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Quota 100 e Quota 41: il lato oscuro

19 Set

Si potrà andare in pensione a sessant’anni con 40 anni di contributi od anche prima se la contribuzione supera i quarantuno.

Bene, benissimo, ma vediamo quali sono le incognite:

  • queste pensioni equivarranno al 70% dell’ultimo reddito come oggi o – probabilmente – anche di meno?
  • nei ‘contributi’ rientreranno anche gli anni riscattabili e ricongiungibili, che l’ Inps non si ritrova già oggi?
  • le pensioni per invalidità <80% saranno ancora penalizzate se l’invalido grave ha meno di 62 anni?
  • per le malattie congenite verrà ripristinata la maggiorazione contributiva di cinque anni secchi come era nel 2010?
  • il vigente art. 42 DPR 1092-1973 – quello che riguarda pubblici impiegati e militari ‘gravi infermi’ – ritornerà ad essere attuato?

A latere, resta da capire come gestire la previdenza nazionale per invalidi e lavoratori malati cronici se ogni regione fornisce (o non fornisce) prestazioni e parametri a modo proprio nella Sanità come nell’Assistenza .

La montagna partorirà un topolino?

Demata

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Scuola, servizi pubblici, pensioni: dove sono il Governo e le Opposizioni?

1 Set

E’ il 1° settembre, riaprono le scuole e – dalle notizie del Fatto Quotidiano – dovrebbero ancora esserci migliaia di dipendenti che hanno richiesto la pensione anticipata e sono con la pratica ancora in lavorazione o soggetta a chiaro ricorso.
Intanto, CGIL Scuola annuncia che  “manca un preside su 4, servono segretari e bidelli. In cattedra ottantamila precari. Avvio delle lezioni a rischio caos nonostante i 57mila contratti a tempo indeterminato. E resta il rebus delle maestre diplomate“.

Parallelamente, a dimostrazione che il meccanismo del turn over della Pubblica Amministrazione si sia inceppato (e che le problematiche ex Inpdap non erano limitate a ‘soli’ 10 miliardi di deficit), basta andare su un sito o un forum dei lavoratori della Difesa o della Sicurezza per rendersi conto che decine di migliaia di loro attendono una pensione e spesso sono invalidi. E gli organigrammi degli Uffici pubblici consultabili su internet sono pieni di posizioni in reggenza o utilizzazioni, ergo privi di personale.
Anche nella Sanità, se la Legge 161-2017 modifica la turnazione ospedaliera, questo non corrisponde la possibilità di nuove assunzioni per garantire il servizio.

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Nel privato, il fenomeno ricomprende i lavoratori divenuti invalidi con 400 euro di pensione al mese anche se hanno 30 anni di contributi, gli esodati e le ricongiunzioni negate, i ricomputi retroattivi dopo aver dilazionato per anni, cioè … i 60enni in cerca di lavoro dopo 30 anni di attività disastrosamente sotto gli occhi di tutti da un decennio.

Una diffusa flessione nei diritti dei lavoratori (cioè degli assicurati), che diventa sempre più debordante grazie alle facili e fuorvianti promesse di Salvini di ‘abolizione della Legge #Fornero “, fondate a loro volta su una serie di luoghi comuni.

E’ una bufala che alla pensione di pervenga non prima dei 65/67 anni: il requisito ‘minimo’ della Fornero è l’età contributiva e non anagrafica, potrebbe trattarsi di un lavoratore precoce oppure mansioni usuranti o semplicemente un grave invalido.

E’ una bufala che le generazioni ‘anziane’ non abbiano contribuito a sufficienza: può essere vero per le contribuzioni fino alla fine degli Anni ’70, ma  chi ha iniziato a lavorare negli Anni ’80 rientra più o meno nel sistema contributivo odierno, perchè era cessata la spinta inflazionistica degli Anni ’70 ed avviata l’unificazione finanziaria europea.

