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La Capitale della malasanità

10 Gen

Martedì sera, una signora romana quasi novantenne veniva prelevata da un’ambulanza per un sospetto ictus e trasportata al policlinico di Tor Vergata, dove rimaneva ben 15 ore in barella, bloccando, tra l’altro l’ambulanza.
Un episodio eclatante, non affatto infrequente a Roma, la Capitale italiana, come documentano le vicende recente di un’altra donna con un’emorragia cerebrale, trasportata in ambulanza prima da Acquapendente a Viterbo e poi al Gemelli di Roma.

Ricordiamo tutti il tragico caso del giornalista RAI Lamberto Sposini, conduttore de “La Vita in diretta”, che, colpito da un ictus al lavoro e soccorso in tempo,  pervenne con enorme ritardo all’ospedale dove venne operato d’urgenza.
O come è drammaticamente comprovato da fatto che ieri, per ben due ore, su 80 ambulanze che Roma dispone per circa 4 milioni di abitanti, ben «25 mezzi erano bloccati nei Dea occupati dai pazienti da ricoverare e tutte le altre 55 ambulanze erano impegnate in servizio per chiamate già ricevute» (fonte 118).

Tutti a prendersela, giustamente, con il Governatore regionale dimissionario, Renata Polverini, visto che un misfatto simile è certamente causato da carenze profonde nella governance sanitaria, anche se la questione dei posti letto ‘chiusi’ di recente è fuorviante.
Infatti, in termini di governance le questioni da porre, se non si volesse fare solo mera demagogia, sono altre e ben più fattuali:

  1. le ambulanze sono sufficienti oppure in una metropoli come Roma ne servirebbero di più? Sono dislocate solo negli ospedali od anche all’altezza di importanti snodi di viabilità, come accade a Milano da trent’anni, per accorciare i tempi di intervento?
  2. i Pronti Soccorsi sono dislocati in modo da garantire il pervenimento del paziente in tempi inferiori alla mezz’ora? Sono strutturati e coordinati con i reparti dell’ospedale cui solitamente afferiscono i casi che richiedono interventi tempestivi, ovvero cardiologia, neurologia, allergologia e malattie rare?
  3. la centrale che invia le ambulanze (il 118) opera in stretto coordinamento con un corrispettivo coordinamento dei siti ospedalieri, in modo da garantire il rapido pervenimento del paziente nell’ospedale giusto? E, nel caso esistesse questa interazione, esiste qualche software gestionale oppure è tutto affidato al caso ed al fattore umano?

Domande semplici, che chiunque abbia vissuto al Nord come in Europa od in USA  non può evitare di porsi, visto che la percezione che si riceve dalla (mala)Sanità romana è quella di un enorme sistema di monadi autoconsistenti che opera in modo autoreferenziale e caotico.
Domande alle quali dovrebbe aggiungersene un’altra, ben più amara e complessa: perchè i Comitati Etici, l’Ordine dei Medici laziale, la magistratura del luogo, i Consigli di Laurea cui afferiscono i policlinici, gli enti religiosi che gestiscono strutture in convenzione non hanno ancora preso posizione dinanzi ad una situazione che dura da decenni e che a Milano come a Bologna sarebbe del tutto inconcepibile, come probabilmente anche a Napoli ed a Palermo?

Domande che, diciamolo, qualunque ‘professionista della politica – od aspirante tale – dovrebbe porsi, visto che i soldi per sostenere un sistema elefantiaco e clientelare non li stampa più nè la Banca Romana d’infame memoria nè la più virtuosa Banca d’Italia di Via de’ Mille.

Ad esempio, come garantire agli abitanti del IV Municipio (ufficialmente almeno 250.000, probabilmente molti di più) dei tempi di pervenimento al Pronto Soccorso, dalla chiamata, inferiori ai 30 minuti, visto quello che ci raccontano sia i navigatori delle autovetture sia Google Maps, in termini di tempi di percorrenza da/per l’ospedale più vicino.

Oppure i malati rari che sono seguiti spesso da esperti collocati in ambulatori mal dislocati e che, in caso di urgenza, vengono, in prima battuta, trasportati in ospedali non immediatamente operativi per quel tipo di patologia, visto che il farmaco salva vita è dato in esclusiva all’ambulatorio, che – ovviamente – chiude alle due del pomeriggio e nel week end (sic!).

