versano all’erario per la Sanità Pubblica.

Ma non finisce qui, perchè i paradossi vanno ben oltre.

Il primo è che la Costituzione prevede che i lavoratori siano assicurati per la malattia (art. 38) e che è dal 1974 che dette ‘assicurazioni’ sono affidate provvisoriamente alle Regioni. Essendo trascorsi quasi 50 anni, vorremmo capire, fosse solo perchè ormai è materia storica.
Il secondo è che un automobilista con molto meno di 1.500 euro l’anno può permettersi una buona copertura assicurativa per malattia, infortuni, chirurgia e assistenza domiciliare per se e, con tot euro extra, per tutta la propria famiglia.
Il terzo è che gran parte di questi soldi finiscono alle Facoltà Mediche, mentre altrove sono Fondazioni a gestire i servizi ospedalieri. La principale differenza è che le prime investono in nuovi posti di lavoro, le seconde in infrastrutture e attrezzature.

Tanto per far un esempio, i sessantamila residenti fissi di Ischia contribuiscono al Servizio Sanitario Regionale molto di più di chi abita al centro di Napoli, sia perchè il costo (e l’iva) dei beni s’impenna per via del trasporto in mare sia perchè vi è un maggior consumo di carburanti rispetto a chi ha 3 metro e 5 bus sotto casa. Eppure gli ischitani non hanno i servizi sanitari di Napoli e neanche quelli di Campobasso, senza parlare del fatto che non pochi sono assicurati privatamente, visto che per curarsi spesso devono viaggiare.

Andando dalle entrate alla spesa, cioè alla Politica, le accise carburanti – nella maggior parte – servono coprire la spesa data dagli stipendi medio-alti del personale sanitario pubblico. Ed almeno un terzo dell’Iva che versiamo finisce nel calderone dell’Assistenza sociosanitaria regionale, che spesso deve attendere le donazioni per dotarsi di attrezzature più moderne.

Wikispesa offre un quadro abbastanza dettagliato della bizzarria con cui vengono spesi i nostri soldi.

“I costi per la pulizia dell’ospedale Cardarelli di Napoli erano più del doppio rispetto a quelli emiliani del Sant’Orsola e rappresentano il record a livello nazionale. Al De Lellis di Catanzaro la sola spesa per le utenze telefoniche è il triplo di altri ospedali italiani (2.782 euro contro 910 a posto letto). Tra il Careggi di Firenze e il Niguarda di Milano – a parità di dimensioni – vi è una differenza di dieci volte per quanto riguarda il costo dell’elettricità (6.737 euro contro 604 a posto letto). All’Umberto I di Roma sono necessari più di 500 mila euro per ogni letto utilizzato, mentre al San Matteo di Pavia ne bastano 380 mila.

Per medici e infermieri al San Giovanni/Addolorata di Roma la spesa per posto letto è di 172 mila euro contro i 140 mila di Padova, ma lo stipendio del personale pubblico è uguale in tutt’Italia.”

Dunque, quando si parla di tagli e di privatizzazioni per la Sanità, ci penserei attentamente se fossi un lavoratore o anche semplicemente un automobilista. Anzi, ci penserei comunque.

E se fossi ‘giovane’ non mi sorprenderei a scoprire che fino a qualche anno fa i lavoratori italiani versavano il 9,9% del reddito per l’assicurazione sanitaria e che proprio qualche anno fa, entrando in Europa, ci fu fatto presente che lo Stato (e la Regione) non possono fare gli assicuratori.
Così nacque il dedalo delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere, il trasferimento del prelievo dai redditi alle imposte e accise, un intero comparto assicurativo finito nelle mani delle giunte regionali, un intero settore professionale ridotto a pubblico impiego.

Quando si parla di tagli e di privatizzazioni per la Sanità pubblica, pensiamoci davvero bene … e diamo un’occhiata a quanto costa e cosa offre una buona assicurazione privata. Magari, scopriamo che ci garantisce anche più democrazia e meno corruzione.

E chi non può permetterselo?
La Costituzione garantisce l’assistenza agli indigenti e agli invalidi. Non sono questi i servizi in discussione, nel caso andassimo a liberalizzare il comparto assicurativo, e non è quel poco che va ai ‘bisognosi’ il carico maggiore tra tutte le tasse che paghiamo.

