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La grande bugia (che accomuna Berlinguer, Prodi e Renzi)

24 Mar

Quando avevo 20 anni, Enrico Berlinguer annunciò i ‘sacrifici’, che equivalsero a dire che noi giovani diplomati e laureati dovevamo aspettare per salvare il lavoro dei padri di famiglia con le medie e le scuole professionali.

Quando ne avevo 40, furono Romano Prodi a spiegarci che il lavoro era finito, ce lo dovevamo inventare creativamente, ma che il mondo restava solidale, così c’era pure da pagare welfare e pensioni dei nostri padri

Adesso che vado per i 60, Matteo Renzi mi spiega che va sacrificato il lavoro dei padri di famiglia diplomati e laureati, mettendoli per strada da anziani, per dar lavoro a giovani senza una professione, preavvisandomi che costoro non verseranno mai abbastanza contributi neanche per se stessi grazie alle leggi sul lavoro precario che Antonio Bassolino emanò.

Dico … ma – visto come è iniziata la ‘storia’ e la quantità di ‘balle’ che lo ‘stesso partito’ ha riservato ad un’intera generazione, almeno Renzi potrebbe rivolgersi ai padri di famiglia del 1977, che costituiscono quasi il 30% dei residenti e versarono tutto pre-inflazione e pre-contributivo, anzichè a quelli del 2007, che sono si e no il 10% e bene o male hanno versato il giusto?

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Scuola 2.0: la Regione Lazio non c’è

12 Feb

Persino la ‘disastrata’ Regione Campania ha stanziato per le scuole – in data 26 gennaio 2015 – 11 milioni per defibrillatori, 305 milioni per tablet e rack, 84 milioni per ausili agli studenti handicappati.
E la Regione Lazio cosa fa?

Nulla o quasi.

Gli interventi per assicurare ai minori con disabilità l’assolvimento dell’obbligo scolastico e la frequenza alle scuole di istruzione secondaria superiore ammontano a meno di 1,5 milioni. Poco più di 2 milioni per la concessione di contributi on demand per progetti nelle scuole. Poco altro ancora. Stop.

Eppure, per dimensioni e caratteristiche, la Regione Lazio dovrebbe poter mettere in gioco più o meno le stesse risorse che la Campania spende per innovare ed investire su salute e futuro.
Dove saranno finite?

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Una manovra contro di noi

30 Ago

Questo è tutto quello che le generazioni nate tra il 1925 ed il 1950 hanno riservato a noi che siamo nati dopo di loro.
E’ iniziata quando avevamo ancora 15 anni, cambia poco se fossero gli Anni Settanta, Ottanta o Novanta e, dopo 20-30 anni, continua ad andare così.

Una letale e brutale corsa senza traguardo e senza vincitori: una generazione in esubero da “smaltire”.

Siamo tutti vittime di due generazioni abbarbicate alle poltrone del potere, che mai hanno voluto ascoltare ipotesi, teorie e soluzioni diverse da quelle che a loro facevano comodo in quel momento.
Predatori, che ci hanno portato alla rovina arraffando tutto quello che c’era, durante il Boom economico, e che intendono continuare a farlo finchè ci sarà sangue e linfa da succhiare.

Le loro pensioni non si toccano, le nostre si.
Fuckin’ bastards …

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Le pensioni dei laureati e l’iniqua manovra

29 Ago

Le prime anticipazioni dei media su quanto concordato dagli esponenti della Lega e del PdL riuniti a Villa Certosa raccontano di un’altra iniqua legge a carico dei lavoratori italiani.

I titoli recitano il canonico “stretta sulle pensioni”, ma nella realtà si tratta di una stretta sui lavoratori laureati del settore pubblico: “il calcolo verrà effettuato solo in base agli “effettivi anni di lavoro” e non dovrebbe più tener conto degli anni di servizio militare prestato e degli anni universitari.”

In pratica, sono 4 anni di servizio in più per tutte le posizioni da laureato del settore pubblico.

Cosa giusta? No, iniqua e controproducente.

Innanzitutto, precisiamo che i laureati del settore pubblico devono pagare una congrua somma per riscattare gli anni di studio universitario, spesso versando l’intero equivalente dei contributi dovuti.

L’INPDAP, l’ente di previdenza che copre questi lavoratori, è  in ottima salute ed è talmente ricco che, se svincolato dal Ministero dell’Economia, avrebbe addirittura i capitali per rinegoziare i prepensionamenti necessari a far posto a giovani ed innovazione, nelle scuole, come negli ospedali o nelle  università.

Inoltre, l’INPDAP, in base alle regole di bilancio europeo, non dovrebbe vertere direttamente sulle spese dello Stato e non si comprende quale sia il beneficio in termini di manovra o di minor spesa.