E’ una bufala che l’Italia sia afflitta dalla piaga delle frodi assicurative: quello dei falsi invalidi è un fenomeno specifico locale, ma non sono chissà quanti rispetto alle medie europee o statunitensi, specie se parliamo di infortuni sul lavoro. Viceversa, le sentenze del Tribunale del Lavoro favorevoli agli assicurati/assistiti sono tantissime ed anche i morti sul lavoro o i riconoscimenti postumi di danno alla salute rappresentano in Italia un dato rilevante, se parliamo di Vigilanza Sanitaria, prevenzione e sicurezza.

E’ una bufala che dare una rendita agli invalidi sia un costo pubblico non prioritario: era una spesa ben definita fino al 1976 e da decenni inglobata nella massa delle pensioni complessive, senza un bilancio di quanto il Sistema Italia spenda di più, lesinando e rinviando, per minore produttività al lavoro, come per sicurezza sociale (assistenza) e per maggiore accesso alle cure (sanità). Persino negli USA, dove sono attenti al ricavo, gli invalidi hanno chiari diritti, assistenza e sussidi.

E’ una bufala che la Sanità – indispensabile se si vogliono tenere al lavoro degli over55 – sia in Italia “universale”: in realtà è un sistema neanche nazionale, bensì regionale o, peggio, ‘locale’ a seconda della ASL. Infatti, in molte Regioni i Livelli Essenziali Assistenziali e i Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali non sono di fatto attuati , gran parte delle strutture non ha la cartella elettronica, le prenotazioni sono mesi di distanza, le prescrizioni di altre regioni non vengono attuate.

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Queste cose dovrebbero far riflettere, perchè stiamo parlando dei risultati di una ‘nazionalizzazione’, quella avvenuta dal 1974 delle Casse e delle Mutue, già concessionarie ai sensi dell’art. 38 della Costituzione.

A proposito, è una bufala che non vi siano i soldi per le pensioni:  chi versa contributi per oltre 38-43 anni, a seconda degli Stati e degli istituti, è nel dovuto e dovrebbe essere solo una questione di aspettativa in vita individuale e di rendita.
Il problema reale è che il declino italiano, smantellando il settore industriale e manifatturiero, ha già prodotto milioni di sottoccupati con scarsa contribuzione.

Inoltre, sappiamo che c’è un certo numero di rendite ‘eccezionali’ rispetto all’effettiva contribuzione che fa a contraltare con la pochezza dei sussidi ai lavoratori invalidi. Ma non dovremmo fare altro che separare le spese sociali di uno Stato o una Regione (100-150 mld annui) da quelle contributive tra lavoratore ed assicuratore pubblico o privato che sia (3-400 mld annui).
Quanto all’istruzione, un conto è finanziare solo scuole statali, un altro è garantire gli studi gratuiti (entro dei parametri) a chi sceglie le scuole private.

Doveva essere così fin dal 1948. Noi italiani l’avevamo promesso nel 1994. Lo ribadimmo nel 2011 … evidentemente l’Italia può aspettare.

Demata

Pensioni flessibili: non è oro quel poco che luce

28 Apr

Arriva la flessibilità in uscita, cioè la possibilità di andare in pensione prima, ma è tutto oro quel che luce? No.

1. le misure sono esclusivamente destinate ai dipendenti del settore privato o lavoratori autonomi. Restano fuori i dipendenti pubblici, come gli insegnanti e i medici (età media 52 anni), i professori universitari e i dirigenti (oltre 56 anni), come Inps, Inail, ordini professionali, le agenzie (Entrate, Demanio e Dogane) eccetera eccetera.

2.i maggiori beneficiari di queste norme saranno le ‘aziende’ (banche, palazzinari, consorzi e latifondisti, cooperazione e terzo settore) sia grazie allo ‘smaltimento’ di personale anziano (nfr. senior) in eccedenza sia tramite il turn over e le nuove assunzioni (ndr. con ‘nuove’ regole).

3. si propongono «interventi selettivi» con «la previsione di ragionevoli penalizzazioni» (vedi punto 6), ma … è legittimo ‘punire’ chi vada via con 41 anni soltanto, dopo che – a causa di sprechi e inettitudini, se non corruttela – un paio di anni prima gli si era innalzata l’età previdenziale da 35 a 43 anni (+17%)?

