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Montalcino, sette milioni di euro nelle fogne

4 Dic

Giorni fa, a Montalcino, la cantina della Tenuta Case Basse ha subito l’attacco di ignoti che hanno aperto i rubinetti delle cisterne, lasciandole però intatte, e così versando negli scarichi circa 600 ettolitri di vino pregiato, l’intera produzione vinicola che riguarda le vendemmie dal 2007 al 2012.

Gianfranco Soldera, il proprietario, ha definito il blitz «un vero atto mafioso», i carabinieri ipotizzando ‘un atto vandalico’.  Eppure, parliamo di una azienda ‘purista’ del Brunello di Montalcino, la cui produzione media è di circa 15 mila bottiglie l’anno, con un prezzo medio di 165 euro a bottiglia.

Sono finite nelle fogne oltre 400.000 bottiglie di vino per un valore commerciale di circa 7 milioni di Euro da capitalizzare prevalentemente all’estero.

Un danno non solo per Montalcino, ma per le esauste casse italiane. Un danno gravissimo e non solo economico, visto che è un colpo letale per un noto ed apprezzato marchio vinicolo. Un danno che certamente non è opera di vandali, ma che è stato effettuato con uno scopo. Non a caso, la vicepresidente del Consorzio del Brunello di Montalcino, Donatella Cinelli Colombini, dichiara: «A mia memoria, non ricordo, nella nostra zona, un simile precedente. Un fatto che sgomenta e inquieta».

Scriveva il Sole24Ore, nell’estate 2011, che “secondo il primo rapporto Eurispes-Coldiretti, infatti, il crimine agroalimentare nel 2009 ha fatturato 12,5 miliardi, di cui il 70% (3,7 miliardi) reinvestiti in attività illecite”.

“La ‘ndrangheta, in particolare, seppure sempre più proiettata fuori dai confini d’origine, non abbandona mai il controllo sociale ed economico del territorio calabrese, rivendicando il proprio dominio sulle attività agricole e sulla pastorizia e intensificando le frodi ai danni della Ue. In Campania, i clan della camorra investono i capitali illeciti acquistando aziende agrarie, vasti appezzamenti di terreno e diversi caseifici”.

Ma non solo al Sud e nelle aree storiche di infiltrazione mafiosa al Nord: “la Dia segnala il coinvolgimento delle cosche mafiose nella gestione degli affari del mercato ortofrutticolo di Fondi, in provincia di Latina, ma indagini più recenti confermano penetrazioni dell’agrocrimine camorrista in altre regioni, come l’Umbria”.

Elisabetta Zamparutti, deputata Radicale e componente della commissione Ambiente, ha presentato al Governo Monti, il 18 gennaio scorso, nella persona dei ministri Cancellieri, Passera e Clini, un’interrogazione relativa le iniziative da prendersi per contrastare la “colonizzazione delle reti commerciali alimentari, da parte del crimine organizzato, con l’imposizione di manodopera e di servizi di trasporto”, menzionando uno studio Coldiretti-Eurispes secondo il quale “i prezzi della frutta e verdura triplicano (+300 per cento) dal campo alla tavola per effetto delle infiltrazioni criminali nelle attività di autotrasporto in un Paese dove oltre l’86 per centro dei trasporti avviene su gomma e la logistica incide per quasi un terzo sui costi di frutta e verdura … il giro d’affari delle attività della criminalità organizzata nel solo settore agroalimentare ammonterebbe a 12,5 miliardi di euro”.
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Aggiungiamo che sarebbero 400.000 i lavoratori ‘a nero’, di cui oltre 50.000 accampati alla meno peggio, con percentuali differenti: 90% al Sud, 50% al Centro e 30% al Nord.

Una produzione meridionale che costerebbe ben di più se realizzata senza evadere leggi e tasse, come conferma L’Espresso che , nel 2009, scriveva come “per sei mesi all’anno, il primo anello della catena alimentare degli italiani sono gli ortaggi freschi coltivati in 4 mila ettari di serre tra Licata, Gela e Pachino”, “al centro della rete produttiva c’è il mercato ortofrutticolo di Vittoria, che è il più grande del Sud: un alveare di box che nell’ultima annata agraria, chiusa al novembre 2008, ha smerciato 2 milioni e 441 mila quintali di verdura”.

Una questione che questo governo sta sottacendo, mentre le mafie si espandono e si infiltrano in un sistema agroindustriale in crisi anche perchè vessato da balzelli e controlli eccessivi senza ricevere, dallo Stato, in contraccambio legalità sul territorio e sicurezza sociale.

Atti vandalici a Montalcino o preciso disegno criminoso? Cosa fa il Governo?

AGGIORNAMENTO: Era un preciso disegno criminoso. È stato arrestato dai carabinieri un ex dipendente dell’azienda vinicola «Case Basse» di Montalcino, Andrea Di Gisi, 39 anni. Avrebbe congegnato il suo piano per rancore verso il suo ex-datore di lavoro e, non a caso, il reato contestato è quello di sabotaggio.

