Tag Archives: isis

Jihad, cosa accade se le nazioni reagiscono?

3 Lug

MALAYSIA
Il 30 giugno 2016 Abdul Rhaman Osman, Muftì di Pahang,  ha definito “kafir harbi” ogni cittadino non-musulmano. Il termine indica i non credenti nel Corano e i nemici dell’Islam, che per questo meritano la morte.
Abdul Rahman aveva utilizzato per la prima volta questa formula il 23 giugno scorso, affermando che i musulmani commettono un peccato sostenendo il Democratic Action Party (Dap, partito d’opposizione sostenuto dati cittadini di etnia cinese), perché si erano opposti alla proposta di legge di inserire la sharia nel Paese.
Secondo i dati dell’Unhcr sono  registrati come rifugiati in Malaysia più di 53mila musulmani di origine bengalese provenienti dalla Birmania – “Rohingya” – e che sono più di 150mila i richiedenti asilo nel Paese per la maggior parte musulmani srilankesi.
Nonostante gli appelli dell’Unhcr, i rifugiati Rohingya continuano ad essere rinchiusi nei centri di detenzione per ‘motivi di sicurezza’.

SRI LANKA
Continua l’esodo della minoranza musulmana, dopo che – due anni fa i buddisti hanno rasero al suolo Dharga Nagar, Beruwela e Aluthgama, tre città a maggioranza islamica, dove oltre 10mila persone furono costrette a fuggire dalle proprie case.
Gli attacchi – durante i quali ogni proprietà dei musulmani è stata presa di mira, mentre venivano risparmiati i negozi singalesi – furono fomentati dal gruppo radicale buddista Bodu Bala Sena (Bbs), per ritorsione contro un attacco ai danni del ven. Ayagama Samitha Thero, noto per le sua tolleranza religiosa.

BIRMANIA
Nella notte del 23 giugno 2016 un gruppo di 200 buddisti ha fatto irruzione nella moschea di Thuye Tha Mein, poco a nord di Yangon, distruggendola e devastando anche il cimitero islamico adiacente.
Decine di famiglie musulmane sono state costrette a cercare rifugio nella centrale di polizia per sfuggire alle violenze. L’attacco è stata causato da una diatriba nata ieri fra alcuni vicini circa la costruzione di una scuola islamica.
Dal 2012 il Myanmar è teatro di una lunga serie di violenze confessionali che hanno causato almeno 300 morti e 140mila sfollati, la maggior parte dei quali musulmani Rohingya immigrati dal Bangladesh.
I nazionalisti birmani – con in prima linea i monaci buddisti del Ma Ba Tha – criticano in modo feroce l’uso del termine “Rohingya”, chiedendo di chiamarli “bengali”.

RUSSIA
La Camera bassa del parlamento russo ha apporvato il 23 giugno  la cosiddetta “legge Yarova” un pacchetto di misure antiterroristiche che contiene, tra le altre cose, elementi fortemente limitativi della libertà religiosa.
La norma – promossa da Irina Yarova, deputato del partito di maggioranza Russia Unita e presidente del Comitato sicurezza alla Duma di Stato – prevede anche la carcerazione per “mancata denuncia” di informazioni e l’ergastolo per il terrorismo internazionale, oltre ad obbligare gli operatori delle telecomunicazioni a conservare le informazioni sul contenuto delle conversazioni e della corrispondenza degli utenti.
Per contrastare il Jihadismo, la legge Yarova introduce il divieto di attività religiosa in tutti i luoghi al di fuori di quelli appositamente autorizzati”, ha scritto Tanya Lokshina, direttore di Human Rights Watch in Russia.

INDONESIA
Erano da poco stati liberati 10 marinai indonesiani rapiti dagli estremisti islamici filippini di Abu Sayyaf, quando  il 20 giugno scorso nelle acque di Sulu (Filippine), roccaforte dei jihadisti, la nave “Charles 001” è stata assalita da due gruppi di miliziani, che hanno rapito sette marinai indonesiani.
Da due giorni, l’esercito indonesiano ha avuto il via libera dal Presidente Joko Widodo per un intervento militare in territorio filippino, se le trattative con i rapitori dovessero fallire.

