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Irak, la mappa degli eserciti

5 Gen

In Iraq il Parlamento ha appena votato l’espulsione dal paese di tutte le forze armate straniere.
Il primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi aveva dichiarato che “l’Iraq ha due opzioni“:  può porre immediatamente fine alla presenza di truppe straniere o riconsiderare la presenza delle truppe statunitensi, limitandola alla formazione delle forze di sicurezza irachene nella lotta contro ISIL.

Del resto, il generale iraniano Qasem Soleimani è rimasto ucciso per un attacco con drone statunitense sull’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, e con lui c’era il capo delle Forze di Mobilitazione Popolare sciite irachene.

Ma quali sono “tutte le forze armate straniere” in Irak?

Come è facile notare, la presenza iraniana in Iraq è massiva con il Tigri a fare da spartiacque e con un campo base a ridosso del Kuwait e dell’Arabia Saudita.
La cosa non è gradita alla popolazione sunnita e – dopo giorni di proteste e dopo che manifestanti avevano dato alle fiamme il consolato iraniano – almeno 14 manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza a Nassiriya, nel sud dell’Iraq.

Gli USA sono attestati sulle montagne delle provincie curde, con i turchi in retrovia, e due o tre avamposti necessari a garantire la protezione della direttrice verso la Siria e della diga di Mossul.
Nel complesso almeno 320 persone hanno perso la vita e migliaia sono rimaste ferite da quando sono iniziate le manifestazioni lo scorso primo ottobre contro la corruzione, la carenza di lavoro e le condizioni disastrate dei servizi di prima necessità – come l’erogazione della corrente elettrica – nonostante le grandi risorse petrolifere del Paese.

La diga di Mossul è in via di ricostruzione da parte dell’azienda italiana Trevi ed è protetta da un nostro contingente composto da 5-8 reggimenti e questo è il problema urgente.

Demata

Petroliere in fiamme, valute sull’orlo di una crisi di nervi

14 Giu

Due mesi fa, Trump sollecitava l’Opec a ridurre i prezzi del petrolio greggio. L’aumento del costo dei combustibili frena i consumi e fomenta l’inflazione, spingendo al rialzo i tassi di interesse.

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Neanche un mese dopo, il 12 maggio, quattro petroliere  venivano sabotate con mine depositate da barchini al largo di Fujairah sullo stretto di Oman. Si tratta delle saudite Amjad, che approvvigiona l’Olanda, e Al Marzoqah, che sposta il greggio verso depositi e raffinerie locali come anche la A. Michel degli Emirati, mentre la norvegese Andrea Victory  rifornisce Sudafrica e Americhe.

Ieri, due altre petroliere sono state colpite da siluri o forse da mine o da razzi, si tratta della Altair e la Kokuka Corageous, ambedue destinate al mercato energetico giapponese, proprio mentre  il primo ministro nipponico Shinzo Abe si trova in visita in Iran.

Dunque, c’è di che allarmarsi, dato che il prezzo del greggio ha un triste nesso con il declino italiano: nel 2001 non siamo solo passati all’Euro, è anche l’anno che il prezzo del petrolio greggio ha ripreso a crescere, sfondando in pochi mesi il tetto medio annuo dei 30$ a barile, dopo due anni quello dei 40$ (2003), dopo quattro i 60$ (2005) e poi anche quello dei 90$ (2010), cosa che durò fino al 2013.

Da allora, il prezzo del greggio si è tenuto più o meno sotto i 50$ al barile, grazie ai cambiamenti politici in Qatar, Venezuela e Siria, che hanno calmierato il mercato … con tendenze al rialzo.

E domani, cosa succederebbe in Italia con il greggio a 100 dollari al barile?

Daremmo la colpa all’Eurozona, se ci sarà da ‘aggiustare il Bilancio di qualche percento o ci ricorderemo dei soldi per le infrastrutture energetiche ‘alternative’ al petrolio, andati dispersi per decenni, come per i tanti scandali dell’eolico, del fotovoltaico, dei rifiuti?
E con i tassi di interesse al rialzo, quanto ancor di più sono da evitare tanto le sanzioni europee quanto le sub-valute o altre forme di dissanguamento?

