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Legge elettorale, proposte al vento

3 Gen

Sulla legge elettorale, allo stato attuale dei consensi espressi, una sola cosa è certa: nessuna coalizione può credibilmente sperare di ottenere una maggioranza atta a governare.
Infatti, lo stato del consenso vede ancora un ampio terzo degli italiani propenso all’astensione, mentre un quinto degli elettori vota ‘a Sinistra’ e un altro quinto è ‘grillino’, il resto va ‘a Destra’ con buona pace di moderati e autonomie.

Inoltre, anche Matteo Renzi chiede “la necessaria trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, e quindi la cancellazione di incarichi elettivi e retribuiti in Senato”.
Il che significa che ci troveremo ad eleggere 3-400 eletti alla Camera e di indicare una premiership: un onorevole ogni 100.000 elettori e un leader nazionale. Stop.

Non che altrove vada particolarmente meglio – vedi Germania e Francia dove il bipolarismo è una chimera – ma l’incapacità a coalizzarsi in base ad un programma ‘tecnico’ è una peculiarità tutta italiana.
Inoltre, altrove la legge elettorale prevede alcuni ‘obblighi’ che vanno da quello di preannuciare i propri ministri a quello di garantire un ‘ballottaggio’ con una effettiva ‘par conditio’ all’esistenza di un ‘federalismo’ effettivo – come in USA o Germania – o, comunque, di una Camera Alta (ndr. Senato) autonoma dai partiti.

Certo, è impensabile che un segretario di partito ‘detti l’agenda’ al governo, come segretario del partito di maggioranza e come futuro candidato premier, in un Paese che ha adottato il Fiscal Compact e che da vent’anni tenta di dotarsi di governi e relative premiership ‘indipendenti’ dalle segreterie di partito.

Ma la vera questione non è in quello di cui si parla (ndr. sistema spagnolo, super-sindaco eccetera), ma la drastica riduzione di rappresentanza politica (e di poltrone) che viene a determinarsi con un Senato ‘non elettivo’ e che costituisce la vera empasse sia in termini di ‘mantenimento della Casta’ sia di principi democratici.

Infatti, non è un’esaltante idea di democrazia quella di ritrovarsi con un parlamentare ogni 100.000 elettori, con un Senato federale espressione dei noti campanilismi clientelari, se non feudo degli arcinoti capibastone di partito, come del resto sembrano essere Regioni ed Enti Locali.

E se per noi ‘comuni mortali’ l’idea non è esaltante, figuriamoci quanto possa esserlo per la “provincia italiana” che oggi è largamente sovrarappresentata in Parlamento e che, domani, potrebbe ritrovarsi con una cinquantina di poltrone da contendersi. O le grandi aree metropolitane che non offrirebbero più spazio per i giochi partitici ‘romani’, visto che l’interesse (ed il peso) locale diventerebbero prioritari con un Senato federale.

In questa prospettiva, quella di un parlmento dove gli eletti direttamente dal popolo sono circa cinquecento, l’outing di Matteo Renzi lascia davvero perplessi:

  1. il modello ispanico con mini-liste in collegi molto piccoli è impraticabile, se si vuole una Camera dei Deputati di 400 onorevoli o, comunque, se volessimo non aumentare i 600 attuali (1:65.000);
  2. il Mattarellum con l’introduzione di un premio di maggioranza non risolve la situazione oggettiva di un Paese ‘non bipolare’, come non smebra esserlo la Germania, a dire il vero;
  3. il doppio turno di coalizione, sulla base della legge con cui si eleggono i sindaci, prevede un premio di maggioranza eccessivo che, come dimostratosi in un ventennio, garantisce de facto la legislatura, ma non la buona amministrazione e/o il consenso effettivo.

Intanto, il Rapporto annuale Demos sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, ci racconta che la ‘fiducia verso le istituzioni politiche’ degli italiani è al 24% (41% nel 2005), mentre il 48% pensa che la democrazia possa funzionare anche senza partiti ed il 30% è convinto che nel 2014 la corruzione politica aumenterà, mentre quasi un italiano su cinque pensa che sia da “ridurre il peso dello Stato” nei servizi sociosanitari e nell’istruzione e … mentre con il “2 x mille” i partiti si raddoppiano la ‘cassa’  e mentre la spesa della Pubblica Amministrazione solo quest’anno è cresciuta di quasi sessanta miliardi di euro.