Per non parlare dell’enorme ammasso di casette, tra Tiburtina e Casilina, dove vive forse più di un milione di persone con servizi decisamente scarsi, a causa del fatto che quelle periferie crebbero abusivamente, esattamente come quelle delle città sudamericane, e quando le si volle condonare, non si decise di abbatterne almeno un tot per creare viabilità, piazze, ospedali, scuole eccetera.

Il tutto a fronte di un enorme sito ospedaliero, l’ex sanatorio San Camillo Forlanini, pressochè privo di parcheggi e scarsamente raggiungibile dal resto della città, che inspiegabilmente è ‘da salvare’, mentre le sue dimensioni e la sua parcellizzazione in piccoli edifici dimostrano che deve essere destinato ad altro.
Od a fronte del Sant’Andrea, collocato nel nulla, cui si arriva praticamente solo tramite Grande Raccordo Anulare. Come anche per l’enorme IFO San Gallicano, anch’esso poco raggiungibile e che, nonostante la penuria in quel settore della città di pronti soccorsi con reparti alle spalle in grado di gestire casi gravi, è destinato solo alle malattie dermatologiche.

Ovviamente, la campagna elettorale in città verte tutta su ‘chiudere o non chiudere il San Filippo Neri’, un ospedale d’eccellenza, dicono, che ha avuto il grande (de)merito di operare al di fuori delle grandi logiche baronali e che avrebbe dovuto essere trasferito da tempo in una sede più ampia e facilmente raggiungibile di quella attuale.
Anche in questo caso un disastro causato da un deficit di governance regionale, ben più antico della presente gestione, che ha sempre e solo perseguito lo scopo di mantenere l’esistente senza considerare che dalla nascita dei vari Forlanini, San Filippo Neri, Addolorata, Gemelli, eccetera sono trascorsi decenni, che la popolazione è più che raddoppiata ed abita in quartieri distanti ore dai siti ospedalieri dove sono disponibili posti letto e dove sono attivati gli ambulatori per le cure ricorrenti.

Un vero calvario per chiunque abbia necessità di terapie continuative e parenti lungodegenti, specialmente se ricordiamo che è vietata la somministrazione in strutture non pubbliche dei cosiddetti ‘farmaci orfani’, di per se già difficili da trovare in dotazione negli ospedali, con centinaia di migliai di persone nel Lazio che percorrono chilometri ed ore per ottenere un’infusione od una dialisi in centri collocati in luoghi impossibili.

Come andrà a finire? Che la prossima Giunta continuerà a mantenere l’esistente, confidando in qualche decisione politica che appiani i soliti debiti, come ha fatto il governo uscente che, in piena crisi, ha finanziato la sanità laziale con quasi un miliardo di euro.

D’ altra parte, a leggere la storia di Roma, non sembra che in 2500 anni la Caput Mundi abbia scelto organizzazioni e forme di finanziamento differenti.

Intanto, nessuno si chiede quanti possano essere i morti romani causati dalla lentezza di accesso al pronto soccorso ed alle terapie d’urgenza. Non dovrebbero essere così pochi, però.
That’s Rome.

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Scuole ed ospedali cattolici: qualcosa da recriminare?

30 Nov

Oggi, la La CEI, colpita nel vivo, si risveglia dall’incanto ed, anche lei, protesta contro l’iniquo Mario Monti. Una Conferenza Episcopale Italiana che si è distinta, da sempre, per le continue ingerenze nella governance del nosto paese. Alcune legittime come quelle di oggi, in base all’articolo 7 della Costituzione Italiana, altre meno legittime, altre a dir poco eccessive, come la pretesa di influenzare le leggi sulla procreazione, sulla ricerca scientifica, sull’educazione dei giovani, sui diritti delle persone.

Una CEI che, come chiede il Vaticano, mette al primo posto il contrasto delle politiche anticoncezionali e dell’emancipazione di donne ed omosessuali, rispetto a cose ben più gravi come la povertà, il welfare, lo sfruttamento, l’avidità dei potenti, eccetera.

