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Policlinico Gemelli, l’ombra del fallimento?

30 Mag

Da diversi mesi, dopo quello del San Raffaele di Milano, si attende il fallimento dell’Istituto Dermatologico dell’Immacolata – San Carlo di Nancy e del Policlinico Gemelli di Roma, ambedue ospedali ‘cattolici’ romani.Non è detto che accadranno, probabilmente no, ma la situazione è molto critica.

Il tutto mentre anche l’IFO Regina Elena – San Gallicano – un ospedale nato da un appalto particolarmente scandaloso – è travolto dallo scandaloso acquisto, a prezzi esorbitanti, di alcune proprietà del San Raffaele con fondi stanziati dall’allora ministro della Salute Ferruccio Fazio, già dirigente dell’ospedale di Don Verzè.

Fondi che dovevano arrivare ai malati e che sono spariti nel crac della sanità cattolica. Un caso che, al di là degli esiti penali, occupa un intero paragrafo della relazione presentata dalla società di consulenza Deloitte, incaricata dalla nuova amministrazione di far luce sui conti del San Raffaele.

Venendo al Policlinico Gemelli di Roma ed ai convulsi tentativi di salvataggio in corso, iniziamo col dire che da diversi mesi  le news riportano che vanta un credito di 500 milioni di euro verso la Regione Lazio e che rischia di essere venduto al miglior offerente come il San Raffaele.

In realtà, le cose non stanno esattamente così.
Una parte dei crediti vantati sono semplici partite di giro in cui la Regione Lazio è tramite per i pazienti pervenuti da altre regioni, che a volte saldano con ritardi epocali.
Inoltre, i lavoratori del Gemelli, da settimane in assemblea permanente, denunciano che «pur avendo la Regione corrisposto il pattuito l’amministrazione non garantisce gli stipendi».

Infine, la constatazione che il personale universitario, ovvero ‘i medici’, almeno in parte va in carico al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e non alla spesa per la sanità della Regione Lazio. Medici ‘ma anche’ studenti gettonati e professori universitari, che, lavorando per un ente privato, non sono tenuti a pubblicare curricula e redditi dichiarati.

Non a caso il presidente della Regione Polverini ha tenuto a precisare che “c’è l’impegno mio come commissario e dei due subcommissari che mi affiancano, di cui uno si occupa proprio dei policlinici universitari, che sono importanti ma che determinano complessità.”

Infatti, il ‘Gemelli’, pur essendo nella quasi totalità sede distaccata della Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, rappresenta diverse entità e interessi differenti, se non divergenti, nel caso di una crisi finanziaria,:

  1. la Facoltà di Medicina, che è parte del sistema universitario ed opera in una città ricca di opportunità e di concorrenza come Roma,
  2. il Policlinico Gemelli, incardinato nel sistema di gestione e finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale,
  3. il Complesso Integrato Columbus, che opera in regime di compartecipazione alla spesa da parte del malato ed è in parte di proprietà dell’Istituto delle Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù,
  4. la Residenza sanitaria di ospitalità protetta, ovvero una struttura alberghiera di 43 camere, tutte con balcone e  dotate di climatizzazione, ubicata all’interno dell’area della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore .

Già a vederla così si capisce subito che la gestione finanziaria presenta dei rischi intrinsechi, specialmente se la qualità viene meno a causa del solito non-ricambio generazionale e se la modernizzazione della società permette ai malati di accedere a servizi tramite la Rete.

Anche perchè l’Università Cattolica del Sacro Cuore nel suo insieme è 535esima nel ranking mondiale delle ‘World Univesities’, mentre La Sapienza è al 128esimo e Tor Vergata al 371esimo …

Non a caso, il primo elemento critico risiede nella lunga permanenza degli attuali professori senior, la loro incapacità di rigenerare i ‘centri di eccellenza’ che il ‘primo’ Policlinico Gemelli aveva aggregato e l’utilizzo massivo di medici neolaureati specializzandi. E non a caso il messaggio che la Regione Lazio ha inviato ai lavoratori, nel rassicurarli, precisava che «abbiamo ricevuto la vostra richiesta di un tavolo, ma prima la trattativa va fatta in sede aziendale».

Una capacità di attrazione del paziente ed una lievitazione di ‘determinati’ costi che è mutata nel tempo anche a causa della concorrenza interna della Columbus, proprio per le eccellenze ed il comfort del malato, ed in conseguenza dell’utilizzo massivo di medici neolaureati specializzandi in reparto, che non può offrire al malato le competenze e le garanzie che si aspetta da un ospedale di tale fama.

Anche i flussi finanziari derivanti dai ‘viaggi della speranza’ si sono attenuati e, per giunta, i malati  arrivano spesso da Regioni che saldano il credito dopo molti anni.

Ecco perchè non si riesce a venirne fuori dall’enigma ‘Policlinico Gemelli’: non è solo un ospedale ‘pubblico’, non è solo una facoltà di medicina, non è solo una clinica convenzionata, non è solo una struttura alberghiera, non è vendibile così com’è, non è sostenibile così com’è.

Un altro grosso, imbarazzante e costoso ‘pasticcio’ che ci viene lasciato dalla finanza ‘creativa’ clericale degli anni ’80 (la Columbus è del 1986).

Un’ennesima matassa da sbrogliare derivante dalla poca e cattiva integrazione delle riforme sulla dirigenza pubblica ed equiparata, sui sistemi di bilancio delle unità gestionalmente autonome, sul sistema di accesso e scelta delle cure da parte dei malati.

Cosa aggiungere in un paese dove, nel 2004, erano 95.000 i morti per ‘malasanità’ e dove almeno 370.000 malati cronici rinunciano alle cure per gli ostacoli ed i rifiuti che incontrano?

Non c’è da meravigliarsi se venga meno anche la sanità attenta ‘al rispetto della vita ed alla sollecitudine per il prossimo”.

Certo è che le cose non potranno trovare una soluzione se non sarà prima la dirigenza del Gemelli a fare i suoi passi, separando la lana dalla seta, e se non sussisteranno i presupposti perchè l’eccellenza ritorni nei reparti, se la gestione universitaria continuerà a sovrapporsi aquella sanitaria, se Gemelli e Columbus non opereranno in competizione.

In caso contrario, questo dissesto stravolgerà per anni i bilanci della Regione Lazio, unitamente a quelli dell’IDI, che avrebbe un deficit di 300 milioni, e dell’IFO, che bisognerà vedere come verrà fuori dallo scandalo del San Raffaele.

