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Eugenio Scalfari: novant’anni per il potere?

7 Apr

Eugenio Scalfari (Civitavecchia, 6 aprile 1924) compie oggi novant’anni ed è stato uno dei giornalisti e politici più influenti della Repubblia Italiana.

Di origini calabresi, compie gli studi liceali al liceo classico G.D. Cassini di Sanremo (dove il padre è il direttore artistico del Casinò) e si iscrive a giurisprudenza, iniziando a collaborare con riviste e periodici legati al fascismo, come “Nuovo Occidente” e “Roma Fascista”, organo ufficiale del GUF (Gruppo Universitario Fascista), di cui nel 1942 sarà nominato caporedattore di “Roma Fascista”.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, lavora presso la Banca Nazionale del Lavoro, e si sposa con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta.
In quegli anni diventa collaboratore prima di Il Mondo, poi dell’Europeo e quando, nel 1955, nasce il settimanale L’Espresso, Scalfari ne è direttore amministrativo e, in cinque anni, arriva a superare il milione di copie vendute Sette anni dopo, nel 1963, diventerà il ‘dominus’ di L’Espresso aggiungendo la carica di direttore responsabile a quelle già ottenute.

Nel 1976 Scalfari fondò il quotidiano la Repubblica, con il gruppo L’Espresso e la Arnoldo Mondadori Editore, della quale – a metà degli Anni Ottanta – Silvio Berlusconi acquisì quote sempre più consistenti, finchè, nel 1987, muore Mario Formenton (marito di Cristina Mondadori), e si apre così un periodo di contrasti per la successione nella gestione della azienda di famiglia. Tra questi ‘contrasti’, il trentennale Lodo Mondadori e lo scontro politico-commerciale-mediatico tra i giornali (Scalfari-L’Espresso) e le televisioni (Berlusconi-Mediaset).

Nel 1996, abbandona il ruolo di direttore di La Repubblica, ma mantiene il ruolo di editorialista dell’edizione domenicale.

Salvo l’affare SIFAR, in una carriera durata oltre mezzo secolo e nonostante il potere concessogli dagli editori, Eugenio Scalfari, pur appellandosi alal questione morale fin dagli Anni ’70, non si è distinto tramite i giornali da lui diretti per la denuncia di ‘nomi e fatti’, se non dopo l’intervento della magistratura: cronaca più che giornalismo d’inchiesta.
Fanno eccezione (ndr. o forse no, se rammentiamo chi fossero parenti ed editori), Eugenio Cefis, (prima presidente dell’ENI e poi di Montedison), Sindona o Craxi  per non parlare di Berlusconi, puntualmente attaccati. Mediobanca, come Spadolini e De Mita, furono, viceversa, spesso sostenuti.
Da ‘sempre’ accanito sostenitore di D’Alema, come quando – nel 1999 – ben sapendo cosa fosse avvenuto in parlamento e quali fossero le cause della defenestrazione di Prodi, Eugenio Scalfari ebbe a commentare “Romano, hai silurato il governo. Adesso fermati o spacchi l’Ulivo, Contro l’ ex premier non c’ e’ stato complotto. Semmai lui ha cercato di azzoppare Ciampi. Ma perche’ non sta fermo un giro? Uno come lui, dopo essersi guadagnato la riconoscenza del Paese, avrebbe dovuto consentire a D’ Alema di governare come gli altri avevano consentito lealmente di governare a lui. Invece, pur di riprendere un suo ruolo, cosa fa? Spacca l’ Ulivo. Perche’ non e’ vero che lo sta rivitalizzando: lo sta spaccando”. 

Un ruolo politico, quello di Eugenio Scalfari, non irrilevante per l’Italia e, soprattutto, gli italiani.

Dopo la militanza fascista,  si avvicina al neonato partito liberale, conoscendo giornalisti come Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, finchè, nel 1955, si unisce ai 32 consiglieri nazionali del Partito Liberale Italiano ‘scismatici’  per promuovere la costituzione del Partito Radicale dei Liberali e Democratici Italiani, che dopo un po’ abbandonerà.