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Immigrazione: Italia cinica e sprecona

23 Lug

Tra le tante nubi che si addensano su Mario Monti e la maggioranza che lo sostiene c’è quella dei ‘diritti umani’ e delle ‘politiche migratorie’, per le quali, anche in questo caso, c’è ormai da rendere – amaramente – conto alle agenzie internazionali ed all’Unione Europea, oltre che, come vedremo, alle tasche degli italiani.

Infatti, secondo Amnesty International, nel rapporto Sos Europe, ha confermato che  il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri e il leader del Consiglio nazionale di transizione libico Mustafa Abdul Jalil hanno sottoscritto «un patto segreto» per ‘arginare l’emigrazione dalle coste africane.

Inoltre, la Commissione Europea ha appena ricevuto il rapporto Human Cargo  – della Ong tedesca Pro Asyl e del Consiglio Greco per i Rifugiati – che dimostra come l’Italia avrebbe rispedito in Grecia arbitrariamente migliaia di extracomunitari, molti dei quali minorenni, senza alcuna valutazione individuale dei loro casi.

Le accuse sono gravissime: ai migranti non sono state richieste neanche le generalità e la nazione da cui provenivano,  numerosi minori sono stati registrati come maggiorenni e respinti, dopo essere «stati picchiati, presi a pugni e a calci dalle autorità italiane nelle stazioni di polizia»,  i migranti sono stati rinchiusi in luoghi inumani dove non erano presenti neppure i servizi igienici.

Il rapporto precisa che molti di questiextracomunitari tentavano di raggiungere i Paesi Bassi o gli Stati scandinavi dove le procedure di asilo sono più semplici, cosa che sarebbe stata loro possibile – senza particolari fastidi per alcuno – se l’Italia e la Grecia avessero rispettato gli Accordi di Schengen.

La causa di tutto ciò?
Innanzitutto, la legge Maroni sull’imigrazione ed i respingimenti, emenata giusto due anni fa, tra rilevanti proteste nazionali e soprattutto internazionali, è ancora pienamente vigente. Come è ‘di nuovo’ vigente l’accordo con la Libia e possiamo immaginare che il deserto, oggi come ieri, sia la prescritta punizione per  chi cercasse di salpare.

Ma la questione sta a monte e ce la spiega molto efficacemente il sito di Medici senza Frontiere.

“Tra l’estate e l’autunno del 2008, due equipe di MSF composti da medici, infermieri, operatori sociali e mediatori culturali, hanno visitato 21 centri per stranieri, controllato gli edifici, intervistato numerosi immigrati e personale a carico -i gestori sono associazioni private-.
Tre sono i tipi di centri che esistono in Italia: CIE: centri di identificazione ed espulsione, per immigrati senza permesso di soggiorno, CARA: centri di accoglienza per i richiedenti asilo e migranti e CDA: centri di accoglienza.

Il rapporto parla di “atteggiamento ostile (verso MSF) da parte dei gestori” in alcuni centri, di mancanza di beni di prima necessità come coperte, vestiti, carta igienica e riscaldamento, di promiscuità, episodi di violenza ed abusi, di “container fatiscenti” dove vivono gli immigrati, di insufficiente assistenza sanitaria, legale, sociale e psicologica.

Segnali di malessere – anche di rivolta in alcuni casi – da parte degli immigrati sono stati registrati in tutti centri dove, tra l’altro, convivono vittime di tratta, di sfruttamento, di torture, di persecuzioni, tossicodipendenti, ex detenuti, e stranieri da anni in Italia, con un lavoro non regolare, una casa e una famiglia.”

Precisiamo che i centri per l’identificazione e l’espulsione degli stranieri irregolari sono uno strumento diffuso in tutta Europa in seguito all’adozione di una politica migratoria comune sancita negli Accordi di Schengen del 1995. Il problema, dunque, non è nello ‘strumento’, ma nella funzione attribuita dalla norma nazionale e dalla gestione attuata in loco.

L’incredibile è che i Centri di Identificazione ed Espulsione non sono gestiti da brutali contractors, ma nella maggior parte dalla Croce Rossa Italiana, ma anche dalla Confraternita delle Misericordie d’Italia (Modena, Bologna, Lampedusa e Linosa) o da cooperative (Lamezia Terme, Restinco, Gradisca d’Isonzo) e da associazioni appositamente fondate (Caltanissetta), come riporta Wikipedia.


