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Bersani al Piano B

27 Mar

Il giorno dopo le elezioni, Pierluigi Bersani sapeva di avere il 22% dei consensi, il 33% dei voti, il 55% dei seggi alla Camera, il 33% di quelli del Senato.
Sapeva anche di non avere tempo, a causa della situazione economica, del forte malcontento popolare e del Presidente della Repubblica con il mandato agli sgoccioli.
Un paio di settimane dall’insediamento dei Presidenti delle due assemblee parlamentari, Camera e Senato, ed, eventualmente, la settimana di Pasqua a seguire, in cui le Borse sono assopite.

E Pierluigi Bersani sapeva molto bene – come ne erano ben consapevoli i suoi colleghi di partito – che si potesse andare al voto di nuovo solo e comunque con il Porcellum, ma, soprattutto, non prima del 25 giugno, a causa della necessità di eleggere il Presidente della Repubblica e del semestre bianco, mettendo i tempi necessari a scioglere le Camere e quelli dovuti alla campagna elettorale,
Chiaro a tutti che il mondo e l’Eurozona non possono attendere l’Italia che prova e riprova a formare un nuovo governo.
Meno evidente l’idea che, senza un governo, Mario Monti continuerà ad oltranza con la sua azione ‘recessiva’ e la Cassa Depositi e Prestiti arrivi al baratro, con l’Italia che segue Cipro, dopo la Grecia, nel downgrade dell’area mediterranea.

Dunque, non c’era davvero un motivo valido per giustificare la prova di forza imperniata da Bersani e la leadership del suo partito.
Se ci si arrocca, non si apre un dialogo in quattro e quattr’otto, ma soprattutto, se il tempo è poco, ci si mette da soli in una condizione di svantaggio.

Un arrocco che si poteva evitare, ad esempio, votando la presidenza della Camera (dove il PD ha maggioranza assoluta) dopo il voto al Senato e, garantitisi la presidenza di Pietro Grasso, lasciare il posto di Laura Boldrini alla candidata del M5S.
Od evitando di portare le bandiere dell’antiberlusconismo anche in Parlamento, a campagna elettorale finita, sbattendo la porta in faccia non solo a lui, Silvio Berlusconi, ma a tutto il PdL.
Un’opportunità che il PdL aveva calcolato, non presentando un proprio candidato e sperando che il PD imboccasse – come avvenuto – la via della forza e non quella del confronto.
Un arrocco, ma anche un doppio errore, visto che stiamo assistendo ad una regina (Bersani) isolata in mezzo alla scacchiera, mentre tutta la squadra sta intabarrata in difesa.

Una situazione disastrosa in cui si è ficcata l’intellighentzia del Partito Democratico (D’alema, Bindi, Marino, Fioroni, Letta, Franceschini, Epifani, eccetera) non concedendo a  Pierluigi Bersani deleghe concrete e complete a trattare alcuni ‘temi caldi’: il finanziamento dei partiti, la legge elettorale, il conflitto di interessi negli enti locali, il taglio delle province e dei piccoli comuni, i costi della politica, la legge sui sindacati.
Urgenze alle quali andrebbero affiancate norme urgentissime per la finanza pubblica, su cui qualcuno doveva già iniziafe a tessere accordi, come quelle necessaria al rilancio di Cassa Depositi e Prestiti, la depenalizzazione per le sostanze stupefacenti e lo svuotamento delle carceri, i servizi pubblici esternalizzati ed il Terzo Settore, le pensioni d’annata ed i sussidi per chi non lavora, la Sanità e le responsabilità erariali connesse.

Purtroppo, Bersani, D’alema, Bindi, Fioroni, Letta, Franceschini, Epifani, eccetera sono riusciti anche a perdere l’ultimo treno prima del calar delle tenebre.

The last train – Evaldas

E così, da qualche giorno, in casa PD si sente parlare di «governo a bassa intensità politica» con un programma molto limitato: riforma elettorale, riforma del finanziamento pubblico dei partiti, riduzione dell’Imu per determinate fasce di cittadini e approvazione della legge di stabilità.

Il tutto per evitare che il M5S di Grillo e Casaleggio vinca smaccatamente delle elezioni attuate con il sistema del Porcellum e per consentire a Matteo Renzi di candidarsi alle primarie nel tardo autunno, quando un po’ di ripresa e qualche pannicello caldo potrebbero aver rabbonito gli italiani, oltre a tante attese sentenze che riguardano Silvio Berlusconi e che metterebbero fuori gioco il temuto Giaguaro.