Una CEI che da mesi taceva – o quasi – nonostante le misure del Governo Monti stessero impoverendo il paese, esponendo gran parte dei lavoratori a sacrifici insostenibili, mantenendo un sistema ladrone, ingiusto ed iniquo che era stato chiamato a debellare. Una CEI che si era forse illusa, come tanti italiani, e che adesso vede, almeno nel Lazio, i propri gioielli strozzati dall’incapacità della Regione a formulare una pianificazione sanitaria, prima, ed un piano di rientro finanziario, oggi.

Una CEI che, oggi, per bocca del suo presidente, il Cardinal Bagnasco, reclama perchè è «grave se le scuole cattoliche dovessero chiudere a causa dell’Imu», batte cassa con un «c’è preoccupazione soprattutto per la mancanza di contributi», che si preoccupa se dietro la crisi della sanità cattolica «ci sono tantissime persone e le rispettive famiglie: spero che, attraverso una maggiore attenzione e l’approfondimento delle diverse situazioni, se ne possa uscire».

Un vero vaso di Pandora scoperchiato, a ben vedere, si nasconde dietro queste affermazioni.

Infatti, solo delle scuole collocate in residenze principesche od di modeste dimensioni, ma avezze ad eludere il fisco, possono prevedere dei bilanci in rosso a causa dell’IMU. Per il resto, l’IMU non dovrebbe incrementare le rette degli alunni di 5-10 euro al mese. Leggendo le dichiarazioni del Cardinal Bagnasco, si intuisce che, per le scuole cattoliche, il problema effettivo non è pagare l’IMU, quanto il regime complessivo in cui si vengono a trovare.

A tal proposito, le dolenzie per la ‘mancanza di contributi’ alle scuole rappresentano una questione aperta, ma incomprensibile senza fissare prima alcune coordinate.

Ad esempio, che “lo Stato per ogni studente della scuola statale paga 5.200 euro l’anno contro i 530 euro per ogni studente della scuola paritaria”, come sostiene Maria Grazia Colombo, presidente dell’ Associazione Genitori Scuole Cattoliche (Agesc).
Sei miliardi di risparmio l’anno per le casse dello Stato, 9.000 istituti e 727.000 studenti, secondo i dati riportati da Il Messaggero di sant’Antonio e presentati il mese scorso dal Centro studi per la scuola cattolica della Cei.

Una questione confermata dal dato ufficiale, contenuto nel maxiemendamento alla legge di stabilita del 2010, che prevedeva 245 milioni di euro alle scuole paritarie nel 2011. Se quei 727.000 alunni avessero frequentato una scuola pubblica non sarebbero costati così poco alla leva fiscale italiana, che finanzia con oltre 35 miliardi di euro i circa 4 milioni di alunni delle scuole statali.

Qualunque osservatore neutrale (ad esempio l’Unione Europea tanto decantata da Monti e Centrosinistra) si rende conto in un battibaleno che lo Stato esercita un monopolio sull’educazione dei giovani, elemento caratterizzante dei totalitarismi e delle demagogie, e che non offre pari opportunità agli alunni delle scuole private, che sono costretti, per la loro scelta, a doversela autofinanziare, pagando una retta. Una problematica che emerge anche dalle tante storie che i ‘precari delle scuole private’ raccontano in rete e che non sussisterebbe se anche i loro stipendi facessero capo al MIUR ed al MEF.

Di quanti miliardi avrebbe bisogno il MIUR, domattina, se quei 727.000 alunni decidessero di iscriversi ad una scuola statale?

Chiarito che sulle scuole cattoliche ci sarebbero tanti ‘puntini sulle i’ da considerare e che la CEI o le Associazioni dei genitori farebbero bene a precisare meglio tutta la questione, è disarmante sentire, riguardo la sanità cattolica, cose come quelle che sentiamo o leggiamo.

Non solo perchè non pochi ospedali e case di cura cattoliche hanno dato luogo a scandali e sentenze riguardo i quali la CEI ed il Vaticano non hanno mai preso duri e risolutivi provvedimenti, tra i tanti che una monarchia assoluta può disporre.

E neanche perchè le ‘tantissime persone e le rispettive famiglie’ non ci sono solo tra i lavoratori degli ospedali, ma anche tra i 2,9 milioni di disoccupati ed un esercito di casalinghe senza diritti, che vanno avanti da mesi senza una prece. E, sempre negli ospedali cattolici, tra le persone e rispettive famiglie ce ne sono alcuni che guadagnano molte migliaia di euro e tanti che arrivano solo a fine mese, ma quando si tratta di cassaintegrare o licenziare si parte dal basso e qualcuno dovrebbe spiegarci perchè si mantengono al lavoro, mentre si rischia il fallimento, dei senior già pensionabili e si licenziano invece giovani eccellenti contrattisti.