Demata

Regione Lazio commissariata, malati rari costretti al pronto soccorso

17 Giu

Le porfirie acute sono un disordine del metabolismo noto fin dall’antichità, che comporta un difetto nella biosintesi di un componente del sangue (eme), con conseguente accumulo di sostenze neurotossiche che causano sia dolore e stasi addominale, sia sintomi cardio-neurologici. “Possono essere coinvolti tutti i componenti del sistema nervoso periferico e centrale. Nelle crisi gravi e prolungate, è frequente la neuropatia motoria, che può condurre a una vera e propria tetraplegia. L’interessamento bulbare può causare un’insufficienza respiratoria. L’eccesso di catecolamine generalmente causa irrequietezza e tachicardia. Un’ipertensione labile, con valori di pressione arteriosa transitoriamente elevate, può causare modificazioni vascolari progressive che, se non trattate, portano a un’ipertensione irreversibile. Raramente le aritmie indotte dalle catecolammine causano morte improvvisa. L’insufficienza renale nella Porfiria acuta è un processo multifattoriale; l’ipertensione acuta (che può sfociare nell’ipertensione cronica) è probabilmente uno dei principali fattori precipitanti” (Manuale Merck for Professionals – 2017)

La legge italiana, a riguardo è chiara (D.M. Sanità – 18 maggio 2001, n. 279): servono Centri interregionali, che “assicurano il coordinamento dei presidi della Rete, al fine di garantire la tempestiva diagnosi e l’appropriata terapia, qualora esistente, anche mediante l’adozione di specifici protocolli concordati” ed i Presidi della Rete “sono individuati tra quelli in possesso di documentata esperienza in attività diagnostica o terapeutica specifica per le malattie o per i gruppi di malattie rare, nonché di idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi, per le malattie che lo richiedono, servizi per l’emergenza e per la diagnostica biochimica e genetico – molecolare”.

Centri interregionali sia per concentrare il riferimento dei malati rari presso specialisti appropriati e di provata esperienza sia per abbattere i costi di staff. Presidi adeguatamente dotati perchè v’è rischio per le funzioni vitali e perchè stiamo parlando di metabolismo e neurointossicazione endogena.

Nel caso delle porfirie acute non c’è dubbio: serve un internista (gastroenterologo, epatologo, ematologo), serve un ambulatorio per evitare che le esacerbazioni confluiscano in un attacco acuto, serve un pronto soccorso, servono consulenze per eventuali copatologie, un ricovero protetto in caso di necessità ed un tot di medicina del lavoro, visti la disfunzionalità intermittente e lo stress lavoro correlato.

Invece, Roma – cioè la Regione Lazio – ha optato fin da principio per individuare dei meri Centri di riferimento ‘per la diagnosi e la presa in carico’, senza specificare se trattasi di unità diagnostiche o ‘finalizzate alle cure’ e – non di rado – riconfermando realtà antecedenti al 1994.

Al di là delle spontanee riflessioni su quanto una tale rete potesse essere obsoleta (se non ancora esistente/efficiente) o di quali costi aggiuntivi derivino dall’operare con parametri diversi da quelli nazionali, nel caso delle porfirie acute si è continuato a seguire il desueto criterio di eziopatogenicità con le porfirie cutanee, cioè destinando pazienti affetti da gravi sindromi del metabolismo con neurointossicazione endogena e seri rischi per la salute presso … un ospedale specialistico (dermatologico – oncologico) privo di servizi per l’emergenza, cioè il Pronto Soccorso.

Dal 2010, con il pervenimento di un paziente con frequenti attacchi ricorrenti, diagnosticato dopo ben 30 anni dai primi sintomi, è emersa in tutte le sue carenze l’esigenza di “idonea dotazione di strutture di supporto e di servizi complementari, ivi inclusi servizi per l’emergenza”.