Ovviamente, il tutto funzionerà se gli avversari politici dovessero stare lì tutti ben fermi e/o prevedibili …
Intanto, mentre si svlgono le utime trattative febbrili e dopo un’arroventata riunione degli eletti, Roberta Lombardi, capogruppo M5S alla Camera, annuncia «Neanche se si butta ai miei piedi e mi implora di dargli un lavoro… Il gruppo è compatto e lo è anche al Senato».
Compatto lo vedremo … spaccare il Movimento Cinque Stelle era – ed è ancora – il Piano A di Bersani e del Partito Democratico.

Ovviamente chi divide impera, ma seminando vento raccoglie tempesta.

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Camera dei Deputati, quali prospettive?

25 Mar

Arrivano dal sistema sanitario ben cinque degli otto senatori che dal PdL si sono ‘resi disponibili’ fondando il Gruppo Grandi Autonomie e Libertà.
Una coincidenza che, a vedere i pochi dati forniti da Camera e Senato, meriterebbe maggiori approfondimenti.
Fosse solo perchè è la Sanità uno dei luoghi critici del debito italiano, del malaffare pubblico, della riduzione in sudditi dei liberi cittadini, dove saranno da attuare dei tagli, del riordino e delle tutele che la Casta proprio non vuole, se non a patto di privatizzare.

Da quel poco che si evince dai dati della Camera, però, qualche riflessione è possibile.

Innanzitutto, più di un terzo dei deputati ha superato i cinquanta anni d’età (239), altri 159 sono tra i 40 ed i 49 anni, 184 va dai 30 ai 39,  solo 48 hanno meno di 30 anni.
Tutto normale con la curva che l’Italia si ritrova?
Mica tanto. Dei 398 deputati (2/3 del totale) ultra quarantenni, nessuno è del M5S, mentre lo sono ben 109 dei 232 under quarantenni, praticamente la metà.

Più scontro generazionale di così … con i cinquantenni – i ragazzi degli Anni ’80, estromessi ab origine dalle scelte decisionali – più attenti al futuro dei propri figli che ai benifit da incassare dilazionando il cambiamento, a differenza da chi li ha preceduti.

Riguardo le professioni, i dati, che la Camera dei Depuati fornisce, sono al momento incompleti, ma almeno 40 deputati rieletti nel Partito Democratico sono dirigenti, funzionari o impiegati di partito. Uno addirittura si dichiara amministratore locale ‘di professione’.
Quaranta e passa voti che tenderanno, prevedibilmente, a condizionare il voto sui tagli ai partiti ed alla Casta.

Inoltre, sempre riguardo le professioni rappresentate in Parlamento, sembra scarseggino gli ingegneri e gli economisti, che si contano sulla punta delle dita: un atto di gravissima irresponsabilità da parte dei partiti, che avrebbero dovuto e potuto inserire in lista persone capaci di comprendere a fondo e di gestire la crisi infrastrutturale e finanziaria del Paese.

Un altro dato interessante è quello dei rieletti che abbiano superato 50 anni. Ovvero, quanti eletti debbano attendere (e restare occupati) per un tot di anni ancora, prima dell’avito vitalizio.
Il Partito Democratico annovera ben 47 over50 e 13 over60, cioè ben 60 deputati che se dovessero votare ‘secondo coscienza’ certe norme urgenti su Pubblica Amministrazione e Sistema Pensionistico si ritroverebbero con un personalissimo ‘conflitto di interessi’. Per non parlare del finanziamento ai partiti …
Il PdL ne conta quaranta in tutto e tra i pochi montiani sono ben quattro gli ultrasessantenni rieletti.

Poi, ci sono i neo eletti. E tra questi sappiamo già che non è irrilevante il numero di amministratori di enti locali ‘promossi’ prima della cancellazione di comuni e province, che, in vista di una breve legislatura, difficilmente voterebbero tagli a prebende locali e di campanile.

Questi alcuni dei fattori, tra quelli resi noti dai dati, che condizioneranno la legislatura ‘old school’ che Pierluigi Bersani – con un Giorgio Napolitano palesemente scontento – si accinge a ‘tentare’. Considerati alcuni fattori (anagrafici e professionali) non è improbabile che anche al Senato esistano aggregabilità simili.