Querelato dal generale De Lorenzo per lo scandalo SIFAR, e condannato a poco più di un anno di reclusione, evitò il carcere grazie all’immunità parlamentare, essendo stato eletto deputato, come indipendente nelle liste del Partito Socialista Italiano alle elezioni politiche del 1968. Restò deputato fino al 1972 e da allora ha avuto diritto a tutti i benefit riservati agli ex parlamentari.

 

Come ‘dominus’ di La Repubblica, la sua azione politica ebbe modo di continuare con campagne stampa contro il Partito Socialista di Bettino Craxi ma non altrettanto contro Andreotti, contro gli sprechi pubblici, ma non altrettanto contro la corruzione e le infiltrazioni mafiose. Uno stile che continua ancora oggi, come – ad esempio – pubblicando le foto di scuole disastrate, ma non indicando le responsabilità politiche locali che ne sono la causa.

A partire dalla ‘discesa in campo’ di Silvio Berlusconi, Eugenio Scalfari condusse alcune importanti iniziative, pur trovandosi in aperto conflitto di interessi in quanto (ex) dominus di una azienda ‘concorrente’, tutte sostenute per il tramite di “Repubblica”: l’ascesa e la fine dell’Ulivo prodiano, il “governo del Presidente” affidato al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi,  la scelta del braccio destro di Craxi, Giuliano Amato, come viatico per la nascita della Seconda Repubblica da parte del presidente Scalfaro …

Eugenio Scalfari: un uomo di potere fino ad oggi, se può ancora permettersi di alzare il cartellino giallo per Fornero o Renzi e se può lampeggiare il semaforo rosso per l’ultimo suo avversario rimasto, Silvio Berlusconi.

Ma “potere è mentire e mentire è potere”. (Guido Rossi – “Il ratto delle Sabine” – 2000, pag.33)
Fare informazione è un’altra cosa.

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Giustizia: l’ora del Buon Senso

7 Ago

E’ difficile non chiedersi se il processo Mediaset, conclusosi con la condanna di Silvio Berlusconi, non abbia bisogno di un’attenta revisione, se salta fuori che la condanna è stata emessa perchè ‘non poteva non sapere’.
Una sentenza ‘indiziaria’, documentata per ‘relata refero’? Una motivazione, non ancora consegnata, che già mostra falle inconfessabili?

Speriamo di no, speriamo che la nostra Giustizia non si dimostri la stessa dello scandalo della Banca Romana e del caso Giolitti, dopo un secolo e mezzo di Trasformismo e Cleptocrazia ampiamente sfuggiti a processi e sentenze.

E’, però, sorpendente scoprire tramite La Repubblica che il Presidente della Sezione Feriale della Corte di Cassazione, Antonio Esposito, che ha emesso la sentenza Mediaset, sia anche fratello e padre di altri magistrati. Un fenomeno già diffuso tra docenti e medici e già notoriamente deleterio.
Come è sorprendente che un così emerito magistrato pretenda che un cronista pubblichi non  l’intervista rilasciata e debitamente registrata, ma un testo diverso, concordato ex post.

Disdicevole, poi, è il pasticciaccio della norma Cancellieri, da applicarsi, secondo alcuni, anche alla sentenza Berlusconi, facendolo decadere da senatore. Infatti, è davvero poco ‘liberale’ applicare una norma ad eventi pregressi e giudicati, anche se in corso di revisione del giudizio, come è ‘iniquo’ che Silvio Berlusconi, come al solito, vada via impunito.
Incredibile, infine, è che la frode fiscale non venga applicata a tutti i processi per corruzione, concussione, malversamento di denaro pubblico, eccetera.