Nel 2011, erano in funzione una trentina di Centri, per un totale di 4-5.000 reclusi, nei siti di Bari-Palese area aeroportuale, Bologna Caserma Chiarini, Brindisi Loc. Restinco, Caltanissetta Contrada Pian del Lago, Lamezia Terme, Crotone S. Anna, Gorizia Gradisca d’Isonzo, Milano Via Corelli, Modena Località Sant’Anna, Roma Ponte Galeria, Torino Corso Brunelleschi, Trapani Serraino Vulpitta, Trapani loc Milo, Agrigento ASI/Contrada San Benedetto, Lecce San Foca Regina Pacis, Mineo (CT), Manduria (TA), Marsala (TP), Torretta (PA), Carapelle (FG), San Pancrazio Salentino (BR), Monghidoro (BO), Sgonico (TS), Clauzetto (PN), Castano Primo (MI), Boceda (MS), Front (TO), Ciriè (TO), Santa Maria Capua Vetere (CE), Palazzo San Gervasio (PZ), Trapani – località Kinisia.

Quanto alle spese, dai 103 milioni di euro stanziati per il 2011, siamo arrivati a più di 174 nel 2012 (cap.2351) e oltre 216 per il 2013 e per il 2014. Il prolungamento del periodo massimo di trattenimento dei migranti da 6 a diciotto mesi (legge 129/2011) aumenterà ulteriormente i costi della detenzione.

Duecentocinquanta milioni l’anno per 5.000 reclusi mediamente presenti rappresentano 50.000 euro di costo ‘pro capite’ annuo, senza contare i costi del viaggio (ndr. Alitalia, mica Ryan Air …).
Viene naturale immaginare quanti possano essere quelli che neanche identifichiamo per non doverli poi  costosamente detenere, come accaduto, a quanto pare, per quelli provenienti dalla Grecia e, probabilmente, per quant’altri che, seppur delinquenti abituali, circolano con inopportuna libertà, come le cronache delle rapine in villa, dello spaccio di strada, dello sfruttamento della prostituzione e degli incidenti stradali raccontano.

Come viene naturale chiedersi cosa ne sarà dei CIE, quando la Croce Rossa Italiana verrà abrogata ed, almeno in linea di principio, se dei centri di principio possano essere affidati a privati, come in USA, a prescindere che si tratti di contractors, fondazioni od onlus.

Non trovate che ci sia qualcosa di oscenamente errato in tutto ciò?

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Cedere le Terre di Stato: una bella idea da verificare

22 Ott

Si inizia a parlare, finalmente, di agricoltura. Si parte dalle cosiddette “terre di Stato”, ovvero dei 338.127,51 ettari di terreno coltivabile, in termini tecnici Sau, che attualmente sono di proprietà dello Stato e sono sottoutilizzati.

“La Coldiretti ha presentato una proposta: vendete questa terra ai contadini, servirà anche a permettere l’accesso alle campagne a nuovi agricoltori, soprattutto giovani. E lo Stato, in cambio, incasserebbe una bella cifra: 6 miliardi e 221 milioni di euro.”

Lo riporta La Repubblica, confermando, stranamente sottolineature,  il “si può fare” del ministro Romano, proprio quello quello indagato per mafia, che passando dall’opposizione al PdL salvò Berlusconi tempo fa. Strano vero?

350mila ettari ceduti ad imprese in grado di investire ed essere produttive per di difendere l’occupazione ed il made in Italy o dispersi tra una miriade (centomila o quanti?) di “contadini”, “nuovi agricoltori”, “soprattutto giovani” che vivranno di sussidi e marachelle in balia dei soliti prepotenti?

L’idea di “incassare 6 miliardi e rotti di Euro” è allettante per l’Italia e per l’Europa, ma siamo sicuri che il “sistema agroalimentare”, nel tempo, non ci verrebbe a costare di più, se la cessione dovesse attuarsi senza intervenire complessivamente sull’agricoltura, sulle aziende agricole e sui sussidi, sulle leggi che normano il settore, sul necessario protezionismo che l’UE dovrà attuare a fronte di un’enorme immissione sul mercato di terreni coltivabili?

Quali aiuti ed incentivi risulteranno “sani” e quali “perversi”? Come reagiranno i mercati ed i prezzi? Quali studi di settore? Oppure ritorneremo alla mera sussistenza col pretesto di “aiutare i giovani”? Ed il rischio del riciclaggio e delle mafie?

Le prospettive, infatti, possono essere piuttosto lusinghiere od affatto, a seconda di quale impianto normativo dovesse accogliere, strutturare e rilanciare l’ingigantito sistema agroalimentare italiano che, a dire il vero, aspetta ancora le riforme promesse da Garibaldi per sollevare i Siciliani.

Basti dire che, oggi, l’agricoltura contribuisce al PIL nazionale per il solo 4% e che, con l’attuale livello di produttività, liberare 350.000 ettari significherebbe creare un ulteriore esercito di sussidiati e di sfruttati, dalle quote latte alle coop, ai consorzi ed alle “aziende familiari”, dai mercati all’ingrosso al lavoro nero dei migranti ed il caporalato.