Questa storia dimostra l’incapacità di risanamento della Regione Lazio, che, oltre ai giusti tagli, avrebbe almeno dovuto cercare di migliorare qualcosa, riportare la qualità, aumentare l’affidabilità dei sanitari e la scelta dei pazienti, incrementare l’accessibilità e l’eccellenza.

Quanto al Gemelli, sarebbe bastata più lungimiranza nella governance e più controllo di gestione per non cadere nel baratro delle competenze condivise e dei pagamenti contestati, mentre l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con sede distaccata a Roma, non dovrebbe potersi esimere dal far fronte a questa situazione, almeno secondo la morale che studia e rappresenta.

Anche perchè, mentre i malati attenderebbero ‘solo’ la qualità di una volta, i lavoratori e le loro famiglie aspettano certezze, allo stesso modo dei fornitori.

Aggiornamento 13 luglio, leggi Gemelli, l’abisso dei licenziamenti?

Leggi anche ‘Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati

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Malattie rare, un caso diffuso di malasanità

30 Mag

Secondo un recente report del Comitato Nazionale di Bioetica le malattie rare comportano situazioni molto gravose per il milione di italiani che ne è affetta, non tanto per le patologie in se, per altro spesso gravi e croniche, quanto per l’assoluta fatiscenza del nostro Sistema Sanitario Nazionale ed il disinteresse profondo dei politici e funzionari preposti.

Secondo il report, infatti, le problematiche individuali e familiari dei malati riguardano principalmente:

  1. la difficoltà, o l’impossibilità, di accedere alla diagnosi corretta – dovuta alla mancata individuazione di un centro clinico di riferimento specializzato nella patologia in questione – con il conseguente aggravio psicologico e peggioramento dello stato di salute del paziente;
  2. il ritardo nella diagnosi che incide negativamente sulla prognosi;
  3. l’isolamento e la mancanza di conoscenze scientifiche e di informazioni sia sulla malattia, sia sulle leggi e i diritti esistenti;
  4. la mancanza di assistenza medica adeguata e di terapie riabilitative e psicologiche necessarie, tenuto conto della natura cronico-invalidante di gran parte delle malattie rare e dello sconvolgimento e destabilizzazione che l’esperienza della patologia comporta per il paziente e la famiglia;
  5. la difficoltà d’accesso al trattamento e alle cure, che riguarda sia la reperibilità-disponibilità di farmaci innovativi, ad alto o altissimo costo, specifici per una data malattia rara e già in commercio in Europa, sia, quando non vi sono terapie eziologiche specifiche, l’accesso ad altri possibili trattamenti;
  6. le forti diseguaglianze esistenti, a livello regionale e locale, nell’accesso alla diagnosi, alle terapie innovative e, più in generale, alle cure sanitarie e ai servizi sociali;
  7. i costi elevati dei trattamenti, complessivamente considerati, e la mancanza di misure di sostegno rispondenti ai bisogni di assistenza quotidiana e continuativa determinati dalla patologia, il cui carico ricade quasi interamente sul nucleo familiare, causandone l’impoverimento e spesso l’allontanamento dal mondo del lavoro;
  8. le condizioni precarie, di frequente percepite come gravi o gravissime, delle persone affette, anche dopo avere ottenuto la diagnosi;
  9. le conseguenze sociali pesanti per il paziente (stigmatizzazione, isolamento nella scuola e nelle attività lavorative, difficoltà di costruirsi una rete di relazioni sociali).

Con tutti i soldi che spendiamo e con tutti gli invalidi che abbiamo, questo ‘bollettino degli orrori’ avrebbe dovuto riguardare, da anni, la Corte dei Conti e l’Ordine dei Medici, oltre che la società civile tutta.

Nulla di tutto questo.
Il ‘Dossier in tema di malattie rare del 2008-2010 (a cura di Cittadinanzattiva, Tribunale per i diritti del malato, Coordinamento nazionale associazioni malati cronici), segnala:

  1. le difficoltà nel godere effettivamente dei benefici previsti dalla legge
  2. le forti differenze che si riscontrano tra regione e regione,
  3. più del 40% dei pazienti non ha spesso accesso ai farmaci indispensabili o ai farmaci per la cura delle complicanze.

Secondo Il Sole 24 ore “Focus sanità” del 11-17 Novembre 2008, l’inadeguatezza sanitaria e il mancato accesso ai diritti, ovvero ‘costi e disagi, determinerebbero la rinuncia alle cure da parte di 1 paziente su 4 a cui andrebbe aggiunto un 37% che desiste per gli ostacoli burocratici’, che evidentemente vengono posti dai diversi ospedali e ASL. 

Altri studi hanno rilevato che:

  1. il 57,9% dei pazienti è costretto a sostenere personalmente le spese della terapia con una spesa annua che va da un minimo di 800 euro a un massimo di 7.000 (studio del 2008 del Tribunale dei diritti del malato);
  2. per molti genitori far fronte ai bisogni assistenziali significa peggiorare la propria condizione lavorativa, se non interromperla (Studio pilota ISFOL13)
  3. tra le famiglie partecipanti allo studio molte versano in condizioni reddituali assai basse e quasi il 20% è stato costretto a ricorrere a prestiti finanziari, per far fronte alla gestione della malattia.

E’, dunque, un eufemismo parlare di Malasanità, quando si ha a che fare con un malato raro, dovremmo parlare di martiri.

Le domande che nascono spontanee dinanzi a questo girone infernale dei ‘rare disease’ italiani sono quelle di repertorio, allorchè si parli di medici e di medicina in Italia:

  1. le università rilasciano medici e specialisti preparati, soprattutto in conto che le malattie rare sono oltre seimila e che spesso riguardano il metabolismo?
  2. cosa fa l’Ordine dei Medici che dovrebbe vigilare almeno sulla deontologia dei medici e dove finisce l’enorme massa di reclami che pur dovranno esser stati presentati?
  3. cosa fanno i Revisori dei Conti delle ASL e delle Regioni, allorchè i bilanci non tengono conto del numero e tipo di malati presenti nel territorio e non sono rivolti a garantire innanzitutto le prestanzioni essenziali o ‘salva vita’?
  4. cosa hanno fatto finora al Ministero della Salute come al MEF se, a 11 anni dall’introduzione della normativa sulle malattie rare, i dati devono fornirceli le associazioni dei malati?

Alle domande ‘di repertorio’ va ad aggiungersene altre due, rivolte alla nostra classe medica:

  1. come può l’Ordine dei Medici non pretendere un repulisti degli incapaci e giustizia per i malati, se 370.000 dei malati rari (il 37% di quelli noti) rinuncia alle cure, per altro dovutegli gratuitamente?
  2. quale è il grado di conoscenza delle malattie rare, delle procedure sanitarie e delle leggi a riguardo, da parte sia dei medici in servizio sia soprattutto di quelli che si sono laureati in questo decennio e sono ‘figli del disastro’?

