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Rating Italia: le quattro domande di oggi

22 Feb

Era il 31 Agosto 2018, quando l’agenzia Fitch confermava il rating BBB dell’Italia, ma rivedeva al ribasso le proiezioni da ‘stabili’ a ‘negative’.

BBB significa che, quando si è insediato il Governo Conte, l’Italia aveva “adeguate capacità di rispettare gli obblighi finanziari. Tuttavia, condizioni economiche avverse o cambiamenti delle circostanze sono più facilmente associabili ad una minore capacità di adempire agli obblighi finanziari assunti.”

Ieri, la Camera ha approvato l’ennesimo rinvio sull’Alta velocità Torino-Lione senza che neanche fosse presente in aula il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli.

Domani, con la Tav in sospeso tra spese e pesanti penali, quante possibilità ci sono che qualcuno valuti che in Italia “il dover fronteggiare condizioni di incertezza economica, finanziaria, amministrativa potrebbe interferire con le capacità di soddisfacimento degli obblighi assunti”?

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Alla fine del 2018, l’Istat registrava una “accentuata diminuzione tendenziale per i beni di consumo (-7,2%) e per i beni intermedi (-6,4%); diminuzioni più contenute si osservano per l’energia (-4,4%) e per i beni strumentali (-3,5%).
Tutti i principali settori di attività economica registrano variazioni tendenziali negative. Le più rilevanti sono quelle dell’industria del legno, della carta e stampa (-13,0%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-11,1%) e della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-7,9%).

Dopo aver annunciato una crescita del Pil che non c’è stata, di quanto si è avvicinata l’Italia a non essere più considerata un paese dove investire (BBB), ma solo dove speculare (BB)?

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Grafico Fondazione Etica – Corsera

La speranza è di un rating BBB-1, che eviterebbe questo disastro, ma anche in questo caso gli ‘aiuti’ dalla BCE di Mario Draghi non arriverebbero prima dell’estate e – soprattutto –  il rialzo (spread) del rendimento dei Btp finirebbe col pesare su PIL, debito e deficit con buona pace della legge di bilancio del governo Conte.

Con l’Autonomia Amministrativa e Finanziaria in corso, cosa ne sarà dei rating – ad esempio – della Regione Lazio (BBB- Fitch), della Campania (BB Fitch) o di Roma Capitale (BBBa3 di Moody’s, analogo a BBB- Fitch)?

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Grafico Fondazione Edison

L’Italia ha un rating BBB da tempo e convive con la possibilità che “cambiamenti delle circostanze sono più facilmente associabili ad una minore capacità di adempire agli obblighi finanziari assunti.”

Quali  “cambiamenti delle circostanze” ha avuto l’Italia da marzo 2018 in poi, con accentuazioni continue dello spread, della spesa, del debito e del deficit, come del calo della produzione industriale e dei consumi?

Demata

Tav: quali costi e benefici per l’Italia se poi resta al trasporto su gomma?

3 Feb

Tra Francia e Italia transitano oltre 42 milioni di tonnellate di merci che rappresentano quasi la metà di quanto si muove da e verso l’Europa.

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Questa linfa vitale per l’Italia ha diversi modi per valicare le Alpi Occidentali e raggiungere Francia, Portogallo, Spagna, Benelux e Gran Bretagna:

  1. l’Autostrada Traforo del Monte Bianco che dichiara come “i mezzi pesanti rappresentano una media giornaliera di oltre 2.430 veicoli sull’Autoroute Blanche (A40), ossia il 9% del suo traffico, pari a circa un milione di Tir all’anno e poco meno di 15 milioni di tonnellate di merci, che rappresentano una quota notevole dei traffici verso la Francia, il Benelux e la Gran Bretagna
  2. la “direttrice costiera” di Ventimiglia da cui – (dati Certet Bocconi ) – transita il 49,4% del traffico, cioè circa 1,5 milioni di Tir e oltre 20 tonnellate di merci in transito, con una crescita esponenziale negli ultimi anni
  3. il passante del Moncenisio-Fejius , dove (rapporto Alpinfo 2010) transitano solo 3 milioni di tonnellate di merci, a causa delle pendenze proibitive e della ristrettezza del tunnel, che dal 2020 sarà fuorilegge, perchè scadrà la deroga per le uscite di sicurezza e la ventilazione che ancora oggi mancano
  4. la restante parte (circa 3 milioni di tonnellate) transita attraverso la Svizzera o viaggia per mare e aereo.