Dunque, ritorniamo alla questione ‘vera’ del serio problema istituzionale in cui l’Italia viene a trovarsi: l’effettiva forza del Parlamento, ovvero del Popolo Sovrano.

Un Parlamento che non ha solo bisogno di una legge elettorale decente, ma anche di processi celeri e fondati esclusivamente sulle prove, che chiariscano agli elettori chi, tra gli eletti, è ladro od incauto o marpione.
Basterebbe ricordare che Silvio Berlusconi è diventato il tycoon ed il politico che è stato grazie ad un mostruoso inviluppo della nostra magistratura, durato due generazioni di italiani, nonostante più di venti anni fa fosse già provato e giudicato che s’era fatto cartello tra i due principali concorrenti e che s’erano corrotti dei giudici: il Lodo Mondadori.

Un processo non può e non deve durare più di un quinquennio e benchè meno dieci anni od una generazione intera, le cause civili vanno gestite secondo una Common Law, le carriere vanno separate e deve esserci un organo che sanzioni chi causa danni a cittadini innocenti, la Corte Costituzionale dovrebbe essere di sola nomina parlamentare/presidenziale.

Scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera che “la magistratura è l’unico «potere forte» oggi esistente in questo Paese e lo è perché tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico, sono deboli. Non permetterà mai al potere debole, al potere politico, di riformarla. Certo, si potranno forse fare – ma solo se i magistrati acconsentiranno – interventi volti ad introdurre un po’ più di efficienza: sarebbe già tanto, per esempio, ridurre i tempi delle cause civili. Ma non ci sarà nessuna «riforma della giustizia» se per tale si intende una azione che tocchi i nodi di fondo“.

Speriamo si sbagli.

Anche perchè – alla ricerca di un po’ di buon senso – la luce in fondo al tunnel ci arriva proprio dall’accusatore finale di Silvio Berlusconi, il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, che ha dichiarato a L’Espresso che «la procura di Milano non chiederà il carcere per Silvio Berlusconi», precisando che non si tratta di una decisione ad personam, ma della semplice applicazione di un principio generale, valido per tutti gli imputati e condannati.

Un approccio che ‘tutelerebbe’ Silvio Berlusconi dal carcere, anche a seguito di altre sentenze che lo colpirebbero senza lo scudo di parlamentare. Qualcuno potrebbe chiamarlo ‘salvacondotto’, in realtà è solo la legge che va applicata.

L’agibilità politica di Silvio Berlusconi? Non riguarda nè i magistrati nè il Presidente della Repubblica … è una questione ‘inter pares’ … la discutano in Senato.

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Lavoro, Iva, F35: rinviare è peggio

27 Giu

Marco Tullio il Temporeggiatore non sarebbe riuscito a far di meglio, se si voleva perpetuare lo stallo cattolici-comunisti, in cui sta lentamente sprofondando l’Italia da che si è fatta repubblica.

L’IMU è sospeso e diventerà, entro Natale, una cambiale raddoppiata per tanti cittadini, mentre i Comuni restano senza risorse proprie. Anche per le commesse degli F35 se ne riparla tra sei mesi, nonostante questo significhi azzerare quel poco di elettronica e meccanica d’eccellenza che esiste ancora in Piemonte. L’incremento dell’IVA è anch’essa sospeso, con appuntamento a dopo l’estate e sperando di rinviare il tutto a dopo le elezioni autunnali in Germania.

Rinvii pericolosi, come insegna l’esperienza, visto che, comunque andassero le elezioni in Germania, stanno preparando una Patrimoniale per il Capodanno, da attuare con urgenza tra i botti (in borsa) di fine anno.

Intanto, aumentano al 100% l’acconto Irpef, del 101% (dal 100%) quello Ires; contanti ed in anticipo per ben 2,6 miliardi stimati. Arriveranno (si noti il tempo futuro) 1,5 miliardi per le aziende che avranno la forza di investire e assumere giovani under30.