Inutile chiedersi quanti soldi abbiamo buttato in questi dieci anni ed in quali tasche siano finiti.

Leggi anche ‘Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati

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Vatileaks, come da tradizione

28 Mag

Lo scandalo Vatileaks che sta scuotendo la Santa Sede non stupisce nessuno. Non potrebbe essere altrimenti, visto che siamo nel III Millennio ed i segreti corrono nell’etere e visto che la Chiesa Cattolica è sempre stata caratterizzata da questi fenomeni.

Del resto, è nella natura stessa delle norme vaticane l’origine del dissidio che si perpetua nei secoli.

Infatti, Gesù non istituì nè i Cardinali nè gli Ordini Laici che compongono la Corte della Monarchia Assoluta che regge lo stato temporale di Città del Vaticano. E cos’altro potremmo aspettarci da una ‘corte di palazzo’, se non trame sterili, speculazioni all’ombra dei potenti, corruzione e lussuria?

La Chiesa non ha bisogno dei suoi Cardinali, se il loro ruolo è quello di principi a corte, ovvero fazione, e non ha bisogno della sua finanza, se questa si fa strumento di impoverimento ed oppressione. Ma, se quanto sta accadendo in Vaticano non stupisce, certamente tutto questo preoccupa.

Le fughe di notizie, le trame di una parte dell’Alto Clero ‘contro’  Benedetto XVI, l’ambigua posizione del Cardinal Bertone, il mancato obbligo di denuncia per i casi di pedofilia tra chierici, il ‘licenziamento’ di Gotti Tedeschi, la marcia indietro nell’attuazione della trasparenza bancaria, le riluttanze messicane a schierarsi contro i Narcos, la centralizzazione del rapporto politico con l’Italia su temi marginali come ‘aborto, unioni civili, eutanasia’, la poca voglia di accomunarsi agli italiani nel pagamento dei tributi locali.

Ce ne è di che preoccuparsi, specialmente se si tratta dell’Italia e degli italiani, che di tutto avevano bisogno fuorchè della ulteriore delegittimazione del clero o di qualche ‘battaglia per la vera fede’ piuttosto che per ‘una etica buona ‘.

E c’è di che preoccuparsi anche dietro le mura vaticane, se, a dieci anni dall’inizio del Millennio 2.0, sono così vistose le crepe di un edificio (ndr un sistema di governance) nato per gli intrighi del ‘600, solo ristrutturato per le speculazioni finanziarie del XIX Secolo e già in forte crisi a partire da cent’anni a questa parte.

Crepe che si concretizzano nell’enorme ammontare dei danni che le sentenze contro i preti pedofili stanno accollando alla Santa Sede, nei casi in cui fosse informata, delle perdite registrate dalle ‘banche amiche’ travolte dalla Crisi dell’Eurozona tedesca, dei minori ricavi che le norme sulla trasparenza bancaria e sui rapporti con narcomafiosi stanno via via producendo, della minore disponibilità dello Stato italiano (o meglio dei suoi cittadini) a sostenere quasi esclusivamente il Centro Italia, per quanto riguarda monumenti, turismo e storia.

Una brutta fase di transizione – di cui resterà ampia traccia nei libri di storia – che scaturisce dalla lunga durata del pontificato di Carol Woytila – papa beato e grande comunicatore, ma non ugualmente abile come pastore di uomini – che ha lascia allo Stato del Vaticano alcune ‘opere’, alcune infrastrutture tipiche del Novecento: una banca d’affari, l’Istituto Opere di Religione, il controllo di una casa farmaceutica, la Orphan Europe, dominante nel settore dei farmaci orfani, e qualcosa di mezzo tra una ‘corporation’ ed una loggia, ovvero l’Opus Dei.

Probabilmente, Benedetto XVI sperava di ‘bonificare’ e trasformare queste infrastrutture, in modo che esse potessero non solo finanziare il mantenimento ed il funzionamento del clero (a quanto pare enormemente costoso), ma anche la carità e la ‘buona economia’.

Evidentemente, non è andata così e possiamo solo confidare nella fermezza del Pontefice a mantenersi dalla parte di “quelli che soffrono a causa della povertà, della corruzione, della violenza domestica, del narcotraffico, della crisi di valori o della criminalità”, come ha ricordato, giorni fa, nell’omelia dei Vespri.

C’è molta pulizia da fare nelle stanze vaticane e tutto il mondo attende di sapere se si risolverà con qualche arresto semi-secretato oppure se cambierà qualcosa nel sistema bancario e qualcos’altro nella ‘corte di palazzo’.

Non a caso ‘Paoletto’ il Corvo ha tenuto a precisare (fonte La Repubblica) che “chi lo fa agisce in favore del Papa”, “la mente dell’operazione non è una sola, ma sono più persone. Ci sono i cardinali, i loro segretari personali, i monsignori e i pesci piccoli.” Infatti, secondo il “corvo” tutto è stato organizzato per far venir fuori “il marcio” che c’è nella Chiesa ma “alla fine è diventato un tutti contro tutti”.”

Ratzinger, dunque, riuscirà a creare un ‘sistema costituzionale’, che separi le funzioni religiose da quelle gestionali, ovvero subordini denaro e profitto alla fede ed al servizio? Riuscirà Benedetto XVI ad affermare che fede, verità e trasparenza sono l’un l’altra imprescindibili?

Oppure in Oltretevere si continuerà come ‘da tradizione’?

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Roma, il volto balneare della crisi

28 Mag

Quattro notizie in un solo giorno, uno spaccato di Roma e dintorni in tempo di crisi.

“Complice un’improvvisa domenica di sole e caldo (quasi) estivo, le spiagge del litorale romano sono state prese d’assalto. I più coraggiosi non hanno rinunciato a un primo tuffo nonostante l’acqua è ancora gelida. Da questa mattina, così, le spiagge di Ostia, Fregene, Ladispoli, Torvajanica, Nettuno e Sabaudia si sono popolate anche solo per chi voleva concedersi un passeggiata sull’arenile o per un pranzo all’aperto per godersi un primo anticipo dell’estate.