Probabilmente, un PD guidato da Matteo Renzi poteva dare la scossa a questo Parlamento. Possibilissimo che se Mario Monti non si fosse intestardito contro il PdL, staremmo discutendo di una Grosse Koalition con M5S e SEL, ben vigili – come di dovere – all’opposizione, pronti a sostenere leggi ‘difficili da digerire’.

E se Silvio Berlusconi non avesse dato seguito a Tremonti e Bossi, ma avesse seguito Brunetta e Cicchitto, forse sarebbe arrivato anche il turn over. Come era meglio un incarico di Napolitano, anzichè a Bersani, ad una figura non iperpolemica e più carismatica – interna alla politica (es. Anna Finocchiaro) o parallela ad essa (es. Massimo Rodotà, Gianni Letta).

Non è andata così.

Oggi, circolano i nomi di coloro che, secondo Pierluigi Bersani, dovrebbero affascinare Grillini, Liberali e Leghisti e, soprattutto, guidare il cambiamento: Franco Marini (ex CISL, ex DC, 80 anni), Sergio Mattarella (ex DC e giudice costituzionale, 72 anni) e Pierluigi Castagnetti (ex DC, 68 anni), Guglielmo Epifani (ex CGIL, 63 anni), Giampaolo Galli (ex Confindustria, 61 anni), Giuseppe De Rita (ex CENSIS, 80 anni).
Ed, intanto, a guardare due numeri, l’impressione è che, in questi ultimi 20 anni, il numero di ex democristiani candidati ed eletti nelle fila del Partito Democratico è enorme, praticamente maggioritario, mentre, guarda caso, il suo elettorato chiede – giusto appunto da 20 anni – ‘qualcosa di sinistra’.
Tenuto conto che nel PdL le cose non vanno molto meglio, ecco spiegato sia perchè l’Italia è allo stallo – da un ventennio – sia perchè i mali che la Seconda Repubblica doveva curare si sono, viceversa, incrementati.

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Il governo che non c’è

23 Mar

A quanto si legge, i senatori a vita Carlo Azeglio Ciampi (Gruppo Misto) e Giulio Andreotti (Autonomie) sono in condizioni fisiche tali da non consentire loro di essere presenti al voto di fiducia, ammesso che si arriverà a questo. Allo stesso modo, non potrà votare la fiducia al nuovo governo il presidente Pietro Grasso, per prassi consolidata al Senato.

Iniziamo, così, col dire che Pierluigi Bersani inizia la sua ‘conta dei consensi’ con tre voti in meno rispetto a quanti si potesse prevedere, fermo restante che l’asticella resta a 160.

Senato seggi fiducia

Dunque, ammesso e non concesso che i Montiani aderiscano in toto ad un governo multipartizan con le urne in vista, a Pierluigi Bersani servono ancora quattro voti, oggi, e, prevedibilmente, altri sei dopodomani, visto che SEL in questa Grosse Koalition proprio non si capisce cosa starebbe a fare.

Da dove possono arrivare questi voti?
Dal PdL alla spicciolata, innanzitutto, visto che bastano forse solo quattro voti e che le mele avvelenate sono parte dello strumentario basic della politica.
Dalla Lega, in toto o parte, vista l’eloquente allusione di Bersani (beato chi ci crede) ad ambiziose ‘riforme costituzionali’ e che le mele avvelenate sono parte dello strumentario basic della politica.
Da qualche costola del M5S, entusiastica e buonista, che, forse, non aspetta altro che esser fagocitata dalla Casta o, comunque, si sta solo ora rendendo conto che le mele avvelenate sono parte dello strumentario basic della politica.

Da nessuna parte, visto che più che una mission impossible per Bersani, la formazione di un governo su tali basi appare come una ‘missione suicida’, tanti e tali saranno i balzelli e gli inciuci che una maggioranza così eterocomposita dovrebbe praticare: le mele avvelenate sono parte dello strumentario basic della politica.

Oppure, mentre si mostrano i muscoli in televisione, dato che per Bersani “non c’è altra strada” all’infuori del suo tentativo, il PD lavora sotto traccia, seguendo le chiarissime indicazioni del Presidente Giorgio Napolitano: «le difficoltà a procedere verso la grande coalizione sono apparse rilevanti a causa di profonde divisioni riesplose con la rottura di fine 2012. Insisto sulla necessità di larghe intese a complemento della formazione del governo, il quale potrebbe concludersi anche in ambiti più ristretti».