4.è dal 2010 che – dopo aver normato una disastrosa Riforma senza una lacrima salvo quelle della Fornero –  il Parlamento e i partiti – salvo la breve esperienza di Enrico Letta – hanno abdicato alla propria funzione legislativa, lavandosene le mani a disastro compiuto. Infatti, è ignoto a tutti quali siano le posizioni ufficiali del Partito Democratico, dei Cinque Stelle e del Centro Democratico, nè i vari Poletti, Di Maio o Lorenzin si sono mai espressi.

5. l’ipotesi del prestito previdenziale  è ben delineata dal leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini: «Trovo sia un follia. Se uno ha versato contributi per 40-41 anni che prestito dovrebbe fare? Ha già prestato abbastanza soldi lui. Quindi non ci facciamo prendere per il c…: la dico proprio secca».

6. dulcis in fundo, il problema del 35enne che nel 2053 avrà settant’anni e pochi soldi ce l’abbiamo già da anni: sono proprio le tabelle Inps di questi giorni che ci spiegano come un artigiano cinquantenne  – che nel 2010 sarebbe stato ormai prossimo alla pensione – si ritroverà a lavorare fino al 2034 per una pensione forse la metà del reddito attuale, da penalizzarsi “ragionevolmente” (vedi punto 3) se volesse pensionarsi nel 2026 a ‘soli’ 61 anni.

Maurizio Landini ha proprio ragione: «Se uno ha versato contributi per 40-41 anni ha già prestato abbastanza soldi lui all’Inps e non viceversa».

Infatti, visto che – quattro di qui e cinque di lì – a far due conti della serva quel che manca son sempre i miliardi (tra i 12 ed i 30 complessivi) che “per molti anni, la pubblica amministrazione non ha versato come contributi previdenziali all’Inpdap.” (fonte Sivemp Veneto)

Pochi dei nostri politici ricordano la relazione della Corte dei Conti sul bilancio preventivo 2012 dell’Inps che confermava come “l’inglobamento di Inpdap ed Enpals (rispettivamente l’ente che si occupa degli statali, in perdita per miliardi, e quello che serve i lavoratori dello spettacolo) sta affossando i conti dell’Inps. Il patrimonio netto… è sufficiente a sostenere una perdita per non oltre tre esercizi” (fino al 2015, per capirci) e il governo continua a tagliare i trasferimenti; se le amministrazioni dello Stato rallentano ancora un po’ i pagamenti avremo “ulteriori problemi di liquidità con incidenza sulla stessa correntezza delle prestazioni”. (fonte Sivemp Veneto)

E, come sappiamo, a questo si è aggiunta la sovrastima verificatasi per le pensioni retributive pre-Euro dei vari comparti pubblici di cui sopra.

Perchè ostinarsi a voler coprire un buco di bilancio epocale attingendo dai fondi pensione accumulati dai lavoratori e dalle aziende, come accade dal 2011?
Non sarebbe più sano – in termini finanziari prima che sociali – che lo Stato  facesse da garante del ‘proprio’ debito verso l’Inps (ovvero del prestito previdenziale)?

Il Fiscal Compact ed i conti europei?
Non dimentichiamo che il sistema dal 2010 si è riconvertito e che oggi abbiamo Cassa Depositi e Prestiti S.p.a. (capitale sociale 3,5 miliardi partecipate escluse) o le ramificazioni nel Fondo Strategico Italiano S.p.a. (capitale sociale fino a 7 miliardi) fino all’INA privatizzata e confluita nel Gruppo Generali S.p.a. (capitale sociale 1,5 miliardi partecipate escluse).
E ricordiamo che parliamo di ‘soldi veri’: ‘a monte’  c’è la liquidità dei Tfr dei dipendenti e ‘a garanzia’ ci sarebbero le proprietà demaniali (proprio di quelle P.A. inadempienti verso l’ex Inpdap) affidate a Società di Cartolarizzazione di Immobili Pubblici S.p.a. perchè in disuso e che andrebbero collocate in un fondo se non vogliamo regalarle a prezzi stracciati visto il crollo del mercato immobiliare.