Cosa sia accaduto a seguire è presto detto,almeno per gli aspetti più eclatanti:

  • per un anno quel malato ha ricevuto infusioni di emoderivati nello stessa Unità dove venivano praticate salassoterapie per i pazienti di porfiria cutanea tarda, nonostante il Documento di Unità Operativa non prevedesse profilassi ambulatoriale per le Porfirie Acute;
  • ha dovuto attendere dal 2009 al 2012 – allorchè recatosi in un Centro interregionale fuori del Lazio – per ottenere la certificazione utile a tutelare lo stato di salute (grave invalidità > 74% e gravità, riconosciute per sentenza) e la situazione lavorativa (sorveglianza sanitaria della CMV), perdendo praticamente tutti i benefits garantiti fino al 2011 per effetto della Riforma Fornero;
  • dal 2014 ha ‘subito’ quasi 300 infusioni di emina, a fronte di prescrizioni – per tre anni consecutivi da 2014 al 2016 – del Centro interregionale cui fa capo, che ne indicava la riduzione da tre ad una sola prestazione quindicinale, nonostante un sempre maggiore accumulo marziale per emoinfusione, tre cateteri impiantati, ‘consumati’ e rimossi, un’infezione batterica perdurata per lungo tempo ed gestita solo dopo febbri continue e antibiogrammi privati.

Finalmente, nel 2015, una speranza: il Commissario ad Acta e Governatore della Regione Lazio emette il Decreto DCA 387-2015, ) allo scopo di attuare il “criterio di omegenità clinica, anzichè eziopatogenica”, per adempiere al “Piano Nazionale per le Malattie Rare” approvato dalla Conferenza Stato Regioni il 16 ottobre 2014.

Finalmente, essendo ormai nota questa situazione, emergerà la carenza e si perverrà a soluzione?
No. Incredibilmente, il decreto mantiene la presa in carico di persone affette da una seria sindrome del metabolismo con rischio cardiologico e neurologico … presso un ospedale dermatologico-oncologico privo di pronto soccorso, solo perchè ivi esiste una comprovata esperienza diagnostica e terapeutica riguardo le porfirie … cutanee … a ribadire il criterio di eziopatogenesi e con buona pace della clinica …

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Peggio ancora, sia nel 2015 sia nel 2017, in coincidenza della richiesta di chiarire chi fosse lo specialista di riferimento e che si adottassero le indicazioni del Centro interregionale a ridurre l’apporto infusionale in funzione della sintomaticità con corrispettiva gestione ambulatoriale, due note e qualificate strutture ospedaliere romane gli cessano le cure ambulatoriali con ridottissimo preavviso, indirizzandolo al Centro regionale di riferimento, che non era strutturato per la funzione di presidio già nel 2009 e – comunque – non rispondeva al ‘criterio di omogenità clinica’, cioè per l’appropriatezza delle terapie.

Da marzo e nell’attuale, questo paziente non ha altro che recarsi settimanalmente al Pronto soccorso per ricevere le infusioni di profilassi, privo persino di accesso venoso ed ormai con vistosi danni alle braccia e alle mani, dato che i farmaci sono aggressivi, senza possibilità di aggiornare il piano con riferimento locale al Centro interregionale cui fa capo, anche se  esposto a serio rischio per la salute visti i tre accessi in emergenza, di cui uno in codice rosso.

Eppure, il Centro – già da molti anni – avrebbe potuto/dovuto essere autorizzato ad operare in rete con una struttura dotata di riferimento internistico e di pronto soccorso. Come anche … la Regione Lazio avrebbe potuto chiedersi quali fossero gli standard minimi /essenziali per una malattia di tale portata e – soprattutto – il Commissario ad Acta, per i poteri esecutivi di cui è dotato, poteva/doveva intervenire almeno da marzo scorso.

Non resta che chiedersi – visto che a Roma ci sono tanti sanitari competenti e di Buona Volontà – se la Regione Lazio deciderà di attuare la norma nazionale anche per le porfirie acute. Anzi, che si deciderà a garantire i servizi essenziali e d’emergenza, visto che da ieri il Centro di riferimento è rimasto senza reagenti ed ha comunicato la sospensione della diagnostica, come anche – da un momento all’altro, se non già in fieri – si potrebbe concretizzare un serio danno alla salute del malato.

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Questi sono i risultati del mostruoso conflitto di interessi dato dal conferire alla Politica, alle Regioni, il ruolo di amministratore delle assicurazioni di malattia previste dall’articolo 38 della Costituzione, specie se – poi – si nomina lo stesso Governatore anche Commissario ad acta e senza istituire un assessorato per le ‘Politiche sanitarie’, così inficiando l’accesso, il dibattito, la trasparenza.