Insomma, tra Italia e Francia non c’è una linea ferroviaria per le merci efficiente e ci sono oltre 42 milioni di tonnellate da spostare: qualsiasi popolo di buon senso non avrebbe dubbi: o si carica tutto su nave oppure servono binari (e tunnel) nuovi.

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Però, in termini di costi e benefici, c’è che in Italia sono immatricolati oltre quattro milioni di autocarri per trasporto merci, cioè ci sono degli interessi che cozzano con l’idea di collegare decentemente Francia e Italia: la Tav Torino-Lione rappresenterebbe la fine di un esercito di autisti, benzinai, ristoratori, riparatori, venditori eccetera.
Ad esempio in Val d’Aosta se nell’intera provincia di Genova con oltre 850.000 abitanti sono immatricolati meno di 40.000 autocarri, mentre nella provincia autonoma valdostana ci sono 46.926 autocarri (dati Anfia 2017) per circa 120.000 abitanti, … che equivale a dire un autocarro ogni tre valdostani, praticamente tutti esclusi bambini e anziani …

Dunque, quando si vanno a valutare i costi e i benefici della realizzazione della Tav Torino-Lione, c’è da tener conto che ne verrebbero centinaia di migliaia di disoccupati, per i quali – a dire il vero – l’Italia già oggi spende fior di bilanci se il trasporto su gomma è ormai obsoleto, visto che “la sopravvivenza delle imprese del settore oggi è affidata al sostegno dello stato tramite agevolazioni fiscali o il rimborso delle accise” , come dichiarava il il presidente di Fita CNA Modena, in occasione dello sciopero dei ‘padroncini’ nel 2015 per le deduzioni fiscali.

In totale, in Italia sono registrati oltre 4 milioni di autocarri per circa 60 milioni di abitanti: la media è di uno ogni 15 persone, cioè il 6,7% rispetto ai residenti totali.
Comuni-italiani.it pubblica una tabella dei Comuni superiori ai 5000 abitanti con maggior numero di auto per mille abitanti (anno 2016).
Nell’elenco sono indicati solo dieci comuni, ma già così scopriamo che a Scandicci gli autocarri per trasporto merci sono uno ogni cinque residenti a San Michele Salentino (22,3%) e Bolzano (26,5%), crescono ad uno ogni sette persone a Sala Consilina (14,6%) e Santa Venerina (14,7%), un po’ di più a Tavagnacco (9,3%) e Sannicandro di Bari (10,3%), nella norma Qualiano di Napoli 7,6%, ma arriviamo ad un autocarro ogni 3 persone a Trento (31,3%), mentre a Bolzano ci sono ben 8 camion ogni dieci residenti (77,9%) e ad Aosta capoluogo si va anche oltre (84,5%).

Aggiungiamo tutto l’indotto di rifornitori, ristoratori e riparatori e siamo arrivati ad una bella fetta dell’elettorato, distribuita a macchia di leopardo nel Paese ed in grado di paralizzarlo, certamente molto preoccupata dai propri interessi localistici piuttosto che da quelli collettivi, a partire dal caos, dal rumore e dall’inquinamento che ci arriva dal trasporto su gomma, di cui tanta italia si lamenta da decenni inutilmente.