Siamo sicuri che appioppare l’ennesima batosta agli anziani non avrà un effetto asfittico sulla nostra economia, mentre bel altro successo potrebbe avere un’adeguata apertura di credito (es. 10 ‘miserrimi’ miliardi) e la costituzione di un fondo apposito, andando a creare un’opportunità straordinaria di crescita e di ‘pace sociale’, sia grazie al turn over sia per i consumi, il lavoro e gli investimenti che ne verrebbero?

Demata

Pensioni anticipate: come andranno le cose per davvero

25 Mag

La signora Italia nacque nel 1930 ed ebbe sei figli operosi, che trovarono lavoro non appena finiti gli  studi:

  1. Mario (1951) arruolatosi ed in pensione dal 1991,
  2. Luisa (1953) docente ed in pensione dal 1990,
  3. Sergio (1956) impiegato al comune, invalido grave e pensionatosi nel 2006,
  4. Chiara (1958) dirigente di II livello, invalido grave al lavoro fino al 2020,
  5. Marco (1959) medico, invalido grave in pensione dal 2016,
  6. Lucia (1961) venditrice, invalido grave andrà in pensione tra il 2023 e il 2028.

Sembra impossibile, ma è proprio così, e perchè accada questo è spiegato nel prospetto esemplificativo.

Demata Esempio Pensioni I parametri che contano, come al solito, sono l’età anagrafica, l’età previdenziale, l’età pensionabile e l’effetto di eventuali status invalidanti (la signora Italia ha trasmesso una malattia congenita rara ai suoi figli, ma non in tutti è sintomatica).

L’effetto con il sistema attuale (ma sarebbe così anche anticipando le pensioni a 62 anni) è il seguente:

  • I due figli nati prima del 1955, bene o male hanno beneficiato di tutti gli sconti e prebende riservati ai baby boomers. Intanto da anni lavorano a nero ed evadono il fisco.
  • I due che hanno visto la ‘malattia di famiglia’ riconosciuta prima del 2011, godono di 5 anni di scivolo ed uno di loro anche di pensione d’invalidità.
  • I due, che erano malati ma non riconosciuti per tempo dal Sistema Sanitario, finiscono in un limbo e devono versare i contributi che servono per pagare le pensioni dei primi due.

Ovviamente tutto questo non poteva accadere e non poteva restare sotto silenzio se i sindacati rappresentassero, in Italia, chi lavora e non chi è già pensionato. Già questo basterebbe per un decreto legge sulle rappresentanze sindacali, ma è un’altra storia. Intanto, speriamo che almeno Mattarella e Boeri intervengano affinchè ci si ricordi di chi ha iniziato a lavorare giovanissimo e/o deve proseguire  a 55 anni passati, nonostante sia gravemente malato: anche questi dovrebbero essere ‘diritti’, se non costituzionali – come davvero ssembrerebbe – almeno ‘acquisiti’.

Demata (since 2007)

La buona scuola: senza pensioni, niente turn over e niente futuro

19 Gen

Il Rapporto “Education at glance 2013” fotografa la situazione del 2011 e riporta che, in Italia, i docenti ultracinquantenni sono ben oltre il 60% (media OCSE è sotto il 35%), mentre quelli con meno di 30 anni sono il 2,7% (media OCSE 10%).

Trattandosi del 2011, prima dello stop a pensionamenti e turn over, è presumibile che, oggi, tre anni dopo, le cose stiano molto peggio.

Peggio tanto quanto quei dati dimostrano che i docenti, nel mondo, possono staccare intorno alla cinquantina per lasciare il posto a chi è fresco di studi e carico di energie.