Niente sgravi per le aziende, niente riduzione del costo del lavoro: welfare camuffato da investimento infrastrutturale a patto che ci siano commesse e appalti per creare lavoro. Cosa resterà di quanto lo sappiamo già: l’abbiamo imparato durante gli Anni ’90 dalle analoghe politiche del Centrosinistra.

La legge elettorale è rinviata ad un ipotetico termine di 180 giorni, come lo sono tutte le riforme del sistema politico. Nelle carceri si preferisce andare avanti con mini-indulti, piuttosto che affontare la questione di due leggi poco costituzionali come quella sull’immigrazione e quell’altra sul consumo di stupefacenti. Berlusconi è fuori gioco, a Napolitano non restano che le dimissioni per motivi di salute e alle urgenze si aggiunge quella – dimenticata – di riformare la giustizia e la pubblica amministrazione, scuole, università e ricerca incluse. Il Partito Democratico paralizzato dall’incombente congresso che somiglia ad una nemesi storica, prefigurandosi simile a certe assemblee toscane, tramandateci dalle cronache del Rinascimento, come quelle, romane, che potrebbero descrivere cosa accade a Destra, alal ricerca di una Papessa, caduto il Papa Re.

Uno stallo, non un rinvio, in cui Milano e la ‘Padania’ vogliono solo un minimo di stabilità per profittare al massimo dell’Expo 2015, Roma ed il Centroitalia trovano gioco per nulla mutare pur cambiando tutto, al Sud ‘va tutto bene’.

Intanto, Beppe Grillo resiste e continua a raccogliere – nonostante diaspore, polemiche ed espulsioni – più persone di quante ne mettano insieme la Triplice sindacale o anche il maggiore dei partiti. Cosa ovvia, se lo spettacolo è quello del rinvio, dopo aver urlato agli italiani per due anni “fare presto, fare tutto”.

Dunque, tutto rinviato all’autunno, quando, trascorse le elezioni germaniche, si spera arrivi qualche fiume di denari o qualche strappo ai vincoli di Maastricht oppure il solito ultimatum UE che consenta di far cadere il governo. E nessuno ha – per ora, solo per ora – da ridire che le carenze finanziarie che necessitano di Imu anche sulle prime case, Iva maggiorata, acconti Irperf e Ires raddoppiati e ‘verifica’ degli F35 derivano tutti da errori di computo (vedi titoli di Stato o pensioni), da generose elargizioni (vedi Monte Paschi di Siena) e da scelte avventate (leggasi recessione) attuate dal senatore a vita Mario Monti e dal suo governo. Scelte che, nonostante i rapporti della Corte dei Conti e dell’INPS, nessuno si accinge a risanare. Come nessuno tiene in conto degli interventi della Corte Costituzionale su troppe leggi, che restano lì, e della ‘lettera morta’ che è rimasta la Riforma Brunetta, se parliamo di contratti, mansionari e metodi di assunzione nel pubblico impiego.

Dicevamo di Expo 2015 a Milano. Ma siamo davvero sicuri di non ritrovarci, con un palcoscenico mediatico simile e andando di questo passo, con una ‘patata bollente’ come quella brasiliana per la Confederation Cup?
Forse Letta o Alfano non se ne rendono conto, ma – dopo il transito di Monti e Fornero – la gente non sa neanche più quale dei mille cavilli rispettare o quale balzello gli tocchi mentre va a ritirare lo stipendio … figuriamoci a tirar su i consumi e la produzione se a tavola si mangia pane e bollette.

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Berlusconi ineleggibile. E gli altri?

20 Giu

Che Silvio Berlusconi fosse ineleggibile è un dubbio (certezza per alcuni) che ci affligge da almeno un Ventennio, come quello sull’incostituzionalità delle leggi elettorali ed i conflitti di interessi (bancari, cooperativi, sindacali e patrimoniali) del Partito Democratico.