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La sfida della riforma elettorale

16 Dic

qualunquemente_01Riguardo le future elezioni politiche italiane, allo stato attuale dei consensi espressi, una sola cosa è certa: nessuna coalizione può credibilmente sperare di ottenere una maggioranza atta a governare.

Peggio se si votasse con il Mattarellum, meglio forse con altre soluzioni.

Con il Mattarellum, a parte la quasi impossibilità ‘tecnica’ a dotare il Senato di una maggioranza stabile, accadrebbe di ritrovarsi senza governo, in una corsa tra tre coalizioni (Sinistra, Destra, M5S), salvo ‘ampie quanto inconsistenti’ intese, che non potranno che replicare le dinamiche e tensioni di questo 2013.
Renzi ‘a sinistra’ come Bersani a rincorrere inutilmente Beppe Grillo? Primo partito il M5S, ma senza alleati (e i numeri) per governare? Renzi e Casini come oggi Letta e Alfano?

Con un sistema a ballotaggio, in teoria, si garantirebbe una maggioranza legittima e ‘bloccata’. Peccato che il ‘sindaco d’Italia’ non sembra la migliore soluzione dopo la fulminante ascesa di Matteo Renzi. Specialmente se al ballottaggio dovesse pesare l’atavica diffidenza degli italiani verso i ‘Giacobini’, non più ammantata di Berlusconismo.

Meglio riformare tutto, se ve ne saranno il tempo e le buone intenzioni.

Intanto, con il “2 x mille” i partiti si raddoppiano la ‘cassa’, mentre si attende – ripresa o non ripresa – il partito che metta in programma un taglio della spesa della Pubblica Amministrazione per almeno 100 miliardi annui e che solo quest’anno è cresciuta di quasi sessanta.

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Due per mille: ancora più soldi ai partiti

16 Dic

Il-gatto-e-la-volpe-guerra-geopoliticaNel 2013, l’8 per mille è consistito in 1,033 miliardi di euro e, di conseguenza, il 2 per mille da destinarsi ai partiti dovrebbe equivalere a circa 250 milioni.

La legge 96 del 6 luglio 2012 aveva ridotto a 91 milioni di euro l’ammontare del finanziamento pubblico, rispetto agli 182 milioni previsti.
Somme confermate dai 2,3 miliardi di euro incassati dalla ‘partitocrazia’ dal 1994 al 2012  – come denunciano da due generazioni di Radicali – a fronte di soli 580 milioni di euro di spese elettorali documentate.

Dunque, con l’introduzione del 2 per mille, i partiti riceveranno molto di più di quanto abbiano ricevuto finora per rimborsi e contributi elettorali.

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Fiducia a Letta in Parlamento, ma non nel Paese

11 Dic

Il Governo Letta ha ottenuto la fiducia alla Camera con 379 voti a favore, 212 contrari e due astenuti su un totale di 593 presenti.

Trecentosettantanove voti favorevoli – rapportandoli ai 630 eletti totali – significa che hanno votato a favore i 292 onorevoli del PD, più gli undici del Centro Democratico e del SVP, più i 45 di Scelta Civica o UdC che sia ed ancora una sessantina di voti dal PdL di Alfano e Formigoni.

In pratica, c’è tutta l’Italia della Prima Repubblica.

Nel Parlamento – tra i banchi del M5S o di Fratelli d’Italia e di La Destra – e fuori dal Parlamento – nelle strade assediate da cittadini che protestano inferociti – c’è un’altra Italia.
Un’Italia blocca uffici e snodi logistici, con qualche rissa e alterco o poco più, ma ben diversa da quella – a tutt’oggi impunita – che per ben tre volte aveva assaltato a Roma palazzi e agenti con bastoni e bombe carta.