Si pensi, ad esempio, ad una famiglia di un piccolo proprietario di 20 ettari coltivabili, che ne affitta la parte eccedente a quella per rientrare nei limiti della conduzione familiare per poi incassare ogni genere di sussidio … coltivando poco e nulla di quello che possiede. Oppure alle Coop, che a vedere l’elenco dei soci si capisce subito di trovarsi dinanzi ad una azienda di famiglia di medie dimensioni. Od, infine, alla frutta che troviamo ormai in tutti i supermercati, che è stata palesemente colta ben prima della completa maturazione e non se ne spiega il motivo, se non in una pessima distribuzione, visto che i campi da cui proviene sono spesso a meno di duecento chilometri. Per non parlare di quanto ci costano le calamità naturali a causa della scarsa consutudine a stipulare polizze assicurative. Sono tutti elementi che strutture come il MEF, Bankitalia o ISTAT, ma anche l’UE, possono, anche celermente, misurare o comunque stimare, sempre che non ne siano già in possesso.

La cessione delle terre di Stato è talmente massiva da richiedere una propedeutica riforma del sistema agroalimentare italiano.

Il modello a cui far riferimento, almeno in termini di mercato, è quello californiano, con coltivazioni al possibile estensive e sempre di buona qualità, strutture aziendali fortemente finalizzate al marketing e leggi che facilitano, ad esempio, i permessi da frontalieri per i messicani che lavorano nei campi.

La proposta di Coldiretti va ri-letta, dunque, in un’ottica che faciliti la concentrazione sia per una migliore produttività delle coltivazioni o per ottenere una maggiore e più stabile penetrazione nei marcati esteri, sia per avere quella forza contrattuale necessaria per contrastare le lobby che controllano i mercati logistici e per riassorbire i danni di calamità e crisi di mercato.

Quanto alla cessione delle “terre di Stato”, è opportuno che si obblighino  i privati ad investire in funzione degli incentivi statali ottenuti e che i controlli siano rigidi, se si vuole evitare non solo lo spadroneggiare delle mafie , gli sgravi per le holding cooperative od il sacco dei sussidi per l’agricoltura, per non parlare di potenziali nuove cementificazioni, ma soprattutto evitare lo sfruttamento di giovani ed immigrati, che possono essere tutelati solo da una norma che reintroduca la mezzadria, semplifichi i contratti “a giornata” e democratizzi associazioni, consorzi e sindacati.

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Tripoli è caduta: ministoria di un’insurrezione

23 Ago

Tutto iniziava il 17 febbraio 2011, il Giorno dell’Ira.

Migliaia di manifestanti scendevano in strada nelle città della Cirenaica, il regime uccide 6 persone e ferisce decine di manifestanti.

Dopo giorni di manifestazioni e dure repressioni, Bengasi e la Cirenaica insorgono il 23 febbraio . Migliaia di morti e massicce defezioni dei soldati del despota. Inizia la rivolta.

23 febbraio 2011 Un aereo con Aisha Gheddafi a bordo chiede di atterrare a Malta, ma il permesso viene negato. I media avanzano sospetti che il Colonnello stia trasferendo ed occultando capitali all’estero.

19 marzo Dopo un mese di stragi e pulizie etniche del regime, l’Aereonautica francese attacca le forze di Gheddafi in applicazione del mandato ONU.

20 marzo Alla missione si uniscono, progressivamente, gli USA, la Gran Bretagna, la Germania ed alcuni paesi della Lega Araba. L’Italia resta ai margini delle operazioni a causa dell’ambiguità delle sue relazioni con il tiranno.

26 marzo I ribelli riconquistano Brega e Ajdabija, puntando verso Ras Lanuf: inizia la ritirata dei lealisti.

11 aprile Inizia a formarsi un governo provvisorio libico e vengono fornite ampie rassicurazioni riguardo i contratti petroliferi siglati dal regime.

23 aprile Viene liberata Misurata, dopo oltre due mesi di assedi e di bombardamenti da parte dei lealisti di Gheddafi. Viene anche liberato il rimorchiatore italiano, Asso 22, rimasto bloccato lì.

30 aprile Iniziano gli attacchi missilistici al bunker del tiranno e muoiono uno dei figli dei tiranni ed alcuni nipoti. Gheddafi chiede, senza successo, di fermare i bombardamenti USA.

16 maggio Il procuratore Luis Moreno-Ocampo chiede l’emissione di mandati di cattura internazionali contro Gheddafi, il figlio Seif al Islam e il direttore dei servizi segreti libici Abdallah al Senussi.

26 giugno La Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja emette mandato d’arresto contro il Colonnello Gheddafi per crimini contro l’umanità insieme al figlio primogenito ed al capo dei servizi di intelligence.

22 agosto 2011 Gli insorti entrano a Tripoli ed inizia l’assedio al bunker del tiranno.