CINA
Il governo di Pechino, dal 7 giugno 2016, ha vietato a dipendenti pubblici, studenti e insegnanti di osservare il Ramadan.
Ai ristoranti, è stato ordinato di osservare l’orario normale, senza chiusure straordinarie, mentre sul sito del governo è apparso l’avviso: “I membri del partito comunista, i quadri, i dipendenti pubblici e gli studenti non devono osservare il digiuno del Ramadan né prendere parte a cerimonie religiose.”
In Xinjang, nel nord-ovest della Cina, dove il 58% della popolazione è musulmana, durante un’operazione di polizia sono state uccise 28 persone ritenute affiliate ad IS e coinvolte nell’attacco alla miniera di carbone Sogan di Aksu con decine di morti e feriti.

INDIA
Pochi giorni fa, le forze di sicurezza indiane hanno fermato un gruppo di terroristi islamici che progettava di fomentare scontri con gli induisti, dissacrando con carne di mucca i loro templi, in una nazione dove nelle aree trbali si verificano ancora oggi linciaggi da parte degli induisti verso i macellai islamici.
La “cellula di Hyderabad” era in possesso di notevoli quantità di esplosivo, armi e telefoni clonati, fanno capo a Shafi Armar, alias Yousuf al Hindi, referente locale di Isil.
Secondo Rohan Gunaratna , direttore del Centro Internazionale di ricerca di Singapore per la violenza politica e terrorismo, la maggiore minaccia terroristica in India è quella che sta reclutando giovani musulmani della classe media, in grado di preparare attacchi “dai propri uffici o camere da letto”.

LIBANO
Dopo la serie di attacchi suicidi (cinque morti e una ventina di feriti) che ha colpito la cittadina di al-Qaa nei pressi del confine con la Siria,  il patriarca maronita chiede al governo di “assumersi le proprie responsabilità agli occhi della nazione, per scongiurare nuove tragedie”.
Il cardinale Beshara Rai ha anche rivolto un plauso all’esercito e alle forze di sicurezza, per le quali chiede “il massimo sostegno a tutti i livelli”, invitando i cittadini a rilanciare l’ideale di “unità nazionale e solidarietà” per affrontare le sfide poste dal terrorismo e dagli attacchi contro il Libano.
Da tempo l’esercito libanese è impegnato in una lotta a tutto campo contro le fazioni jihadiste attive lungo la frontiera reprimendo le cellule locali che operano nell’area.

GIORDANIA
Stati Uniti ed Arabia Saudita avevano convogliato munizioni e armamenti in Giordania, per fomentare le rivolte contro il presidente Bashar al Assad.
Le armi – tra cui mortai, razzi e granate del valore di milioni di dollari – furono trafugate da funzionari corrotti dell’intelligence di Amman e vendute tramite trafficanti sul mercato nero.
A svelare il furto è stata un’inchiesta congiunta del New York Times e di Al Jazeera, che hanno intervistato – dietro garanzia di anonimato – esponenti dei governi statunitense e giordano, a conferma di come la politica di armare e addestrare gruppi ribelli in chiave anti-Assad si sia rivelata disastrosa.

SIRIA
In un’intervista della televisione australiana, il presidente Assad ha dichiarato che “i rifugiati siriani vorrebbero tornare a casa e, piuttosto che l’azione umanitaria, il modo migliore e “meno costoso” per l’Occidente per aiutarli è quello di distruggere i ribelli.
“Aiutarli a tornare indietro, aiutando la stabilità in Siria e non fornendo alcuna giustificazione o sostegno ai terroristi.”

Demata

Annunci

Isis, la cospirazione

6 Apr

2011 – Obama anticipa il ritiro delle forze USA in Iraq e l’ultimo battaglione attraversa (18 dicembre) la frontiera con il Kuwait. Più o meno contemporaneamente, promette di ‘isolare il brutale regime di Assad in Siria’.
Intanto, mentre la guerra civile scoppia in Siria dopo l’eccidio di 37 soldati governativi ad Homs, diverse organizzazioni ‘caritatevoli’ (fondazioni) del Golfo Persico finanziano i gruppi di opposizione ad Assad islamisti, in particolare alla nascente Isis.

Tra le banche più attive nei finanziamenti figura in primis l’Al Rajhi Bank, istituto finanziario saudita che da sempre finanzia i gruppi jihadisti, ma anche la Al Shamal Islamic Bank, co-fondata da Osama Bin Laden e principale finanziatrice del gruppo terroristico di Al-Qaeda. La National Commercial Bank invece avrebbe donato una parte dei profitti bancari sotto forma di zakat, ovvero come un atto di «carità» a numerose organizzazioni terroristiche. Il ministro dello Sviluppo tedesco, Gerd Muller, ha persino accusato Al-Thani, l’Emiro del Qatar, di essere il principale finanziatore dell’Isis.