L’eleggibilità del Caimano è ancora sul tavolo e sulle cronache, ma avrebbe dovuto essere un dato di fatto almeno dal novembre 2001, quando la Corte di Cassazione respinse il ricorso dei legali di Berlusconi con il quale chiedevano la piena assoluzione e non il semplice proscioglimento per prescrizione del reato di corruzione di un magistrato nel Lodo Mondadori.
Un indagine che comprovò “movimenti” per circa 2,5 milioni di euro (odierni) da parte di una società offshore di Silvio Berlusconi, a seguito delle dichiarazioni di Stefania Ariosto riguardo i rapporti esistenti tra i giudici Arnaldo Valente e Vittorio Metta con Cesare Previti, avvocato Fininvest.

In quell’anno, poco prima della sentenza d’Appello (25 giugno) confermata in Cassazione, si tennero le elezioni politiche con un nuovo sistema di voto (la c.d. “Legge Mattarella“), che prevedeva per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica un sistema elettorale misto: maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari, mentre, per il rimanente 25% dei seggi, c’era il recupero proporzionale dei più votati non eletti per il Senato, con liste bloccate e sbarramento del 4% alla Camera.
Una follia, che favoriva il ricorso alle cosiddette liste civetta, permetteva la formazione di coalizioni che, non appena elette, potevano scomporsi di tot gruppi parlamentari, minimizzava il margine di consenso, favorendo piccoli partiti (i così detti cespugli) e lobbies nel condizionare alleanze e consensi.
Non poteva che vincere il Deus del marketing italiano, Silvio Berlusconi, che – alleatosi con la Lega di Bossi – prevalse con una maggioranza bulgara sia alla Camera sia al Senato.

Difficile ipotizzare che un Parlamento così composto addivenisse ad una norma sui reati perseguibili o quanti comunque avvenuti ma prescritti da parte di deputati e senatori, ma poteva farlo, nel 2006, quello che subentrò con la XV Legislatura: il Governo Prodi bis.

Dopo una campagna elettorale fondata su un unico tema, l’antiberlusconismo, sarebbe stato naturale che il Parlamento andasse a dirimere le annose questioni dell’immunità parlamentare, dell’eleggibilità dei parlamentari, dei conflitti di interessi e del finanziamento dei partiti.
Come sappiamo questo non accadde e non solo perchè ce ne erano troppi con qualche carico pendente, prescritto o saldato tra ex estremisti di destra e di sinistra, ex amministratori locali, ultra-benestanti con il fisco alle costole, ex dirigenti del parastato, sanitari con i bilanci in Corte dei Conti.

Dati della Ragioneria Generale dello Stato

C’era anche l’enorme apparato comunista degli Anni ’70, spacchettato ma ancora coeso: l’ex Pci, l’ex Arci, le Coop, le polisportive, Unipol e Montepaschi, la CGIL, i Consorzi agrari, le Onlus del welfare esternalizzato, i Centri Studi, i giornali ed i comitati di redazione, un quota della RAI lottizzata, eccetera.
Un universo del consenso durante la Guerra Fredda, un costoso e corruttibile network dopo la caduta del Muro di Berlino.

E così accadde, per la seconda volta in dieci anni, che un parlamento ed un governo eletti in nome del conflitto di interessi e delle mani pulite non facessero nulla, ma proprio nulla, come le vicende Cosentino e Luzi hanno ampiamente dimostrato.

Intanto, siamo alle solite. La settimana scorsa Silvio Berlusconi è finito in prima pagina sul quotidiano Irish Sun, perchè sarebbe indagato in Irlanda per evasione fiscale e riciclaggio da parte del Garda Bureau of Fraud Investigation’s, per alcune operazioni delle societa’ di Berlusconi effettuate con l’International Financial Services Centre di Dublino. L’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, fa il suo lavoro e smentisce: “La notizia apparsa sull’Irish Sun dell’esistenza di una indagine fiscale in Irlanda per il periodo 2005-2007 nei confronti del Presidente Berlusconi, è certamente frutto di un travisamento e di una erronea informazione.”