E’ l’Italia che non ce la fa più a pagare per tutti. E’ quella che i dati del Tesoro individuano come il ‘motore fiscale’ italiano da cui arriva oltre il 50% dei prelievi. Quella dei dati sanitari che raccontano come quasi metà dei malati rari sia ben lontano da ricevere le cure dovute: Quella che i dati strutturali vedono disperdere il 30% del proprio tempo/lavoro/opportunità nel correr dietro a lacci e lacciuoli della burocrazia e del ‘ritenta sarai più fortunato’.

Non a caso Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom, racconta che ”arrivano anche alcuni segnali un po’ strani, ci sono imprenditori di ditte che lavorano con Fincantieri che dicono ai lavoratori che devono scioperare. Queste cose mi inquietano”.

Eh già, è davvero strano, inquietante, che padroni e operai la vedano allo stesso modo … le classi sociali dovrebbero ‘odiarsi’. Per fortuna che è l’appello di Beppe Grillo ad essere potenzialmente eversivo …

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La ‘nuova Sinistra’ nei sondaggi di La Repubblica

10 Dic

La Repubblica sta proponendo ai suoi lettori un sondaggio: “Matteo Renzi ha stravinto le primarie ed è il nuovo segretario del Pd. Secondo voi quali devono essere le sue priorità?”
Il “sondaggio non ha, ovviamente, un valore statistico”, come  recita il sito, ma, essendo ormai arrivati ad 80.000 ‘voti’, un qualche valore descrittivo deve ormai pur averlo.

Il 60% dei cliccanti preferisce, più o meno in parti uguali, tre priorità: tagliare i costi della politica, con abolizione del Senato, lotta alla disoccupazione e nuove forme di avviamento al lavoro, legge elettorale maggioritaria. Ricordando che La Repubblica è (era?) molto diffusa tra i docenti, troviamo un altro 10% che va a scuola e ricerca e il 7% al rilancio della politica culturale e del patrimonio artistico.

Il restante 23% dei click si divide tra le priorità prettamente politiche, ovvero tra lotta alla povertà (6%), disarmo e riduzione delle spese militari (5%), lotta al rigorismo della Ue e rilancio della politica ambientale (4%), rapido superamento del governo Letta (3%).

Come non sono i costi della politica a vessare il Paese, bensì quelli della Pubblica Amministrazione, non sono solo le nuove forme di avviamento a creare lavoro, non quanto – almeno – lo siano meno burocrazia, meno tasse e più investimenti. E non è una legge maggioritaria la bacchetta magica per un consenso che non c’è, piuttosto i due turni con ballottaggio alla francese.

La fotografia della ‘nuova Sinistra’ che emerge dagli ‘ottantamila’ di La Repubblica non è confortante, se la politica ambientale interessa così poco nel paese delle alluvioni e delle discariche tossiche, con tot rischio di terremoti e periferie urbane ben degradate, come se si possa eludere la necessità di ‘ripartire’ da quel poco di ambiente che ci è rimasto e dalle opere pubbliche che languono da decenni.

Quale, poi, sia la distanza tra la ‘nuova Sinistra’ ed i ceti più svantaggiati è tutta raccontata da quel 7% che mette al primo posto la “politica culturale e del patrimonio artistico” a fronte di quel 6% che reclama la lotta alla povertà (che includerebbe politiche per le famiglie e salario minimo) …

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Le intenzioni di voto degli italiani: un nuovo Centrodestra e/o Centrosinistra

18 Nov

Secondo i dati diffusi da RAI 3, le intenzioni di voto degli italiani al 15 novembre 2013 prefiguravano ancora una risicata vittoria del Centrosinistra, in caso di elezioni.

intenzioni voto 15 novembre

In termini di coalizioni ‘classiche’, l’esito sarebbe il seguente:

  • PD+SEL+Scelta Civica = 34,0% (22,1%)
  • PDL+Forza Italia+Lega+UDC = 30,6% (19,9%)
  • M5S = 25,3% (16,6%)

Oppure:

  • PDL+Forza Italia+UDC+Scelta Civica = 33,1%  (21,5%)
  • PD+SEL = 31,5% (20,4%)
  • M5S = 25,3% (16,6%)

I numeri tra parentesi rappresentano il consenso ‘effettivo’, tenendo conto di un astensionismo (intorno) al 35%, come stimato da tutti i sondaggi recenti, e che potrebbero essere anche molto ottimistici, visto come sono andate le ultime elezioni dei principali sindaci italiani.