In Turchia, due pubblici ministeri hanno indagato su quattro camion pieni di parti di missili, munizioni e mortai semi-assemblati consegnati in Siria ai ribelli  di Al-Nusra, la milizia siriana di Al-Qaeda.

L’Iraq – mentre gli eserciti occidentali si ritirano – cade in una grave situazione di instabilità interna, caratterizzata da un notevole incremento della violenza ed un susseguirsi di attentati da parte di milizie jihadiste ben organizzate da ex militari del regime di Saddam, con circa 10.000 morti l’anno e le forze di sicurezza estromesse da molte aree a maggioranza sunnita, come dal Kurdistan (autonomo) e dal Sud del paese (milizie scite).

 

2014 – ISIS conquista Mosul, la seconda città dell’Iraq. Nell’operazione, oltre ad ingenti armamenti dell’esercito irakeno,  i terroristi si impossessano dell’intera riserva aurea del ricco Kurdistan, per un valore di circa 500 milioni di dollari. Inoltre, a parte il controllo totale su merci, acqua e viabilità da Aleppo a Falluja, il gruppo terrorista ha ormai conquistato diversi giacimenti minerari e, soprattutto, di petrolio (circa sessanta pozzi) con una produzione si aggira intorno ai 25mila e i 50mila barili al giorno, mentre i giacimenti petroliferi non ancora conquistati pagherebbero una sorta di «pizzo» all’Isis.

Da allora, dal contrabbando di greggio entrano nelle casse del Califfato due milioni di dollari al giorno, quasi ottocento milioni l’anno. Ed in Iraq, più di  ogni altro stato produttore di petrolio, esiste da sempre – fin dalle prime sanzioni contro Saddam Hussein d quasi 30 anni fa – un florido mercato nero del petrolio tramite gli stati confinanti (Siria /Libano, Iran, Turchia) grazie a contrabbandieri (tribù) locali che ne fanno perdere le tracce. Ankara ammette che i sequestri di petrolio illegale in Turchia sono aumentati del 300% dal 2011, e si tratta solo della punta dell’iceberg.

Poi, a parte i proventi derivanti da sequestri di persona o dai reperti archeologici, ci sono le derrate alimentari, gli elettrodomestici e gli utensili da lavoro  a fronte di capillare tassazione (estorsione) a carico di una popolazione di otto milioni di persone.

2016 – Trovando difficile accettare che il ritiro dall’Irak voluto da Obama in nome della ‘pace tra i popoli’ si sia rivelato un disastro globale e che l’ennesima imposizione di un regime democratico (in Siria) abbia provocato una irrisolvibile guerra civile (come precedentemente in Francia con la rivoluzione o in Usa tra Unionisti e Confederati), anche per Isis è di moda ipotizzare ‘cospirazioni’ amerikane o sioniste, anche se quel che si prospetta è, caso mai, il redivivo intervento dei ‘crociati’ anglofrancesi sulle coste (e nelle retrovie) del Medio Oriente e, si spera, l’avvio di un dibattito generale sull’Islam e sulla sua coabitazione con altre culture, specie se diverse dal cattolicesimo.

Poco male … spulciando i libri di storia, gli appassionati di iperboli politiche finiranno prima o poi e comunque per scoprire che … i ‘cattivi’ non siamo noi: le Crociate del Medioevo furono in prima causa determinate dal blocco commerciale e dal ‘pizzo’ che gli Arabi (riformando il sistema tributario secondo la Sharia) avevano attuato impadronendosi del Medio Oriente, da cui andavano e venivano le merci tra Europa e Indie. E, 300 anni dopo, la spinta verso le Americhe fu dovuta alla medesima esigenza di aggirare questo blocco, dopo che Marco Polo ed altri avevano tentato la via di terra verso Oriente.
Ed, oggi come ieri, sono gli invasori arabi – mica europei – il problema quotidiano di curdi, yazidi, palestinesi, ebrei, siriani, libanesi, turchi, iraniani, giordani, libici, kenioti, nigeriani … eccetera eccetera.

