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Sciopero generale: la CGIL diventa partito?

11 Dic

Domani la CGIL – Don Chisciotte con la fedele UIL – Sancho andranno alla carica dei mulini a vento, protestando contro una legge che è già legge con  uno sciopero generale che generale non è.

Che senso abbia scioperare contro una legge DOPO che è stata emata è davvero un mistero, mentre convocare uno sciopero generale senza l’adesione di CISL e CONFSAL è certamente qualcosa di parziale e non ‘generale’. Anche perhè proprio non si comprende perchè abbia aderito la FIOM di Landini, che giorni fa ha ottenuto addirittura la deroga alle tagliole pensionistiche della Fornero per i metalmeccanici di Terni.

A cosa servirà lo sciopero voluto dalla CGIL di Camusso?
Probabilmente a nulla, dato che neanche si chiedono gli ‘ammortizzatori sociali’ (il salario minimo) per chi è senza lavoro, che però esistono negli altri paesi avanzati già da decenni, e neanche si reclama per le decine di miliardi versati dai lavoratori che ‘mancano’ nei conti Inps ed ex Inpdap e che bloccano pensioni e turn over. Peggio che andar di notte se volessimo parlare di sicurezza sul lavoro e ruolo dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza.

Quello di domani sarà uno sciopero finalizzato al solo scopo di accentuare la crisi interna del PD e far pressione sulla famigerata questione dei beni immobili ex PCI.

Sarebbe ora che la CGIL si costituisse come partito – prendendosi la responsabilità ‘politica’ delle disinformazioni e delle devastazioni che a volte fanno da contorno a certe ‘proteste’ –  e la smettesse di occuparsi di ‘lavoro’, ambito per il quale  – si noti bene – in 70 anni di contrattazioni NON ha praticamente mai avanzato proposte concrete.

Infatti, domani – allo sciopero generale per il ‘lavoro’ – non sarànno sul ‘tavolo’ la questione Inps (salario minimo e pensioni sociali) e neanche quella della privatizzazione del sistema contributivo e del turn over, non saranno sul tavolo la questione formazione-lavoro e la qualificazione /meritocrazia nelle professioni, non vi sarà quella degli invalidi in età da lavoro e neanche quella delle loro tutele di salute sul lavoro eccetera eccetera.

Un sindacato ‘serio’ NON si occupa di posti di lavoro ‘e basta’: un sindacato ‘dei lavoratori’ bada innazitutto alla qualità del lavoro e alle opportunità di accesso e carriera nel lavoro.

Il Jobs Act va accompagnato dal salario minimo, dalla flessibilità pensionistica, dai percorsi di riqualificazione professionale.
Negarlo pur di non rivendicare un vero welfare e un vero sistema di Formazione e per restare nel sistema negoziale governo-sindacati degli ultimi 40 anni, equivale a pretendere un ruolo politico ed un canale preferenziale verso gli ‘eletti al popolo’ che qualunque organizzazione del lavoro (operai, industriali, commercianti, statali eccetera) non dovrebbe avere.

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Job Act, perchè è un falso problema?

28 Nov
Il Job Act risolve il blocco delle grandi ristrutturazioni industriali che sono de facto impedite dalla cassa integrazione inventata da Romano Prodi per la Maserati (statale) degli anni ’70.
Serve solo a questo e dovrebbe chiamarsi qualcosa tipo ‘Re-Industry Act’. Detto così sarebbe una favola … ovviamente accompagnato da un Job Act vero che introduce il salario minimo e da un Welfare Act che separa la previdenza contributiva da quella sociale.
Il Job Act risolve l’annosa quaestio delle ristrutturazioni industriali e settoriali: tutto qui.

Quanto allo Statuto dei Lavoratori ‘violato’, va anche ricordato – ma nessuno lo fa – che un lavoratore licenziato con due anni di indennità ottiene almeno 25.000 euro che costituiscono la somma minima necessaria per diventare dei piccoli imprenditori, ovvero liberarsi dal lavoro salariato. Ovviamente, a patto di vivere in uno Stato che facilita la libertà di impresa ….
Inoltre, in un paese normale quasi tutti iniziano a versare contributi a 18 anni circa, la previdenza è privatizzata e a 53 anni molti sono prossimi alla pensione anticipata con l’80%.
Dove sono gli ammortizzatori sociali? Dove il salario minimo? Dove lo sblocco del turn over?
Chi critica il Job Act dimentica che si parla di flessibilità occupazionale, ma non si riforma previdenza e welfare in modo corrispettivo (leggasi ministri Poletti e Padoan).
A proposito, a far due conti su tempi e procedure, è abbastanza probabile che andrà a finire che i decreti attuativi li redigerà il governo prossimo futuro …

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