Demata

Sistemi sanitari a confronto: l’Italia arranca

27 Dic

L’Euro Health Consumer Index (EHCI) confronta i sistemi sanitari europei sulla base di tempi di attesa, i risultati e la generosità.
La classifica 2014 comprendeva 37 paesi misurati da 48 indicatori, con lo scopo di misurare la “facilità di uso” dei sistemi sanitari.

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Il British Medical Journal e, di recente, anche l’Osservatorio europeo sulle politiche e dei sistemi sanitari hanno evidenziato che gli indicatori inerenti gli effettivi risultati medici si basano sulla soddisfazione dei pazienti, a loro volta privi di termini di confronto con altre realtà (cut off arbirario).
Ad ogni modo, l’EHCI resta il maggiore indice dell’accessibilità e dell’efficienza dei sistemi sanitari.

E l’Italia?

  • Al 22° posto come qualità generale dei servizi sanitari, superata – tra l’altro – dalla Slovacchia, il Portogallo o l’Estonia.
  • Quanto ai diritti dei pazienti, siamo in 19° posizione, preceduti anche dalla Macedonia.
  • Riguardo i tempi di accesso (22°) anche in Albania si fa prima che da noi.
  • In 22° posizione anche per i risultati (efficacia delle cure), snobbati anche dall’Islanda o da Cipro.
  • Peggio ancora riguardo la gamma dei servizi forniti, con il Sistema Sanitario italiano pari (de)merito con Slovacchia, Ungheria e Polonia, surclassate persino dalla Scozia, Malta, eccetera.
  • Dulcis in fundo, l’accesso ai farmaci è molto più facile in Finlandia o in Norvegia.

In parole povere, fatta eccezione per nazioni molto piccole o quelle che da soli 20 anni si sono liberate da fascismi e comunismi, il nostro Sistema Sanitario – secondo la “rel. 31 January 2015″ – si colloca più o meno ultimo e ben distaccato … anche se spendiamo come e più di tanti.

D’altra parte, l’Indice della qualità della Pubblica amministrazione vede a fondo classifica – praticamente alla pari con la Turchia – il Lazio (-1,512) ed ancor peggio  Sicilia, Puglia, Molise, Calabria (da -1,588 a -1,687) o in Campania (-2,242). Meglio  che tendono alla media europea (indici pari a Veneto (-0,186) ed Emilia Romagna (-0,217) o Lombardia (-0,542).

Non c’è, dunque, alcuna ragione – almeno tra quelle confessabili – per cui l’attuale Parlamento e gli attuali Governatori regionali o i Sindaci, non siano andati ad occuparsi con la massima urgenza della Pubblica Amministrazione e del corrispettivo Servizio (socio)Sanitario.

Anzi, dopo tre anni, ci ritroviamo con il personale incrementato e gli stipendi pure, i contratti e le mansioni risalenti a chissà quando, gli invalidi affastellati in qualche ufficio nell’attesa di un’opzione bloccata,  i malati in coda perpetua al Recup tanto da noi s’opera solo d’urgenza …

E dire che il rating prefallimentare BBB- ce lo siamo ‘guadagnato’ per via della PA obsoleta e dei sui costi iperbolici, che comportano tante e tali tasse ed incertezze burocratiche da soffocare l’Italia che produce … e che fugge all’estero.

D’altra parte, fatta eccezione per il patriottico Draghi, come potremmo ispirare fiducia persino a noi stessi, se al Lavoro e Welfare mettiamo l’ex presidente delle coop, all’Istruzione, Università e Ricerca un ex segretario sindacale senza laurea, alla Pubblica Amministrazione un’altolocata quanto giovane ricercatrice ed alla Sanità una politica di professione diplomata al liceo classico?

Demata

Il ‘Sistema’ della Sanità regionale

5 Nov

Quel che racconta questo post è la storia di una prestazione sanitaria del costo effettivo di 90 euro da cui una Regione ricava praticamente il doppio dal rimborso statale e dal ticket dei non esenti.

Dunque, non v’è ragione per imporre i ticket e non v’è beneficio a negare le convenzioni private.