Un concetto, quello delle ‘larghe intese’, che viene chiarito da Silvio Berlusconi – ‘senza Pdl non c’è maggioranza’ – cui fa eco Maroni della Lega – riguardo gli ‘ambiti più ristretti’ – con “siamo in coalizione con il Pdl, ma serve un governo. Non faremo nulla che sia contro la coalizione, concorderemo tutto”.

Intanto, mentre dal centrodestra arrivano ampie disponibilità ad intese, la road map bersaniana  riparte da Beppe Grillo, forse nella speranza di incassare in un colpo solo i 30-40 senatori che mancano al PD+SEL per governare.

E così siamo al “governo civico”, con nomi tutti da scoprire, tra cui i più accreditati, secondo Repubblica, sarebbero Oscar Farinetti (Eataly), Milena Gabanelli (RAI),  Giampaolo Galli (Confindustria), Fabrizio Saccomani (Bankitalia).

Un ‘governo civico’ del tutto ‘scollato’ dai partiti e dai gruppi parlamentari, ovvero in balia di essi …

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Bersani al governo con il Giaguaro?

21 Mar

Beppe ha cercato di spiegare a Napolitano la rivoluzione che sta accadendo, il cambiamento del mondo, gli ha detto che i paradigmi a cui siamo abituati non vanno più bene. Gli abbiamo spiegato che gli italiani hanno deciso che questi partiti non li vogliono più.
Gli abbiamo spiegato che il vero vincitore di queste elezioni, la maggioranza assoluta degli italiani, è rappresentato dal M5S e dagli astenuti. Questo è il primo partito in Italia: è il partito che dice che non vuole più la vecchia politica“.
Questo è, in breve, quanto ha riferito Vito Crimi ai colleghi senatori del Movimento 5 Stelle sulle consultazioni al Quirinale con Giorgio Napolitano.

Una giornata davvero triste ed opaca per la Repubblica Italiana, se dovessimo prendere atto, domattina, che il presidente degli italiani, Giorgio Napolitano, proprio non è riuscito ad accorgersene – durante i sette anni di mandato – che l’Italia 2.0 c’è, non è solo grillina e proprio non sa che farsene dei robivecchi e trasformisti.

Ancor più triste, come giorno, se dobbiamo assistere ad un intervento di Nichi Vendola, autoproclamato difensore di oppressi e diseredati, che dimentica in un sol colpo ‘da quale lato della storia’ dovrebbe stare e rivendica per il PD+SEL un’egemonia parlamentare che non corrisponde al volto reale del paese.

E’ grazie al Porcellum – ed affatto in base alle volontà degli italiani – che alla Camera Partito Democratico e SEL abbiano conseguito la maggioranza assoluta, come l’essere in pole position nell’elezione del Capo dello Stato, con l’apporto dei Montiani.

Una Sinistra Ecologia e Libertà che parla come se non fosse arcinoto che “il M5S non accorderà alcuna fiducia a governi politici o pseudo tecnici con l’ausilio delle ormai familiari ‘foglie di fico’ come Grasso. Il M5S voterà invece ogni proposta di legge se parte del suo programma” e che “come forza di opposizione, chiederà la presidenza delle Commissioni del Copasir e della Vigilanza RAI”.

Una storia triste – quella di una solita sinistra che vince ma non vince – che non manca di attori a destra, dove PdL e Lega inutilmente si prodigano ad offrire – da 4 mesi a dire il vero – la stampella che serve per uscire da questo cul de sac.

Dunque, mentre Grillo spiega al Quirinale chi siano gli italiani e cosa non vogliano assolutamente, mentre Berlusconi offre larghe intese per un governo d’alto profilo, potrebbe verificarsi che il nostro presidente della Repubblica decida di giocarsi l’aut aut al Parlamento: o nominare premier chi sarà incaricato da lui oppure tenersi Mario Monti per altri 3-4 mesi, mentre si elegge il presidente e si va a nuove elezioni.

In questo disastro incombente, spiegano fonti del Quirinale, «il presidente ha più volte ripetuto che resterà al suo posto fino all’ultimo giorno. A meno di situazioni imprevedibili e, soprattutto, ingestibili».
Ad esempio, come quella – prefigurata su La Stampa da Federico Geremicca che di ‘partito’ se ne intende – che verrebbe a crearsi dinanzi al flop di un premier incaricato da Napolitano che però non ottenga la fiducia del Parlamento.

