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Province in rivolta, Italia sotto ricatto?

8 Nov

Nel 2011 le spese sostenute dalle Province sono state pari a circa 11,6 miliardi di euro (fonte Siope, 2011).
Queste le singole voci di spesa:

  1. trasporto pubblico extraurbano; gestione di circa 125 mila chilometri di strade nazionali extraurbane: 1 miliardo 430milioni di euro.
  2. difesa del suolo, prevenzione delle calamità, tutela delle risorse idriche ed energetiche; smaltimento dei rifiuti: 3 miliardi e 200 milioni di euro.
  3. gestione di oltre 5000 gli edifici scolastici: 2 miliardi 210 milioni di euro.
  4. gestione di 854 Centri per l’impiego; sostegno all’imprenditoria, all’agricoltura, alla pesca; promozione delle energie alternative e delle fonti rinnovabili: 1 miliardo 100 milioni di euro
  5. promozione della cultura: 190 milioni di euro
  6. promozione del turismo e dello sport: 210 milioni di euro
  7. servizi sociali: 180 milioni di euro
  8. costo del personale (61.000 unità): 2 miliardi 300 milioni.
  9. amministrazione e manutenzione del patrimonio: 750 milioni di euro
  10. indennità degli amministratori: 111 milioni di euro

E’ di questi giorni la notizia che la spending review tagli 500 milioni di spese alle Province e che i loro presidenti non ci stanno, anzi, propongono cose come “la chiusura dei riscaldamenti nelle scuole (superiori, ndr) e conseguentemente l’aumento delle vacanze per gli studenti”.
Oppure precisa il neo presidente dell’Unione Province Italiane, Antonio Saitta, “siamo pronti anche  ad interrompere i lavori di manutenzione nelle scuole. E quando qualche procuratore della Repubblica, come accade nella provincia di Torino con il bravo Guariniello, ci dirà che i lavori debbono essere terminati, noi opporremo un netto rifiuto, visto che le risorse non ci sono più”.

Ma le risorse ci sono o, meglio ci sarebbero, visto che la gestione degli edifici scolastici rappresenta solo un quarto dell’intero volume finanziario provinciale e che per i costi di personale si spende altrettanto, mentre per amministrazione e manutenzione del patrimonio vanno via ben 750 milioni di euro.

Ebbene si, le nostre indispensabili province per gestire poco più di 8 miliardi di servizi ne spendono circa tre per funzionare tra personale e patrimonio.
Ed, ovviamente, i loro consiglieri e presidenti non sono neanche sfiorati dall’idea che il taglio da 500 milioni che la Repubblica Italiana gli chiede sia da destinarsi principalmente a quel 25% di spese che le Province mettono a bilancio come ‘costi interni’.

Un anno fa, l’abolizione delle Province era sulla bocca di tutti e non c’era nessun ostacolo a trasformarle in distretti amministrativi, con costi sensibilmente inferiori. Mario Monti non ha voluto in alcun modo scontentare la Casta e, seppur con qualche taglio, tante Province sono rimaste in piedi.
Errore grave se non diabolico, visto che lor signori, avuta salva la poltrona, vogliono (come al solito?) scaricare i tagli sui servizi e non sulle prebende.

Vi sembra un esempio di senso civico e di responsabilità istituzionale minacciare di non mettere in sicurezza le scuole o lasciare gli studenti senza riscaldamento?

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Fino all’ultima Casta

18 Set

Alle prossime elezioni, stando a quanto finora visto, avremo il Centro(destra) di Matteo Renzi opposto al (centro)Sinistra di Nicky Vendola.
Per tale scopo, basteranno le Primarie del Partito Democratico e, nella sostanza, a noi elettori sarà dato di scegliere comprimari ed opposizioni. Tutto qui.

Inoltre, ci toccherà assistere – spettatori, mica cittadini – all’elezione come Presidente della Repubblica di Romano Prodi, l’uomo dei governi affondati dalla sua stessa maggioranza. E, dulcis in fundo, affliggerci per cinque anni eleggendo sindaci e governatori regionali, estratti alla ‘ruota della Casta’ dal solito bussolotto logoro e scorticato. Nell’intervallo, il ‘gratta e vinci’ dei trombati e dei numerobis: le elezioni europee necessarie ad inviare 2.500 deputati, molte migliaia di portaborse ed una trentina di lingue diverse a Strasburgo.

Naturalmente, i media ci racconteranno di fulgide vittorie tra urne deserte ed in nome della ‘stabilità’ i mercati plaudiranno al solito governo senza maggioranza al Senato, dato che prima o poi ci sarà da speculare.

La colpa di tutto questo?

Del Popolo delle Libertà e del suo leader, Silvio Berlusconi, dato che il partito non si è mai dato quell’infrastruttura democratica interna, indispensabile a contenere i danni e proporre nuovi protagonisti se le cose vanno male, e dato che Silvio Berlusconi ha appiattito il contesto preferendo l’alleanza con Bossi e l’influenza della Santanché arrivando all’epurazione di Fini ed al dissidio con Casini.

Dell’ex Partito Comunista e dell’ex Democrazia Cristiana, oggi centrosinistra, che mai hanno rinunciato alle rendite di consenso per iniziare a farsi carico delle generazioni nate dopo il 1950 e della trasformazione dell’impianto savoiardo nell’economia e nella giustizia, dove sono ancora ampiamente vigenti i regi decreti che furono i ‘pilastri’ dell’Italia Trasformista.

Dei leader partitici emergenti – Di Pietro, Grillo per fare due nomi – che hanno preferito il ‘bonapartismo’ all’aggregazione degli ‘uomini di buona volontà’ e vinca il migliore.

Se questa potrà chiamarsi stabilità e governabilità …

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