A Roma – dovendo scegliere tra Ignazio Marino e Gianni Alemanno – il 55% degli elettori – pochi mesi fa – ha preferito non recarsi alle urne per il ballottaggio. Solo il 28,7% effettivo degli elettori ha dato il proprio consenso a Marino, ma i giornali parlavano di vittoria con il 63% …
A Napoli Giggino De Magistris rischia ogni giorno la defenestrazione per inerzia e pressappochismo e … venne eletto nel 2011 con un astensionismo al 50% secco. Il 73% dei napoletani non gli diede il proprio voto.
A Milano – dove tutto (per ora) tace in attesa di un (si spera) lauto Expo 2015, cui faranno seguito, come d’ordinario, i soliti scandali e qualche arresto – Pisapia non ebbe il consenso di oltre il 65% degli elettori.
A Firenze, Matteo Renzi fu eletto con il 42% di astenuti, mentre al primo turno aveva votato il 76% … Solo il 35% effettivo degli elettori l’ha votato e di ‘mal di pancia’ tra i fiorentini se ne sentono tanti e tanti.
Stesso discorso a Torino per Piero Fassino (astenuti 34%, solo il 44% dei consensi effettivi al ballottaggio). A Palermo, Orlando amministra il Comune con il 61% dei cittadini che si sono astenuti, ovvero con una maggioranza bulgara di 30 seggi su 35 totali (86%) a fronte di un modesto 28,5% di consensi effettivi.

Chi, dunque, propone una legge elettorale simile a quella in uso per i Comuni è evidentemente disattento verso le abnormità palesi che emergono dai dati elettorali e dalla composizione dei consigli.
Come anche è evidente che nessun sondaggio elettorale può fornire previsioni di medio periodo, finchè l’elettorato è ben diviso in quattro spezzoni, che – incredibile, ma vero – si attestano in quest’ordine:

  • 35%, Astenuti
  • 26%, Partiti/movimenti di protesta e/o locali (Lega, Autonomie, M5S, SEL, IdV, ultraDestra)
  • 22%, Centrodestra
  • 17%, Partito Democratico

Ecco perchè il Governo Letta non riesce a fare nè un passo avanti nè due indietro ed ecco perchè la contesa nel Partito Democratico è acerrima: la crisi di consensi e di idee è profonda, almeno quanto lo sono state l’assenza di rinnovamento e l’azione di lobbing del mondo cooperativo e consociativo, che – non dimetichiamolo – per PIL ed accesso a sussidi e benefit rappresenta una sorta di Confindustria ‘a parte’.

Da questo punto di vista, la disattenzione può diventare miopia, se si continuasse a parlare di ‘crollo del Centrodestra’ e di ‘ecumenismo renziano’.
Infatti, mentre lo strappo di/da Forza Italia offre nuove possibilità di riaggregazione dell’elettorato del Centrodestra e delle formazioni politiche esistenti, il congresso del Partito Democratico sta prendendo una piega ‘scissionista’ se accadrà, come possibile, che la marcia trionfale di Matteo Renzi si trasformi in una sfida all’OK Corral.

E se ciò accadesse, aumenta la possibilità che il Centrodestra – affrancato dal Berlusconismo – decida di andare alle elezioni nel corso del 2014, sfiduciando un governo inerte, indeciso e già vessato da scandali, che vede calare la fiducia degli italiani sempre più in basso (circa il 30% di coloro che hanno voluto rispondere ai sondaggi, all’incirca il 10% effettivo dei contatti).
Oppure, se la nascita del Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano dovesse imporre una svolta in positivo al nostro letargico governo, dovremmo solo rinviare il distacco all’anno successivo, il 2015,  se si volesse ragionare in prospettiva, ovvero tenendo conto delle amministrative che, nel 2016, coinvolgeranno Napoli, Milano, Firenze e, soprattutto, dell’Anno Horribilis, il 2017, quando – al rimborso e rinnovo dei titoli di Stato quinquennali, mentre l’ultima onda del Baby Boom dovrà pur andare in pensione – verranno a galla tutti i danni causati da questi (per ora) quattro anni di stasi governativa e politica e di salvataggi finanziari a senso unico.