Prima di percorrere ipotesi improbabili, andrebbe verificata quella che abbiamo davanti: i flussi di armi, denaro e petrolio parlano chiaro su chi abbia finanziato Isis e quali errori politici ne abbiano determinato l’affermazione.

Demata

Sartre, la Sinistra, la Guerra e il Terrorismo

24 Mar

Dunque, siamo in guerra, ma lo siamo stati fino all’altro ieri, anche se l’abbiamo dimenticato: gli Anni di Piombo italiani finiti nel 1982, la miriade di attentati portati avanti dagli ‘informali’ da Action Directe e gli Squatters fino ai BlackBloc o gli anarco-insurrezionalisti odierni, la Guerra Fredda conclusasi  con la riunificazione tedesca nel 1990 più o meno quando iniziava la ‘madre di tutte le battaglie’, cioè la Guerra del Golfo … sembra che le nostre cattedre di lettere, storia e filosofia come le redazioni e gli editori si siano persi qualcosa … a usual.

E, dinanzi all’orrore di Parigi e Brusselles, la Sinistra europea si trova in enorme disagio tra l’avere il nemico in casa dopo aver depenalizzato di tutto e di più, il dover scegliere se ridurre il garantismo e/o la libertà di tutti o solo per alcuni, l’approssimarsi di una guerra “d’oltremare” dopo aver criminalizzato il colonialismo per due generazioni.

A tal punto, varrebbe la pena che la  Sinistra – dai Dem statunitensi fino agli anarchici nostrani – prendesse atto di trovarsi allo stesso ‘bivio esistenziale’ del ‘loro’ amato  J.P. Sartre, oggi poco ricordato a causa di frasi politically uncorrect come “la società rispettabile crede in Dio per evitare di doverne parlare” oppure “quando Dio tace, gli si può far dire quello che si vuole” o come “la pace non è né democratica né nazista: è la pace” … o anche come “a che serve arrotare un coltello tutti i giorni se non lo si usa mai per tagliare?” …

Jean Paul Sartre scrisse cose ben chiare sulla guerra e sulla responsabilità generale dei diversi ceti (o classi) di una nazione che si trova – volente o nolente – ad affrontarla.
Quanto segue è tratto da L’essere e il nulla, 1943, IV parte, cap. I.

  “Ogni persona è una scelta assoluta di sé sulla base di un mondo di conoscenze e di tecniche che questa scelta assume e chiarisce nello stesso tempo; ogni persona è un assoluto che fruisce di una data assoluta e del tutto impensabile in un’altra data. E dunque ozioso chiedersi ciò che io sarei stato se questa guerra non fosse scoppiata, perché io mi sono scelto come uno dei sensi possibili dell’epoca che conduceva insensibilmente alla guerra: io non mi distinguo da questa stessa epoca, non potrei essere trasportato in un’altra epoca senza contraddizione. Così sono io questa guerra che circoscrive, limita e fa comprendere il periodo che l’ha preceduta.

Tutto ciò che mi accade è mio: si deve intendere con questo, innanzitutto, che io sono sempre all’altezza di ciò che mi accade, in quanto uomo, perché ciò che accade a un uomo da parte di altri uomini e da parte di se stesso non potrebbe essere che umano.

Le più atroci situazioni della guerra, le peggiori torture non creano una situazione inumana: non vi è situazione inumana; soltanto con la paura, la fuga e il ricorso a comportamenti magici io potrei decidere dell’inumano; ma questa decisione è umana e io ne porterei l’intera responsabilità. Ma la situazione è mia.

Non sono io a decidere del coefficiente d’avversità delle cose e perfino della loro imprevedibilità nel decidere di me stesso? Così, non vi sono accidenti in una vita; un evento sociale che scoppia improvvisamente e mi coinvolge non viene dal di fuori; se io vengo richiamalo in una guerra, questa guerra è la mia guerra, essa è a mia immagine e io la merito.

La merito innanzitutto perché potevo sempre sottrarmi ad essa, con il suicidio o la diserzione; queste possibilità estreme sono quelle che debbono sempre essere presenti, quando si tratta d’immaginare una situazione. Se ho mancato di sottrarmi ad essa, io l’ho scelta; e questo forse per ignavia, per vigliaccheria di fronte all’opinione pubblica, perché preferisco certi valori a quello del rifiuto stesso di fare la guerra (la stima dei mici vicini, l’onore della mia famiglia, ecc.). In ogni caso, si tratta di una scelta.