Questi i post passati che si sono occupati del Colonnello Gheddafi:

04-mar-10 Lo stile inconfondibile della Famiglia Gheddafi
04-mar-10 Gheddafi e l’embargo alla Svizzera: dopo il petrolio tocca ai datteri
16-giu-10 Il denaro che puzza
31-ago-10 Gheddafi, dall’Europa un silenzio di tomba
21-feb-11 Gheddafi e l’amico Berlusconi
23-feb-11 Libia, scoperti corpi bruciati (video)
24-feb-11 Massacri libici, affari italiani
23-mar-11 Libia, petrolio e guerra
04-apr-11 Non solo Libia
26-apr-11 Italia in guerra senza Bossi e Bersani?
11-apr-11 Libia, chi sono gli insorti
30-mag-11 Perché Al Qaeda attacca l’Italia?

Perché Al Qaeda attacca l’Italia?

30 Mag

La speranza generale, dopo l’annuncio dell’uccisione di Bin Laden, era che Al Qaeda potesse frammentarsi in coordinamenti regionali sempre più autonomi e, ovviamente, deboli.

I due attacchi ai militari italiani, a 48 ore di distanza l’uno dall’altro, non lasciano ben sperare, specialmente per il fatto che l’attentato di Herat era ben studiato e programmato.

Certo, le azioni sono ininfluenti dal punto di vista strategico, come ci ricorda Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi e Difesa, ma sono i ragazzi ad essere sotto il fuoco nemico e sarebbe bene sapere il perché.

Di sicuro, la congiuntura politica ci espone notevolmente.

Agli analisti del Jihad non sarannno sfuggite le vittorie elettorali che vedono in testa candidati che hanno avuto l’appoggio di tanti circoli e “centri sociali” pacifisti e/o antiamericani e/o filopalestinesi. E, d’altro canto, a sentire la Lega, dominus di questo governo,  l’Italia è talmente al lumicino da non potersi permettere neanche 3-4mila soldati in missione …

Da questo punto di vista, il ritorno strategico per Al Qaeda sarebbe enorme, se l’Italia abbandonasse la coalizione afgana od il Libano.

Inoltre, gli Jihadisti (sunniti, sefarditi o wahabiti che siano) hanno sempre considerato la Scia come una vera e propria eresia interna all’Islam.

Non va, dunque, trascurato il dato che gli italiani siano schierati, nella sostanza, a protezione dei territori controllati da Hezbollah sciiti in Libano e di quelli controllati da Gulbuddin Hekmatyar, il leader sciita che non si è mai associato nè con né contro gli occupanti ed il governo Karzai.
La notoria vicinanza di Massimo D’Alema verso gli Hezbollah e le relazioni vaticane con gli Ayatollah possono essere un fattore da considerare.

C’è, infine, il fronte nordafricano, con la Libia, martoriata dal caos e dai bombardamenti, e l’Egitto, dove la deriva integralista sembra avere solide radici nel sud e nelle smisurate periferie.

Anche in questo caso, l’Italia non gode di una posizione facile, sia per i rapporti molto utilitaristici con Gheddafi (ndr. prioritari sugli impegni NATO) sia, molto probabilmente, per le nostre politiche di respingimento (ndr. condannate dall’ONU) e  le migliaia di morti annegati nel Canale di Sicilia o bruciati dalla sete nei deserti e carceri libici.

Naturalmente, l’ultima cosa da fare è quella di ritirare i nostri soldati, che ci renderebbe deboli, ridicoli ed inutili agli di un mondo che non ci guarda più, da anni, con particolare benevolenza.

La prima da farsi dovrebbe essere il dimostrare di essere in grado di intervenire nell’area del Mediterraneo, come soccorsi in mare e come protezione armata delle popolazioni inermi. La seconda dovrebbe consistere in una “moratoria”, per i partiti e per le redazioni nostrane, ad una maggiore distanza  ed un minore entusiasmo verso certi (cosiddetti se non autoproclamatisi) “rappresentanti del popolo”.

Ovviamente, possiamo immaginare tutti dove andranno a parare, nei prossimi giorni, i talk show e le ben-pensanti dichiarazioni dei politici.

Italia in guerra senza Bossi e Bersani?

26 Apr

Sì ad «azioni aeree mirate» italiane in Libia. Questa la brief note con cui il Governo ha annunciato l’entrata in guerra dell’Italia.

Una decisione, come conferma il ministro degli Esteri Franco Frattini, che che poteva attuata ben quindici giorni fa, visti i toni tenuti dal rappresentante del governo provvisorio Jalil, in visita a Roma.
“Voi vi siete fatti ingannare dalla retorica di Gheddafi, ma noi che siamo i libici di Bengasi, i libici che dovrebbero odiare di più gli italiani, riconosciamo che voi non ci avete solo colonizzato: avete costruito il nostro Paese. E’ per questo ha continuato – che abbiamo bisogno di voi, proprio di voi, adesso: aiutateci.”
Un accorato appello, al quale Silvio Berlusconi aveva pubblicamente risposto, pochi giorni dopo, che “considerata la nostra posizione geografica ed il nostro passato coloniale, non sarebbe comprensibile un maggior impegno militare.”