La questione degli ospedali cattolici e del suo personale è, però, un’altra: quanto intende la CEI attingere dall’8×1000 che incassa regolarmente per risanare malegestioni e recuperare in immagine ed eccellenza?
Infatti, gli ospedali e le case di cura cattolici non esisterebbero se i malati non si fossero rivolti a loro, guidati dai simboli di una fede od attratti da una qualità etica, come anche non esisterebbero senza la capacità di attrarre donazioni e contributi, prestazioni non a fini di lucro e sgravi fiscali o tributari.

E’ un vero peccato – nel senso letterale e figurato – che la Chiesa Cattolica Italiana non si renda conto che è arrivato il momento – come già accaduto altre, forse molte, volte nel corso di questi ultimi duemila anni – di dimostrare che l’etica cattolica coincide con quella cristiana, fondata sull’onestà, sull’equità e la sobrietà, a ben leggere il Vangelo e ad ascoltare quello che borbotta la gente.

Giusto, dunque, che le famiglie ricevano un contributo diretto per l’istruzione (voucher) spendibile nella scuola che scelgono, privata o statale o regionale che sia, ma è anche giusto ricordare che nel crack della sanità cattolica dovrebbe intervenire non solo la finanza pubblica italiana, ma anche quella cattolica.

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Ospedali, ingiustizia è fatta?

8 Nov

Arriva la Spending Review degli ospedali e si tagliano posti letto, ma è così ingiusto?
No, probabilmente no.

Innanzitutto, la quantità di giorni di degenza ospedaliera dipendono soprattutto dalla capacità organizzativa dei medici, non dalla difficoltà della malattia ‘di per se’: c’è chi fa un check up completo in 3-5 giorni e chi resta in corsia anche 20 giorni, ma, alla fine dei conti, le consulenze sono state le stesse, come anche i test biomedici.

Ma soprattutto perchè, alimentando i cosiddetti ‘viaggi della speranza’, alcune regioni avevano sviluppato una vera e propria industria della salute, lasciando crescere intorno a benemeriti policlinici una miriade di appendici, non di rado in convenzione, come i tanti scandali della sanità cattolica dimostrano.

La storia è descritta tutta nelle due seguenti tabelle, che riportano gli stessi dati del Corriere della Sera.

Regione Posti letto 2009 Posti letto 2013 Sprechi posti letto 2009-13 % Sprechi posti letto 2009-13
Lombardia 43.039 36695 6.344 17,29%
Piemonte 18.806 16.492 2.314 14,03%
Veneto 19.673 18.270 1.403 7,68%
Emilia R. 19.969 16.400 3.569 21,76%
Lazio 26.473 21.196 5.277 24,90%
Campania 20.887 21.586 -699 -3,24%
Sicilia 19.433 18.689 744 3,98%

Come i dati raccontano, alcune regioni (Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna) dovranno ridimensionare pesantemente la propria offerta per migliaia di ricoveri, non i circa 600 del Molise, che pur rappresentano il 30% circa.

Regione Abitanti Posti per 1000 abitanti 2009 Posti per 1000 abitanti 2013
Lombardia 9.917.714 4,34 3,70
Piemonte 4.457.335 4,22 3,70
Veneto 4.937.854 3,98 3,70
Emilia R. 4.432.418 4,51 3,70
Lazio 5.728.688 4,62 3,70
Campania 5.834.056 3,58 3,70
Sicilia 5.051.075 3,85 3,70

Come anche c’è da chiedersi non solo perchè alcune regioni abbiano una notevole disponibilità di posti letto che il Meridione non ha, ma soprattutto, dovremo chiederci tutti per quale motivo il Lazio ha delel liste d’attesa enormi a fronte della migliore dotazione di posti letto per abitante di tutta la penisola italiana.

Un dato che meritava qualcosa di più di una spending review. Un dato che dimostra quanto lavoro avrebbero da portare avanti gli inquirenti laziali e quanta Casta locale dovrebbe esser posta sotto giusto processo.