Vero o falso che sia non si può mica andare avanti così: è almeno dal 2001 che dura questa storia e quella del Lodo Mondadori è ormai non più ‘sentenza’, ma Storia, anche perchè, senza il subentro agli eredi nella Arnoldo Mondadori Editore, Silvio Berlusconi non sarebbe mai diventato quello che è stato nè, soprattutto, avrebbe avuto i mezzi per diffondere un’immagine di se diversa da quanto raccontano testimoni, intercettazioni e prove nei tribunali.

Allo stesso modo, se un pluriprescritto non dovrebbe di certo essere eleggibile come premier, anzi meriterebbe assidue indagini se tentasse di farlo, è anche vero che i recenti casi Luzi e Monte Paschi di Siena come le dolenti affermazioni di Papa Francesco sull’Alto Clero italiano connotano una sfera di relazioni e di ‘falle nel sistema’ notevoli, se parliamo di partiti in generale.
Possono essere eleggibili partiti che incassano donazioni ‘personali e spontanee’ da parte di alti dirigenti? E che dire di quella realtà con cui dovettero confrontarsi anche Mussolini e gli Alleati che è la nobiltà e l’apparato vaticano (Nobiltà pontificia , Sovrano militare ordine di Malta , Opus Dei) in Italia e, particolarmente, a Roma e in Calabria? E come risolvere, senza una legge sui contratti di lavoro, il dato di fatto che la CGIL sconfina spesso su temi di stretta pertinenza politica, condizionando equilibri, programmi ed alleanze?

Rendere ineleggibile Silvio Berlusconi servirà solo a permettere la ricongiunzione dei ‘popolari’ italiani, che il PPE auspica e sollecita da anni, ma senza affrontare tutta la questione per intero, dalla legge elettorale ed i regolamenti dei gruppi parlamentari al finanziamento dei partiti.
Avvenne lo stesso con Bettino Craxi, quando la Mitteleuropa voleva un’Italia bipolare e c’erà il PSI (terzo incomodo) da smantellare: sappiamo come è andata a finire.

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Non derubrichiamo la concussione

2 Ott

Sei mesi fa, scrivevo che è la concussione il ‘male originario’ della corruzione e che tale reato non andava eliminato o derubricato. Sei mesi dopo, ad iter parlamentare in fase conclusiva, apprendiamo dai media che proprio la concussione provoca i maggiori tentennamenti tra i parlamentari e che alcuni emendamenti vorrebbero limitarla ai ‘soli aspetti patrimoniali’, tagliando fuori quello che gli italiani chiamano comunemente ‘voto di scambio’, ‘conoscenze’, ‘raccomandazioni’, ‘piaceri’, ‘inciucio’, ‘amici e parenti’.

Con l’espressione “corruzione” si intende il comportamento di un pubblico ufficiale che riceve denaro od altre utilità che non gli sono dovute.  La concussione consiste nel farsi dare o nel farsi promettere, per sé o per altri, denaro o un altro vantaggio anche non patrimoniale abusando della propria posizione.

Nel primo caso, il pubblico ufficiale è vittima “compiacente” del corruttore, nel secondo caso è corrotto e corruttore. E, se in uno stato prevalesse un sistema politico incontrollabilmente corrotto – una “cleptocrazia” – non resterebbe altro da fare che prender atto che è la concussione a dilagare, e non la corruzione.

Ad esempio, andando oltre la definizione molto limitata che il Codice Penale italiano da alla “concussione”, sia lo schema di finanziamento dei partiti emerso con Tangentopoli sia i vari scandali che stanno coinvolgendo il Partito Democratico, mostrano un quadro “operativo” in cui l’appalto, la fornitura, la promessa elettorale, il “piacere” sono sempre stati finalizzati all’ottenimento di “denaro od altra utilità” per se stessi, per sodali, per l’organizzazione di riferimento.