Affollati anche i parchi capitolini con lunghe file di macchine parcheggiate nei pressi di Villa Pamphili, Villa Ada e Villa Borghese. Anche qui asciugamani, bikini e picnic.” (Roma, 27 mag. – Ign)

Poche ore prima, durante la notte, un operaio 44enne, originario di Rieti, veniva trovato impiccato in un bosco tra Acquasparta e Spoleto. Padre di tre figli, era rimasto disoccupato un anno fa. Nell’auto c’erano appunti per incontri di lavoro.

27 maggio 2012, domenica di Pentecoste, “la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana”, ha ricordato Papa benedetto XVI all’omelia da San Pietro, aggiungendo che “tutti possiamo constatare come nel nostro mondo, anche se siamo sempre piu’ vicini l’uno all’altro – con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e le distanze geografiche sembrano sparire – la comprensione e la comunione tra le persone e’ spesso superficiale e difficoltosa”.

Più o meno alla stessa ora, un centinaio di Grillini, a piazza Montecitorio, hanno dato il via all’assemblea pubblica della città di Roma del Movimento Cinque Stelle, tra i passanti incuriositi ed un po’ intimiditi, che però applaudono se si sente dire “perché se siamo in questa situazione è grazie alla classe dirigente di oggi”.

Con i Cinque Stelle anche il Movimento per l’acqua pubblica – “perché Alemanno sta privatizzando l’acqua, e sta calpestando la volontà dei romani che hanno detto no a vendere l’Acea” – e l’immancabile Movimento noTav capitolino.

Parole destinate alle agenzie, quelle del Papa o dei Grillini, ma non ai romani che erano al mare, come se rotolare in allegria verso il baratro faccia meno male.
Parole non destinate a chi vive (e muore) nel disagio se non nella disperazione, dissanguati dalle speculazioni finanziarie e dagli egoismi dei potentati finanziari, dall’assenza di opportunità. Persone, la maggioranza di noi, che necessitano di un cambiamento strutturale – un cambio di mentalità – e non di neofiti o vecchie volpi della politica e pannicelli caldi nelle riforme attese da decenni od eccesso di tutele per le rendite di posizione.

Comprensione e comunione tra le persone, che non possono fermarsi al moto affettivo od al bel gesto senza intervenire sulle cause e sugli effetti, e che possono, se ancora disattese, portarci a ‘vivere in una Babele’, come ricordava Ratzinger.

Ad ogni modo, questa è Roma nell’anno della Crisi e se il quadro d’insieme preoccupa, ricordiamo che è la capitale della terza potenza dell’Eurozona, ovvero dell’ottavo PIL del mondo, e di uno dei principali potentati finanziari mondiali, lo Stato del Vaticano.

Resta solo da chiedersi cosa accadrà (o non accadrà) durante il lungo black out balneare romano, che, prevedibilmente, inizierà tra un paio di settimane, con l’esodo vacanziero (e spendaccione) di donne, vecchi e bambini, e che finirà tra 3-4 mesi, alla riapertura delle scuole.

Intanto, oggi 28 maggio, il cielo è coperto e forse pioverà.

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Sanità: basta sprechi sulla pelle dei malati. Cosa fare?

10 Mag

Quando si parla di sprechi in Italia, la Sanità è sempre al primo posto, addirittura davanti alla Casta, se vogliamo prestar fede ai drammatici dati che sono riportati in commissariamenti, cessioni del credito, (s)vendite di strutture, vertenze sindacali.

Sprechi, ancor maggiori, se, invece di conteggiare ciò che “viene buttato”, si va a considerare quello che “dovrebbe essere ma non è”.

Il dato più impressionante della Malasanità italiana è nella condizione del personale infermieristico e del personale tecnico-scientifico.

Gli infermieri guadagnano 3-4-5 volte in meno dei medici, pur sottoponendosi a lavoro notturno e festivo per incrementare il magro bilancio e non possono svolgere alcuna attività professionale esterna, neanche una puntura ad un vicino di casa. Inoltre,  i regolamenti universitari e le statistiche ci dicono che è praticamente impossibile, per loro, diventare medici o, peggio, specialisti ed, ancor meno, far “carriera interna”.

I tecnici, in particolare i biologi, sono gestiti come “uno strumento”, nonostante le poche (scarse?) conoscenze che le università italiane forniscono ai medici nel campo della chimica e della biologia. Al giorno d’oggi, la “diagnosi” viene emessa (proposta?) dal biologo od dal tecnico radiologo – se non addirittura “dalla macchina” come sembra dai primi prototipi realizzati dal prof Veronesi e le sue equipe – ed al medico consta di determinare la clinica, la terapia, la gestione del malato. Non può essere altrimenti se per ogni sintomo ci prescrivono puntualmente accertamenti biomedici o radiologici senza i quali, altrettanto puntualmente, ci rispondono che “bisogna attendere il responso prima di parlare”.

Medici “ingombranti”, “oligarchici”, ma bravi?

No, non sempre almeno, fosse solo perchè i nostri dottori sono dei dirigenti “amministrativi” – lo dice la legge – e, in quanto tali, combinano un ordalia di irregolarità nel compliare modulistiche, cartelle cliniche, certificazioni e … ordinativi. Non è un caso che nessuno sia in grado di fornire informazioni certe sulla spesa per farmaci e dotazioni sanitarie, come non è un caso che la cessione dei crediti maturati dalle ASL o dai Policlinici sia un settore finanziario “ad alto rischio”.

Fatti, numeri, soldi, non parole.

Se questo è il problema “all’origine”, c’è, poi, l’elemento strutturale a caratterizzare negativamente il bilancio finanziario ed i servizi resi ai cittadini.

Ad esempio, le strutture obsolete, fatiscenti e mal dislocate come un noto ospedale pugliese presso il quale, dopo due giorni di ricovero in urgenza, chiesi di essere dimesso perchè era spaventosamente caldo. Un anno dopo, ovvero pochi mesi fa, quell’ospedale ha entusiasticamente annunciato di essersi dotato della climatizzazione.
Domanda: Quell’ospedale era agibile quando mi recai io? Quanti malati hanno sofferto o visto le proprie condizioni peggiorare stando in camerate a sei posti con temperature sotto i 40 gradi? Quanti ospedali fatiscenti od inadeguati, restano aperti pur essendo potenzialmente dannosi alla salute, grazie a qualche comitato di zona “interessato” ed alla voglia della Politica di non programmare o “governare” assolutamente nulla?

La maggior parte degli ospedali  non offre “ospitalità” per i malati a consulto ed i loro familiari, che son costretti a ricorrere ad alberghi e pensioni non sempre viciniori, se non, peggio, al mercato nero degli affittacamere che qualche “solerte” ospedaliero indica.
Domanda: perchè non garantire diritti, decenza e ricavi? Perchè “tutti” gli ospedali pubblici italiani rinunciano ai “servizi alberghieri”, mentre quelli privati lucrano anche oltre il necessario?

