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Grecia: vincono gli insolventi, ma i creditori sono i lavoratori e i pensionati d’Europa

6 Lug

La Grecia ‘prima dell’euro’ era un paese povero e sottosviluppato, che sopravviveva grazie ai transiti mercantili ed ai flussi turistici. Una nazione che emetteva la dracma ad un cambio ‘ufficiale’ e poi lasciava che venisse scambiata ovunque a 20 volte in meno. Un paese talmente privo di sviluppo culturale ed industriale che i suoi figli migliori dovevano studiare all’estero, se volevano diventare biologi  od ingegneri provetti.

Con l’avvento dell’Europa (ed il benessere che portò) la Grecia non fece altro che spendere e spandere in privilegi, corruzione e ‘sociale’, finendo per ritrovarsi con Atene – la capitale – a raccogliere quasi metà della popolazione, ma senza avere le potenzialità industriali per sostenere un tale addensamento (ndr. come ad esempio Roma).
Finchè, nel 2009, salta fuori che addirittura lo Stato greco aveva truccato i conti pubblici, onde succhiare risorse ai creditori.

Da allora la Grecia ricatta l’Europa, minacciando l’insolvenza (ndr. default), che colpirebbe duramente i creditori, e ricatta i propri cittadini, dato che per pagare gli interessi s’è tagliato e venduto di tutto, ma non s’è fatta una riforma.

Chi sostiene Tsipras dimentica, infatti, che:

  • 2010 la Grecia taglia la spesa pubblica di 30 miliardi e promette riforme, ricevendo un credito di 110 miliardi di euro
  • 2011 non avendo mantenuto le promesse di riforma, deve promettere di tagliare ulteriori 6 miliardi e garantire un rientro di  ulteriori 28 miliardi di euro entro il 2015. Intanto, essendo l’economia prevalentemente clientelare, il PIL crolla e la disoccupazione esplode
  • 2012 permamendo l’inerzia dei greci, arrivano nuovi aiuti per evitare il default: 130 miliardi e la riduzione del valore nominale del 50% dei titoli di Stato, con un allungamento della scadenza (ndr spalmatura)
  • 2013 il PIL è passato in pochi anni da oltre 350 miliardi o poco più di 200 miliardi di euro, mentre il debito pubblico è ben maggiore di quello descritto nei conti ‘truccati’, pari a 320 miliardi di euro, ovvero il 175,1% del PIL
  • 2014 l’economia riparte, ma dopo i tagli non arrivano le riforme. Intanto, il Pireo somiglia sempre più ad una filiale commerciale di Shangai e dei flussi turistici di una volta non v’è più traccia
  • 2015 i greci eleggono Tsipras che promette una politica ‘forte’ verso l’Europa e il FMI, riavviando il ricatto dell’insolvenza e dell’uscita dall’Eurozona.

Grazie alla preannunciata insolvenza (febbraio scorso), la Grecia si trova costretta a finanziarsi con la sola liquidita’ di emergenza della BCE (Ela). Ad aprile, durante la riunione apposita dell’Eurogruppo, il ministro dell’economia greco Varoufakis viene accusato di essere “un dilettante e un perditempo”.
A maggio – quattro mesi dopo le minacce di insolvenza e la prevedibile restrizione di liquidità, Eurostat certifica che il Paese è nuovamente in recessione, mentre i creditori chiedono tagli pari ad almeno tre miliardi entro l’anno.
A fine giugno, Tsipras e Varoufakis non saldano la rata di 16 miliardi, di cui avevano ottenuto la dilazione, e annunciano un referendum per la permanenza della Grecia nell’Eurozona, con il risultato di interrompere il flussi di liquidità.

Per comprendere come mai i greci non se la prendano con i propri politicanti o, meglio, emigrino in massa, è utile sapere che tutto questo accade in un paese dove l’informazione e i media hanno una ‘chiara’ fama (ndr. 69esimi nella classifica Reuters) e che il maggior sostegno arrivi  dall’Italia, pari ‘merito’ al 69° posto in classifica …

Infatti, mica ci raccontano che i creditori siamo noi, i lavoratori e i pensionati degli stati europei più svantaggiati.

Il debito greco non fa capo ad entità finanziarie astratte (o rapaci): è al 60% della Ue attraverso i suoi fondi Efsf – Esm, il 12% è del Fmi, l’8% è detenuto dalla Bce, 11% sono bond e il 4% sono bills (prestiti cedibili a breve termine), il 5% sono altri prestiti.

I lavoratori e i pensionati europei sono informati che Tsipras (e Syriza, il partito di sinistra greco) chiedono di ‘scalare’ quasi 200 miliardi di euro dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) e dal Meccanismo europeo di stabilità (Esm), oltre che dalla BCE?

Le nostre agenzie ed i nostri talk show – con tutto il novero di noti opinionisti, sindacalisti, politici ed economisti – spiegano che sostenere Tsipras equivarrebbe a svalutare l’euro di un buon 5%, oltre che sottrarre miliardi su miliardi al welfare e alla ripresa italiani?