Il vero timore non è la Tav in se, quanto la fine del trasporto su gomma all’italiana, che da decenni regge a fatica costi e carichi che solo il trasporto marittimo e ferroviario possono sostenere, come da decenni complica un assetto idrogeologico che andrebbe meglio tutelato.

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Il vero problema dei costi e dei benefici è che anche in questo caso l’innovazione non conviene a molti italiani: come per le mille comodità delle App e dell’Ecommerce che decine di milioni di italiani si rifiutano di usare l’economicità e l’efficienza del trasporto ferro-marittimo preoccupano i tanti altri che – avendo una bassa formazione – finora non hanno potuto altro che ‘riqualificarsi’ come artigiani, padroncini e piccoli imprenditori.

Dunque, decidere riguardo la Tav è semplice e dipende solo da quale Italia vogliamo: in Europa e con una tratta ferroviaria pensata al Futuro verso Spagna, Francia, Belgio, Olanda e fino alla Gran Bretagna?
Oppure, pensiamo già a breve di ridurre il nostro PIL che tanto non c’è modo di esportare abbastanza merci in un modo rapido e conveniente?

E gli artigiani, padroncini e piccoli imprenditori?
Se con un trasporto merci efficiente la produzione interna e il commercio estero ripartono, anche l’occupazione ne risentirà positivamente.

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Prendiamo atto che l’Italia esporta in Francia merci per un valore di 51,82 miliardi di dollari, mentre ne importa per un valore di 39,74 miliardi USD (dati ComTrade – 2017). Dunque, è all’Italia che conviene migliorare le rotte commerciali ed è l’Italia che verrebbe maggiormente danneggiata da una crisi tra le due nazioni.

Il problema è politico: avere un progetto infrastrutturale ventennale e avviare un piano di formazione-lavoro ad hoc.
Non sembra ci siano altri modi per avviare riforme ed innovazioni.

Demata

Virgilio, Eneide: “In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge …

26 Gen

“In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge.
Ma che razza di uomini è questa? Quale patria permette un costume così barbaro, che ci nega perfino l’ospitalità della sabbia; che ci dichiara guerra e ci vieta di posarci sulla vicina terra. 
Se non nel genere umano e nella fraternità tra le braccia mortali, credete almeno negli Dei, memori del giusto e dell’ingiusto. “
[Virgilio, Eneide, Libro I 538-543]

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“Huc pauci vestris adnavimus oris.
Quod genus hoc hominum? Quaeve hunc tam barbara morem permittit patria? Hospitio prohibemur harenae; bella cient primaque vetant consistere terra. 

Si genus humanum et mortalia temnitis arma, at sperate deos memores fandi atque nefandi.”

Demata

L’Italia, le baby gang e l’abbandono dei minori

16 Gen

Il consigliere del Csm Antonello Ardituro, ex pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, è stato molto chiaro nella sua lettera aperta: «Accadono cose che, in altre città, vengono percepite come straordinariamente drammatiche, campanelli d’allarme sui cui si innesta una reazione vera. Lo Stato interviene. Qui no».

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Boy pointing gun ~ William Klein

Un’Italia con ‘personalità multiple’ se – solo pochi mesi fa, su iniziativa di alcune scuole centrosettentrionali – esplodeva la querelle degli alunni minori di 14 anni che ‘per legge’ dovevano essere accompagnati a scuola dai genitori, mentre – al Forum del Il Mattino di ieri –  il procuratore capo per i minori di Napoli, Maria De Luzemberger, “ha rivelato che al suo ufficio, per un lungo periodo, non sono arrivate più segnalazioni di evasione dall’obbligo scolastico. Solo dopo una telefonata, allarmata, alla direttrice scolastica regionale il meccanismo si è rimesso in movimento”. 
Senza dimenticare che cinque anni fa si era affermata la ‘paranza dei bambini‘, un gruppo di fuoco composta da giovanissimi più o meno maggiorenni, più noti per le ‘stese‘, cioè andare nei quartieri ‘avversari’ e sparare a casaccio sui passanti.