Una mossa, imposta da Obama a nome evidentemente del Consiglio NATO, che potrebbe, almeno, riqualificare l’immagine italiana dall’imbarazzante amicizia di Gheddafi con Berlusconi, il quale, per l’appunto, si dichiara imbarazzato.

Una ripresa “obbligata” della politica italiana nel Mediterraneo, dopo 150 anni di stasi, che  riporterebbe le regioni ed i porti del Sud agli antichi fasti, con prevedibili ricadute (negative?) per le regioni padane e quelle “rosse”.

Infatti, se Calderoli annuncia un “Non con il mio voto”, aprendo un’ulteriore frattura nel governo, dalla riva opposta arriva un durissimo il comunicato di Emergency.
“Il governo italiano continua a delinquere contro la Costituzione e sceglie la data del 25 aprile per precipitare il Paese in una nuova spirale di violenza. Le bombe non sono uno strumento per proteggere i civili: infatti non sono servite a proteggere la popolazione di Misurata. La città di Misurata, assediata e bombardata da oltre due mesi, nelle ultime 24 ore ha vissuto sotto pesantissimi attacchi che hanno raso al suolo quartieri densamente popolati, anche per l’impiego di missili balistici a medio raggio”.
Intanto, il ministro della Difesa Ignazio La Russa precisa che  “non si tratterà di bombardamenti indiscriminati ma di missioni con missili di precisione su obiettivi specifici” per “evitare ogni rischio di colpire la popolazione civile”.
E Frattini conferma: «Bombarderemo obiettivi mirati, per esempio batterie anticarro, carrarmati, depositi di munizioni. Obiettivi pianificati dalla Nato, che ce li indicherà di volta in volta».

Quanto al popolo padano, Berlusconi rassicura (secondo lui) che “non occorre un nuovo voto del Parlamento, dunque non ci sarà nessuna spaccatura tra noi e la Lega come spera l’opposizione”.

L’opposizione?  Tace, imbarazzatamente tace, trincerandosi dietro “i limiti posti dalla risoluzione Onu”, come se non ci siano un popolo insorto, un dittatore efferato e tremila anni di storia comune.

Intanto, a Misurata l’assedio, la fame, la sete, le morti innocenti continuano.

Francia vs. Italia, cosa c’è di vero?

7 Apr

Silvio Berlusconi ha firmato il decreto, faticosamente concordato con la Tunisia, che prevede il rilascio di un «permesso di soggiorno temporaneo per protezione umanitaria» ai circa 26mila immigrati arrivati da gennaio ad oggi.

Secondo il nostro governo il documento consentirà loro di lasciare l’Italia, secondo la Francia “assolutamente no”.

Mentre Maroni tuona “Francia ostile!”,  il ministère de l’Intérieur, de l’Outre-mer, des Collectivités territoriales et de l’Immigration si limita a mandare una circolare e qui viene il bello.

La circolare francese (la trovate cliccando qui) dice molto chiaramente, tra le condizioni di regolarità per l’ingresso in Francia, che è escluso il ” permesso di soggiorno temporaneo per richiesta silo politico ai sensi della Convenzione di Dublino”.

Andando a cercare (lo trovate cliccando qui) cosa riporta il Ministero degli Interni possiamo leggere che “al richiedente asilo viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo, recante la dicitura “Convenzione di Dublino 15.6.1990”, che lo autorizza alla permanenza sul territorio nazionale per un mese e può essere prorogato fino a quando non verrà accertata la competenza dell’Italia all’esame della domanda di riconoscimento.”

I tunisini che accogliamo come richiedenti asilo ed ai quali diamo un permesso di soggiorno temporaneo possono solo “permanere sul territorio nazionale”, questo è quanto prevedono gli accordi di Dublino, la legge francese, il ministero diretto da Maroni.

Troppo facile addebitare ai cugini d’oltralpe il fallimento del “partito del fare” in politica estera ed energetica come in quelle sociali e dei flussi migratori e della sicurezza pubblica …

Bastava dare a quei tunisini un regolare permesso di soggiorno, per 6 mesi, e questo gli avrebbe consentito di recarsi, prima o poi, in Francia o Svezia, o chissadove. Ma come spiegarlo agli elettori della Lega dopo aver lapidato il tutto con un “fora de ball”?

Non solo Libia

4 Apr

Ho scritto della crisi libica mentre accadevano i primi eventi e l’impressione è che il fenomeno in atto sia molto più ampio della sola Libia o del Nordafrica.

Come non notare che, dopo la Siria,  solo Palestina-Israele manca all’appello del “Day of rage” e che, se non avverrà, potrebbe solo significare che Hamas è ovunque e che la repressione israeliana soffoca anche i laici palestinesi.

Oppure, come non rendersi conto che il disastro nucleare di Fukushima e l’intensità di certi eventi naturali mettono in crisi sia una certa visione dello sviluppo futuro delle nostre infrastrutture ed attivano un’ancor più spietata ricerca di risorse energetiche e minerarie.