Demata

Disoccupazione, insolvenza, sofferenza bancaria: tre facce di una sola medaglia

19 Giu

Fa rumore il numero dei disoccupati in aumento, ma alle cause dirette di questo incremento poco si fa attenzione: l’Abi e Banca d’Italia confermano che le imprese sono sempre più in ritardo nei pagamenti dei loro debiti e che le ‘sofferenze’ delle banche italiane non sono mai state così alte.

“Ad aprile, secondo il rapporto dell’ Associazione dei banchieri, le sofferenze lorde hanno superato i 133 miliardi, 2,3 in più rispetto a marzo (+22,3% annuo). L’Abi evidenzia come resti «elevata la rischiosità dei prestiti» che per altro continuano a calare in modo significativo.” (Corsera)

Da gennaio a marzo scorso, la quantità di imprese in ritardo di massimo due mesi sui pagamenti delle fatture è salita al 45,6% ed un altro 9,2% ha ritardi di pagamento superiori ai 60 giorni, solo il 45,2% paga le fatture entro i tempi stabiliti.

Secondo i dati dell’Osservatorio Cerved, i maggiori ritardi nel pagare, si riscontrano in Calabria (17,6%), Sicilia (16,1%), Campania (14,7%), Molise (13,3%), Toscana (12,9%) e Lazio (12,6%), regioni dove è lunga la lista delle imprese individuali collegate ai settori edile, logistico, agroalimentare.
I dati sono molto migliori, viceversa, in Veneto (4,4%), che ha molto investito sul’esportazione proprio grazie ad investimenti mirati e mentalità adeguate negli stessi settori.

Il Veneto è ad un tiro di schioppo dalla Svizzera, dalla Baviera, dai valichi sloveni e dall’enorme porto di Pola, dirà qualcuno.
Ma è anche vero che Campania, Calabria e Sicilia avrebbero potuto/dovuto avere porti ed aereoporti tali da poter adeguatamente competere sui mercati mondiali, come anche che le mafie che depauperano i territori (r)esistono perchè possono riciclare il ‘mal tolto’ altrove ed incrementando il loro potere altrove, con buoni affari di ritorno.
Ed è anche vero che Lazio e Toscana non dovrebbero avere motivi per cavarsela così male, visto che sono le due regioni che maggiormente hanno influenzato la partitocrazia italiana e che molto meglio avrebbero potuto capitalizzare tale vantaggio storico.

Quali vie d’uscita?

Qui non si tratta di risollevare l’occupazione sindacalizzata dei dipendenti delle fabbriche o delle grandi aziende, come invoca la CGIL. Il problema è nell’esigenza di riconvertire professionalmente un’enorme massa di italiani che ha conseguito, a suo tempo, un diploma tecnico se va bene, poco più della terza media se va male, con un tot di persone che non sono andate molto oltre la quinta elementare.

Un macrocosmo di professionalità molto limitate (basti vedere come casca a pezzi il Paese) e di personaggi genialoidi, che finora ha vissuto delle briciole (lavoretti, contratti a tempo, convenzioni) al tavolo degli appalti, dei servizi esternalizzati, delle infrastrutture incompiute, del welfare che non c’è.
Imprese inconsistenti, come quella rappresentata dal ‘manovale Preiti’, come abbiamo scoperto dopo l’attentato a Monte Citorio. Aziende fantasma e fabbrichette schiaviste, come quelle che ogni tanto rimbalzano sulle cronache del profondo Sud, del profondo Centro e del profondo Nord.

Ma anche una certa quantità di imprese sane, dove la ‘gavetta’, l’esperienza e l’ingegno compensano adeguatamente gli studi frammentari od incompleti. Il volano …
E se abbiamo imprese che abbisognano di commesse, perchè ancora esitiamo ad attirare investitori stranieri con leggi, concessioni e sistemi tributari adeguati?

Se abbiamo tanti disoccupati, ma abbiamo anche un dissesto idrogeologico ed un sistema stradale che necessitano di manutenzioni ed interventi urgenti, perchè perpetuare un costoso sistema di sussidi, specie la CIG, che allo stato attuale servono solo a mantenere improduttivi i lavoratori in esubero?

Quanto alle mafie, esse rappresentano sia un serio problema di di sicurezza interna, ma anche un consistente buco nella leva fiscale, mentre siamo con le strade piene di ragazze arrivate da chissà dove ed in Italia si consumano più droghe che in Olanda. Ma allora ma rifiutiamo ‘a prescindere’ l’idea di introdurre un sistema normativo che legalizzi almeno parte delle droghe e la prostituzione, ovvero un giro d’affari di decine di miliardi di euro da fiscalizzare,  migliorando notevolmente il controllo del territorio e la legalità generale?

originale postato su demata