Dollar money on and stethoscope

Un cittadino del Lazio (o di un’altra regione se vogliamo) con un reddito lordo superiore a 29mila euro e privo di esenzioni si ritrova con delle fastidiose vertigini e deve andare dall’otorino per dei controlli. Un problema relativamente diffuso.

Questi controlli – secondo le definizioni date dal Decreto del Ministero della salute ministeriale 18 ottobre 2012 – consistono in una visita specialistica, una valutazione audiologica, un test clinico della funzionalità vestibolare, altri test audiometrici o della funzionalità vestibolare, l’anamnesi e valutazione.

Se si reca presso una struttura privata, può cavarsela con ‘soli’ 90 euro e – magari – in giornata presso un medico di fiducia. Può sembrare un’enormità, ma vediamo cosa accade se preferisce il sistema sanitario regionale …

Ricordiamo che dovrà pagare il ticket per ogni prestazione specialistica ambulatoriale di 36,15 euro, il contributo fisso della Regione Lazio di 4 euro per ogni ricetta prescritta, la quota fissa pari a 10 euro. Il totale è pari a 50,15 euro, ma in realtà è molto di più.

Infatti, chiamando il Recup si sentirà dire che è necessaria una prima visita e, a seguire, scoprirà che per i test le ricette sono due o tre e non una sola. Inoltre, gli capiterà di attendere mesi per la prima visita e mesi per i test e l’anamnesi complessiva, trascorrendo ore in code allo sportello e sale d’attesa ‘ripiene’, senza ovviamente scegliere il medico … dato che addirittura gliene danno due o anche tre tra specializzandi e contrattisti delle prime visite e il ‘guru’ che emetterà diagnosi.

In poche parole, potrebbe ritrovarsi a spendere più del doppio di quanto costerebbe un privato, senza la qualità del privato. Ma non finisce qui.

Infatti, oltre al centinaio di euro che la Regione incassa dal paziente, ci sono i rimborsi statali: più ricette si gestiscono e più aumentano.

Così accade che il nostro erario si trova a rimborsare 22 euro per la “visita specialistica”,  14 euro per le “anamnesi e valutazione”, 25,30 euro per la “valutazione audiologica”, 16,30 per il “test clinico della funzionalità vestibolare” e 16,30 per “altri test”. Totale: circa 93 euro … che è proprio quanto costa dal privato.

Dicevamo che non v’è ragione per imporre i ticket e non v’è beneficio a negare le convenzioni private, se una Regione incassa due volte il costo, sia dal rimborso statale e sia dal ticket dei non esenti. A maggior ragione se efficienza, coordinamento e tempistiche pubbliche sono vistosamente inferiori.

Anzi, potremmo aggiungere che con i ticket ci paghiamo i ‘sovracosti’ … cioè sprechi, negligenze e ruberie.

Demata

Cannabis: un capolinea per il Centodestra?

19 Ago

Sulla legalizzazione della marijuana ci saremmo aspettati un dibattito parlamentare di livello adeguato alla problematica da affrontare, che – ricordiamolo – è la tutela della salute dei cittadini che consumano sostanze “ricreative”, come tabacco, alcol, per l’appunto la cannabis, cocaina, eroina, pasticche eccetera.

Un dibattito che avrebbe dovuto vertere, innanzitutto, sugli aspetti ‘tecnici’ e cioè la gradualità e la gravità dei danni alla salute di chi consuma, gli effetti farmacologici e, dunque, psicotropi, ma, soprattutto, i dati statistici della diffusione dei fenomeni e dei profitti legali ed illegali.

Se si fosse proceduto secondo logiche e secondo buon senso, oggi avremmo probabilmente già più o meno unanimemente legiferato. Purtroppo, non è così e molti elettori italiani vorrebbero comprendere ‘da che parte sta’ il Centrodestra.

Un Centrodestra che sembra dimenticare che da noi lo Stato lucra sui tabacchi, che un’Italia di pubblici esercenti e coltivatori si arricchisce grazie all’alcol, per non parlare delle centinaia di migliaia di individui che nel nostro paese sono, in un modo o nell’altro, al soldo di qualche mafia.