Una mossa suicida per l’Italia attuata dalla solita gerontocrazia che – vale la pena di iniziare a dirlo – probabilmente non era al passo con i tempi già nel lontano 1956. Gente convinta che esiste un solo mondo ‘giusto’, una sola gente ‘giusta’ – loro stessi, na klar – un solo modo giusto. Gente che, però, non ci sta ad assumersi le tragiche responsabilità di un disastro ultraventennale.

Che si tratti di Bersani – navigato politico – o di Grasso – professionista dell’antimafia – sarebbe inevitabilmente un flop: è troppa e tanta la diffidenza verso di loro da parte degli elettori.
Come ha correttamente detto qualcuno dei M5S, se PD, SEL e PDL vogliono credibilità, che facciano un governissimo e producano loro le riforme che attendiamo da decenni, ma è davvero difficile che un governo di Pietro Grasso sostenuto dal PdL e dal PD possa far meno danni di quello uscente presieduto da Mario Monti.

In questi minuti, un accigliato Partito Democratico annuncia, dopo essersi lungamente e, forse, affannosamente consultato con il Presidente Napolitano, di “mettersi al servizo dell’esigenza di cambiamento e governabilità” del Paese, come partito di maggioranza parlamentare, offrendo diverse riflessioni al Capo dello Stato. Riflessioni, non proposte od ipotesi: le esigenze di cambiamento e governabilità possono aspettare.
Intanto, solo grazie a La7 – che ha posto la domanda giusta – scopriamo che Bersani non ha nè un piano B nè, soprattutto, un piano A, ma anche che vuole la premiership e che il Partito Democratico si rivolgerà a tutto il Parlamento e, dunque, anche alla Lega ed, più o meno esplicitamente, il PdL del giaguaro Berlusconi.

Di tutto un po’ e nulla di tutto.

Intanto, caso mai Partitocrazia e Quirinale non avessero capito come vanno le cose e chi sono gli italiani, ci pensa l’ambasciatore americano David Thorne, che spiegava giorni fa al Liceo Visconti di Roma, come “voi giovani siete il futuro dell’Italia. Voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire. Tocca a voi ora agire per vostro Paese, un Paese importantissimo nel mondo. So che ci sono problemi e sfide in questo momento, problemi con la meritocrazia, ma voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire, come il Movimento 5 Stelle, per le riforme e il cambiamento. Spero che molti di voi daranno un contributo positivo in questo senso per il vostro Paese”.

Giorgio Napolitano ha una sola notte per decidere, speriamo solo che non si sbagli di nuovo, come gli accadde in gioventù riguardo i fatti d’Ungheria.
Se la sentirà di incaricare Pietro Grasso confidando in un governo PD-PdL-Lega, maggioritario nelle Camere, ma minoritario se rapportato all’intero corpo elettorale, consegnando RAI e Servizi all’opposizione M5S?

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Un Presidente 2.0

19 Mar

 Dopo la figlia del senatore Boldrini eletta alla Camera – raccontandoci che è una scelta per rompere con la partitocrazia – e dopo il magistrato dell’antimafia Pietro Grasso, posto quasi a commissariare il Senato – come se non sapessimo che siamo in una cleptocrazia – l’ultima cosa che il Partito Democratico dovrebbe tentare è quella di collocare personaggi ‘di fazione’ anche alla Presidenza della Repubblica, come Bindi e Finocchiaro, se non gli ‘ormai compromessi agli occhi di tanti italiani’ come Monti o D’Alema.

Una mossa del genere equivarrebbe a dire – agli italiani e all’estero – che si punta a nuove elezioni, rinviando a novembre, se non all’anno che verrà, le tantissime riforme e misure finanziarie che, già prima di Mario Monti, il Governo Berlusconi aveva promesso in Europa.

Vista la poca qualità politica che gli eletti del Movimento Cinque Stelle stanno dimostrando, non è improbabile che i ‘fini strateghi’ democratici tentino anche questo atto di forza, in modo da garantirsi un asso nella manica per i prossimi sette anni.

In due parole, il modo migliore per dividere gli italiani. Ma anche un’occasione perduta.

Infatti, il Partito Democratico, se proprio volesse dimostrare di aver chiuso con il proprio passato comunista – che ricordiamo essere un anelito totalitario ed illiberale – non dovrebbe fare altro che ricordarsi che Stefano Rodotà potrebbe essere la persona giusta al momento (storico) giusto.