L’aver protratto il confronto interno così a lungo – mentre si attende una sentenza costituzionale che renderà il Porcellum inservibile – ha danneggiato il Partito Democratico e maggiori danni ne verranno, se dal Congresso non ne uscirà un segretario ed una linea politica che ricordino la lezione di Enrico Berlinguer (sostanzialmene affine a quella di Giulio Andreotti o, meglio, di Charles De Gaulle e di Juan Domingo Peron): in una democrazia la maggioranza dei voti tende sempre a collocarsi nell’area moderata e non agli estremi.

Chi vuole governare per la pace e per la prosperità mal si accompagna con chi semina vento per generare tempesta, come anche chi si accontenta sempre di un uovo oggi, finisce per non avere galline domani.

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Angela Merkel chiede più rigore nell’Eurozona

21 Ott

Per chi si era illuso che un’Italia presentabile – in vece di quella ‘impresentabile’ di Silvio Berlusconi – ottenesse sconti e premi di ‘produzione’ dai banchieri e dai cittadini della Mitteleuropa, stanno per arrivare le prevedibili smentite.

Angela Merkel apre il negoziato tra Cdu-Csu (Popolari) e Spd (Socialdemocratici) chiedendo un ulteriore irrigidmento della politica tedesca verso il resto dell’Eurozona, secondo quanto anticipa il Der Spiegel.
Addirittura, il governo tedesco prossimo venturo si accingerebbe a chiedere una modifica del Trattati dell’Unione Europea per ottenere sanzioni ‘immediate’ per gli Stati poco virtuosi, tra cui anche qualche Land germanico.

Secondo alcuni osservatori i Socialdemocratici sarebbero pronti ad abbandonare le politiche ‘solidali’ – come gli Eurobonds) verso l’Europa latina (Francia, Italia, Spagna eccetera) pur di ottenere più finanziamenti per crescita, occupazione e welfare in Germania.

Secondo il Der Spiegel, il ministero delle Finanze tedesco – il quota Spd nel futuro governo – starebbe già elaborando le regole di controllo di gestione/bilancio da inserire nel Protocollo 14 dei Trattati europei.
Una mossa determinata anche e soprattutto da un ‘problema interno’ tedesco: l’attesa sentenza della Corte di Karlsruhe sulla costituzionalità del Fiscal Compact, che si prevede se non contraria, quanto meno poco affermativa. Una questione interna della Germani, dicevamo, con molti Land dell’originaria Repubblica Federale, che si sentono sempre più a disagio sotto il duopolio svevo-prussiano di Monaco e Berlino e che rivendicano la centralità della Deutsche Bank, come organo costituzionalmente preposto al controllo, che, da anni, ha assunto lo status di banca privata …

Follie germaniche in un’Europa incatenata dai suoi vizi ad un Euro che sembra più un indice di borsa o un rating d’agenzia, piuttosto che un elemento effettivamente unificante dei diversi sistemi finanziari.

Un rischio ulteriore per la stabilità degli Stati con sistemi di bilancio obsoleti (Francia, Italia e Spagna), se c’è da entrare nell’anno nuovo con il fiato dell’Eurozona sul collo, mentre il pericolo ‘default’ incombe come consueto su Barak Obama e gli Stati Uniti, la Francia di Hollande è – anche lei come l’Italia –  impantanata nelle riforme istituzionali e le monarchie del Mar del Nord (UK, Svezia, Danimarca e Norvegia) guardano ormai al trattato di libero commercio transatlantico, che andrà a creare un ‘sistema unico’ dal Messico alla Romania.