Ci voleva il fatto gravissimo e ci voleva una “madre coraggio” per portare la situazione all’attenzione nazionale e scoprire tutti che era molto tempo che molestie e pestaggi minorili erano un rischio noto in certe vie del Centro Storico, che la Movida selvaggia include risse, stupri, sostanze, racket, impunità e degrado, che la serie televisiva ‘Gomorra’ è percepibile come una ‘vetrina di miti ed eroi’ specie tra i “giovanissimi figli del disastro”. Soprattutto, che la situazione partenopea è una punta dell’iceberg e che il fenomeno è a stento contenuto nelle altre regioni, a leggere la cronaca nera locale.

Predica bene il sindaco De Magistris: «La risposta più importante e immediata sia data da chi ha il dovere di prevenire i reati e individuarne i responsabili. Oggi la priorità è il controllo del territorio, la prevenzione e l’individuazione dei responsabili».

Ma il vero problema è che «l’impunibilità è insopportabile», come afferma il deputato dem Umberto D’Ottavio, ed i primi responsabili son facili da trovare: sono i genitori che abbandonano a se stessi e al degrado i propri figli o, peggio, li educano “al desiderio di denaro facile e di potere, pur di sfoggiare un elevato stile di vita imposto da una società nichilista e consumista basata sull’apparenza e la sopraffazione come scelta di vita, pur sapendo che morirà per raggiungere quel modello ideale di esistenza“.

Ieri sera, sul lungomare, è stata preso d’assedio un presidio militare mobile dove si erano rifugiati tre ragazzini inseguiti dal solito branco.

A fronte di quanto, una Giunta Comunale che – ad esempio –  non garantisce un assistente sociale di presidio fisso in ogni scuola, non adotta il «coprifuoco per i minori non accompagnati dopo un certo orario» proposto dal consigliere regionale dei Verdi, Francesco Borrelli, revoca il Daspo per i parcheggiatori abusivi, mentre i residenti protestano ovunque per le movide selvaggie, non delimita la ‘vita notturna’ nei settori urbanisticamente predisposti, ben delimitati, controllabili, isolati come la Villa Comunale, il Parco delle Rimembranze e la Marina, tiene ferma la rivalutazione imprenditoriale e la crescita occupazione restando inerte sia riguardo lo Stadio San Paolo, sia per la Mostra d’Oltremare sia per Coroglio e Bagnoli, eccetera.

Misure che servirebbero anche nelle altre città per le baby gang e le famiglie disastrose, per la movida e gli spazi in cui va collocata e resa sicura, per lo sblocco di grandi opere e la crescita occupazionale.

Demata

 

Gobetti e Nitti, testi a confronto

8 Feb

“Il programma di Nitti fu il solo programma conservatore serio della borghesia italiana.” (Piero Gobetti, da Scritti attuali, Capriotti Editore – Roma 1945)

Francesco Saverio Nitti fu il primo Presidente del Consiglio (1919-1920) proveniente dal Partito Radicale Storico e più volte ministro. Nonno carbonaro, padre mazziniano socialista, altri parenti esuli, economista di fama internazionale, meridionalista e repubblicano.

Il programma di governo di Nitti, cui si riferiva Piero Gobetti, doveva fronteggiare il Biennio Rosso, avviatosi con la nascita del Partito Comunista anche in Italia, e fu incentrato sulla cancellazione ed eliminazione delle vecchie clientele giolittiane, sull’introduzione del sistema elettorale proporzionale, su misure per favorire le esportazioni e i processi di riconversione dei settori produttivi, su una fiscalità severa verso le rendite agrarie e le immobilizzazioni, su pensioni ai mutilati ed agli invalidi di guerra, sulla concessione di terreni ai mezzadri e ai contadini.