Un personaggio figlio della minoranza etnica arbëreshë, che nasce politicamente nel Partito radicale di Mario Pannunzio, sempre indipendente, che per lungo tempo ha fatto parte della Commissione Affari Costituzionali.
Tra l’altro, se proprio volessimo parlare di modernità e di nuovi diritti, Rodotà è stato il primo Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, mentre dal 1998 al 2002 ha presieduto il Gruppo di coordinamento dei Garanti per il diritto alla riservatezza dell’Unione Europea.
Inoltre, il 29 novembre 2010 ha presentato all’Internet Governance Forum una proposta per aggiornare la Costituzione Italiana, inserendo: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.

Un personaggio stimato nel mondo e noto per equilibrio e lungimiranza, sul quale potrebbero arrivare, senza particolari sforzi, i voti dei Montiani e del M5S.
Un uomo che rappresenterebbe non il fantasma di “un’Italia giusta”, ma il futuro di “un’Italia diversa”, l’Italia 2.0, che esiste già.
Stefano Rodotà compie 80 anni a maggio, questo l’unico limite, ma, anche se ‘durasse’ 3-4 anni e volesse ritirarsi prima, difficile immaginare una soluzione migliore.

Ci facciamo un pensierino?

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Un governo pasticciato ed insolvente?

19 Mar

Il Partito Democratico ha vinto la prova di forza delle cariche istituzionali di Camera e Senato, superando in tal modo le resistenze poste dal Presidente della Repubblica alla formazione di un governo di minoranza con a capo Pierluigi Bersani. Purtroppo, per l’interesse collettivo degli italiani, il PD ha perso la prova d’astuzia e lungimiranza che mercati, elettori e società civile si aspettavano.

Infatti, la stampella al Senato è arrivata da una ricca fetta di Montiani e solo da un manciata di Grillini e questo la dice lunga sull’esito di un governo minoritario e fortemente sbilanciato a sinistra. Il discorso del neo Presidente Grasso, per quanto avvincente, non ha, di certo, rassicurato chi auspicava equilibrio e paritarietà istituzionalil, specie considerando cosa penserà il mondo a vedere l’ex supermagistrato antimafia a presiedere il Senato italiano.
Commissariamento?

Peggio alla Camera, dove abbiamo assistito ad una dimostrazione di rara arroganza, con la candidatura vincente di Laura Boldrini, figlia di un noto senatore comunista, accusato di essere il responsabile di eccidi e di ritorsioni contro i fascisti, mentre gli inglesi sfondavano le linee tedesche in Romagna. Trovare un ‘volto nuovo’, ma storicamente parte della Casta.
Missione compiuta.

D’altra parte, il Popolo delle Libertà aveva rinunciato del tutto a fare la propria parte, dato che alla Camera il candidato era inesistente, mentre, al Senato, era pura follia – con l’aria di forca che si sente – contrapporre ad un professionista dell’Antimafia come il giudice Grasso l’avv. Schifani, che di professione difende persone ritenute colpevoli da un giudice, visto che non c’è separazione delle carriere per la pubblica accusa.
Una partita perduta in partenza.

Del Movimento Cinque Stelle, c’è poco e troppo da dire, dopo la figura barbina che hanno fatto.
Il poco è nell’assoluta e generalizzata inconsapevolezza che tanti di loro stanno dimostrando rispetto al ruolo e le responsabilità istituzionali a cui sono chiamati non più dai ‘loro’ elettori, bensì da ‘tutti’ gli italiani. Il troppo è nell’illusione – forse coltivata da Casaleggio ed i suoi – di credere che la democrazia sia uno strumento di gestione – eventualmente automatizzabile ed informatizzabile – e non una prassi quotidiana ed uno stile di vita, che ha più a che vedere con le paure ed i difetti dell’Uomo, piuttosto che con la sua istintiva voglia a cooperare e collaborare.

Tra l’altro, l’aspetto più sconcertante è che i parlamentari del Movimento Cinque Stelle non sembrano essere andati a Roma per fare quello che gli compete, ovvero per concordare compromessi, per promulgare leggi, per essere responsabili di un budget da 2.000 miliardi di euro, per dare risposte chiare a chi dall’estero le chiede, eccetera eccetera.
L’arte di governare dicono sia la più difficile in assoluto …

In un contesto simile, il rischio maggiore è che il Partito Democratico possa – furbescamente – rigiocarsi la carta dei ‘non politici’, il cosiddetto metodo Boldrini-Grasso, per la squadra di governo, ma solo per prepararsi ad andare rapidamente alle elezioni, dopo aver ‘dimostrato’ agli elettori che senza partiti non si va da nessuna parte.