Un quadro di grande mutamento internazionale che vede nascere enormi aree di libero commercio, più o meno coincidenti con l’espansione di quel popolo (gli Han cinesi) o di quella ‘cultura’ (gli Europei cristianizzati o gli arabi/i turchi islamizzati) o da quel bacino post coloniale (Grande Columbia, Brasile, Maghreb, Repubbliche ex-sovietiche, eccetera).

Un panorama internazionale che ormai da anni vede l’Europa latina – abbarbicata alle proprie tradizioni, rivendicandole come ‘innovazioni’ –  perdere pian piano terreno, ritagliandosi un’immagine di partner velleitario e di cattivo pagatore.

D’altra parte come non pensarlo se c’è stato l’intero mondo politico e mediatico a crogiolarsi per oltre un anno, sulla possibilità di una Germania più comprensiva, allorchè Angela Merkel fosse stata rieletta?

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Decreto Fare, 80 punti su cui prendere le misure

16 Giu

Arrivano le 80 misure del Decreto Fare. Enrico Letta: «Sono misure per rilanciare l’economia», ma di soldi ‘freschi’ non se ne vede l’ombra. Se la cava meglio, il vicepremier e ministro dell’Interno, Angelino Alfano: «Il cittadino deve percepire lo Stato come amico, per questo abbiamo riequilibrato il rapporto tra cittadini e fisco».

Infatti, uno dei provvedimenti annunciati è la revisione dei poteri di Equitalia, che impedisce la messa all’asta della prima casa e, per i contribuenti in difficoltà economica o con momentanea carenza di liquidità, la rateizzazione dei debiti tributari fino a 120 rate e la possibilità di rinviare il pagamento fino a otto rate consecutive.
Un intervento ‘giusto’ che, per come è formulato, rischia di innescare un circolo vizioso di morosi e di ‘meno abbienti’ che accumulano debiti ed interessi sempre più avviluppati in una morsa creditizia.

Saranno destinati 3 miliardi di euro ai cantieri ed ai lavori in infrastrutture e in piccole, medie e grandi opere, recuperando circa 30.000 posti di lavoro.
Non è molto, ma almeno è meglio di niente. Servirà a dare ossigeno al settore edile, a completare opere ed a … garantire equilibri, prebende e accordi vetusti. Niente nuovi investimenti per nuovi interventi.

Si promettono prestiti ad un tasso agevolato per 5 miliardi di euro complessivi per favorire l’acquisto di nuovi macchinari da parte delle imprese, con un massimale fino a 2 milioni di investimenti per ciascuna azienda.
Serviranno a sostenere l’export, che è l’unico settore in attivo che abbiamo, oppure faranno la stessa fine di tanti contributi europei del passato, oggi capannoni vuoti, agriturismi deserti, aziende agricole in passivo, false fatturazioni eccetera?

In tema di giustizia, viene introdotta la mediazione obbligatoria nei contenziosi civili, con la previsione di smaltire un quarto delle pratiche arretrate, che sono oltre un milione.
Arriva la Common Law, finalmente. Non è proprio la Common Law, bisognerà vedere come funzionerà l’arbitrato e con quali poteri, ma è piuttosto improbabile che possa avere successo se “si farà reclutando 400 giudici onorari, che lavoreranno guadagnando 200 euro a sentenza”, come annuncia il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri. Si tratterà, a quanto pare, di meritevoli neo laureati in giurisprudenza con stage presso tribunali e Corti d’appello …

Si annunciano sgravi energetici per le famiglie o, meglio, per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e “assimilate”, come conferma il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, che annuncia «misure che consentono di ridurre le bollette energetiche degli italiani di 550 milioni, con l’utilizzo del biodiesel e con la modifica del Cip6».
Nei grandi cenri urbani, dove vive gran parte degli italiani, il problema ‘bolletta’ resta.

E’ anche previsto un investimento straordinario di edilizia scolastica finanziato dall’Inail fino a 100 milioni di euro all’anno dal 2014 al 2016.
Una miseria, considerato che gli edifici sono almeno 50.000 e che, fino a pochi anni fa, in Legge Finanziaria, veniva inserito un ‘fondo’ di 500 milioni di euro a cui gli Enti Locali potevano attingere.