Demata

Crimea, Ucraina, Kazakistan, Siria, petrolio, gas, Heimat, dominio dei mari e altro ancora

31 Mar

Se qualcuno volesse scrivere la sceneggiatura o delineare uno scenario internazionale di quanto sta accadendo tra Stati Uniti, Germania e Russia via Ucraina-Siria-Crimea, ce ne sarebbe abbastanza per un ottimo polpettone cinematografico stile Spy Stories ambientate durante la Guerra Fredda.

Iniziamo dalla scacchiera.

Il progressivo incremento dei trasporti via mare va di pari passo con le piraterie, i porti franchi e le micronazioni dalle tante pretese. La flotta russa, oltre ad essere più moderna di quella USA in fatto di portaerei, è pressochè inutilizzata e confinata nei mari freddi del Baltico e dell’Artico. La superiorità della tecnologia militare russa è notoria anche a livello di aviazione (Sukoi – Mig), di ‘artiglieria’ leggera (sistemi razzo russi e iraniani) e di armi leggere (Kalashnikov). E, quanto alle guerre in Afganistan, possiamo prendere atto che i soldati russi si dimostrarono ben più coriacei dei cow boys yankees odierni.

Il Climate Change prefigura un notevole incremento delle terre coltivabili a disposizione delle repubbliche ex sovietiche, Russia inclusa. Niente di fantascientifico. E’ già accaduto 3-4.000 anni prima di Cristo e dal 600 d.C a seguire che le popolazioni scandinave, grazie al disgelo, siano cresciute demograficamente ed abbiano dovuto espandere i propri territori. Inoltre, il dopo Fukushima rende ancor più interessante l’uso del gas naturale come fonte energetica. Questo gas, per motivi geografici, deve passare attraverso l’Ucraina o il mare al largo della Polonia, che sono ambedue, ormai, delle colonie della Deutsche Bank e della Goldman&Sachs. Una discreta quantità del gas ‘russo’ proviene dalla repubblica kazaka, dove vivono e governano gli ultimi discendenti di quella che alcuni considerano la ‘dodicesima tribù di Israele’, i Cazàri.

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Israele, a sua volta, non sembra essere per nulla infastidito nè dalle guerre – prima irakena, oggi siriana, per non parlare della caotica rivoluzione egiziana – nè dall’iperattivismo saudita in Medio Oriente. E, d’altra parte, mandare in tilt Damasco è il mezzo migliore per evitare che si ricomponga l’ultimo califfato mancante al mosaico, ovvero la riunione di Libano, Siria, Giordania e Iraq. Qualcosa di inimmaginabile negli anni ruggenti del sionismo, ma altrettanto realistica se Erdogan (ri)vince alla grande le elezioni.
E i ‘nemici’ di Israele sono noti da decenni: Russia, Iran e, guarda caso, Siria. Come lo sono gli ‘amici’: Stati Uniti e, guarda caso, Germania e Arabia Saudita.

Syrian Pipelines Siria Oleodotti

Dunque, esiste la probabilità che qualche potente kazako e qualche suo lontano cugino di New York o di Tel Aviv non vedano di buon occhio l’aggiramento dell’Ucraina e della Germania con gli oleodotti e i gasdotti del South Stream attraverso il Mar Nero. Tutto legittimo, come potrebbe esserlo, viceversa, l’idea russa di risolvere a pie’ pari il ‘problema ceceno’, che ha finora bloccato la realizzazione dell’autostrada energetica, riprendendosi la Repubblica di Crimea, regalata da Krushev all’Ucraina e da questa inglobata, che si trova abbastanza a nord per poter abbandonare la Cecenia al proprio destino di area tribale.