Una via perigliosissima, che vedrebbe i politici “di professione” del tutto disarticolati dall’esecutivo.
Ammesso che si trovassero – volta per volta – le maggioranze necessarie, resta da capire come potrebbero essere gestite le Commissioni parlamentari e su quali scopi condivisi.

Un pasticciaccio brutto.
Intanto, mentre a Cipro crolla di tutto, le nostre aziende attendono 70 miliardi dallo Stato e l’Italia è la prima della black list, Berlusconi promette «battaglia ovunque» e Grillo ha capito che «al Senato è stata una trappola», lui – Pierluigi Bersani – sorride alle telecamere.Beato lui che ci crede …

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Italia: allarme mercati

13 Mar

Inviare una visita fiscale ad una persona ricoverata in ospedale per dichiarare che, in base alle condizioni di salute di oggi, il malato non avrà legittimo impedimento a presentarsi in tribunale dopodomani è difficile da comprendere secondo il buon senso, oltre che rappresentarsi come una spesa per l’erario.
Infatti, oltre al dato ‘ovvio’ che oggi non è dopodomani e che la salute peggiora come migliora, c’è da prendere atto che il giudizio di un medico della ASL poco o nulla dice, dinanzi ad un intero reparto ospedaliero con fior di specialisti che giura e giurerà il contrario in base a dati biomedici.

Non è un caso che l’appello di Giorgio Napolitano  a “garantire la partecipazione di Berlusconi alla fase politica” suoni, soprattutto, come un  monito alla magistratura ed ai media, a fronte delle veementi proteste dell’intero Popolo delle Libertà. Le nostre televisioni non se ne sono accorte, ieri sera, ma il testo è sui giornali alla portata di tutti coloro che vogliano leggere.

Sempre riguardo la carta stampata, scrive Sergio Romano, direttore del Corriere della Sera, nell’editoriale odierno, che “per un breve periodo (i primi mesi del governo Monti) abbiamo sperato che le maggiori forze politiche avrebbero assicurato all’esecutivo la loro collaborazione. Più recentemente abbiamo sperato che il risultato inconcludente delle elezioni avrebbe costretto i maggiori partiti (quelli che hanno grosso modo programmi convergenti) ad accantonare i loro dissensi. Avrebbero dato al Paese un governo e al Movimento 5 Stelle lo spettacolo di una classe dirigente ancora capace di un soprassalto di orgoglio e buon senso. È accaduto esattamente il contrario. Nessuno è disposto a sacrificare qualcosa o a fare un passo indietro.

L’inciucio, infatti, sembra essere alle porte con una pletorica, forse solo simbolica, presidenza del Movimento Cinque Stelle in una Camera dei Deputati svuotata di ogni crisma di democrazia, se – grazie alla legge elettorale – di tre partiti arrivati ‘testa a testa’, uno, il Partito Democratico, ha la maggioranza assoluta e gli altri due men che un quarto degli eletti.

O, peggio, quello che si prospetta in caso di flop da parte del ‘predestinato a governare’ Pierluigi Bersani: un governo di transizione presieduto dal Presidente del Senato, che a tali condizioni potrebbe diventare un ‘mercato delle vacche’ ben peggiore di quello che, secondo i magistrati napoletani, avvenne circa due anni fa.

Inciuci su inciuci, che potrebbero confluire nella tristissima constatazione che anche i duri e puri del M5S tengono a garantire ‘a qualunque costo’ legislature partitocratiche e vitalizi propri, ma che fin d’ora prefigurano ulteriori criticità, se andiamo a vedere cosa (non) accade nel PdL.

Un Popolo delle Libertà che, privato di Berlusconi, si prevede che andrà in mille pezzi, creando un vuoto parlamentare particolarmente preoccupante se si considera che gli interlocutori per interloquire non possono essere monocolore. Una prevedibilissima frammentazione della Destra e dell’area Liberal italiana ed il riaffermarsi di un’enorme area ‘demo-cristiana’ – poco o punto ‘popolare’ e tanto, tanto ‘populista’ – espressione di una dottrina sociale e morale che, come dimostratosi, è stata la madre di tutti gli sprechi e di tutte le impunità italiche, negli ultimi 150 anni.