Questa scelta sarà reiterata in seguilo in maniera continua sino alla fine della guerra: è necessario, quindi, sottoscrivere le parole di J. Romains1: “In guerra non vi sono vittime innocenti”.

Non vi è stata alcuna costrizione, perché la costrizione non potrebbe avere alcuna presa su una libertà; io non ho avuto alcuna scusa, perché la caratteristica della realtà umana è che questa è senza scusa. Non mi resta, dunque, che rivendicare questa guerra.

In questo senso, alla formula che citavamo poco fa, “non vi sono vittime innocenti”, bisogna aggiungere, per definire più nettamente la responsabilità del per-sé, quest’altra: “Si ha la guerra che si merita”.

Ma, inoltre, essa è mia perché, per il solo fatto che essa sorge in una situazione che io pongo in essere, e perché non posso scoprirvela se non impegnandomi a favore o contro di essa, io non posso più distinguere ora la scelta che io faccio di me dalla scelta che io faccio di essa: vivere questa guerra significa scegliermi attraverso essa e sceglierla attraverso la mia scelta di me stesso.

Così, totalmente libero, indistinguibile dal periodo di cui io ho scelto di essere il senso, profondamente responsabile della guerra come se l’avessi dichiarata io stesso, non potendo affatto vivere senza integrarla nella mia situazione, senza impegnarmi completamente e segnarla con il mio sigillo, io debbo essere senza rimorsi e rimpianti come sono senza scusa, perché, dal momento del mio sbocciare all’essere, io porto il peso del mondo tutto da solo, senza che niente o nessuno possa alleggerirlo“.

J.P. Sartre si espresse anche sul Terrorismo definito come una “terribile arma, ma i poveri oppressi non ne hanno altre” e sulla Guerra civile rivoluzionaria scrisse che “se definiamo il progresso come l’aumento della gente che partecipa alle decisioni che riguardano la sua vita, non ci possono essere dubbi che, oltre ai massacri, ai genocidi, agli omicidi di massa che hanno abbondantemente segnato la storia dell’umanità, c’è stato un progresso.

Demata

Belgian Jihad: should we regret anything?

22 Mar

The Belgian security services leaked to the BBC to not having an infrastructure to monitor hundreds and perhaps thousands of people who might have ties to jihadist terrorism.

The datas are alarming and Belgium is at top  maybe – of worst, but the problem has spread throughout Europe.

In Belgium (but also in Sweden and a little less in France and Germany), Eurostat statistics in hand, there is more than half of nonUE women that are no working, as the 35% of Young nonUE residents and at least 10% nonUE residents were unemployed for at least one year. But in those countries there is work as jobs … if you wish …

The origins of the phenomenon will be sought

in the integration system which has allowed the maintaining a cross widespread fundamentalism as ‘certified’ the poor empowerment of women (60% unemployed) …and we are now almost at the third generation

in the welfare system, which motivates opportunistic ‘relationships with work and … the social help, if not borderlines or criminals, because most profitable as predatory towards a  ‘impure’ society: the more widespread crimes are those against social cohesion as drugs dealing and exploitation of humans

in the Media intolerance thus the indifference of the rulers towards those who complain if you spend the already declining welfare resources for foreign young people who does not give a useful contribution to society – easying the anti-social behavior – or, worse, if our neighborhoods are at the mercy of unnamed gangs what know they can count on impunity or negligible penalties – with the consequence of ‘commuters’ bulagrs that bite  in our countries and quickly flee over borders as in USA at the times of Dillinger and Al Capone.

In fact, with the advent of fundamentalist imams and jihadist recruitment, the situation in which European countries is like that Italian in Red Brigades’ Era, with widespread niches of ‘youth in trouble’ that flows – with the contribute of some ‘ bad teachers’- in banditry and terrorism.

Our weak point and the ‘Mass Society’ which is founded on compromise, which – if it gave simulacrum of authority – genres Citizens rendered incapable or unable to defend themselves and that – just to protect the white collars – leave field open to corruption and mafias … all calling us every few years to change everything but after all remains the same.
We will win? Maybe, but we should start at least a take back the ‘our territory’, at least that our grandparents have left us  and that we might share with those who really want to live by us and with us. Not with The Others.

Demata

Jihad in Belgio, perchè?