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Per completare la scacchiera, ricordiamo che l’Italia si  approvvigiona di gas tramite la Tunisia e potrebbe infischiarsene, come gli stati europei del Nord Europa che utilizzano il North Stream, come anche ha forti interessi (tramite ENI) in Kazakistan e, dunque, la ‘cresta’ che gli ucraini fanno sul gasodotto  principale non può farci gioire. Come non gioiscono – di sicuro – nè i bulgari, nè i serbi, nè i turchi, nè gli albanesi e neanche i molisani, che dalla messa in opera del South Stream potrebbero ottenere l’energia e l’upgrade necessari per lo sviluppo.
L’Italia è anche il paese al quale fu demandato di provvedere alla costruzione di caccia F35, in quantità non inferiore a 100 come sembra, che prima o poi saranno usati per fare la guerra da qualche parte.
E, se il Kazakistan vi ha portato alla mente il caso Shalabayeva-Bonino, mettiamo anche in conto che neanche 12 ore dopo le rassicurazioni di Obama a Renzi sul caso dei marò in India, il governo indiano ha dichiarato illegittimo l’uso delle leggi antiterrorismo a carico dei nostri militari, aprendo un’inchiesta.
Meglio incassare, si sarà detto Matteo Renzi, piuttosto che un nuovo caso Mattei … tanto sarà difficile scalzare ENI dalle repubbliche ex sovietiche e … dalla Turchia.

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Il tutto mentre, prima o poi, la Gran Bretagna si troverà – per la prima volta in 200 anni con un re giovane e, dopo tanti secoli, con un principe cadetto scalpitante. E mentre la Scozia potrebbe diventare una repubblica, incassando molto del petrolio del Mare del Nord, Londra sta cercando in ogni modo di ottenere il controllo dei ricchi pozzi delle Falkland – Malvinas, al largo dell’Argentina.
I francesi hanno i loro problemi, con una sinistra che ormai è andata ad aggiungersi ai lauti banchetti (e qualche scampagnata extraconiugale) dell’alta borghesia affermatasi nell’Ottocento.
Quanto alla Germania, c’è poco da dire: nel momento in cui è arrivata (anni fa) a dotarsi di una corolla di stati satellite (Olanda, Lussemburgo, Polonia, Ucraina, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Triveneto …), grazie al potere delle proprie banche e alla forza delle proprie istituzioni, i suoi confini coincidono con quelli della Heimat.

Obama?
Possibile che gli USA siano talmente alla canna del gas – tra complesso industrial-militar-finanziario e un melting pot che funziona in parte – da dover trasformarsi nel braccio (armato) degli interessi di Germania e Israele?
Dov’è l’afflato di Carter e di Clinton che riuscirono a costruire e sugellare l’armistizio ancora corrente, seppur instabile, tra Israele e Palestina? Dov’è la competenza di George Bush senior che preferì non invadere l’Irak? E dove sono gli staff di quei presidenti americani?

Perchè, da quando Barak Obama è subentrato a G. W. Bush come presidente agli inizi del 2009, della ‘Road map for peace‘ non se ne è più parlato?
E come spiegarsi il perchè, se Hillary Clinton – che pure ci aveva provato – ha lasciato la carica di Segretario di Stato a John Kerry, nipote di James Grant Forbes II e pronipote di Robert Charles Winthrop per parte di madre, ma anche nipote di ebrei austroungarici, immigrati ai primi del ‘900 in USA,  e con due zii  – Otto e Jenni  – sterminati dai nazisti con tutte le loro famiglie.

Timori dovuti, dato che Mr. President ha già dimostrato – in occasione delle rivolte arabe contro i regimi corrotti – di non cavarsela molto bene fuori dai confini delle metropoli wasp statunitensi. Come anche, ha lanciato promesse al vento, vedi il ritiro dall’Afganistan o la guerra lampo in Siria, per non parlare dell’Obamacare o dell’assimilazione degli ispanici o, peggio, del grande piano infrastrutturale che annunciò cinque anni fa.
Questa è la chiave di volta.

Putin-Vs.-Obama

Per il resto, va tutto bene. La Germania – grazie al distacco della Crimea dall’Ucraina – ormai arriva a Kiev e controlla i rubinetti di francesi e olandesi. L’Italia incassa sconti e commesse più due marò liberi, tanto tra tre mesi la banderuola gira. Israele ha un rapporto con i Sauditi ormai ben consolidato e, se l’Imperatore americano facesse il suo mestiere, si dedicherebbero ambedue al business as usual piuttosto che trovarsi prima o poi la casa in fiamme.
Russia e Kazakistan hanno indietro la loro Crimea e potranno avere un South Stream che fa capo all’attuale hub di Odessa, senza dover dipendere – come accade a noi italiani – dai voleri (e dagli affarucci) dei Graf di Berlino (e Monaco di Baviera), che – come Machiavelli e la storia medievale insegnano – abitano troppo vicino alle nostre amate coste.