Una volta c’era l’Enpas (Ente nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti statali) messo in liquidazione nel 1978, seppur in largo e consolidato attivo al momento dell’istituzione del Servizio sanitario nazionale e, nel 1994, ancora in attivo malgrado tutto, fatto confluire nell’INPDAP a sua volta volta in attivo fino al 2006, ma assorbito dall’Inps con una voragine creatasi in pochi anni per le anticipazioni sulla spesa sanitaria, dal Prodi bis in poi, e l’assorbimento delle Casse delle pensioni d’oro, già in passivo di 4 miliardi dopo pochi anni dall’adozione dell’euro.

Una volta c’erano i versamenti dei lavoratori intangibili ed intoccabili e c’era una cassa che garantiva solidità e solidarietà a chi serve lo Stato di tutti e lo fa tutti i giorni.
Una volta si potevano fare riforme e turn over e gli insegnanti potevano invecchiare arrotondando con le lezioni private la pensione (che le troppe tasse e la malasanità rendono troppo magre) ed dedicare il proprio tempo a tanto utile volontariato ‘vero’.
Oggi, anche i migliori neolaureati devono attendere anni per un concorso e chi è nel tempo giusto per mettere su famiglia deve arrotondare le lezioncine con la speranza di qualche spicciolo di  supplenza, dopo aver studiato anni per, forse, nulla, visto che il lavoro c’è, ma al call center.

I dati dimostrano che i docenti – nel mondo, non in Italia –  possono staccare intorno alla cinquantina per lasciare il posto a chi ne ha meno di trenta, è fresco di studi e carico di speranze.

Detto questo, non credo sia necessario spiegare cosa dovevamo già aver fatto per dare all’Italia una ripresa ‘possibile’, un futuro ‘vero’ e una fiducia internazionale ‘solida’.

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Tagli alla Sanità, la verità: la Politica ha abdicato, si tagliano servizi ma non la Casta

17 Gen

La Legge di stabilità permette ai Consigli Regionali di intervenire sulla Sanità entro il 31 gennaio per determinare i nuovi piani di bilancio dei rispettivi Servizi Sanitari Regionali ed attuare le economie necessarie.

Qualcuno li chiama ‘tagli alla sanità’, ma non sa o non ricorda che 30-40 miliardi del buco nero delle pensioni ex Inpadp (dipendenti pubblici) si creò proprio per ‘anticipazioni’ al sistema sanitario sotto l’egida di Tremonti e se oggi le pensioni di tutti ed il turn over della PA sono bloccati è a causa di questo.
Una vera vergogna, dato che quelli ‘anticipati’ (e mai tornati indietro) erano i soldi versati dai lavoratori.

Ancor più vergogna, se ricordiamo la deontologia che dovrebbe caratterizzare il settore Salute e poi scopriamo di intere ASL arrestate per mafia, di enormi policlinici saccheggiati da qualche ‘mondo di mezzo’ e ora sull’orlo del fallimento, di centinaia di migliaia di risarcimenti assicurativi per responsabilità professionale eccetera.

Dunque, non parliamo di tagli, bensì di RISANAMENTO e la stampa seria dovrebbe pur raccontarlo a qualcuno, specialmente se – andando alla pagina dell’economia – leggiamo le storie non edificanti di cui sopra.
Storie di cui la Rete gronda e che non stiamo qui a raccontar tutte, tanto ne bastano un paio per capire da che parte dovrebbero andare i ‘tagli’ e dove reinvestire le ‘economie’.

Roma è l’esempio ideale: ha un’enorme disponibilità ospedaliera e specialistica, ma il Recup ti da appuntamento a sei mesi forse meno forse più, anche se poi i conti presentano una spesa ospedaliera che che sfora del 50% la media nazionale e si paga un Irperf da record. Bella anomalia, eh?

Analizzando lo scenario troviamo che interi reparti e schiere di malati sono affidati a medici che sono nati nel 1948 o giù di lì, dimenticando che si va in pensione anche per sopravvenuti limiti di età biologica e tecnologica, ma soprattutto che ci costano il doppio.