Il 16 novembre 1922, quando Giolitti, Orlando, De Gasperi, Facta e Salandra diedero la fiducia a Mussolini, Nitti abbandonò l’aula per protesta. Il 5 maggio del 1925, Nitti scrisse una lettera al re Vittorio Emanuele III dove lo accusava di tradimento per via della connivenza con Mussolini, in quanto non prendeva provvedimenti contro un governo ormai dittatoriale.
La Storia e gli italiani gli diedero ragione, esiliando proprio i Reali Savoia.

Scriveva il giovane Piero Gobetti (Scritti attuali, op. cit.): “Combattevamo Mussolini come corruttore, prima che come tiranno; il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura; non insistevamo sui lamenti per mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli italiani che non resistevano, che si lasciavano addomesticare.”

Per proteggere la propria famiglia dalle reiterate aggressioni squadristiche, Nitti si recò prima a Zurigo e poi a Parigi, dove fu il primo riferimento per il coordinamento di altri esiliati antifascisti, come – ad esempio – la “Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo” (LIDU), fondata da Luigia Nitti, Luigi Campolonghi e Alceste De Ambris.
La Storia e le Nazioni Unite gli diedero ragione, proclamando la Carta dei Diritti Universali dell’Uomo.

Di sequito, alcuni stralci significativi delle riflessioni di Francesco Saverio Nitti sull’Italia, accompagnati da citazioni di Piero Gobetti.

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Piero Gobetti (1901 – 1926)

Nitti – “Prima del 1860 non era quasi traccia di grande industria in tutta la penisola. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non avea quasi che l’agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso, almeno nelle abitudini dei suoi cittadini. L’Italia centrale, l’Italia meridionale e la Sicilia erano in condizioni di sviluppo economico assai modesto. Intere provincie, intere regioni eran quasi chiuse ad ogni civiltà.” (Nord e sud -1900)

Nitti – “L’Italia, conquistatrice del mondo durante l’antichità romana, museo di tutte le arti del medio evo, mirabile nella civiltà moderna per i suoi sforzi di rinnovazione è, e rimane tuttavia, un paese molto povero: soprattutto essa soffre d’impécuniosité, deficienza di danaro, deficienza di capitali. (da La ricchezza dell’Italia, Napoli, 1904, p. 8)”

 Piero Gobetti – “Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l’assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente.” (La Rivoluzione Liberale)

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Nitti – “Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, che è stata in grandissima parte opera sua, bisogna del pari riconoscere che senza l’unificazione dei varii Stati, il regno di Sardegna per lo abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da un’enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinata una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro stato più grande. (Nord e sud -1900)

 Piero Gobetti – “Il fascismo è il governo che si merita un’Italia di disoccupati e di parassiti ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e liberali, e  per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione integrale, dell’economia come delle coscienze.” (La Rivoluzione Liberale) 

Francesco Saverio Nitti (1868 – 1953)

Nitti – “Bisogna ricordare che nel 1860 il Piemonte avea grandissima rete stradale; numerose ferrovie e canali e opere pubbliche di molta importanza. Queste cause, estranee in gran parte alla guerra, erano i veri agenti della depressione finanziaria.” (Nord e sud -1900, p. 38).

Viceversa, “nel 1800, la situazione del Regno delle Due Sicilie, di fronte agli altri Stati della penisola, era la seguente, data la sua ricchezza e il numero dei suoi abitanti.

  • Le imposte erano inferiori a quelle degli altri Stati;
  • I beni demaniali e i beni ecclesiastici rappresentavano una ricchezza enorme e, nel loro insieme, superavano i beni della stessa natura posseduti dagli altri Stati;
  • Il debito pubblico, tenutissimo, era quattro volte inferiore a quello del Piemonte e di molto inferiore a quello della Toscana;
  • Il numero degli impiegati, calcolando sulla base delle pensioni nel 1860, era di metà che in Toscana e di quasi metà che nel Regno di Sardegna;
  • La quantità di moneta metallica circolante (ndr. in oro), ritirata più tardi dalla circolazione dello Stato, era in cifra assoluta due volte superiore a quella di tutti gli altri Stati della penisola uniti assieme.