Per non parlare del ‘fai da te’ dei singoli o del via vai di donnine e cocaina che gli scandali della Seconda Repubblica ci narrano.

Dunque, come da tradizione latina e greca, è la concussione il male e non la corruzione, che ne è l’effetto. Il “virus” è colui che, pur avendo ottenuto fiducia, consenso, onori e prebende, si dedica all’interesse personale e del clan, piuttosto che a quello collettivo. Gli eventuali corruttori che vadano a solleticare appetiti inconfessabili sono il tessuto infetto e non l’agente primario: da bonificare, certamente, ma fisiologici in una società mercantile. Non è un caso che i pochi – anzi pochissimi – paesi dove la corruzione ha poco appeal sono quelli anglosassoni, dove, notoriamente, i politici ed i dirigenti pubblici si dimettono anche per una multa non pagata o poco più.

Non è l’incremento delle pene o l’allargamento della casistica ad incidere sul dilagare della corruzione nel nostro paese, come non lo sono le pene draconiane (lavori forzati e pena di morte) già in vigore in molti paesi più corrotti del nostro: l’unica soluzione è la rapida espulsione dal sistema del “virus”, il concusso, e questo è possibile solo grazie all’applicazione rigida di regolamenti interni e codici deontologici, come nei paesi nordeuropei, e non tramite la giustizia ordinaria, che ha tempi ben diversi.

Ma chi è il concusso?  Solo colui che trae un vantaggio patrimoniale, come vorrebbe parte del PdL?
Certamene no.

Il baratto nacque ben prima del denaro e della proprietà privata, ben prima dell’idea stessa di patrimonio e in questa prassi rientra la disponibilità di beni – come di prostitute/i – e la carriera di parenti e amici.

Do ut des, questo dicevano gli antichi romani che di corruzione e, soprattutto, di concussione se ne intendevano.

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Spesa pubblica: due conti in croce

29 Giu

I dati forniti da SIOPE e diffusi mesi fa dall’Unione Province Italiane (link) descrivono la distribuzione della Spesa Pubblica italiana e forniscono – nell’estremo tentativo di salvare gli enti politici provinciali – un quadro alquanto desolante, per quanto relativo alla situazione generale, e fin troppo deludente per quanto inerente l’azione di governo esercitata da Mario Monti ed i suoi prescelti.

Infatti, mettendo in tabella i dati SIOPE-UPI sul 2011 insieme ai dati forniti dal Ministero dell’Interno e dal MIUR – riguardo le proprie spese (2010) – e dalle Regioni e Province – relativamente al numero dei consiglieri – ecco cosa ne viene fuori.

Dati che vanno letti considerando che un consigliere comunale del Comune di Sassari ci costa solo 13.338 Euro all’anno, trasferte e rimborsi inclusi. (leggi anche sui CdA, Lo scandalo degli Enti Strumentali)

Se questo è il costo dei cosiddetti ‘apparati’, ovvero dei consiglieri-parlamentari e dei rispettivi gruppi consiliari, non è che con la sommatoria – incompleta- della spesa pubblica si vada meglio.

Fatti salvi circa 11 miliardi di Euro spesi per il Ministero dell’Interno e palesemente insufficienti, non è chiaro per quali motivi l’Italia abbia una spesa per l’Amministrazione Centrale di quasi 200 miliardi a fronte di una spesa complessiva delle Amministrazioni locali di ‘soli’ 135 miliardi, in cui rientrano strade, porti, reti locali, ambiente eccetera.

Quanto ai due soli servizi (istruzione e sanità) dove Stato e Regioni hanno competenze condivise, i dati raccontano che per la scuola si spende troppo poco, mentre per la salute si spenda troppo e male.

Male non solo per i servizi scarsi o inutili che arrivano ai cittadini, ma soprattutto perchè, se le Regioni spendono tre volte tanto per ASL e ospedali di quanto spendano per tutto il resto, è presto spiegato il disastro italiano.

