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Grasso – Travaglio: la sfida continua

26 Mar

«L’accusa di poter essere colluso con il potere, di cercare il contatto, di fare l’inciucio è la cosa che mi ha fatto più male», questa la risposta del magistrato Pietro Grasso, oggi presidente del Senato, a Marco Travaglio, che l’aveva collegato, durante la trasmissione Servizio Pubblico, alle  tre leggi votate dalla maggioranza di centrodestra che hanno fermato la candidatura a procuratore nazionale Antimafia di Gian Carlo Caselli.

Pietro Grasso ha anche paragonato le parole usate dal vicedirettore del Fatto alle minaccia ricevute dalla moglie negli anni ’80 contro il figlio in occasione del maxiprocesso contro la mafia.
In tutta onestà, però, è difficile pensare che Marco Travaglio sia al soldo della Mafia. Un confronto sproporzionato – e retorico – quello tra un organo di stampa e la criminalità organizzata., che per altro mal si addice a chi è presidente del Senato e garante della Costituzione.

«L’accusa peggiore è quella di poter essere colluso con il potere. Io inciuci con il potere? E’ stata terribile l’accusa di aver ottenuto delle leggi a mio favore – sottolinea Grasso – Questa è l’accusa che mi brucia di più. Io non ho ottenuto niente. Ottenere significa richiedere. Io non ho mai chiesto niente a nessuno e per questo nessuno ha mai potuto chiedere niente a me».

Dunque, l’inciucio anti Castelli ci fu, semplicemente non avvenne su ‘richiesta’ di Pietro Grasso? Vogliamo parlarne?

Quanto all’accusa di poter essere colluso con il potere, perchè un trentenne od un quindicenne non dovrebbero dubitare di qualunque ultrasessantenne che, oggi in Italia, si trovi in posizioni apicali nella pubblica amministrazione?
Con il verminaio che i dati nazionali espongono indecorosamente è alquanto improbabile che una persona competente, onesta e determinata sia potuta arrivare ai vertici di qualcosa nel nostro Paese e, soprattutto, restarci, almeno a voler parlare di settore pubblico.
Un mero calcolo delle probabilità.

Cosa pensare di tutta un’epoca – sempre ammantata di grandi ideali – se oggi Marcello Dell’Utri è condannato di nuovo, se la trattativa Stato-Mafia ci fu, se i reati di Andreotti esistono ma furono prescritti? Cosa chiedersi dell’antimafia, se i Casalesi hanno creato – praticamente alla luce del sole – un impero criminale esteso fino alle porte della Capitale e la Ndrangheta ha occupato capillarmente Milano?

E’ di queste ore la notizia che due pentiti, Domenico Bidognetti e Francesco Cantone – durante il processo in corso al tribunale di Santa Maria Capua Vetere che vede imputato Nicola Cosentino per concorso esterno in associazione camorristica – coinvolgono l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino, riguardo il  tentativo di dissociazione portato avanti da alcun clan campani all’inizio degli anni ’90, dopo il pentimento del boss Alfieri:  “l’idea partì dai Moccia di Afragola dovevamo consegnare le armi e abbandonare il clan, anche il vescovo di Acerra don Riboldi era coinvolto; in cambio non avremmo avuto l’ergastolo”.

Chi erano i consulenti della Commissione Antimafia mentre avveniva tutto questo e mentre Falcone, Borsellino e le loro scorte morivano in difesa del Meridione? E chi era ai vertici della Direzione Antimafia quando Casalesi e Ndrine si spartivano la ricchezza d’Italia: Napoli e Milano?

Uno di loro era Pietro Grasso. Impensabile che fossero collusi, ma qualcosa è andato ‘storto’.
Sempre in questi giorni, la Corte d’Assise di Caltanissetta – nel nuovo processo per la strage di via D’Amelio – ha annunciato che sentirà il Capo dello Stato attuale ed allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, su quanto a sua eventuale conoscenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sulla sostituzione ala guida del ministero dell’Interno, nel 1992, di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino e sulle difficoltà che incontrò in Parlamento, nel 1992, la conversione del decreto legge sul carcere duro.
Verranno ascoltati anche l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Nicola Mancino e Giovanni Conso, e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.
Ed il fratello di Paolo Borsellino, stavolta, si è costituito parte civile. E’ il suo legale, Fabio Repici, che ha chiamato Giorgio Napolitano come teste al processo.
Un processo denominato Borsellino-quater. Quater … quarto tentativo.