Il Mezzogiorno era dunque, nel 1860, un paese povero; ma avea accumulato molti risparmi, avea grandi beni collettivi, possedeva, tranne la educazione pubblica, tutti gli elementi per una trasformazione.” (Nord e sud -1900, p. 113)

Piero Gobetti – a differenza di Cavour e della sua visione ancora fortemente monarchica del Privato quale ‘concessionario dello Stato’ a sua volta perennemente in ‘rosso, “la civiltà capitalistica, preparata dai Comuni, sorta trionfalmente in Inghilterra e diffusa negli ultimi decenni, pur nonostante varie attenuazioni, in tutto il mondo civile, è la civiltà del risparmio.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Nitti – “Ora, ciò che noi abbiamo appreso dei Borboni non è sempre vero: e induce a grave errore attribuire ad essi colpe che non ebbero, ed è fiacchezza d’animo per noi tutti non riconoscere i lati manchevoli del nostro spirito e della nostra educazione, e voler attribuire ogni cosa a cause storiche.
Bisogna leggere le istruzioni agli intendenti delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fìsco per sentire che la monarchia (ndr. borbonica) cercava basarsi sull’amore delle classi popolari. Fra il 1848 e il 1860 si cercò di economizzare su tutto, pure di non mettere nuove imposte: si evitavano principalmente le imposte sui consumi popolari. Il Re dava il buon esempio, riducendo la sua lista civile spontaneamente di oltre il 10 per cento; fatto questo non comune nella storia dei principi europei, in regime assoluto o in regime costituzionale.

É un grave torto credere che il movimento unitario sia partito dalla coscienza popolare: è stata la conseguenza dei bisogni nuovi delle classi medie più colte; ed è stato più che altro la conseguenza di una grande tradizione artistica e letteraria.” (da L’Italia all’alba del secolo XX – 1901, p. 110-111)

Piero Gobetti – “La tribù preoccupa più del capo” e “nessun cambiamento può avvenire se non parte dal basso, mai concesso né elargito, se non nasce nelle coscienze come autonoma e creatrice volontà rinnovarsi e di rinnovare.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Manifestazione di protesta – “Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra – 1919”

Nitti – “Pochi principi italiani fecero tra il ’30 e il ’48 il bene che egli (ndr. il re Borbone) fece. Mandò via dalla corte una turba infinita di parassiti e di intriganti: richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gli inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata, istituì il telegrafo, fece sorgere molte industrie, soprattutto quelle di rifornimento dell’esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi.
Giovane, forte, scaltro, voleva fare da sé, ed era di una attività meravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò, con grande ammirazione degli intelletti più liberi, resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana. (da Scritti sulla questione meridionale: Volume 1, Laterza, Bari, 1958, p. 41)

“Due cose sono oramai fuori di dubbio: la prima è che il regime unitario, il quale ha prodotto grandi benefizi, non li ha prodotti egualmente nel Nord e nel Sud d’Italia; la seconda è che lo sviluppo dell’Italia settentrionale non è dovuto solo alle sue forze, ma anche ai sacrifizi in grandissima misura sopportati dal Mezzogiorno. (da L’Italia all’alba del secolo XX – 1901. p. 108)

Piero Gobetti – “In pratica le cose in Italia non cambiano mai, cambiano i nomi e le occasioni della storia, ma, in definitiva, i nostri mali e i nostri vizi rimangono sempre desolatamente uguali.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Ordine Nuovo – Giornale socialista – 1921

Nitti – “Dei Borbone di Napoli si può dare qualunque giudizio … Non furono dissimili dalla gran parte dei prìncipi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta.
Ed è costata assai più perdite di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860.