Tornando ai crucci italiani sulla Libia, esistono dei “quid” che sono del tutto disattesi dall’informazione italiana, vuoi per interessi di bottega, vuoi per formazione risorgimentale, vuoi per appartenenza militante.

Questioni, tutte squisitamente politiche ed economiche, che sottendono ai quesiti ondivaghi con cui la pubblica opinione sta lentamente e confusamente apprendendo riguardo gli eventi molto variegati e le (poco) diverse posizioni.

Ad esempio, in uno scenario di superamento degli accordi coloniali del 1884, quale può essere mai il ruolo e le garanzie dell’Italia verso i paesi emergenti se lo stesso Meridione viene tenuto nel degrado con l’aiuto delle mafie?

Oppure, quale politica possiamo mai sostenere nel Mediterraneo, se tutto è deciso a Roma (che ha ormai accettato i “patti di Yalta” tra Saladino e Federico ai tempi delle Crociate) ed a Milano, che è più svizzera che penisola? Sarà un caso che il comando NATO sta proprio a Napoli?

Come rispettare la convenzione di Ginevra per i profughi, se negammo l’asilo persino ai fiumani, oppure garantire la firma delle Carte dei diritti ONU, se 4 milioni di italiani devono ricorrere ai banchi alimentari con la spesa pubblica che abbiamo?

E’ anche da quesiti come questi, che gli altri si pongono e noi no, che nasce la marginalità italiana nel contesto africano e mediorientale.

leggi anche Libia petrolio e guerra

con le mappe petrolifere

e Massacri libici, affari italiani

con i dettagli sulle nostre aziende

Libia, petrolio e guerra

23 Mar

La Libia possiede circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti e, con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, (10 volte quelli d’Egitto), supera la Nigeria e l’Algeria (Oil and Gas Journal). Al contrario, le riserve accertate di petrolio degli Stati Uniti sono dell’ordine di 20,6 miliardi di barili (dicembre 2008) secondo la Energy Information Administration. (fonte CoTo)

Le sue riserve di gas a 1.500 miliardi di metri cubi, ma la sua produzione è stata tra 1,3 e 1,7 milioni di barili al giorno, ben al di sotto della capacità produttiva secondo i dati della National Oil Corporation (NOC) l’obiettivo a lungo termine è di tre milioni di b / g ed una produzione di gas di 2.600 milioni di piedi cubi al giorno.

E’ evidente che una invasione della Libia, anche se nel quadro di un mandato umanitario, servirebbe anche gli interessi delle imprese petrolifere angloamericane, come l’invasione del 2003 e l’occupazione dell’Iraq, in modo da prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia e privatizzare l’industria petrolifera del paese. Wall Street, i giganti petroliferi anglo-americani, i produttori di armi USA-UE ne sarebbero soli beneficiari.

 

Tra l’altro, mentre il valore di mercato del petrolio greggio è attualmente ben al di sopra dei 100 dollari al barile, il costo estrattivo del petrolio libico è estremamente basso, a partire da 1,00 dollari al barile: a 110 dollari sul mercato mondiale, la semplice matematica dà la Libia un margine di profitto 109 $ per barile” … (fonte EnergyandCapital.com 12 Marzo 2008)

 

Non sorprenderà sapere che, da qualche tempo, anche  la Cina sta giocando un ruolo centrale nel settore petrolifero libico e non a caso la China National Petroleum Corp (CNPC) ha dovuto rimpatriare dalla Libia ben 30.000 cinesi. L’unico dato certo è che l’11% delle esportazioni di petrolio libico vengono incanalate verso la Cina, ma non ci sono dati sulla dimensione e l’importanza, certamente notevole,  della produzione cinese in Libia e delle trivellazioni.

La campagna militare contro la Libia è , evidentemente, volta ad escludere la Cina dal Nord Africa, che ha interessi petroliferi anche in Ciad e Sudan.

Importante è il ruolo d’Italia, dato che ENI, il consorzio petrolifero italiano, tratta 244 mila barili di gas e petrolio, che rappresentano quasi il 25 per cento delle esportazioni totali della Libia. (fonte SKY News UK), come quello tedesco che, nel novembre 2010, ha firmato tramite la compagnia petrolifera nazionale, la RW Dia,  un accordo settennale con la National Oil Corporation (NOC) libica di entità paragonabile a quelli italiani e cinesi.

 

L’operazione militare in corso ha come scopo “a lungo termine” di ristabilire l’egemonia anglo-statunitense nel Nord Africa, una regione storicamente dominata da Francia e in misura minore, da Italia e Spagna.