Come anche è annunciato lo sblocco del turn over nelle Università, fino al 50%.
Apparentemente una norma contro i ‘baroni’ e a favore dei ‘precari’. In realtà, è un maggior costo per l’INPS e consolida la spesa di personale delle Università, a tutt’oggi un po’ sprecone, come le statistiche dimostrano … se, poi, tra i ‘precari’ si annidassero un tot di ‘nepoti’, il quadro sarebbe completo, visto che noi li assumiamo a vita ed all’estero i professori ed i ricercatori hanno tutti contratti a termine.

Ed arriva il pagamento di un indennizzo da parte degli uffici pubblici inadempienti nei confronti di un cittadino.
Una norma che, si spera, inciderà su tanti andazzi, visto che pagare un indennizzo per ‘negligenza’ comporterà – gioco forza – la rilevanza giuridica per maggiore spesa erariale. Ci sarà, dunque, da intervenire sulla disciplina del pubblico impiego, sui contratti di lavoro della P.A. e delle scuole, sui poteri ed i doveri di quadri e dirigenti. Chissà se Enrico Letta ha messo in conto l’urgenza di intervenire di concerto con i sindacati dei dipendenti pubblici …

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

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Porcellum, fino alla primavera 2015?

30 Mag

Mentre Roma si accinge ad eleggere il proprio sindaco, ben sapendo che, al meglio, incontrerà l’opposizione o la diffidenza di tre romani su quattro, il Parlamento, ben consapevole della vistosa incostituzionalità del Porcellum,  rinvia l’emanazione di una nuova legge elettorale al febbraio del 2015.

Infatti – dopo lo scontro Pd-Pdl, perdurante il “tutti contro tutti” nel PD, con un M5S visibilmente impreparato alla sfida richiesta – arriva l’annuncio di Quagliariello e Pisicchio: “Documento chiuso e firmato da tutti”, ma nel testo inviato al voto delle Camere non c’è nessun accenno a contenuti e tempi delle modifiche del Porcellum in caso di elezioni anticipate.

Tecnicamente si potrebbe parlare di golpe bianco, come in quei paesi sudamericani in cui qualcuno riesce a prendere il potere con un sistema lettorale bislacco e poi resta lì rifiutando di modificare quel sistema, dopo aver giurato e stragiurato di cambiarlo.
Tecnicamente è un Parlamento che non può essere sciolto, perchè non esiste un sistema legittimo per rinnovarlo.

Una responsabilità politica di portata storica, dietro la quale non c’è nessun tentativo autoritario e, per tale motivo, è impossibile parlare di ‘golpe’: è solo l’applicazione di un famoso detto del Divo Giulio, “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.
Dopo il ritorno alla Democrazia Cristiana e dopo il Governo Letta-Alfano-Cencelli, non c’è altra via che affidarsi al tradizionale immobilismo.

Un fatto gravissimo, che arriva dopo un molto discutibile ‘governo tecnico ma di programma’ del senatore a vita Mario Monti, molto somigliante anch’esso a quelle situazioni sudamericane in cui la ‘salute pubblica’ si costituisce per garantire interessi esteri e locali, e dopo ben tre tornate elettorali in cui si è votato con un sistema illegittimo e deformante.

Il Porcellum è un sistema che consente alle segreteria di partito di determinare in anticipo gli eletti e che va, inevitabilmente, a creare una ipermaggioranza alla Camera e nessuna maggioranza al Senato.

Riformarlo – tornando almeno al Mattarellum – non richiede necessariamente di affrontare per intero la riforma dello Stato italiano. Come anche, introdurre il semipresidenzialismo non è possibile se non si riportano i partiti al centro della politica, ovvero non si emanano le leggi sui sindacati che la Costituzione prevede da sessant’anni o si interviene sui ruoli istituzionali della magistratura e dell’informazione oppure sul conflitto di interessi, sulla durata dei processi e sui CdA delle aziende a partecipazione o controllo pubblici.