L’ordinamento finanziario del Regno di Sardegna fu esteso a tutto il resto d’Italia. Fu il [Pietro] Bastogi, che fra il 1861 e il 1862, compì l’opera di trasformazione. Con cinque disegni di leggi, che furono la base delle leggi successive, il Bastogi estese il sistema fiscale piemontese a tutti i vecchi Stati che erano entrati a far parte del nuovo regno.

Avvenne così, per effetto del nuovo ordinamento, che il regno delle Due Sicilie si trovò a un tratto, senza che nessuna trasformazione economica fosse in esso avvenuta, anzi perdendo quasi tutto il suo esercito e molte sue istituzioni, a passare dalla categoria dei paesi a imposte lievi, nella categoria dei paesi a imposte gravissime. (Nord e sud -1900)

Piero Gobetti –“Senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico.” (La Rivoluzione Liberale)

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Nitti – Il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord. Non vi è nessun senso d’invidia in quanto diciamo. Ma vogliamo solo dire che se i governi fossero stati più onesti e non avessero voluto lavorare il Mezzogiorno, cioè corromperne ancor più le classi medie a scopi elettorali, molto si sarebbe potuto fare.
Le loro amministrazioni locali vanno, d’ordinario, male; i loro uomini politici non si occupano, nel maggior numero, che di partiti locali. Un trattato di commercio ha quasi sempre per essi meno importanza che non la permanenza di un delegato di pubblica sicurezza. (Nord e sud -1900)

Piero Gobetti – a conferma dei danni fatti da cinquant’anni di “governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc. in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord”, “l’eredità del Regno di Napoli pesava sul nuovo Stato, aumentando la corruzione e creando contro la vita agricola naturale una sovrastruttura di parassitismo burocratico ed elettorale. Non ci stupiremo che la lotta politica si confondesse in una caccia all’impiego. ((La rivoluzione liberale)

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Piero Gobetti morì il 15 febbraio 1926 in una clinica di Neuilly-sur-Seine, per gli scompensi cardiaci, provocati dalle violenze subite dagli squadristi fascisti.
Al suo capezzale c’era l’amico Francesco Saverio Nitti.

Pochi giorni prima Gobetti gli aveva chiesto di dirigere un giornale “di pensiero liberale contro il fascismo che è la vergogna della civiltà”, con l’appoggio di Le Quotidien, il giornale democratico più diffuso di Parigi.

Gobetti e Nitti, di ‘figlio’ in ‘padre’, due storie inseparabili.

Demata

Sistemi sanitari a confronto: l’Italia arranca

27 Dic

L’Euro Health Consumer Index (EHCI) confronta i sistemi sanitari europei sulla base di tempi di attesa, i risultati e la generosità.
La classifica 2014 comprendeva 37 paesi misurati da 48 indicatori, con lo scopo di misurare la “facilità di uso” dei sistemi sanitari.

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Il British Medical Journal e, di recente, anche l’Osservatorio europeo sulle politiche e dei sistemi sanitari hanno evidenziato che gli indicatori inerenti gli effettivi risultati medici si basano sulla soddisfazione dei pazienti, a loro volta privi di termini di confronto con altre realtà (cut off arbirario).
Ad ogni modo, l’EHCI resta il maggiore indice dell’accessibilità e dell’efficienza dei sistemi sanitari.

E l’Italia?

  • Al 22° posto come qualità generale dei servizi sanitari, superata – tra l’altro – dalla Slovacchia, il Portogallo o l’Estonia.
  • Quanto ai diritti dei pazienti, siamo in 19° posizione, preceduti anche dalla Macedonia.
  • Riguardo i tempi di accesso (22°) anche in Albania si fa prima che da noi.
  • In 22° posizione anche per i risultati (efficacia delle cure), snobbati anche dall’Islanda o da Cipro.
  • Peggio ancora riguardo la gamma dei servizi forniti, con il Sistema Sanitario italiano pari (de)merito con Slovacchia, Ungheria e Polonia, surclassate persino dalla Scozia, Malta, eccetera.
  • Dulcis in fundo, l’accesso ai farmaci è molto più facile in Finlandia o in Norvegia.