Questo il motivo per il quale il Lazio taglia posti letto e prestazioni ai malati, ma non posti di lavoro. Secondo questa logica, ma non la nostra, costerebbe di più azzerare un reparto o un ambulatorio, che ‘si ripagano mentre funzionano’, piuttosto che ridurre di uno specialista, pagato decine e decine di migliaia di euro all’anno, se non centinaia, in un reparto dove ce ne sono già sei o sette della stessa specialità.
Perchè continuare a riconfermare medici ormai ultrasessanticinquenni e pure pensionati su incarichi, funzioni e poltrone che – di norma – dovrebbero almeno essere occupate da personale in effettivo servizio, che percepisce uno stipendio anche dimezzato rispetto ai soliti ‘ex sessantottini’.
Perchè tenerci un medico di sessanticinque anni a passa, che ha difficoltà persino con la posta elettronica, quando ne potremmo avere uno di quaranta con pedegree internazionale a metà del costo, senza dover licenziare due ausiliari o chiudere un ambulatorio oppure alzare Irperf e ticket?

Detto tutto no? No, manca ancora qualcosa.

Ad esempio il Contratto di lavoro dei medici, che possono essere adibiti a mansioni diverse, ma solo “fatte salve le eventuali specializzazioni di cui è in possesso ed esercitate all’interno della Struttura sanitaria”. Una vera mattanza, se vent’anni fa assumemmo tanti cardiologi e gastrenterologi ed oggi la prevenzione e i farmaci migliori ne hanno ridotto l’esigenza, teniamo aperti lo stesso i loro reparti consumando le risorse che andrebbero ai ‘nuovi’ settori e specialità mediche e raccondando ai cittadini che la colpa è dei tagli.
Risultato? Un intero ambulatorio di gastroenterologia che in una giornata fa la metà delle gastrocolonscopie o dei test al lattosio, ad esempio, con il doppio del tempo, il triplo del personale ed il quadruplo dello spazio rispetto a un ottimo poliambulatorio privato o convenzionato. Ci può stare.

Il risultato però è che i malati (speccie i quattro milioni di ‘rari’) che non trovano allocazione in un simile girone infernale vagano da uno specialista all’altro, con esami costosi, che – incredibile ma vero – vanno a dissanguare le loro tasche e quelle dei loro corregionali, manentendo funzionanti interi reparti che senza questo vagare non avrebbero ragione di esistere.
E tutto accade mentre nel Lazio vige una delle Irperf più gravose d’Italia, mentre oltre il 40% della popolazione è anziano, con il risultato che chi oggi contribuisce vede gran parte delle risorse destinate non a se o ai propri figli, bensì ai servizi geriatrici, come accade sia per la Sanità che per il Welfare.

E poi, c’è la questione che un privato assumerebbe un medico come direttore sanitario, un manager come direttore amministrativo. Una questione di buon senso, giusto? A Roma no e non solo lì.
Una vera e propria occupazione dei vertici amministrativi, se accade che siano dei laureati in medicina (e non in economia) a coordinare management, servizi, prestazioni, forniture eccetera per milioni e milioni di euro e di persone. Una mostruosità facile da comprendere, se si sa che i dirigenti scolastici non possono accedere a qual livello di dirigenza, soprattutto perchè molti non hanno le lauree in diritto o economia e che nel Lazio si rende possibile grazie a quasi quindici anni di Commissariamento più o meno ininterrotto.

Cosa pensare se la norma ha previsto un Commissario ad acta se la politica è incapace a governare /risanare e ci ritroviamo che il Presidente della Repubblica ha nominato non un manager, non un notabile o un contabile, ma lo stesso Presidente della Regione che è finita nel commissariamento e che questo accade praticamente da 15 anni?
Prendiamo atto che dietro l’opaco scudo di un Commissarimento ‘politico’ ed ‘eterno’, tutto il Sistema Sanitario del Lazio è in mano a laureati in medicina (non politici, non manager), cosa che ci indica ‘senza se e senza ma’ quale sia l’origine del problema.