Dopo anni di “vacche grasse”, è diventato molto difficile ottenere la concessione delle invalidità “gravi” e delle inidoneità al lavoro, come anche gli scivoli pensionistici e dei part time o del telelavoro. Così accade che negli ultimi tre anni (ndr. giusto per ragionare su un tempo “lungo”) decine e decine di migliaia di lavoratori italiani, malati rari o cronici, hanno dovuto usufruire di permessi per L. 104 sul lavoro, si sono assentati con una certa frequenza, sono ricorsi a costose o costosissime cure e terapie più frequentemente, hanno fornito una produttività limitata. In tutto ciò, nonostante il 5xmille, hanno coinvolto intensamente i propri familiari, dato che quasi non esistono organizzazioni per il supporto o l’accompagno.
Domanda: quanto sarebbero costati in meno in termini di spese di personale questi lavoratori se fossero stati prepensionati o collocati in part time/telelavoro? E quanto sarebbero costati in meno, se, avendo qualche tutela e minore stress, fossero ricorsi in misura minore a cure e terapie? Quanta parte del 5xmille si “trasforma” in servizi effetti per i malati e quanta minor spesa dovrebbe ricadere sugli Enti Locali per sussidi e supporto? Perchè le stesse patologie e gli stessi sintomi vengono considerati molto, molto diversamente dalle diverse commissioni mediche e dalle differenti regioni?

Chiunque (parente o malato) si sia cimentato con la gestione di malattie croniche o complesse sa che i medici ospedalieri, specialmente se universitari, raramente consultano altri colleghi e raramente accedono alle documentazioni scientifiche in inglese (cioè tutte). Ogni specialista cura la propria specialità e bisogna essere fortunati a non avere sintomi sovrapponibili o concomitanti, caso mai si fosse malati di più di una patologia. In tutto ciò, se parliamo di malattie rare (ndr. rare per modo di dire visto che sono croniche e che sono almeno 4 milioni i malati affetti), la libertà di scelta è inficiata dato che spesso i farmaci sono erogati in pochi ospedali ed i malati sono costretti a percorrere anche centinaia di chilometri sia per le cure ordinarie sia per le urgenze, inclusi i trattamenti “salvavita”.
Domanda: con tutti i soldi che spendiamo per network e congressi medici, per quale motivo accade questo? Chi è il folle legislatore che ha imposto i Centri Regionali per le Malattie Rare, attivi secondo discrezionalità delle Regioni (ndr. ergo molte non li hanno istituiti), dove devono recarsi malati che hanno necessità terapeutiche e di monitoraggio diagnostico anche molto frequenti? Perchè qualunque medico fa sempre ripetere tutti gli esami presso un “laboratorio di fiducia”? Perchè l’uso di molti farmaci salvavita è consentito solo presso gli ospedali pubblici, obbligando milioni di malati a non potersi recare presso strutture convenzionate (o private) per un qualsiasi intervento chirurgico?

Che dire, poi, dei medici di base, a volte demoni poco competenti e distratti, a volte angeli acuti ed obiettivi resi impotenti dalla burocrazia, ma tutti accomunati dalle lunghe attese a studio e dall’indisponibilità fuori dall’orario di apertura.
Domanda: Cosa si fa se siamo un paese di vecchi privo di centri per anziani e di assistenza domiciliare adeguati (ndr. non il fai da te dei “comitati di zona” o delle parrocchie) e poi accade che i “vecchietti” assediano con pretesti ridicoli lo studio del medico di base? E’ mai possibile che un lavoratore che sta male si debba recare a studio ed attendere ore per ottenere un certificato “regolare” per il lavoro e … poco più, visto che senza le indicazioni di uno specialista i medici di base possono prescrivere solo le aspirine ed il buscopan?

Dulcis in fundo, gli accertamenti biomedici e il sistema di prenotazioni degli URP ospedalieri e delle ASL, che vengono svolti con mesi di ritardo rispetto all’evento patologico e, soprattutto, non vengono svolti in modo coordinato se non “simultaneo”, con il risultato che diventa un bel puzzle riconoscere una malattia “seria”, se gli esami del sangue standard sono di febbraio, il sintomo è di gennaio, il test allergologico è di giugno, quello ormonale o enzimatico di aprile eccetera. Per non parlare dei cardiopatici ed i diabetici, che dovrebbero essere riconosciuti con “facilità” e che non di rado vengono “salvati per i capelli”, visto che in Italia, il rapporto medico-paziente, evidentemente, non prevede “l’alto là” per bevitori, fumatori, pigri e mangioni … basti vedere quanti uomini over50 sono consapevoli e monitorati per il rischio coronarico.
Domanda: ma il gioco d’azzardo non era vietato?

Un vero disastro, oltre che una sanguinolenta e purulenta cambiale da pagare, che qualunque Ordine dei Medici non esiterebbe a risanare, ma non, a quanto sembra, nel paese del Dottor Balanzone, dei Dottori del buon Pinocchio e … dei miracoli.

Una vergona epocale che si sostanzia su un unico dato: quasi la metà degli italiani non ha un diploma e dei restanti solo un risicatissimo 15-20% ha una sufficiente cultura scientifica. Come pensare che costoro non siano del tutto in balia di questa Sanità impazzita e che non siano ampiamente disposti a credere nei “santi”, nella “fatalità” e nei “miracoli”, come tante fanzine ospedaliere citano di frequente ancor oggi?

Di sicuro, non è semplicemente ope legis od appellandosi alle “best practices” che si potrà risanare questo serraglio, che ci uccide e ci salassa. E non prendiamocela con le farmaceutiche, i cui bilanci periodicamente sussultano a causa di crediti per forniture andate disperse, nel caos di cui sopra, o di pagamenti degni di aggettivazione biblica.

Cosa fare, allora, se vogliamo evitare che al “risanamento italiano” sfugga proprio la Sanità, protagonista “storica” dell’emorragia finanziaria del denaro pubblico, visto che, prima della “deregulation” e del “decentramento” degli Anni ’90, i bilanci ospedialieri venivano bloccati di anno in anno per irregolatità diffuse riscontrate dagli allora “famosi” CoReCo, con tanto di massivi arresti e processi?

Poche cose, ma molto radicali.