Un grande presidente americano avrebbe rilanciato la Road Map per il Medio Oriente, prima che i turchi stacchino gli acquedotti che alimentano Israele. Un segretario degli esteri, con una carrriera da pacifista e da procuratore integerrimo del caso Contras, avrebbe rilanciato la Road Map per il Medio Oriente, prima che le masse arabe (egiziane e non solo) rivolgano all’esterno piuttosto che all’interno le loro tensioni.
Ma Obama e Kerry di politica estera ne masticano poca e di storia e dottrina politica ancor meno, basta leggere i curricula da avvocati per saperlo, e così andando le cose a festeggiare saranno Putin e Merkel …

Non a caso i repubblicani di Romney sono partiti alla carica, poichè proprio in campagna elettorale Obama accusò il suo contendente di ‘ricadere nella Guerra Fredda’, mentre i democratici – temendo che la debolezza finora dimostrata dal ‘loro’ presidente possa rivelarsi  un boomerang – ormai si sono  aggregati al coro bipartisan che al Congresso chiede di inviare aiuti militari in Ucraina ‘per supportare il nascente governo’.
La Crimea? E’ russa, come avranno avuto modo di spiegare le diplomazie francesi e inglesi …

originale postato su demata

 

Fake evidences against Syria?

7 Set

The anti -Assad propaganda uses big names, powerful televisions , accredited journalists. And when the credited newspapers are popular not even need the sensationalism so demonized by the readers and/or if  propaganda news are fed on sensationalism, it does not matter. The average man filters it and recognizes it as ‘reliable information’.

That ‘s what happened to the BBC , British television followed all over the world. (Source Coscienzeinrete)

In fact , the BBC – became by months in a sort of anti -Assad propaganda tool – published ashock-photo, presenting it as taken in the Syrian city of Hula and sent by some activists in Syria to witness the massacres implemented by Assad’s forces.

But it is a fake, as the author, a freelance photographer, reported on Facebook by over one year.
“It ‘s an Italian and his name is Marco Di Lauro . When he took the photo was March 27, 2003 in Al Musayyib , an Iraqi city 40 km south of Baghdad. ” (source ECPlanet )

marco di lauro carnage irak fake syria BBC

Marco Di Lauro Photographer – Reportage by Getty Images

‘Somebody is using illegaly one of my images for anti syrian propaganda on the BBC web site front page.
Today – Sunday May 27 at 0700 am London time – the attached image which I took in Al Mussayyib in Iraq on March 27, 2003 was front page on BBC web site illustrating the massacre that happen in Houla, a Syrian town, and the caption and the web site was stating that the images was showing the bodies of all the people that have been killed in the massacre and that the image was received by the BBC by an unknown activist. Somebody is using my images as a propaganda against the Syrian government to prove the massacre.’

This is the post on 27 May 2012 (link) where it is also stated that the report by Marco Di Lauro was ‘by Getty Images’, one of the largest photo agencies in the world.

How the BBC has been able to sink in the mud of war propaganda is really a mystery.

Houla carnage irak fake syria BBC

“Houla carnage” news showed by BBC

On the other side, we hope that – today better than tomorrow – Mr. Obama and Mr. Cameron will notice that Italian Ministry of Foreign Affairs, in the person of Emma Bonino, and the Holy See seem to have different and a lot more accurate informations on Syrian ‘state of art’ than those bandied by United States or United Kingdom.

originale postato su demata

La BBC diffonde prove false contro Assad

7 Set

“La propaganda anti-Assad si serve di grandi nomi, tv potenti, accreditate e giornalisti di lustro. E quando i giornali accreditati sono molto seguiti non occorre nemmeno il sensazionalismo tanto demonizzato dai lettori e se una notizia di propaganda è nutrita di sensazionalismo, non importa. L’uomo medio la filtra e la riconosce come “notizia certa.