22 Mar

I servizi di sicurezza belgi hanno fatto trapelare alla BBC di non avere un’infrastruttura per monitorare centinaia e forse migliaia di persone che potrebbero avere legami con il terrorismo jihadista.

Il dato è allarmante e vede nel Belgio la punta dell’iceberg, ma il problema è diffuso in tutta Europa.
In Belgio (ma anche in Svezia e un po’ meno in Francia e Germania), statistiche Eurostat alla mano, c’è oltre la metà delle donne nonUE che non lavora, come non lavora il 35% dei giovani nonUE ed almeno il 10% dei residenti nonUE è disoccupato da almeno un anno. Ma il lavoro c’è …

Le origini del fenomeno vanno ricercate

  1. nel sistema di integrazione che ha consentito il mantenimento diffuso di un certo integralismo di fondo  se poco più delle donne extraeuropee (40%) lavora e questo ‘certifica’ una scarsa emancipazione femminile (siamo ormai quasi alla terza generazione)
  2. nel sistema di welfare , che ‘motiva’ i non nazionali a condotte opportunistiche verso il lavoro, se non border line o criminali, in quanto più lucrative, oltre che predatorie verso una società ‘impura’. Non è un caso che i reati più diffusi siano quelli contro la coesione sociale come lo spaccio e lo sfruttamento
  3. nell’intolleranza finora mostrata da media e nell’indifferenza dei  governanti verso chi si lagna se si spendono le già calanti  risorse del welfare per stranieri  giovani che non contribuiscono utilmente alla società – avallandone i comportamenti antisociali – o, peggio, se i nostri quartieri sono in balia di gang di senza nome che sanno di poter contare su sanzioni irrisorie o sull’impunità – con la conseguenza che ormai abbiamo bande ‘pendolari’ che mordono e fuggono nei nostri paesi.

Di fatto, con l’avvento degli Imam integralisti e del reclutamento jihadista, la situazione in cui si trovano alcuni paesi europei è molto simile a quella italiana negli Anni di Piombo, con nicchie diffuse  di ‘disagio giovanile’ che confluisce – grazie a qualche ‘cattivo maestro’ – in banditismo e terrorismo.

Il nostro punto debole è la ‘società di massa’ che si fonda sul compromesso, che – pur di garantire il simulacro dell’autorità – genera cittadini resi incapaci o impossibilitati ad autodifendersi e che – pur di tutelare i colletti bianchi – lascia campo libero alla corruzione e alla mafia … chiamando tutti ogni tot anni a cambiar tutto per spesso non mutare assolutamente nulla.

Vinceremo? Forse, ma dovremmo almeno iniziare a riprenderci il ‘territorio’, almeno quello che ci hanno lasciato i nostri nonni e che potremmo condividere con chi vuole veramente vivere da noi e con noi.
Non con gli altri.

Demata

Clandestini, perchè Renzi vuole depenalizzare

11 Gen

Mentre in tutta l’Europa gli Stati stanno progressivamente irrigidendo le norme sugli stranieri che violano le leggi, dopo i morti di Parigi e le aggressioni in branco contro le donne in molte città, Matteo Renzi si accinge a depenalizzare il reato di clandestinità “per far capire che gestiamo il fenomeno immigrazione con umanità ma anche con rigore”, ma soprattutto “perché intasa le procure”.

Un problema di ‘braccino corto’ del solito Ministero dell’Economia e delle Finanze, che evidentemente, intende ‘ricaricare’ le maggiori risorse necessarie alle forze dell’ordine per il terrorismo ‘sottraendole’ a quelle già necessarie per l’immigrazione e l’accoglienza ed, allo stesso modo, alleggerire le Procure dai carichi, piuttosto che snellirne i procedimenti con la separazione delle carriere.