Anche perchè, senza l’intervento della Giustizia, come farà il Lazio a garantire ai suoi malati le cure ospedaliere e gli accertamenti biodiagnostici di cui hanno bisogno, se già oggi – con il 24,6% dei posti letto ‘in più’ – non ci riesce, se non con attese lunghissime?

E come è possibile che già oggi nel Lazio non si indaghi, se accade che si chieda – in nome di Mario Monti – ai pazienti di portarsi le soluzioni fisiologiche da casa, dato che la Regione ‘passa’ solo quelle in contenitori di plastica, mentre non pochi farmaci richiedono quelle in vetro, per non parlare della costosa  l’albumina che è ormai una mera speranza?

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Malati? No, meglio consumatori

1 Ago

“Secondo l’Aiba, l’Associazione italiana dei broker di assicurazioni e riassicurazioni, il costo dei risarcimenti per malasanità oscilla tra 850 e 1400 milioni di euro”.
Un miliardo di euro l’anno di danni causati e risarciti o risarcibili per danni alla salute causati da medici o dalla gestione sanitaria sono davvero un’enormità.
“Risarcimenti che “pesano” una media di 25-40 mila euro ciascuno” e che, facendo due conti della serva, riguardano almeno 20.000 malati che sono stati danneggiati anzichè curati.

Eppure, “secondo un’indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario, è difficile che un professionista debba affrontare una condanna penale: il 98,8% dei procedimenti per casi di lesione colposa e il 99,1% di quelli per omicidio colposo si concludono con l’archiviazione, mentre su 357 procedimenti le condanne sono state solo due.”
Se le condanne penali rappresentano lo 0,5% dei casi denunciati, possiamo immaginare, dunque, che i risarciti dalle compagnie assicurative – per un miliardo di euro anni di media, ricordiamolo – siano solo la parte più vistosa del problema

Un ‘dato’ indirettamente confermato da Francesca Moccia, responsabile del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva  che ammette che “noi scoraggiamo le cause inutili, che fanno perdere tempo e denaro, con un sistema di giustizia lento come il nostro. Puntiamo invece a sostenere i cittadini nelle azioni di autotutela e mettendo in mora le strutture sanitarie inadempienti oppure segnaliamo le violazioni dei diritti dei malati come, ad esempio, nel caso di infezioni contratte in ospedale”, che, viceversa, esigerebbero risarcimento del danno.

Una conferma che ci viene data anche da quegli “otto chirurghi su 10 ammettono infatti di evitare interventi, andando oltre la normale prudenza, per paura di una causa, secondo un indagine dell’Ordine dei medici di Roma e dell’Università Federico II di Napoli” … così negando o ritardando ‘de facto’ l’accesso alle cure ai malati che necessitavano di quell’intervento?

Tutte le frasi tra virgolette sono tratte da un recente articolo di La Repubblica Dossier.

La soluzione suggerita dal noto quotidiano romano?

Farsi aiutare dal Tribunale del Malato e dalle numerose associazioni che difendono i diritti dei pazienti … proprio quella di cui sopra che “scoraggia le cause inutili”, invece di pretendere un sistema di controlli, giudizi e sanzioni degno di un paese europeo, come anche “segnala le violazioni dei diritti”, invece di offrire supporto e patrocinio legale ai malati danneggiati.

La Repubblica non si smentisce mai …

Piuttosto, se invece di esser considerati malati – e per giunta anche molto pazienti – accettassimo la mercificazione vigente e generalizzata ed iniziassimo a considerarci consumatori?
Siamo sicuri che ci tratterebbero ancora così?

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Neonato muore, ancora Malasanità

25 Lug

Nel 2009, la Commissione Parlamentare sui casi di malasanità, esaminò 329 casi in cui si era registrata la morte del paziente, di cui 223 legati a presunti errori medici e 106 a inefficienze di vario tipo. Nel 2004, secondo i dati Ania, l’associazione che rappresenta le imprese assicuratrici, le cause pendenti nei confronti dei medici per presunti errori erano fra le 15 mila e le 12 mila l’anno – con una richiesta di risarcimento danni annua media di 2,4 miliardi di euro – e si stima che circa 4.000 sanitari vengano alla fine condannati.

E’, però, davvero inquietante il quadro del reparto di Neonatologia del San Giovanni Addolorata di Roma che emerge dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute, inviati lunedì 23 dal ministro Renato Balduzzi, in relazione alla morte del neonato Marcus De Vega.