E’ quello che è accaduto alla BBC, tv inglese seguita in tutto il mondo.” (fonte Coscienzeinrete)

Infatti, la BBC, trasformatasi da mesi in una sorta di strumento di propaganda anti-Assad, ha diffuso un’immagine ‘shock’, affermando che è stata scattata nella città siriana di Hula ed inviata da alcuni attivisti in Siria, a testimonianza dei massacri attuati dalle forze di Assad avrebbe attuato nel suo stesso popolo per sedare le rivolte affamate di “democrazia”.

In realtà, è un falso, come ha denunciato su Facebook da oltre un anno dall’autore, un fotografo free lance.
“E’ un Italiano e si chiama Marco Di Lauro. Quando ha scattato la foto era il 27 marzo 2003 a Al Musayyib, una città iraqena a 40 km a sud di Baghdad.” (fonte Ecplanet)

massacro siria irak di mauro fotografo falso BBC

Qualcuno sta usando illegalmente una delle mie immagini per la propaganda anti-siriana in prima pagina del sito web della BBC“, questo il post del 27 maggio 2012 (link) dove è precisato anche che il reportage di Marco Di Lauro era ‘by Getty Images’, ovvero nel catalogo di una delle maggiori agenzie fotografiche del mondo.

Come sia riuscita la BBC ad affondare nel fango della propaganda bellica è davvero un mistero.

E’ viceversa tutto da chiarire come sia riuscito Gianni Letta ad associarsi allo sparuto gruppo degli stati che accusano Assad senza averne (ancora) le prove.
Specialmente se il nostro Ministero degli Esteri, nella persona di Emma Bonino, e la Santa Sede sembrano avere informazioni diverse e molto più accurate di quante finora sbandierate dall’asse Stati Uniti – Gran Bretagna – Arabia Saudita …

originale postato su demata

Obama e la Siria: ultima corvée per i Democratici?

2 Set

Obama dovrà attendere il voto parlamentare per attaccare la Siria, dopo aver baldanzosamente annunciato: «ho deciso che gli Stati Uniti conducano un’azione militare contro il regime siriano», «ho il potere di ordinare l’attacco senza il via libera di Camera e Senato»

Una catastrofica figuraccia, perchè l’iter si concluderà intorno alla metà di settembre e, in caso di rinuncia all’attacco, con grande spreco di carburante che si è reso necessario per trasferire un’intera flotta di fornite le coste libanesi a carico dei contribuenti statunintensi.

La defaillance presidenziale era stata ampiamente annunciata da questo blog, in due post: Egitto, un nuovo flop per la Casa Bianca, dove si riportava la notizia che anche Bill Clinton, in un suo libro in uscita, si è aggiunto a Gove Vidal e Rupert Murdoch nella considerazione che Barack Obama è un incompetente, e Guerra in Siria, tutto quello che c’è da sapere, dove si raccontava del’interferenza saudita, della sua capacità di pressione su Wall Street e Londra e dell’antico vezzo dei presidenti statunitensi di far guerra altrove quando in homeland le cose non vanno bene per la fazione d’appartenenza.

Così, infatti, sono andate a finire le cose, con la Gran Bretagna che ha congelato le velleità belliche di Cameron e con la Francia di Hollande unica e sola nell’appoggiare Mr. President.

Le ricadute globali di questo disastro politico obamiano sono e saranno pesantissime, forse epocali, anche se dovesse riuscire a lanciare i suoi ‘attacchi mirati’ senza subire ripercussioni dalla reazione siriana, senza i ‘danni collaterali’ causati in Iraq, Libia e Afganistan e senza scatenare l’Armageddon in Medio Oriente.

Infatti, quello che viene drammaticamente a cadere è tutto il modello politico democratico e progressista di cui Obama (e Hollande) erano gli ultimi alfieri.

Un approccio internazionale ‘orientato al confronto’ che non ha saputo risolvere la questione Guantanamo, nè quella afgana o quella israelo-palestinese. Che ha visto esplodere drammatiche rivoluzioni nordafricane e mediorientali contro dittatori appoggiati dai poteri mondiali, a tutt’oggi non stabilizzate. Che non ha avviato una politica ‘atlantica’ di superamento della crisi mondiale, con tutte le conseguenze date da una Germania egemone e prepotente. Che ha permesso una notevole crescita dell’instabilità nell’Oceano Indiano e nell’America Meridionale.