I primi ad accorgersene saranno i partner europei e, naturalmente, i mercati. Quando constateranno che l’Italia balcanizzata è soltanto un campo di battaglia fra corporazioni economiche e istituzionali, tutti smetteranno di attendere il suo risanamento e cominceranno a scommettere sul suo collasso. Il costo del debito aumenterà e tutto diventerà ancora più difficile. Beninteso, quel giorno le battaglie corporative che hanno paralizzato il Paese avranno perduto qualsiasi significato: non vi sarà più niente da spartire.” (S. Romano – Corsera)

Non è la prima volta che l’Italia si trova in una fase ‘balcanizzata’. Lo fu per quasi 1600 anni, da Costantino a Vittorio Emanuele di Savoia, e, a dire il vero, non se la cavò affatto male. Come lo è stata per un biennio, quando il Meridione si liberò a caro prezzo dell’oppressore nazista, ritornando una e sola con la nascita della Repubblica ed il varo dell’attuale Costituzione.

Oggi, è morta Teresa Mattei, ultima donna in vita dei Padri costituenti. La sua biografia, anche in breve, delinea tutta l’anacronismo delle nostre leggi, frutto di uno ‘status quo’ del momento e non di un anelito condiviso, di più ampio respiro e di maggiore lungimiranza.

Infatti, Teresa Mattei ‘era un’ex partigiana», combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù, eletta all’Assemblea Costituente con il Pci a soli 25 anni, «madre» della nostra Costituzione e ideatrice della mimosa come simbolo dell’8 marzo’.
Di lei ricordiamo la frase «l’unica volta che mi misi del rossetto fu per mettere una bomba», come ricordiamo che di quella Assemblea Costituente restano in vita ancora due uomini, Giulio Andreotti (nato nel 1919 e prescritto dal reato di partecipazione all’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra fino al 1980) e Emilio Colombo (nato nel 1920 e poi coinvolto nell’inchiesta sul giro di droga e prostituzione).

Un’Italia che, dunque, non è mai stata de-balcanizzata, grazie ad una Costituzione snella e ‘di principio’, se in 60 anni non si è riusciti a normare adeguatamente Regioni, Province e Comuni. Oppure se la Pubblica Amministrazione continua ad essere un settore di spesa sociale (occupazione), un fattore di spreco elevato, un elemento di consenso rilevante. Per non parlare, ricordando i Balcani, dell’impossibilità a darsi una legge sulle rappresentanze sindacali o sulla separazione delle carriere in magistratura. Oppure sull’enorme commistione tra banche d’affari e finanza pubblica od il rilevante involvement dello Stato (e delle lobbies partitiche) del sistema produttivo.

Un’Italia che, per come stanno andando le ‘trattative di governo’, non potrà credere di eludere la questione federalista, come non potrà ignorare l’urgenza epocale di una riforma concreta (ed equa?) del welfare, del lavoro e del sistema assicurativo. Come non possiamo attendere alri cinque anni per riformare il sistema agroalimentare, che porta cibi sulle nostre tavole a prezzi ben più elevati di quelli che rileviamo in Germania, e non c’è più tempo per la questione discariche e rifiuti, come per una chiara definizione dei reati ambientali, su cui fin troppe sviste si son prese finora.

Chiacchiere di un blogger: quel che conta è conquistare poltrone, presidenze e ministeri. Anche i Grillini pian piano si adegueranno a questo vile destino, se accetteranno di votare una fiducia, invece di obbligare il Partito Democratico ed il Popolo delle Libertà ad una prova di responsabilità nazionale e capacità politica, condividendo l’onere e l’onore di un governo di programma per le riforme.

Chiacchiere di un blogger che, però, in questi anni si sono rivelate affini a quanto i ‘mercati’ hanno finora appioppato all’Italia, dopo aver speranzosamente creduto a qualche bufala nostrana e dopo aver tardivamente ritirato ‘deleghe’ ed esposto ‘assi di picche’.

E’ ora che i ‘mercati’ – ma anche Obama, Merkel e Hollande – facciano tutto questo prima del disastro, del cui annuncio noi italiani ce ne rendiamo ben conto, e non a fatto compiuto, quando ci sarà solo da alimentare il dubbio – in una nazione europea che ha un PIL ed una popolazione ben superiori alla Grecia – che rating e speculazioni vadano di pari passo.
E sarebbe solo un inizio … non la fine.

originale postato su demata