  1. Rimappare la distribuzione dei siti ospedalieri in funzione della densità demografica, specialmente nelle grandi città che vedono le periferie del tutto sguarnite. Capisco che i “salotti buoni” vivano tutti nei centri storici e che potrebbero sentirsi “defraudati”, ma i fatti dicono che nel centro di Roma ci sono decine di ospedali, mentre nella fascia del GRA (dove vivono circa 3 milioni di romani) ce ne saranno 3-4.
  2. Aggiornare i servizi di pronto soccorso, DH per terapie “ambulatoriali” e guardia medica incrementandone la presenza sul territorio. Altrove i pronti soccorsi e la clinica per le urgenze sono gestiti a parte, rispetto al sistema ospedaliero, spesso da un apposito “servizo emergenze” che include anche i pompieri e la “riserva” (in caso di calamità o inquinamento grave). La vita delle persone non ha chilometri da percorrere in eccesso.
  3. Prevedere per i medici di base l’apertura dello studio per cinque ore quotidiane e la reperibilità nelle ore diurne, la gestione dell’attesa (ndr. certe ASL non contemplano le urgenze) a studio e la gestione del percorso di accertamento biodiagnostico e della clinica per le patologie croniche
  4. Attribuire all’Istituto Superiore di Sanità le competenze di legge in materia di regolamenti e classificazioni delle malattie e delle condizioni invalidanti
  5. Prevedere, per l’accesso alla dirigenza medica, lo stesso tipo di prove richieste per gli altri dirigenti riguardo il diritto, le procedure, la governance, il management, la gestione dei lavoratori ed il customer care
  6. Incrementare gli studi di medicina generale, di biologia e di farmacologia, di management nelle facoltà di medicina. Facilitare l’accesso alla professione medica per infermieri e biologi che operano all’interno di strutture ospedaliere
  7. Obbligare che i finanziamenti 5xmille siano destinati almeno per il 50% a servizi per i malati e le loro famiglie. Ma soprattutto verificare (sono anni che dovrebbe esser fatto) che il 5xmille non vada utilizzato per servizi istituzionali da parte degli ospedali, che sarebbero quelli costituzionalmente garantiti, o peggio ancora per scopi privati (ndr pagare i rimborsi degli associati …)
  8. Diritti per lo Stato su quei farmaci o quelle tecniche, che vengano sviluppati grazie al 5xmille od a donazioni comportanti sgravio fiscale, e che, viceversa, ci vengono rivenduti a caro prezzo
  9. Istituire Centri nazionali di coordinamento per la Malattie Rare (anche in joint venture tra diversi ospedali) e trasferimento di tutte le gestioni per questi malati (che spesso sono soggetti a problematiche continue od imprevedibili e serie) negli ospedali generali e nei presidi ambulatoriali delle ASL
  10. Introdurre un maggiore coordinamento per la biodiagnostica, introducendo sanzioni per i medici e gli ospedali che non operano in network o che lo fanno con modalità poco efficienti. Eliminare tutte le sale d’attesa che abbiano una capienza maggiore di 4-5 persone, come nel resto d’Europa: gli appuntamenti e le tempistiche vanno rispettati, le astanterie appartengono ad un poco scientifico e incivile passato. Tra l’altro, lo spazio ha un costo ed una utilità ed utilizzarlo per ammassare persone a causa della propria disorganizzazione è uno spreco talmente vistoso che riusciamo a non vederlo.

Richieste impossibili, vero?

Ma allora, se garantire un Servizio Sanitario Nazionale “normale” è impossibile, perchè non interviene la Magistratura, sia come Corte dei Conti sia come Presidenza della Repubblica?

Quanti cadaveri e quanti sprechi dovremo ancora subire per la ‘pazza’ governance sanitaria (il cosiddetto “buco nero”) e per l’intoccabilità dei medici – le statistiche professionali dimostrano” che, da noi, sono infallibili – visto che gli ospedalieri ed i sanitari sono stati, finora, degli ottimi collettori di voti per l’imperante cleptocrazia italiana?

E, soprattutto, perchè il Vaticano – notevolmente ed eticamente involved nella sanità e nella farmaceutica – tollera tutto questo, dimenticando che “di buone intenzioni è lastricata la strada per l’Inferno”?

N.B. Le immagini sono tratte da inquadrature del clip originale  “Natural Blues” di Moby, la canzone che fu utilizzata dalla RAI durante gli europei di Calcio di Euro 2000 come sigla iniziale dei programmi sportivi.
Bene, giusto per “visualizzare” quanta disattenzione vi sia in Italia verso la salute e la dignità della persona, guardatelo e, per piacere, chiedetevi come sia stato possibile per la RAI, televisione di stato, abbinare “questa canzone” ad una manifestazione sportiva dedicata a fiorenti e salubri atleti.


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Leggi tra i commenti l’aggiornamento.

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Ancora suicidi. La recessione uccide. Il Governo è allo stallo. I partiti? No comment.

13 Apr

Andiamo verso un week end uggioso, come se il clima quasi volesse anche lui associarsi al profondo dissenso che ormai ha fatto suoi pressochè tutti gli italiani.

La piaggieria di Mario Monti verso i grandi poteri europei e statunitensi, l’ostinazione di Fornero nello stangare lavoratori e bisognosi anzichè supportarli.
L’attesa perdurante di una proposta di Patroni Griffi per limitare la spesa della pubblica amministrazione, quella di Balduzzi riguardo sprechi e disastri sanitari, l’effimera attività diplomatica di Terzi visto cosa accade agli italiani in India.
L’invisibilità di Gnudi, agli affari regionali, o di Barca, per la coesione territoriale, il mancato rilancio. I mancati investimenti che le piccole e medie aziende attendono ancora “buone nuove” da Renato Passera.

Intanto, tutti hanno capito che i mercati vanno male non per colpa nostra, ma della Germania e degli USA che ci scaricano addosso la crisi, sotto forma di “derivati”, “moral suasons”, “incorporamenti”.

Riguardo i partiti, nulla da dire, nel senso che nulla accade. Solo scandali e protervia – il tempo dell’ostinazione è finito – nel mantenere denari, privilegi ed impunità.

Tutto come al solito, insomma. Non proprio.

C’è una lista che sta girando in rete. Una lista che, ahimé, giorno su giorno si allunga.