Ma al peggio non c’è limite, perchè lo stesso problema lo ritroviamo in Parlamento, dove circa il 10% degli eletti proviene dal sattore sanitario, e al Senato, dove la Commissione Igiene e Salute è composta quasi completamente da ‘tecnici’ e non ‘politici’: su 28 componenti ben 13 sono medici, altri 5 sono biologi, farmacologi o infermieri e sono 6 i dipendenti di Inps o enti locali. Solo due gli esponenti di partito e due gli economisti.
Zero esponenti dell’associazionismo (malati e/o consumatori). Zero rappresentanza per ricerca (scienza) e mondo civile (etica). Di cittadini ‘qualunque’ zero, proprio zero. Zero, persino, le onnipotenti case farmaceutiche.

Se qualcuno si chiedeva chi/cosa rappresentasse la Casta nel Parlamento eletto nel 2013, questo potrebbe essere un indizio rivelatore. Anche perchè … grazie ad una recente norma, se un medico lascia uno sbrego a un malato (colpa lieve) praticamente non gli capita nulla, mentre se lo fa un genitore al figlio o un insegnante ad un alunno son sette anni di guai.
Ma il colmo è che, andando per tribunali, con buona parte della PA che ogni tanto incappa in qualche sentenza, accade che non v’è traccia di sanitari che incappino in irregolarità amministrative pur essendo cartelle e certificati atti come tutti gli altri. Come sia possibile, dato che molti potrebbero non aver studiato una riga di diritto, resta un mistero, ma i risultati del ‘va tutto bene’ … ce li troviamo poi nelle fatture e nei ticket per i farmaci e i laboratori.

Con uno scenario così – e ci siamo soffermati solo sugli aspetti ‘strutturali’ – non ci vengano a parlare di ‘tagli alla sanità’ chiedendo al governo di sborsare altri 4 miliardi che verranno sottratti agli esodati, ai pensionandi ed ai giovani disoccupati che attendono, per salvare posizioni apicali e dirigenziali mentre si tagliano i servizi ai malati.
Iniziamo, dunque, a parlare di tagli del personale sanitario, almeno per quanto riguarda coloro che abbiano l’età di pensionamento e/o doppi incarichi, se vogliamo dare più servizi con meno spese iniziamo a fare reparti e ambulatori dove ci sono due infermieri, un medico assistente e un medico strutturato, come ovunque, e non un infermiere e tre medici, di cui due primari ed uno pensionato riconfermato … e pretendiamo che tutti sappiano usare il computer a menadito, che già per stampare un’impegnativa, a volte è un’avventura.

E basta commissariamenti ‘politici’: o la Politica ci mette la faccia oppure – se i conti non tornano – che intervegano i pubblici ministeri od i super magistrati come Cantone, come per tutto il resto della pubblica amministrazione.

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Pensioni: tutto quello che Tito Boeri (non) farà

30 Dic

Arriva il ‘compagno’ Boeri al timone dell’Inps e il primo ‘fatto’ è che a partire dal 2016 saranno necessari 4 mesi in più per andare in pensione.
Non che sia ‘colpa’ sua, dipende tutto da automatismi determinati da Elsa Fornero anni fa: secondo le statistiche Istat sono aumentate le probabilità che un uomo e una donna di 65 anni d’età hanno di continuare a vivere.

Una formula ‘geniale’ che verte sulla stramba idea che un sessantenne, sapendo di poter vivere fino a 85 anni anzichè fino a 78, diventi automaticamente longevo e resti efficiente, resistente e ‘innovabile’ sul lavoro come se ne avesse cinquanta.
Il tutto senza considerare un grave errore di metodo, visto che chi ha sottoposto l’atto ai ministri di competenza, non sembra aver segnalato che … almeno un terzo dei lavoratori over55 attuali risulta essere, per la stessa Istat, in condizioni di salute non buone e – specie se protrarranno l’atteso pensionamento – di sicuro hanno una aspettativa in vita inferiore alla media … oltre a costare di più per il nostro sistema sanitario.