Cartoon da Cagle.com

Cartoon da Cagle.com

Una esibizione di muscoli – in Libia come in Siria – decisamente pletorica e controproducente. Questo è uno dei verdetti relativi al presidente Barack Obama, ma non è tutta colpa sua.

Infatti, quale futuro può esserci per l’ideale ‘democratico’ (o meglio progressista), se il mito del Progresso è stato infranto già dalla fine degli Anni ’70? O, peggio, se gli stessi Progressisti hanno provveduto – venti e passa anni fa – a sdoganare la Cina Popolare, la Russia di Eltsin e Putin, il Venezuela di Chavez, la strana federazione indiana della famiglia Gandhi, un tot di regimi islamici e qualche residuale dittatura fascista o socialista?

Che farne del costo del lavoro e dei salari minimi, della sanità pubblica, delle pensioni, del welfare, se il sistema globale necessita, per alimentarsi e fluidificarsi, di ignorare l’elemento fondante una società organizzata, ovvero la solidarietà umana?

Come offrire ‘progresso’ in cambio di ‘tradizione’ e ‘pace’ in vece di ‘cambiamento’, se l’effetto conseguente è ‘meno solidarietà’, ‘meno uguaglianza’?

E come esprimere qualcosa di ‘progressivo’, in una società dove non è il lavoro l’elemento alienante delle nostre esistenze, bensì lo sono i consumi e l’iperconnessione?

Dopo un quinquennio di pessime mosse in politica estera e di tagli continui al Welfare, la figuraccia di Obama – nel suo quasi solitario tentativo di inaugurare una nuova guerra mondiale, sulla base dei soliti e sacrosanti doveri morali – è la ciliegina sulla torta per chi cercasse una riprova che o si ritorna ad uno stato etico e liberale oppure progresso, democrazia e welfare diventeranno sempre più una chimera.

Una questione che coinvolgerà tutti i partiti progressisti nel mondo, già vessati da oscene storie di corruttela o di sliding doors in cui tanti dei suoi leader sono stati coinvolti. Ed, infatti, Hollande si è ben guardato da intaccare l’autorevolezza delle istituzioni francesi e l’accessibilità dei servizi ai cittadini, mentre i ceti popolari metropolitani slittano sempre più a destra in Francia, dopo che alcuni leader socialisti sono transitati con non chalance dall epoltrone di partito a quelle degli organi di garanzia per pervenire, sistemate le cose a modo loro, ai vertici di alcune maggiori holding francesi.

Andando all’italia, dove la sola e solitaria Emma Bonino ha avuto il coraggio di ricordare il ‘rischio di una guerra mondiale’, ci troviamo con l’Obama di casa nostra, Matteo Renzi che si propone insistentemente per la guida del Partito Democratico.

Non è che storicamente il Partito avesse brillato per la presenza di leader nati e cresciuti in una qualche metropoli, ma c’è davvero da chiedersi cosa mai potrà permettergli di chiamarsi ‘progressisti’, se il leader è un uomo, che arriva ‘fresco fresco’ da una piccola città di provincia in un mondo miliardario e globale, che deve la sua sopravvivenza alle vestigia – mai rinverdite o rinnovate – del suo lontano Rinascimento e delle speculazioni finanziarie dei loro antenati?

 originale postato su demata

The Obama’s Syrian War. What do we need to know?

26 Ago

The United States and the United Kingdom are ‘ready to attack within ten days’, but Moscow warns on a ‘new Iraqi adventure’ and that “the consequences would be very serious”.” Assad, the Syrian president, promises: “They expect failure.” According to the Daily Telegraph and the Daily Mail, the decision will be taken “within 48 hours” after the  yesterday’s lengthy consultation meeting between Barack Obama and David Cameron.
The White House denies, but the French president, Hollande, indirectly confirms ‘it will be decided within the next week’  and the BBC reported that the British Foreign Secretary, William Hague, believes that a response to the use of chemical weapons by the Syrian regime would be possible without the unanimous support of the Security Council of the United Nations.
Meanwhile, the UN inspectors are looking for traces of nerve gas used against the insurgents in the oasis of Ghouta in Syria, while tens of thousands of Syrian Kurds and Palestinian refugees are joining those who seek to leave the country by all means.