Infatti, con una sproporzione tale – in termini di volume finanziario e di bisogni dei cittadini da soddisfare – non è improbabile che non pochi consigli regionali siano ‘dominati’ da lobbies afferenti al settore sanitario, come non pochi scandali dimostrano, dalla Regione Puglia agli ospedali cattolici romani o milanesi.

D’altra parte, 116 miliardi di spesa sanitaria annui sono una cifra enorme che richiederebbe ben altro che una spending review, in questi tempi di crisi. Infatti, non saranno i 246.691 infermieri (10 mld di spesa annua?), i 46.510 medici di base ed 7.649 pediatri (altri 5-6 miliardi) coloro che inabissano la spesa del Servizio Sanitario Nazionale.

Dei restanti 100 miliardi va cercata e chiesta ragione ai medici ospedalieri ed ai consigli di amministrazione delle ASL, non ad altri.

Sarebbe interessante sapere anche perchè quei 300 miliardi di previdenza siano congelati nelle casse dello Stato, anzichè diventare denaro circolante, con un sistema di previdenza privata sotto controllo pubblico come in Germania.

Come anche, ritornando alle ‘spese dell’Amministrazione Centrale’ per 182 sonanti miliardi di euro, sarebbe bello sapere in cosa consistano, visto che i beni monumentali languono e le infrastrutture attendono.

Sarebbe importante sapere, anche e soprattutto nell’interesse di Roma Capitale, quanta parte di questi miliardi siano andati a costituire lo strabiliante PIL che per anni fu vanto di Walter Veltroni e delle sue giunte e di cui, da che c’è crisi, non sembra esserci più l’ombra. Ma questa è un’altra storia.

Leggi anche Tutti i numeri delle Province

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Eurozona? I soliti tedeschi …

11 Giu

Alla fine del 1943, i territori europei controllati dalla Germania del III Reich erano, nella sostanza, quelli dove era solido il senso di appartenenza alla ideologia nazionale germanica. Altrove, lo sfondamento degli Alleati e l’appoggio massivo della popolazione impediva ai soldati della Wermacht una resistenza adeguata.

Questa è la cartina che indica, grosso modo, i territori rimasti in mano alla Germania dopo l’Armistizio italiano e la Liberazione di Parigi.

La cartina di seguito, invece, descrive l’Eurozona ed, in particolare, quella rigidamente germanocentrica che Angela Merkel, Mario Monti e Corrado Passera difendono a spada tratta.

Incedibile, vero?

E possiamo notare come poco sia combiato dal 962 dopo Cristo, quando Ottone I cinse il capo con la corona imperiale.

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Dunque, stando alla geografia politica ed economica, siamo alle solite, come da mille anni a questa parte, con i  Guelfi ed i Ghibellini ad investire in fabbriche e commerci, per loro avidità, ma sempre pronti a batter cassa ‘a Sud’ se i conti, poi, non tornano.

E, sempre come al solito, – come accade quando c’è qualcuno che impone regole in nome del ‘buon esempio’ ma guardando al protafogli  – anche questo  (quarto) ‘tentativo’  di un’Europa germanocentrica ci riporta ad un continente con tre anime e tre stili: uno sassone-normanno, uno celto-latino ed uno germanico-polacco.

Tra meno di dodici mesi voteremo per il Parlamento Europeo – una babele di migliaia di deputati – ma il governo d’Europa, mancando una Costituzione, resterà altrove.

E questo non è bene.
Come non vanno (più) bene – in Italia come altrove – le isterie sullo spread e le minacce di default, il campo libero agli speculatori ed il moloch ‘svalutazione’, gli aiuti agli Stati in difficiltà ed i tabù sul welfare, gli aiuti alle banche, ma non ad imprese e cittadini, e l’enorme spesa per le amministrazioni pubbliche.

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