Dunque, ci vuole tempo per arrivare ad una legge elettorale equilibrata, ma non è pensabile che vada a buon fine una manovra che vede la leadership del paese (Presidente, Governo e Parlamento) congelata fino alla primavera del 2015.
Un 2015, al termine del quale, l’Europa inizierà a chieder conto di quanto ci siamo impegnati ad attuare per ottenere il ritiro della procedura per deficit eccessivo,   un’enorme messe di profonde riforme, che difficilmente potrà essere garantito da un Partito Democratico così ambivalente e dilaniato da interessi diversissimi.
Un 2015 che appare molto lontano, se si vuol tener conto che l’insicurezza dei cittadini aumenta e si annuncia un’epoca di scandali, dopo l’uscita del nuovo libro di Paolo Madron, L’uomo che sussurrava ai potenti, che raccoglie le memorie di Luigi Bisignani, un ‘protagonista della Seconda Repubblica’.

Resta, dunque, il problema interno alla Sinistra ed ai Centristi che si era ben palesato con l’ascesa e l’insuccesso di Veltroni, prima, e Bersani, dopo.
In Germania, la Grosse Koalition ‘funziona’ perchè la SPD di Schroeder, avendo vinto le elezioni con un margine di voti effettivi molto limitato, cedette la premiership ad Angela Merkel della CDU, che finora ha attuato una politica nazionalista e populista, che una parte della sinistra storicamente avversa.

Probabilmente, sarebbe stato meglio costituire un governo Alfano-Letta e non Letta-Alfano. Meglio ancora se il premier fosse stato un (ex)socialista come Cicchitto.

Gli elettori di sinistra non avrebbero capito? Il Partito Democratico si sarebbe spaccato?
… gli elettori già ora non stanno capendo o ‘capiscono male’, il PD è già ampiamente spaccato: è proprio questo il problema.

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Senatori, deputati, multinazionali, lobbisti

20 Mag

Senatori e deputati a libro paga di multinazionali e lobbisti per cifre che andrebbero dai 1.000 ai 2.500 euro al mese, più qualche ‘fortunato’ che arriva fino a 5.000 mensili di mazzetta. Questa la denuncia di Le Iene, dopo le rivelazioni di un assistente parlamentare, protetto dal segreto.

Pietro Grasso, presidente del Senato e magistrato, esorta: «Chi sa qualcosa sui parlamentari pagati farebbe bene a denunciare questi comportamenti gravissimi». E, in effetti, la denuncia a ‘mezzo stampa’ c’è e qualche magistrato dovrebbe necessariamente aprire un inchiesta d’ufficio.

I ‘cattivi’ sarebbero, sta volta, le lobbies del tabacco e del gioco d’azzardo, che premerebbero per leggi ed emendamenti a loro favorevoli. Nulla di sorprendente, va così in tutto il mondo e spesso sono finanziamenti legali per le campagne elettorali, facilitati da leggi diverse dalla nostra sul finanziamento dei partiti.
Immediate le voci per la rapida approvazione delle norme anticorruzione, ma è la riforma dei finanziamenti ai partiti quel che serve per contrastare la concussione e l’occultamento dei finanziamenti, come è necessaria una nuova visione delle concessioni governative se si vuole risolvere a monte la questione ‘tabacchi, azzardo, accise, demanio marittimo, Equitalia, Caaf’.

Dunque, il punto non sono le eventuali lobbies del tabacco o quelle dell’azzardo – in gran parte estere, si noti bene – dato che il ‘problema’ vero è che se certi nostri parlamentari si dimostrassero ‘permeabili’ per soli 2.000 euro al mese, figuriamoci quali altre ‘lobbies’ possano esserci in grado di promettere ‘premi’ migliori, in soldoni od in carriere per figli e nepoti.

Se si accettano ‘quattro spiccioli’ per sigarette e gioco d’azzardo, quanti altri (denari, favori o ‘immunità’) potrebbero essere ‘graditi’ per tutelare gli interessi della Mafia o della Casta?

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