The locations of military forces in the area is high and the risk of escalation is substantial.

HMS Illustriuos – photo by maritimequest.com

The Royal Navy provides a massive naval presence including a nuclear-powered submarine, the aircraft carrier HMS Illustriuos, the helicopter carrier HMS Bulwark and at least 4 frigates, as well as air cover is guaranteed by the RAF base at Akrotiri in Cyprus.

In addition to the presence of the Sixth Fleet in the Mediterranean and the rapid intervention force deployed in Sicily and some squadrons in the  Incirilik air base in Izmir -Turkey, to which we could add the F-16 fighters deployed in Jordan, the U.S. has placed near Syrian coasts at least four of Arleigh Burke class destroyers.

The dashboard of a system AEGIS – from Wikipedia

These destroyers are armed with 96 Tomahawk cruise missiles, effective for targets up to 2,500 km away, but, above all, with AEGIS systems, an electronic warfare, capable of integrating the various subsystems, reacting the ship in the presence of surface, aerial and underwater threats.

Italy has in Lebanon the Cavalry Brigade “Pozzuolo del Friuli”, deployed for Operation Leonte, commissioned by the Prodi government in 2006. France has a substantial terrestrial presence (including 16 Leclerc heavy tanks and ALAT, a light aviation support) and in 2006 had moved Siroco and Mistral amphibious ships and  the frigates Jean Bart and Jean de Vienne. Germany has about 200 men, mostly workers in logistics and intelligence, and two patrol ships.

Russia has sent in its historic naval base of Tartus, toward the Syrian border with Lebanon and in the face of Cyprus,  a dozen vessels at least, according to the Wall Street Journal, while Russian civilians in Syria are estimated at 30,000 people according to the Financial Times, but it is supposed they are more than 50.000.

Admiral Kuznetsov – from naval-technology.com

Among these ships, there is the team led by the aircraft carrier Admiral Kuznetsov, which carries the multirole advanced fighters Su-33 and  Ka-27, Ka-28, Ka-29, Ka-32 attack helicopters. It is equipped with the Granit anti-ship system, an ultra-modern electronic warfare technology and  Kortik Klinok anti-aircraft systems, plus UDAV that offers protection against submarines. In Tartus facilities it was dispatched also the presence of Ropucha class amphibious assault ships – the Aleksandr Otrakovskiy, the Georgiy Pobedonosets and the Kondopoga – with hundreds of Marines on board, and a task force that includes the anti-submarine destroyer Admiral Panteleyev, the frigate Yaroslav Mudry, other huge amphibious assault ships – the Peresvet, the Kaliningrad, the Alexander Shablinaltre and the Admiral Nevelskoi, plus several vessels equipped for electronic warfare as Slava class missile cruisers, as Tango and Kilo classes submarines, as Grisha or Dergach classes corvettes.
Not far there is also the entire Black Sea Fleet, stationed in the Black Sea and, in particular, as rapid response, the 25th Regiment equipped with at least twenty Ka-27 and Mi-14 helicopters, the 917th Airborne Regiment and the 43rd Squadron with  Su-24M and Su-24MR 4 aircrafts.

Russian Marines in Tartus – from Globalpost.com

The Russian Defense Minister, on Pravda, said recently that Russia does not intend to withdraw one man from the base of Tartus, which is its only option in the Mediterranean and this explains Moscow’s position regarding Syria and reveals the fear of being undermined by its outpost, in case of a fall of Assad.
Considering also that Russia has invested heavily in recent years on its fleet and tools for electronic warfare, motivation seems not just obvious, but broadly plausible, in view of the delicate international balance.

The Izvetzia today published a lengthy interview with Syrian President Assad (link), which has denied the use of chemical weapons and accused Saudi Arabia and the Wahhabis to encourage and finance the insurgents. In addition, “all the contracts concluded with Russia are have been fulfilled. And neither the crisis, nor pressure from the U.S., Europe and the Gulf states have prevented their implementation. Russia supplies Syria what what it requires for its defense, and for the defense of its people.


Several states who oppose the Syrian people have inflicted serious damage upon our economy, primarily due to the economic blockade, because of which we now suffer. Russia acted quite differently.
The current economic sanctions are preventing Syrian citizens from receiving food, medicine and fuel. These are basic products needed for living. And, accordingly, what the Syrian government is doing now by signing agreements with Russia and other friendly countries allows us to establish guarantees for these products.