La causa mortis potrebbe essere stata quella di «uno scambio tra il catetere enterale e quello parenterale», dato che quando il neonato viene pesato bisogna staccare e riattaccare dal suo addome due tubicini a causa delle incubatrici che sono di vecchia concezione.

Un reparto di neonatologia con incubatrici obsolete e che non avrebbe dovuto esistere? Forse …

Peggio è che nella relazione si conclama:

  1. la «inadeguata organizzazione e gestione»;
  2. «il numero limitato del personale»,
  3. «l’assenza di procedure e protocolli diagnostico-terapeutici»,
  4. la «inadeguatezza della redazione del diario clinico e conseguente difficoltà a chiarire i processi decisionali».

Se le incubatrici ‘obsolete’ ed il limitato numero di personale sono delle responsailità aziendali ed esclusivamente aziendali, ciò non vale per il resto.
Organizzazione, gestione, procedure, protocolli, diari clinici sono di competenza dei medici ed il fatto che fossero inadeguati od assenti  equivale a dire che non esiste nè regola nè trasparenza, figuriamoci il rapporto terapuetico da condividere con il paziente. E se questo accade in neonatologia, che è un reparto ‘delicato’, possiamo solo dubitare di cosa ne sia di regole, procedure e trasparenza negli altri reparti.

Alcune considerazioni.

Questo è l’approdo a cui la Polverini ed i poteri forti romani ci hanno portati, con l’ossessivo mantenimento dello status quo e di un sistema clientelare di gestione dei pazienti. L’evidenza dei fatti? Mentre tutto ‘crolla’, il Policlinico Universitario di Tor Vergata è un campus d’eccellenza, come anche i servizi lì offerti.

Questo è lo stato della Sanità romana, dopo la legionella al Policlinico Umberto I, la tubercolosi al Gemelli ed i crac finanziari degli ospedali cattolici. Tanti individualismi – a volte pletorici spesso velleitari – ed addio organizzazione, gestione, procedure, protocolli, diari clinici.

Visto che hanno ampiamente raggiunto l’azienità contributiva, non esiste altra via di risanamento che pensionare la generazione di medici che ha creato questo orrrore. Allo stesso modo, considerato che i casi di malasanità erano 30.000 nel 2010 e che oltre 300.000 malati cronici rinunciano alle cure a causa del ‘sistema’, dovremmo iniziare a diffidare delle tante associazioni ‘dei malati’, almeno di quelle che, con una cancrena del genere, di denunce non ne fanno.

Last but not least, cosa aspetta l’Ordine dei Medici a sospendere gli indagati, in attesa che la loro posizione venga chiarita? In medicina prima del presupposto di innocenza viene il ‘non ledere’ …

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Gemelli, l’abisso dei licenziamenti?

13 Lug

Più di un mese fa, ribalzava sulle cronache la notizia, dopo il San Raffaele di Milano, di crash finanziario dell’Istituto Dermatologico dell’Immacolata – San Carlo di Nancy e del Policlinico Gemelli, ambedue ospedali ‘cattolici’ romani. Difficile parlare di fallimento, ma che le situazioni fossero molto critiche era chiaro a tutti.

Il tutto accadeva proprio mentre anche l’IFO Regina Elena – San Gallicano – un ospedale nato da un appalto particolarmente scandaloso – veniva travolto dall compromettente acquisto, a prezzi esorbitanti, di alcune proprietà del San Raffaele con fondi stanziati dall’allora ministro della Salute Ferruccio Fazio, già dirigente dell’ospedale di Don Verzè.

Al di là di ogni più che opportuna riflessione sull’etica ed il modus operandi degli ospedali cattolici, ad un mese di distanza qualche nodo viene al pettine.

Infatti, come riporta OKRoma, ma non la stampa e le televisioni nazionali, “spunta anche l’ombra della mafia nell’inchiesta che sta coinvolgendo e travolgendo l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata e l’ospedale San Carlo di Nancy, entrambi sull’orlo del fallimento per un buco nel bilancio di circa 600 milioni di euro. Giuseppe Incarnato, direttore generale del polo sanitario dallo scorso 4 aprile, ha confessato agli inquirenti di aver ricevuto minacce di morte da esponenti della ‘ndrangheta, probabilmente per aver tagliato i vecchi fornitori e cancellato gli sprechi nei due ospedali gestiti dalla Congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione.”