Va anche aggiunto che il “computo degli studi universitari” è frutto di lunghi anni di battaglie professionali e sindacali, dato che  i laureati entrano nel mercato del lavoro diversi anni dopo i diplomati, perchè devono, a proprie spese, acquisire le conoscenze e le competenze di livello universitario necessarie al lavoro che faranno, in un paese che non è affatto prodigo di ostelli, borse di studio e meritocrazia.

Una vera cattiveria, specialmente se consideriamo che non tutte le categorie sono effettivamente colpite da questa norma: i docenti universitari, i magistrati ed i medici già adesso tendono a rimanere in servizio fino od oltre il 65° anno di età. Le categorie di laureati effettivamente colpite dall’azzeramento del riscatto pensionistico degli studi universitari sono quelle della scuola (precari ed alunni inclusi), dei neoassunti (che difficilmente matureranno i 40 anni di base pensionistica) e dei malati cronici (costretti a trascinarsi al lavoro per quattro anni extra).

La cattiveria, per inciso, non sta solo nel tipo di categorie colpite, ma nel sistema pensionistico pubblico, che non consente alcuna forma di negoziazione su TFR e computo pensionistico per i malati, come invece è possibile nel settore privato e con le assicurazioni.

Una vera iniquità, non solo verso giovani ed invalidi, ma anche verso chiunque non sia già pensionato, visto che restano intatte le pensioni d’anzianità e d’annata, cioè proprio quelle per le quali i contributi versati sono esigui a confronto con le somme percepite.

Una svista epocale, quella di prolungare il servizio ad un paio di milioni di laureati, se consideriamo i promessi tagli alla pubblica amministrazione, la quantità di precari che attendono da anni, l’urgenza ultraventennale di riformare ed innovare.

Una vergogna, che non sarà facile emendare.

Un’Italia che non cambia

20 Gen

Sono stupito da come i media, la finanza e la politica stanno reagendo alla situazione di progressivo deterioramento della nazione italiana.

Uso il termine “nazione”, perchè in uno Stato di diritto nessuno dovrebbe avere dubbi sul fatto che un consenso elettorale pregresso non può impedire nè l’accertamento e la giudicabilità di eventuali reati nè la decadenza dalla carica, se si è continuamente soggetto di pubblico scandalo.
Come si sia arrivati a questo, come ogni italiano colto sa, è una vicenda lunga almeno 150 anni. Paghiamo oggi la colpa di non aver mai rinunciato al Trasformismo, i cui attori finanziari esistono ancora oggi, nè risolto la Questione romana e l’anticlericalismo che ne discende, nè attuata la politica mediterranea che aveva rafforzato i precedenti regni ed imperi, nè affermato pienamente lo stato di diritto, che è conditio sine qua non della coesione sociale.

Nell’attuale, non dovremmo meravigliarci se la gente è attonita: diffida profondamente del nuovo che arriverà dopo Silvio Berlusconi.

Solo uno sprovveduto crederebbe di poter risistemare il paese senza mandare a casa lo stuolo di alti dirigenti pubblici che hanno fatto carriera in questa Italia, devastata, sprecona ed indigesta, che loro (e chi mai se no?) hanno prodotto ed in cui noi tutti siamo finiti.

La percezione corrente è che nessuno dei “poteri futuri” ha l’intenzione di fare questo, poiché si crede di poter riformare il paese con gli stessi boiardi che, durante gli ultimi 10 anni, hanno sbagliato e fallato conti, che hanno relazionato a vuoto risultati immaginari, che hanno sempre ostacolato la politica migliore ed assecondato la peggiore, che hanno prodotto lo spreco e lo sfascio in cui viviamo.

Perchè noi tutti (cioè anche voi stessi) dovremmo aver fiducia dei “nuovi”, se questi, a loro volta, hanno fiducia negli scherani della Seconda Repubblica e credono di poter guidare un TIR con il volante che sterza dove vuole, le gomme gonfiate a casaccio, il carico eccessivo e sbilanciato, i freni fallati ed i fari a giorni alterni?
Che garanzie può dare ai cittadini (ed agli investitori)  un qualsiasi governo che confida nella corretta esecuzione delle sue leggi  da parte del raccomandato di turno e, poi, gli affida pure i rendiconti, con il solo risultato di accorgersi della situazione solo mesi ed anni dopo?

Abbiamo migliaia di direttori generali, ci costano un ira di dio, c’è lo spoil system, l’Italia va a pezzi e non solo ricevono incentivi e premialità per aver raggiunto gli obiettivi ma decidiamo pure di tenerceli quando arriverà il governo del “nuovo” per continuare a fare da guastatori?

Non è l’unico segnale che andrebbe dato all’opinione pubblica, ma l’avvicendamento dei vertici della PA  è essenziale per il paese come quello del personale politico e come l’ammodernamento di qualsiasi procedura, regolamento, sistema di valutazione, giudizio eccetera.