Per quanto riguarda la Tunisia, il Marocco e l’Algeria, il disegno di Washington potrebbe essere quello di indebolire i legami politici di questi paesi verso la Francia e spingere per l’installazione di nuovi regimi politici che hanno un rapporto stretto con gli Stati Uniti con esclusione della Cina dalla regione. I precedenti sono noti e disastrosi: parliamo dell’Indocina-Vietnam e  delle guerre dei soldati-bambino dell’Africa equatoriale.

La Libia, inoltre, confina con molti paesi che sono sfera d’influenza della Francia tra cui Algeria, Tunisia, Niger e Ciad. Exxon, Mobil e Chevron hanno interessi nel sud del Ciad, tra cui un progetto di gasdotto che arriverà fino alla regione sudanese del Darfur, ricco di petrolio, ma anche la China National Petroleum Corp (CNPC) ha firmato un accordo di vasta portata con il governo del Ciad nel 2007.

Sempre ai confini della Libia c’è il Niger che possiede ingenti riserve di uranio, attualmente controllate dal gruppo francese Areva nucleare, precedentemente conosciuto come Cogema ed anche la Cina ha una partecipazione nell’estrazione di uranio del Niger.

Dunque, il confine meridionale della Libia è strategico per gli Stati Uniti nel suo tentativo di estendere la sua sfera di influenza in Africa francofona, una regione che faceva parte degli imperi coloniali Francia e Belgio, i cui confini sono stati stabiliti dalla Conferenza di Berlino del 1884, in cui gli USA ebbero un ruolo minore.

 

Inoltre, l’Unione europea è fortemente dipendente dal flusso di petrolio libico, di cui ben l’85% viene venduto a paesi europei e, principalmente Italia e Germania attraverso il gasdotto Greenstream nel Mediterraneo.

Dunque, l’operazione statunitense ha  anche un impatto diretto sul rapporto tra Stati Uniti e l’Unione europea: considerato che gli USA e la NATO sono coinvolti in tre distinti teatri di guerra (Palestina-Libano, Afghanistan-Pakistan, Iraq-Curdistan), un attacco contro la Libia comporta il rischio di escalation militare.

Infatti, dal punto di vista di Obama e del suo staff, l’attacco in Libia non sembra essere altro che un ulteriore “teatro bellico”, nella logica del Pentagono di “multiple simultaneous theater wars”, che gli USA ritengono necessarie, come affermava il documento PNAC del 2001, dove venivano definite le strategie statunitensi nel medio periodo.

Intanto, mentre i caccia francesi difendono insorti, pozzi di petrolio e, probabilmente, la pace nel Mediterraneo, i Tornado italiani si alzano in volo, consumano un tot di carburante, monitorano dei radar che non ci sono e tornano a casa … questa è tutta la politica dell’Italia nel Mediterraneo.

Anche questi sono i frutti di uno scandaloso premier, del suo governo “de poche” e della “politica del fare” (ndr. poco e male) della Lega.

(leggi anche “Chi sono gli insorti

“Non solo Libia” “La guerra ingiusta”

e “Massacri libici, affari italiani”)

L’Italia e la guerra “ingiusta”

21 Mar

Neanche sono iniziate le azioni militari vere e proprie e già un bel po’ di italiani, tra berluscones, leghisti e sinistre, si lagnano della  guerra,  evidentemente “ingiusta” per definizione.

A quanto pare, questi italiani ed i loro cronisti hanno già dimenticato i bombardamenti sui civili, le sparatorie sui funerali, i rifugiati abbandonati a morire nel deserto, i campi di concentramento, le violazioni dei diritti umani.

Eppure, è da quando il “Capellone” ha preso il potere che accade tutto questo in Libia:  non è cronaca solo di questi giorni.

Allo stesso modo, cronisti e cittadini, trascurano l’elemento essenziale di questa vicenda: l’Italia, appoggiando spudoratamente un cotal energumeno, “ha perso” la Libia come “si giocò” la Somalia.

A questo porta l’avidità dei governi e degli imprenditori, la supinità ed il pressappochismo dei mezzi d’informazione, la faziosità e la creduloneria degli elettori.

Adesso, di fronte le nostre coste, c’è la guerra e siamo comunque coinvolti: non era meglio, non era più “politically correct” non fare affari con un aguzzino e, poi, poter mandare il nostro esercito in aiuto agli insorti libici?

Su quale “guerra ingiusta” lacrimano i nostri salotti buoni?

Eppure, la prima guerra “per il petrolio” fu l’annessione del Regno delle Due Sicilie (1861) da parte dei Savoia, con l’appoggio britannico e statunitense, che “liberò” il Mediterraneo dalla potenza navale italiana (ndr. borbonica). A seguire, il canale di Suez (1869), l’occupazione inglese dell’Egitto (1882), le rivolte fomentate da Lawrence d’Arabia (1916), le rivolte antiottomane e l’autodeterminazione del popolo arabo finita come sappiamo.

Di quale “guerra ingiusta” vogliamo parlare? E, soprattutto, di quale politica italiana nel Mare Mediterraneo?

… i peccati originali non possono scomparire con un colpo di spugna.