Viceversa, al Policlinico Gemelli la situazione è complessa ‘di per se’ e non a causa di loschi affari.

Infatti, il ‘Policlinico Gemelli’ non è solo un ospedale ‘pubblico’, non è solo una facoltà di medicina, non è solo una clinica convenzionata, non è solo una struttura alberghiera, non è vendibile così com’è, non è sostenibile così com’è.

Inoltre, la nascita della Clinica Columbus come centro ‘d’elite’ ha provocato, come diretta conseguenza, un progressivo depauperamento delle eccellenze nel Policlinico Gemelli, per altro affidato ad un ristretto gruppo di professori ultrasessantenni dell’Università Cattolica che, come al solito, non hanno finora facilitato nè il ricambio nè l’innovazione.

Naturalmente, nessuno ha voglia di (ri)portare il sistema di eccellenze della Columbus nel Policlinico, riqualificando l’ospedale e la facoltà medica, e così accade che il Gemelli non trovi altro da fare che decurtare il proprio personale di circa 500 unità – così sembrerebbe – ma con dei criteri decisamente sorprendenti.

Infatti, ai docenti senior già pensionabili da anni si è proposto, in qualche caso, il pensionamento volontario, ma senza grandi esiti. Super professionisti spesso ‘datati’ che guadagnano tre-quattro volte un infermiere ed almeno il doppio di un medico quarantenne con un’esperienza ventennale e, non di rado, internazionale.

Dunque, accadrà che andranno via un bel po’ di infermieri e portantini (tra i 100 ed i 150?), ma la grande fetta sarà composta dai tecnici e dai giovani medici (88 secondo quanto riporta Il Messaggero).

Incredibile, vero?  Chiunque pensionerebbe 20 medici ‘alquanto datati’ per mantenere al lavoro 45 giovani ed eccellenti professionisti.

Purtroppo, nella città dei Papi ottuagenari, ‘dismettere un costoso e datato professionista’ equivale a pronunciare la peggiore eresia e ne sappiamo qualcosa tutti con la riforma pensionistica di Elsa Fornero, evidentemente contagiata all’istante, visto che prima di arrivare nella Capitale scriveva il contrario di ciò che ha legiferato.

Resta da capire cosa ne sarà del Policlinico Gemelli e della Facoltà di Medicina, dopo un intervento gestionale così penalizzante verso le nuove leve ed i pazienti. Certo è che, senza un intervento diretto dell’Università Cattolica di Milano e/o delle gerarchie ecclesiastiche, è ben difficile che il ‘gioiello’ di Padre Agostino Gemelli possa ritornare all’eccellenza di una volta.

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Emergenza Malasanità Lazio

31 Mag

Dalle notizie che circolano da alcuni mesi, sembra davvero che i centri di cura cattolici non godano di una buona gestione finanziaria e siano l’epicentro di una geronto-oligarchia.
Infatti, se a Milano il San Raffaele è fallito, la situazione romana degli ospedali cattolici è abissale e, se si parla dei centri di cura pubblici, la situazione è ancor peggiore.

Riguardo il settore ‘cattolico’, l’IDI – San Carlo di Nancy di Roma avrebbe un deficit di 300 milioni del tutto insanabile, il Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica si sta rivelando un vaso di Pandora con almeno mezzo miliardo di esposizione finanziaria, l’IFO Regina Elena – San Gallicano è coinvolto nello scandalo del San Raffaele, il San Camillo – Forlanini ha la media di un medico per posto letto (fonte Fp Cgil Roma Ovest), i lavoratori del Santa Lucia attendo da mesi gli stipendi.