Un Centrodestra che sembra dimenticare che  la morale cattolica, riguardo l’uso di sostanze ricreative, è alquanto ambigua e carente, se:

  1. la Bibbia ha sempre dimostrato un grande favore verso l’alcol (Ecclesiaste 9:7 “Bevi il tuo vino con cuore allegro”; Salmi 104:14-15 Dio dona “il vino che rallegra il cuore dell’uomo”)
  2. il solo San Paolo che ebbe a condannare l’ubriachezza, che si diffuse endemicamente in Europa dalla caduta dll’Impero Germanico fino all’avvento del Puritanesimo e dello Stato moderno (sic!),
  3. per cannabis ed oppio non v’è menzione nè divieto nei testi sacri, pur essendo ampiamente noti ed usati nel Medio Oriente antico, e le fonti dottrinali (San Paolo) utilizzate per il Catechismo (2290-2291) sono le medesime applicabili per l’alcol, da cui non si comprende perchè si vietino le prime ma non il secondo
  4. il divieto di coltivazione della cannabis è moderno, risale al 1937 e venne introdotto per proteggere le attività industriali della petrolchimica Du Pont, dato che all’epoca la canapa era competitiva sia per la produzione di carta, sia come alternativa alla nascente plastica sia come base per carburanti
  5. il Vaticano fu storicamente promotore e, talvolta, gestore del gioco d’azzardo (lotterie) e dei collegati banchi dei pegni a Roma.

Dunque, visto che viviamo ormai in un mondo globale dove tutti sono più o meno informati degli usi e costumi altrui, ci piacerebbe che i politici di Centrodestra, nell’esprimere le proprie opinioni, dimostrassero almeno di conoscere la religione che professano e, al possibile, che non ci trattino puntualmente come degli ignoranti senza speranza.

Infatti, sarebbe anche bello che – riguardo alcol, eroina e promiscuità sessuale – il ministro Lorenzin parlasse di salute ai suoi elettori, spiegando che l’ostinata mancanza di informazione e prevenzione sulle epatiti e sulle malattie epatiche, ha fatto in modo che l’Italia detenga il primato europeo per il numero di casi di malattie epatiche, mentre cirrosi e tumori al fegato causano circa 20mila decessi all’anno, nonostante siamo secondi in Europa per numero di trapianti di fegato effettuati, ma il 15% dei pazienti il lista di attesa muore prima di ricevere il trapianto, quasi sempre per mancanza di organi disponibili.

Il ministro Alfano, vista la questione ‘sicurezza’ che preoccupa praticamente tutto il corpo elettorale, potrebbe farci sapere quali limitazioni alla vendita e al consumo intende introdurre, se l’eccesso di alcol riguarda oltre 8 milioni di italiani (con il 39,9% che consuma prevalentemente alcolici ad alta gradazione) e, soprattutto, i giovani di 18-24 anni (22% maschi e 8,7% donne) e tra gli adolescenti di 11-17 anni (21,5% e 17,3%).

Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, dovrebbe ragguagliarci sulla posizione del partito, se la proposta di legalizzazione è stata firmata persino da Antonio Martino, ex Ministro degli affari esteri e Ministro della difesa, anche lui eletto con Forza Italia, ma – soprattutto – i suoi elettori sarebbero felici di conoscere le ragioni per cui afferma che il magistrato e presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone “dimostra incompetenza e irresponsabilità”.

Sono domande che ogni elettore di centrodestra si pone, se Matteo Salvini resta proibizionista, ma “se ci fosse la legalizzazione almeno eviteremmo l’ipocrisia democristiana di fare una legge che manda in galera il grande spacciatore e non il piccolo, tra l’altro a prescindere dal tipo di sostanza che viene venduta”, e se Giorgia Meloni ironizza sul provvedimento di legge definendolo una “operazione di distrazioni di massa”, ma sa altrettanto bene che i magistrati dell’anticorruzione e dell’antimafia, che si sono espressi pro-legalizzazione, sono persone esperte, caute e preparate.

Alfano, Lorenzin e Gasparri sperano forse di raggranellare consensi con slogan buoni forse vent’anni fa, vedremo se ci riusciranno, ma il mondo va da un’altra parte.
Peccato che il post Berlusconismo si stia dimostrando del tutto incapace di cogliere il cambiamento.

Demata