  • 21/03/2012: Cosenza, 47 anni, disoccupato si spara
  • 23/03/2012: Pescara, 44 anni, imprenditore si impicca
  • 27/03/2012: Trani: 49 anni, imbianchino disoccupato si getta dalla finestra
  • 28/03/2012: Bologna: 58 anni, si dà fuoco davanti all’Agenzia delle entrate
  • 29/03/2012: Verona, 27 anni, operaio si da fuoco
  • 01/04/2012: Sondrio: 57 anni, perde lavoro, cammina sui binari, salvato in tempo
  • 02/04/2012: Roma: 57 anni, corniciaio, si impicca
  • 03/04/2012: Catania, 58 anni, imprenditore si spara
  • 03/04/2012: Gela,78 anni pensionata si getta dalla finestra, riduzione della pensione
  • 03/04/2012: Roma, 59 anni, imprenditore, si spara con un fucile
  • 04/04/2012: Milano, 51 anni, disoccupato si impicca
  • 04/04/2012: Roma Imprenditore si spara al petto col fucile. La sua azienda stava fallendo

Appare davvero impensabile tentare di arrivare alle amministrative per poi prender decisioni, che, a tal punto, non potranno altro che essere attuate in settembre, quando sarà troppo tardi, visto che fino ad allora i suicidi saranno centinaia. Ammesso che ci si fermi ai suicidi.

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Soldi e portaborse ai partiti? Davvero troppi

12 Apr

Alfano, Bersani e Casini hanno fatto in fretta a trovare un accordo sul finanziamento ai partiti, pur di mettere a tacere l’annosa questione ed evitare che, con una legge “seria”, si andasse ad intaccare un piccolo tesoro cui attingono i nostri politicastri.

Infatti, gli scandali Luzi e Belsito, in particolare, hanno dimostrato che i soldi che arrivano ai partiti sono davvero tanti, evidentemente troppi se … addirittura “gli cascano dalle tasche”. Troppi anche e soprattutto perchè non sono collegati ad una attività effettiva, ma solo presunta. Ne è un esempio il PdL che ottenne, anni fa, rimborsi superiori (qausi doppi) rispetto alle spese elettorali sostenute.

Ma i “troppi soldi” non sono semplicemente collegati al “cash”, ma anche, come dimostrano le inchieste correnti, all’enorme quantità di portaborse (spesso pubblici dipendenti distaccati) che “stazionano” nelle nostre Pubbliche Ammnistrazioni senza aver nulla da fare, visto che sono il “raddoppio politico” dell’infrastruttura pubblica che già paghiamo.

Personaggi – ben pagati e foraggiati dalle nostre Regioni, Provincie, Comuni, Enti vari – che spesso sono posti a “monitorare”, “coordinare”, “riferire” riguardo l’attività di dirigenti pubblici qualificati, pur avendo si e no una laurea in legge o poco meno … per non parlare della milionata di autisti, scelti ed assunti “direttamente”.

Queste le vergogne di una classe politica decisamente incompetente che non sa far altro che circondarsi di fedeli incompetenti, spendendo e spandendo pur di mostrare (quello gli resta) i “segni del potere”.

Quanti milioni di euro, in questi anni, non sono serviti ai partiti, ma solo ai portafogli dei politici che ne fanno parte? E quante decine di migliaia di “esseri inutili a se stessi” bivaccano nei nostri Enti, locali e non?

Queste sono le domande a cui Mario Monti dovrebbe dare risposta da mesi, visto che il dicastero dell’Economia è a lui assegnato. Queste le domande che le nostre Regioni – ed i Revisori che le vigilano –  dimenticano di porsi.

Domande alle quali, evidentemente, l’onest’uomo Mario Monti – almeno lui – preferisce non dar risposta.

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Rimborsi elettorali, arriva una riforma miserrima

10 Apr

Finalmente, sotto l’onda degli scandali “eccellenti”, i nostri partiti sembrano essersi decisi a limitare la ruberia dei rimborsi elettorali, che ci vede in testa ai paesi civilizzati, seguiti, a quanto sembra, da una insospettabile Germania.

Infatti, i dati diffusi da Linkiesta – indiscutibilmente “macro” ed inappellabilmente “iper” – dimostrano che, se in Italia “piove, governo ladro”, non va molto meglio la Germania della Grosse Ammucchiata e dell’ex-Cancelliere socialdemocratico Schroeder “prestato” alle lobbies dell’energia.

Finanziamento annuale dei partiti

  • Francia: circa 80 milioni di euro
  • Spagna: circa 80 milioni di euro
  • Germania: circa 330 milioni di euro (Fondazioni)
  • Italia: circa 260 milioni di euro

Stipendi dei parlamentari

  • Francia: circa 7.000 euro
  • Spagna: circa 3.000 euro
  • Germania: circa 8.000 euro
  • Italia: circa 12.000 euro

N.B. al netto di diaria, indennità di residenza, spese di viaggio e trasporto, spese di segreteria, spese per assistenza sanitaria, assegno vitalizio e di fine mandato.

Rimborsi Elezioni legislative

  • Francia: circa 44 milioni di euro
  • Spagna: circa 130 milioni di euro
  • Germania: massimo 133 milioni di euro
  • Italia: oltre 470 milioni di euro (dati 2001)
  • Unione Europea: 1,8 miliardi di euro

N.B. I partiti italiani hanno percepito, nel 2009, 250 milioni di euro come rimborsi elettorali per il Parlamento dell’Unione.

Quali conclusioni possiamo trarne? Non poche e piuttosto specifiche.

Innanzitutto, il doppio sistema di finanziamento – per voti raccolti ed “ordinario” alle strutture politiche – che vige in Italia e Germania è la principale causa di sovracosto della politica, oltre che di sudditanza dell’eletto verso il partito. O gli uni o le altre.

In secondo luogo, non è pensabile che un politico italiano possa godere di un “reddito” mensile triplo o quadruplo rispetto ad un collega tedesco o francese.

Inoltre, sia il sistema delle fondazioni – tedesco ma non solo – andrebbe profondamente rivisto sia, soprattutto, non è nota la situazione immobiliare e mobiliare dei singoli partiti.

Infatti, la “situazione finanziaria” dei partiti (e dei sindacati) non è affatto irrilevante.

Ad esempio, è legittimo che un partito usi i rimborsi per ripianare debiti o pignoramenti? Ed è giusto che i partiti “immobilizzino” – ovvero investano – somme derivanti dai rimborsi elettorali? E siamo sicuri che sia legittimo usare i rimborsi elettorali – che non pochi paesi destinano ai “candidati” – per il finanziamento ordinario della struttura partito?

Di tutto questo non sembra che se ne parli. Anzi, di tutta fretta i nostri (clepto)partiti vorrebbero approvare i “pannicelli caldi”, ovvero un miserrimo decreto che porti la certificazione alla Corte dei conti, che metta i bilanci sul web con indicazione dei finanziamenti oltre 5mila euro e basta.