Passando agli ospedali pubblici, un medico del Policlinico Umberto I ha recentemente denunciato che “la dignità dei cittadini viene quotidianamente violata in quanto spesso non è possibile assicurare loro le più elementari condizioni di riservatezza legate al loro sesso ed anche le norme di igiene vengono rispettate con grande difficoltà. Alcune volte sono le stesse manovre di rianimazione ad essere ostacolate”.
Il CTO di Garbatella è “mezzo vuoto, con interi reparti buoni solo per ricoverare fantasmi” secondo Esterino Montino, capogruppo Pd alla Regione Lazio.
L’Ospedale Oftalmico sembra sia un cimitero di attrezzature non utilizzate e, dal 1 giugno 2011, l’attività delle quattro sale operatorie nuovissime è stata drasticamente ridotta riducendo di oltre 600 interventi l’attività rispetto al 2010.
Al Santo Spirito, pur essendoci tutte le dotazioni ed attrezzature, la carenza di ginecologi non permette di arrivare ai 1.500 parti all’anno (oggi se ne eseguono circa 1000).

A questo aggiungiamo che diversi municipi, anche se con centinaia di migliaia di residenti, sono del tutto privi di pronto soccorsi e ospedali generali e che la maggior parte dei siti di cura è collocato in luoghi raggiungibili solo con l’automobile o con più mezzi pubblici.

Situazioni quotidiane che sfociano, se è presente un politico od un giornalista in ‘casi eclatanti’ e che finiscono nel nulla se a lagnarli è il solito paziente ‘ossessivo’, visto che non v’è traccia di reclami, esposti e denunce. Eppure, siamo ben oltre il livello di guardia, come al San Camillo dove si è verificato lo scandalo dei pazienti curati a terra, al Policlinico Umberto I quello dei pazienti bloccati da giorni sui lettini del pronto soccorso, al Policlinico Gemelli quello della tubercolosi neonatale e della vigilanza sanitaria sui lavoratori. Oppure al Sandro Pertini, dove, in relazione alla morte di Stefano Cucchi, i medici e agli infermieri sono sotto processo per falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace, rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento, omissione di referto.

Caso mai la cronaca o i dati finanziari non bastassero a dimostrare il totale dissesto in cui la Regione Lazio ha portato la già carente e sprecona Sanità romana, arriva il Tribunale dei diritti del malato a documentare che nei 27 Pronto Soccorso del Lazio l’attesa per un ricovero varia da 24 ore a 4 giorni.
I dati nazionali ci raccontano che, molto probabilmente, nel Lazio ci sono circa 40.000 malati rari che rinunciano alle cure a causa degli ostacoli interposti dal ‘sistema’, ovvero burocrati e medici.

Una mattanza di malati e denari che è esplosa con l’immobilismo della Polverini verso gli apparati ospedalieri e la classe medica romani, ovvero gli unici responsabili di questo disastro.
Una tragedia collettiva che lede profondamente i diritti costituzionali dei cittadini, oltre ad attentare alla vita dei malati, che trova origine anche nelle improvvide politiche del governatore Marrazzo, visto che in 10 anni si sono tagliati oltre 10.000 posti letto senza alcuna logica, che i centri di eccellenza da anni stanno scemando, che gli ospedali e gli ambulatori sono talmente mal gestiti che o sono ridotti ad astanterie o sono semideserti.

Una classe politica romana che non ha voluto rinunciare al consenso della lobby sanitaria, potentissima in città, e che non ha saputo trasferire personale e servizi dove servono, garantire accesso e tutele ai malati, informazione e trasparenza ai cittadini.

Di tutto questo, la stampa nazionale non ne parla. Probabilmente, lo impedisce la piaggeria degli editori e dei comitati di redazione verso clero e medici.
Eppure, oltre al dissesto miliardario che incombe sulla Regione Lazio e sulle casse italiane, c’è l’evidenza che nella Capitale italiana i malati hanno una vita davvero difficile e perigliosa, non a causa del propri male, ma in conseguenza di un sistema sanitario da pazzi ed una classe medica che non dimostra l’etica cui sarebbe per giuramento tenuta.

Che almeno si abbia la dignità, politici e direttori di testata, di non raccontare ai cittadini, non almeno a quelli malati, di risanamento o di sacrifici, di ‘salva Italia’ ed di altre belle ‘chiacchiere’, se con una Sanità capitolina ‘così’ nessuno (Stato, Ordine dei Medici, media, onlus dei malati, magistratura, revisori dei conti) interviene a tutela della vita umana e dell’Erario.

Difficile parlare, nel Lazio, di Costituzione e di diritti ad un malato, ma nenche il Presidente Napolitano sembra essersene accorto. Tanto, per riempire il crac della sanità romana ci penseranno i cittadini italiani … grazie a nuove tasse e cosa mai?

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