When national security is weakened, this results in a weakening of the economic position. And it goes without saying that the fact that Russia supplies Syria’s military contracts will lead to an improvement of the economic situation in Syria.

Russia’s support for our right to assert our own independence right from the start has helped our economy. Several states who oppose the Syrian people have inflicted serious damage upon our economy, primarily due to the economic blockade, because of which we now suffer. Russia acted quite differently.

And specifically addressing the economy – any line of credit from a friendly country such as Russia, is beneficial for both sides. For Russia that may mean expanding markets and new opportunities for Russian companies, while for Syria it is an opportunity to raise funds to develop its own economy.

If this is the opininion of ‘the other side’, the announcement of the White House to ‘stay studying the Kosovo model’ leaves really perplexed, because we are talking – today – of the ‘black hole’ of all black trades located in the middle of the Balkans, as well the ethnic massacres were perpetrated even by the ‘goods’.

Among other things, Syria has an army of around 300,000 soldiers, over 350 different MIG fighters, even recently updated, and 70 Sukoi for ground attack, hundreds of attack helicopters, a dozen Osa class missile patrol boats, at least 2,000 anti-aircraft vehicles and over 4,000 anti-aircraft shoulder-missiles, fifty rockets and tactical ballistic missiles  (Frog, Scud and OTR-21 Tochka classes), thousands of pieces of artillery and multiple rocket launchers, nearly five thousand T54/55, T62 and T72 class tanks of Russian production.

The risk of a new Iraqi disaster is obvious. And this time, it could happens on the outskirts of Jerusalem and in the face of Cyprus.

In Syria the problem triggering the conflict is given by the onset of the Sunni classes against the  Alawite minority who has always supported the Assad family. But … we know ‘how’ certain moralizing movements goes as prove in Egypt with the white coup of Morsi and Brothers Muslims and  the subseguent militar reaction.

Syria is bordered by Iraq, not yet at peace, by Lebanon, which shows a large presence of UNIFIL ‘interim’ armies, by Israel, which does not look kindly on “the crusaders in the Holy Land ‘, by Turkey, where Erdogan is pushing for a confessional state, by Jordan, where the impact of refugees and the Palestinian tensions are already alarming and where in the last months European Union has sent a team of the European Civil Protection Mechanism.

The war in Iraq against the dictator Saddam Hussein turned out to be a disaster for the Iraqi people, a good deal for the U.S. and British oil companies, a rich take over for a some of the many billionaires sheikhs that Saudi Arabia gives birth, an oxygen tank for Wall Street and the Western occupation during a decade.

Syria had in 2010 a GDP of about $ 60 billion, has an oil production of 522,700 b / d, compared with a consumption of 265,000 b / d, a good industrial presence. Economic development has been hindered by the  ‘non-aligned’ placement of Syria on the Iraqi question, which affects trade with Western countries. The increase of commodity prices in global markets have led to a sharp increase in the rate of inflation and unemployment.

After the disaster of Iraq, the endless war in Afghanistan, the chaos of Libya, the military dictatorship in Egypt, the paralysis of Lebanon and Jordan, the risk is of another mess realized by Britain and the United States, because they fail to understand (and correctly manage) those territories and cultures – as it is now evident – since the days of Lawrence of Arabia and the failed Anglo-Afghan Wars, after the heavy conseguences of disjointing Otoman Turkey, Italian Two Sicilies and Spanish Catalonia in the Mediterranean Sea.

A Mediterranean area on which darken dark clouds are coming, not only for the North African instability or for the Israeli-Palestinian issue, but also for the interference of Saudi Arabia and its ability to make pressure on Wall Street and London.
And, maybe, for the old habit of the United States Presidents to wage war somewhere else when things do not go well in homeland for the faction they belong.

Meanwhile, China People’s Foreign Minister Wang Yi reminds Barack Obama can not afford to wage war on the basis of false accusations, as it happened with G. W. Bush, stating that “all nations should handle the issue of chemical weapons with caution, to avoid interfering in the general effort to solve the Syrian issue through a political solution.”

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