«Non si possono estrapolare fatti singoli per sporcare la credibilità di una persona», diceva Pietro Grasso ieri sera alla trasmissione Piazza Pulita ed in questo ha pienamente ragione.
Come anche il presidente del Senato ha ricordato che «ci sono stati molti processi spettacolari che hanno portato ad assoluzioni», cosa vera e sacrosanta, ad esempio come nel caso del primo processo a John Gotti a New York, immortalato da Sidney Lumet in ‘Non provare ad incastrarmi’.

Pietro Grasso, oggi, è molto di più di un ‘semplice’ supermagistrato. Oggi, presiede il Senato: è un padre della Patria. Si è presentato da ‘galantuomo’ in Senato e nell’insediarsi ha parlato di ‘casa trasparente’: è esattamente quello che ci aspettiamo tutti da lui.

Infatti,  è ormai comprovato che Cosa Nostra ha avuto ampi, profondi e controversi rapporti con i vertici politici dell’Italia per decenni.
Un Paese che continua ad andare avanti come se non fossero ormai Storia patria i reati associativi di  Giulio Andreotti, presidente del Consiglio prescritto per i fatti accaduti fino al 1980, di Totò Cuffaro, senatore e governatore regionale condannato a sette anni di carcere, di Marcello Dell’Utri, senatore e fondatore Forza Italia condannato  per i fatti accaduti fino al 1992, di Nicola Cosentino, Sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze in carcere con processo in corso, per reati avvenuti fino a poco tempo fa.

Dopodomani, Marco Travaglio replicherà a Pietro Grasso durante la trasmissione Servizio Pubblico e vedremo se tra lui e Santoro avranno la voglia di lanciare il guanto ‘oltre’ Pietro Grasso e la sua carriera, arrivando ad una ineludibile questione morale da affontare: cosa ne facciamo, se l’Italia deve cambiare, di un’intera dirigenza apicale che ha ‘conquistato’ quelle poltrone e si è dovuta (o voluta) ‘adattare’ durante 20 anni di cleptocrazia e sbando generalizzati?

Anche perchè, come ben sappiamo tutti, qualunque riforma non avrebbe effetto – o lo avrebbe dilazionato e sfilacciato – se ‘quella’ classe dirigente gestisse il tutto come ha fatto per vent’anni.

Questa sarebbe la domanda ‘giusta’ da inviare a Pietro Grasso come presidente del Senato, visto che, come magistrato e come sessantenne, non è certo stato tra i peggiori, salvo scoop imprevedibili, ma, soprattutto, perchè nell’insediarsi al Senato ha parlato di ‘casa trasparente’.

E Pietro Grasso potrebbe raccogliere il ‘guanto’ di sfida, nella liberalità delle sue opinioni, iniziando ad aprire qualche armadio e lasciarci liberi di scoprire qualcuno dei nostri scheletri: se un magistrato come lui arriva alla presidenza del Senato è praticamente un atto dovuto, in democrazia, come lo è storicizzare l’Antimafia, valutarne gli esiti ed i limiti in questo mezzo secolo circa di esistenza.

Perchè l’Italia – che ha bisogno di stabilità, ma anche di chiari segni di cambiamento – non è mai riuscita ad anticipare, a prevenire, la Mafia, pur avendo, addirittura, una Commissione Parlamentare apposita che avrebbe dovuto dare indirizzo politico per gli interventi legislativi, per la sicurezza, per gli aspetti sociali?

Qual’è il punto di vista del presidente del Senato?

originale postato su demata

Dell’Utri, tante domande aperte

26 Mar

Nel 2010, quando la colpevolezza di Marcello Dell’Utri era messa in discussione dall’annullamento di una sentenza, esisteva un’unica domanda possibile “se non era un mafioso per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione?” Se Dell’Utri aveva contatti con mafiosi senza esserne tale, senza esserne amico e senza che in tali vicende fosse lontanamento coinvolto Silvio Berlusconi, a nome di chi lo faceva? (link).

 Oggi, dopo una prima sentenza in Appello era stata annullata dalla Cassazione, secondo i giudici   Marcello Dell’Utri fu mediatore tra Berlusconi e Cosa Nostra, con una condanna a sette anni di detenzione, come la precedente.

Le questioni poste all’epoca ritornano, dunque, con maggiore evidenza oggi. Se prima ci si poteva chiedere se non era un mafioso, restava, però, da chiedersi per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione.