In parole povere, fatta eccezione per nazioni molto piccole o quelle che da soli 20 anni si sono liberate da fascismi e comunismi, il nostro Sistema Sanitario – secondo la “rel. 31 January 2015″ – si colloca più o meno ultimo e ben distaccato … anche se spendiamo come e più di tanti.

D’altra parte, l’Indice della qualità della Pubblica amministrazione vede a fondo classifica – praticamente alla pari con la Turchia – il Lazio (-1,512) ed ancor peggio  Sicilia, Puglia, Molise, Calabria (da -1,588 a -1,687) o in Campania (-2,242). Meglio  che tendono alla media europea (indici pari a Veneto (-0,186) ed Emilia Romagna (-0,217) o Lombardia (-0,542).

Non c’è, dunque, alcuna ragione – almeno tra quelle confessabili – per cui l’attuale Parlamento e gli attuali Governatori regionali o i Sindaci, non siano andati ad occuparsi con la massima urgenza della Pubblica Amministrazione e del corrispettivo Servizio (socio)Sanitario.

Anzi, dopo tre anni, ci ritroviamo con il personale incrementato e gli stipendi pure, i contratti e le mansioni risalenti a chissà quando, gli invalidi affastellati in qualche ufficio nell’attesa di un’opzione bloccata,  i malati in coda perpetua al Recup tanto da noi s’opera solo d’urgenza …

E dire che il rating prefallimentare BBB- ce lo siamo ‘guadagnato’ per via della PA obsoleta e dei sui costi iperbolici, che comportano tante e tali tasse ed incertezze burocratiche da soffocare l’Italia che produce … e che fugge all’estero.

D’altra parte, fatta eccezione per il patriottico Draghi, come potremmo ispirare fiducia persino a noi stessi, se al Lavoro e Welfare mettiamo l’ex presidente delle coop, all’Istruzione, Università e Ricerca un ex segretario sindacale senza laurea, alla Pubblica Amministrazione un’altolocata quanto giovane ricercatrice ed alla Sanità una politica di professione diplomata al liceo classico?

Demata

Vince il No, vincono i Liberali

5 Dic

Vince il No al pasticcio costituzionale del duo Renzi-Boschi, ma il ‘vero’ No è stato  quello deposto nelle urne contro il Partito Democratico, renziani o rottamati che siano.

Un No al PD nato innanzitutto nel sottobosco del partito stesso, sempre coeso se c’è da prender voti, mai unito in come governare od opporsi: piccolo cabotaggio, il fomento di tutti i populismi.

Dunque, un No alla politica finanziaria a zig zag e tanto tirchia verso alcune categorie quanto spendacciona verso altre: clientelare e di breve periodo. Un No all’Europa delle banche, invece che delle imprese e del lavoro.

E, probabilmente, un No al risorgere della Democrazia Cristiana che questo asse Renzi-Alfano-Verdini-Padoan ha riportato in auge: non è un caso che con la fine del Governo Renzi non ci ritroviamo altro che le leggi elettorali della Prima Repubblica.

Ma anche un No a Forza Italia, alla Lega Nord o a Fratelli d’Italia, come alla Sinistra, se son stati i Liberali delle varie sponde a farsi anima della propaganda referendaria.

Ed un No all’informazione mainstream delle tv e dei giornali, visto che gran parte del No ha viaggiato sui Social ed era ‘fatto in casa’.

Adesso resta da vedere se, tra i tanti partiti e movimenti che si attribuiranno la vittoria del No, ne verrà fuori qualcuno che – oltre alla protesta – metta in campo un metodo ed un programma.

Demata