Il “loro” problema sono i “furti interni”, mica altro …

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Politica italiana? Da scandalo …

10 Apr

Andando a fare il punto della situazione, mentre l’Italia riparte, dopo Pasqua, lo scenario è desolante.

Le indagini che coinvolgono i partiti sono ormai ubique e connotanti.
Guardando a sinistra, gli scandali Penati, Luzi si assommano a quelli della Regione Puglia e Calabria, a quello di Bassolino in Campania, gli scandali che hanno coinvolto i sindaci di Genova, Bari e Bologna, per non parlare di quelli, a luci rosse, che hanno coinvolto il consiglio regionale umbro e la segreteria regionale toscana o del brutto affare che coinvolge SEL in Alto Adige.

Guardando a destra, lo scenario è altrettanto desolante. Dagli scandali “personali” di Silvio Berlusconi agli indagati “eccellenti” come Ghedini e Cosentino, ai misfatti del “cerchio magico” della Lega Nord, alle case romane di Scajola e Tremonti, ai tanti comitati d’affari finiti sotto le lenti della Finanza o della Magistratura.

Per finire al “centro”, dove lo scandalo Enav- Finmeccanica ha visto i media parlare di un coinvolgimento dei vertici dell’UDC, senza, poi, da più notizie.

Per non parlare degli interi comuni commissariati per infiltrazioni mafiose, sia al Nord come al Sud, dove troviamo coinvolti tutti i partiti e dove vengono eletti anche parlamentari di un certo rilievo. O dell’ormai onnipresente coinvolgimento di qualche multinazionale o di qualche sua filiale, corporata, collegata o sussidiaria, in qualche storia di corruzione, che sarebbe più esatto chiamare ancora concussione.

Cosa accadrebbe (accadrà) se la magistratura dovesse emettere nel giro di un mese o poco meno – come accadde per Tangentopoli – un migliaio di ordini d’arresto o richieste a procedere, nel caso di parlamentari?

Game over, così si usa dire in terra statunitense, che di default, politici, se ne intende.

D’altra parte, i compiti prioritari di Mario Monti si sono esauriti: titoli venduti, Unicredit salvata, Finmeccanica ha le sue commesse. Ergo, quel poco che resta dell’Italia è salvo.

Non era possibile fare di più, anche se lo “scherzetto delle pensioni” è stato davvero un “fuori onda” come lo è stata l’assenza dello Stato con l’Appennino sepolto di neve.

E, d’altra parte, non è bene fare di più in questa direzione, la recessività dell’intervento di Mario Monti è addirittura maggiore delle peggiori previsioni, dato che i partiti non hanno provveduto a formulare proposte atte a ridurre il costo della politica e della governance.

Dunque, giusto il tempo di incassare una riforma del lavoro con un giudice a dirimere casi obligui e di lasciar scritta una proposta per riformare la Pubblica Amministrazione, poi, via: governo tecnico a termine per la riforma della politica e voto, al massimo, in settembre.

Legge elettorale, rimborsi elettorali, democrazia nei partiti, superamento della “par conditio” subito e, per quanto riguarda la PA, che Monti lasci una legge da votare (o già votata) e vada bene così.

Non c’è molto tempo: sono ormai tanti, troppi, i mandati d’arresto che la magistratura attende di emettere o di eseguire a carico di politici italiani di vario calibro e territorio.

L’Italia non è a rischio default: quello che può arrivare, da un momento all’altro, è un “game over”, come nel caso di uno Stato che si ritrovi “improvvisamente” privo di istituzioni, vuoi perchè non affidabili, vuoi perchè in conflitto, vuoi perchè rese impotenti.

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Feste finite? Bentornati … in Purgatorio, tra cleptocrazia, desviluppo, recessione, disoccupazione e tasse

9 Apr

Fatte le feste, si ritorna all’ordinario e dal sacro si ritorna al profano quotidiano. Un Purgatorio tutto italiano fatto di cenere, lacrime e sangue.

La cenere, quella di un Parlamento in fumo, dopo le dimissioni della Commissione parlamentare sulle retribuzioni di parlamentari e amministratori locali, con i rimborsi elettorali in Canada o altrove e ruberie – leggi “famiglie” – sul posto, mentre di legge elettorale proprio non se ne parla.

Le lacrime, quelle da coccodrillo, che i vari Monti, Fornero, Passera, Bersani, Alfano, Casini, Vendola stanno versando e quelle dei cittadini che vedono praticamente pressoché tutti i partiti coinvolti in gravissimi scandali di corruttela, mentre non si riesce a capire a chi sia affidato politicamente il Paese.

Il sangue è il nostro, che continuiamo a versare nonostante tutto, per gli innumerevoli sprechi e dissesti, che le cronache hanno annoverato in 20 anni, e per l’incremento annuo più alto al mondo del costo della benzina, ad esempio,  ed aspettando l’IMU.

Benvenuti nel Purgatorio delle anime impenitenti, che si ostinano a dar fiducia al Gatto ed alla Volpe o a dar seguito a Lucignolo che promette il Paese del Bengodi.

E speriamo che non diventi l’Inferno dei dannati, se – con quaranta proposte diverse sul finanziamento dei partiti presentate dai partiti stessi che non sono, però, quanranta – dovessimo ad ostinarci a non voler capire che l’unica cosa che ci resta da fare è andare al governo “tecnico” – quello vero – con il Presidente della Camera alla guida ed un mandato ristretto per la formulazione di una legge par andare a votare, di un’altra per il finanziamento dei partiti (pubblico o privato che sia), una ancora per la “par conditio” (letteralmente un bavaglio) ed una, infine, per le prebende dei parlamentari e degli amministratori pubblici.

Solo un pubblico dibattito parlamentare “a reti unificate” può mettere alle strette i partiti ed i media, evidentemente troppo contigui alle lobby che stanno scaricando su noi italiani una crisi dell’Eurozona “made in Germany” e, con l’inazione, avvantaggiando le lobbies finanziarie e partitiche.

E bisogna far presto … sono ormai tanti, troppi, i mandati d’arresto che la magistratura attende di emettere o di eseguire a carico di politici italiani di vario calibro e territorio.

Dunque, che Berlino e Parigi si rendano conto della situazione – ben più compromessa di quella greca – e, se è vero che è “l’Italia che ha salvato l’Euro”, che provvedessero loro a completare il lavoro.

L’Italia non è a rischio default: quello che può arrivare, da un momento all’altro, è un “game over”, come nel caso di uno Stato che si ritrovi “improvvisamente” privo di istituzioni, vuoi perchè non affidabili, vuoi perchè in conflitto, vuoi perchè rese impotenti.

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