Dunque, la prima mission di Tito Boeri dovrebbe essere quella di arrestare un meccanismo così palesemente errato, iniquo e pregiudiziale, oltre che prima causa di recessione, disoccupazione giovanile eccetera eccetera.
Dove trovare le risorse è compito del governo e non dell’Inps, dato che fu un altro governo (e parlamento) a cominare un tale pasticcio.

Se i denari deve metterli in governo, è viceversa di Tito Boeri l’onere e il privilegio di abrogare quanto prima possibile una norma Inps particolarmente iniqua: quella che – dal 2010 – limita gli scivoli pensionistici SOLO a partire dalla data di riconoscimento da parte dell’Inps, che spesso avviene dopo anni ed anni e solo a seguito di lunghi preregrinare e dure battaglie legali – e non a partire dalla effettiva sintomaticità /diagnosi – per i malati rari cui sia riconosciuta la gravità e l’invalifità superiore al 74%, mentre per altre malattie congenite più diffuse resta la opzione automatica per il pieno diritto alla pensione anticipata di cinaue anni.
Una bella carognata a danno di malati rari (che in totale sono però milioni) dei quali le statistiche raccontano sia gli anni di ritardo nel pervenimento a diagnosi sia le difficoltà diffuse – specie a sud della Toscana – nel ottenere l’accesso alle cure.

Dunque, sarà facile capire se Tito Boeri è l’uomo giusto al posto giusto.

La mossa successiva?
Battere cassa al governo per il ‘rientro’ di almeno parte dei 45 miliardi e passa di euro di cui l’ex Inpdap si è esposto a copertura delle pensioni d’oro delle casse delle alte dirigenze (2008), ad ‘anticipazione’ della spesa sanitaria delle Regioni (2009-2011), oltre a quanto carente come contribuzione del datore di lavoro (sic!).
Sbloccare alcuni diritti essenziali dei lavoratori gravemente malati e … almeno collocare le pensioni d’oro in un fondo apposito, gestito dai sindacati e del tutto scorporato dall’Inps … con tanta fortuna per tutti, amen.

Solo così ci saranno le risorse per un reddito di cittadinanza da 900 euro lordi (6-700 netti a seconda dei tributi locali), che è la via giusta per combattere lavoro nero, mafie e declino e per sostenere la microeconomia, la flessibilità occupazionale, la formazione permanente, la crescita e i consumi, le fasce sociali più esposte (famiglie monogenitoriali, anziani, invalidi).
Solo così ci saranno i denari per introdurre norme pensionistiche analoghe a quelle che garantiscono il turn over generazionale, ovvero l’innovazione e la crescita nei consumi, nelle infrastrutture, negli stili di vita e nel benessere.
Damiano aveva ragione, Fornero no: gli esperti e i lobbisti europei potranno dire quel che vogliono, qui da noi tra un po’ lo insegneremo anche alle elementari.

La questione non è se Tito Boeri sia un galantuomo, tutto lascia credere che lo sia, ma se avrà la forza di ottenere dal governo e dal parlamento un centinaio di miliardi di euro per risanare, riformare e sbloccare l’Istituto nazionale di previdenza sociale, che sarebbero comunque spiccioli rispetto ai quattrini che con Mario Monti e Enrico Letta abbiamo profuso per salvare banche, casse e compagnie aeree.

Per ora Matteo Renzi ha posto il veto a tutto questo nel discorso di fine anno, perchè convinto che il suo governo durerà fino al 2018 se riuscirà ad evitare la scissione del Partito Democratico.

Ma per capire da che parte vanno gli italiani, CGIL e UIL o i ‘dissidenti del Pd’ che continuassero ad opporsi a qualunque intervento sul ‘lavoro’ (e sulle pensioni o il welfare), come i Cinque Stelle che continuano dopo due anni a non star nè di qua nè di là, potrebbero prendere atto che gli scioperanti ‘generali’ di due settimane fa erano in totale meno della metà degli elettori di Salvini e Meloni … che messi insieme non sono ormai troppo lontani dai numeri che contano.

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