Una follia, insomma.
Specialmente tenuto conto che, con la sospensione di Schengen o comunque con un forte irrigidimento dei paesi d’Oltralpe, gli stranieri che accogliamo ‘in transito’ rischiano davvero di restare tutti qui da noi …

Un atto d’imperio da parte di Matteo Renzi in Consiglio dei Ministri, senza consultare gli alleati di governo, necessario non solo alla cassa ed allo status quo, ma soprattutto al sottobosco del volontariato ‘fai da te’: può una onlus ricevere finanziamenti o commesse pubblici se accoglie stranieri ‘rei di clandestinità”?
Secondo i nostri partner europei, ne ‘favoriscono il transito’ verso altre nazioni … alla stregua degli scafisti …

Ebbene sì, anche se Francesco I ha proclamato l’Anno della Misericordia a casa ‘sua ma anche nostra’, gli ‘altri’ potrebbero anche contarcela così e vaglielo a dire che a ‘favorire il transito di irregolari’ c’è un mare di brava gente e pure qualche prete …

 

Demata

Iraq, l’Italia entra in guerra

21 Dic

Secondo Eugenio Scalfari e la Repubblica, “quattro punti definiscono l’intera politica dell’Ue, salvo il tema della guerra all’Is, che Renzi tende ad accantonare per la ragione che lui, cioè l’Italia, a quella guerra militare ha deciso di non partecipare.”

Speriamo che nel giro di pochi giorni il quotidiano più letto dagli italiani, il suo arcinoto ex direttore e, soprattutto, il nostro capo del governo scoprano quello che Analisi Difesa spiega con semplicità: “lo stesso Renzi ha sottolineato più volte la necessità di distruggere lo Stato Islamico.”

“Le truppe italiane in Iraq supereranno tra pochi mesi il migliaio di effettivi con l’arrivo di un battaglione destinato a presidiare la diga sul fiume Tigri a nord di Mosul, contesa aspramente nell’estate del 2014 dalle milizie dell’Isis”.

Per intenderci la diga di Mosul è una sorta di ‘fosso di Helm’ intorno al quale si è combattuto per quasi un anno con l’esercito iracheno in fuga e i terroristi dell’Isis contrastati solo dalle milizie scite e dai droni USA.
Da poco tempo, le milizie curde addestrate dagli italiani e – soprattutto – l’entrata in Iraq di almeno un battaglione meccanizzato turco hanno messo in difficoltà gli Jihadisti, ma la diga è nella migliore delle ipotesi la retrovia di una zona di guerra.

“In termini militari, la disponibilità di un battaglione di paracadutisti italiani (o di altri membri della Coalizione) avrebbe più senso per condurre azioni belliche contro il Califfato, puntando sulla potenza di fuoco e sulla mobilità del reparto, che per proteggere un’installazione fissa dove la presenza di una base dei “crociati” rischia di attirare tutti i kamikaze jihadisti dal Caucaso allo Yemen.”

“L’operazione suscita inoltre perplessità perché finora il governo iracheno ha mostrato ben poca disponibilità ad accogliere forze straniere da combattimento sul territorio nazionale” e “anche le potenti milizie scite irachene hanno reso noto che qualsiasi forza straniera in Iraq sarà considerata come una forza occupante”.

Infatti, il controllo della diga è strategico – in termini politici – perchè fornisce acqua e corrente sia a Mosul che a Baghdad, oltre ad fungere da fortezza sul Tigri.

Come anche – riguardo l’appalto da oltre 2 miliardi di dollari affidato alla Trevi di Cesena – il Resto del Carlino scrive che “il gruppo Trevi ha mantenuto per molti anni i rapporti con il Governo dell’Iraq (in particolare con il Ministry of Water Resources), con il supporto del Governo italiano” rammentando che “la notizia era stata data in diretta televisiva dal premier Matteo Renzi sorprendendo in parte anche lo stesso cda del Gruppo Trevi che, a seguito della notizia ha visto schizzare in borsa il titolo del più 25%” …

E che si tratti di un ‘intervento militare’ e degli interessi ‘industriali’ dell’Italia –  non semplicemente ‘di protezione dell’azienda italiana che ha in appalto la ricostruzione della diga’ – è dimostrato dagli oneri per le casse dello Stato con “un costo stimabile in almeno 50 milioni annui senza contare le spese logistiche per schierare mezzi, armi ed elicotteri (finora non schierati in Iraq) necessari ad assicurare i collegamenti ed eventuali evacuazioni”. “Componenti e materiali che innalzeranno ulteriormente i costi dell’operazione Prima Parthica, che quest’anno ha richiesto finanziamenti per 200 milioni di euro”.

Poco male, siamo in guerra e del resto non l’abbiamo dichiarata noi, ma … non aspettiamo che attacchino i nostri reparti per informare la pubblica opinione e, soprattutto, per dare adeguate regole d’ingaggio e ‘reattività’ ai nostri soldati.

Demata