Oggi, preso atto della nuova sentenza, resta da chiarire se Marcello Dell’Utri è stato un mediatore, un “ambasciatore”. Un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico fedele ed ‘affidabile’ di Berlusconi e basta?

E perchè il senatore Dell’Utri avrebbe avuto rapporti con mafiosi solo fino al 1992, interrompendoli con l’entrata in politica di Berlusconi?
Tutto questo ha qualcosa a che vedere con l’estinzione della Cupola corleonese di Riina e Provenzano? O con la fine del predominio del superboss John Gotti a New York, per quanto relativo alla Mafia, consacrato alla storia del cinema dal film ‘Non provare ad incastrarmi’?

Domande che trovano oscuri riscontri, ad esempio, nella ‘vecchia storia’ di Filippo Alberto Rapisarda, partito giovanissimo da Sommatino (Caltanissetta) ed approdato a Milano, dove, negli anni 70,  fondò l’Inim e, poi, assumendo i fratelli Alberto e Marcello Dell’ Utri, la Gestim, società dietro le quali c’erano i soldi dei boss palermitani Bontade e Teresi, secondo i magistrati inquirenti. Un’avventura finanziaria conclusasi con il carcere per Alberto Dell’ Utri e la fuga a Caracas per Rapisarda, mentre Marcello restava a piede libero e tornava da Berlusconi per il quale aveva già lavorato.

Anni in cui, come racconta Marco Travaglio, vi sarebbero state relazioni con mafiosi del calibro di Ciancimino, potentissimo ex sindaco di Palermo, Cuntrera-Caruana, che controllavano il traffico di cocaina, e Jimmy Fauci, che gestiva il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada?

Per non parlare di Vittorio Mangano, assunto presso la proprietà di Silvio Berlusconi come “stalliere”, ma arrestato nel 1980 da Giovanni Falcone per traffico internazionale di droga.

Ma chi o quali “padroni” ebbe Marcello Dell’Utri dal 1982 al 1992, quando, nonostante avesse posizioni strategiche in Publitalia’80, veniva colto dai carabinieri in compagnia di noti mafiosi?

Quale è stato il suo ruolo nella Storia recente italiana?

La Procura Generale, nella requisioria che ha preceduto la sentenza, ha precisato che «Marcello Dell’Utri, permettendo a Cosa nostra di ‘”agganciare” Silvio Berlusconi, ha consentito alla mafia di rafforzarsi economicamente, di ampliare i suoi interessi, il suo raggio d’azione, di tentare di condizionare scelte politiche governative in relazione al successivo ruolo politico assunto da Berlusconi.

Questa condotta è stata perpetrata dall’imputato coscientemente, conoscendo e condividendo il metodo mafioso dell’organizzazione, perseguendo il fine personale del rafforzamento della sua posizione all’interno delle varie aziende e iniziative di Silvio Berlusconi». L’imputato e mediò la rinnovata richiesta estorsiva di Salvatore Riina, che facendo pressioni e violenze sull’imprenditore milanese, intendeva “agganciare” l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi».

Un Silvio Berlusconi, vittima di Marcello Dell’Utri, secondo i giudici.

Non a caso, anni fa, uno dei quesiti riguardava per chi lavorasse Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione. Una questione non solo giudiziaria, ma soprattutto storica e sociologica, ormai.

E’ stato un mediatore, un “ambasciatore”, un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico infedele ed ‘affidabile’ di Berlusconi? Ha avuto un proprio potere od è sempre stato uno strumento di altri? Quale è stato l’appeal che ha indotto un uomo di primo piano come Silvio Berlusconi a farlo il confidente di una vita ed il fiduciario di un impero?

Intanto, la Corte d’Assise di Caltanissetta – nel nuovo processo per la strage di via D’Amelio – sentirà il Capo dello Stato attuale ed allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, su quanto a sua eventuale conoscenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sulla sostituzione ala guida del ministero dell’Interno, nel 1992, di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino e sulle difficoltà che incontrò in Parlamento, nel 1992, la conversione del decreto legge sul carcere duro.
Verranno ascoltati anche l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Nicola Mancino e Giovanni Conso, e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.

Senza dimenticare la sentenza per rapporti mafiosi fino al 1980, comminata a Giulio Andreotti, reati andati in prescrizione, non resta che chiedersi quanto ‘controllo’ sull’Italia aveva Cosa Nostra nel 1992 e quanta corruttela ne era interelata?
E, soprattutto, dove sono andati a finire una così vasta rete di ‘disponibilità’ ed un così ampio ‘fatturato’?

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