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Le Primarie ai tempi di Jules Verne

28 Nov

“Degli “uomini-sandwich” circolavano in mezzo ai gruppi di pedoni.  Bandiere e stendardi fluttuavano nel vento.  Grida echeggiavano da ogni dove.
– Urrà per Kamerfield!
– Urrà per Mandiboy!

– Suppongo che si tratti di una competizione, di un “meeting” come lo chiamano qui, per l’elezione di qualche alto funzionario militare o civile, o addirittura di un membro del Congresso, a giudicare dall’animazione che si vede – disse Fix. …

… Di fronte, sull’altro lato del viale, tra la mostra di un mercante di carbone e quella d’un negoziante di petrolio, era sistemata su una specie di palco una larga scrivania con due urne, verso cui sembravano convergere le fluttuanti correnti della folla.

Là intorno l’agitazione raggiungeva il parossismo. Tutte le mani erano in aria;  talune rigidamente chiuse a pugno si alzavano e si abbassavano con rapidità e con frequenza, mentre intorno scoppiavano grida, e il numero dei cappelli neri a cilindro diminuiva a vista d’occhio. Per la maggior parte quei copricapo sembravano aver perduto la loro altezza normale.

La signora Auda, da parte sua, standosene stretta al braccio di Phileas Fogg, guardava con meraviglia tutta quella scena tumultuosa.
Una specie di flusso e riflusso agitava ora la marea di teste su cui le bandiere ondeggiavano, sparivano a tratti per ricomparire poi fatte a brandelli.
Ad un certo momento, mentre Fix stava per chiedere ad un vicino quale fosse la precisa ragione di tanta effervescenza popolare, un movimento più vivo si determinò. Gli «urrà» conditi di improperi raddoppiarono.

L’asta delle bandiere si trasformò in arma offensiva. Non più mani: pugni dappertutto.
Dall’alto delle carrozze e degli “omnibus” bloccati era uno scambio di insulti e un lancio di corpi contundenti: stivali e scarpe descrivevano in aria traiettorie molto tese. Anche qualche colpo di revolver si frammischiò all’urlio assordante che pareva la  voce del mare in tempesta.
La calca si fece più sotto alla scalinata e rifluì sui primi gradini.

Uno dei due partiti evidentemente era stato respinto, senza che peraltro ai semplici spettatori fosse dato capire se il vantaggio rimanesse a Mandiboy o a Kamerfield.”

(da “Le tour du monde en quatre-vingts jours” – Jules Verne)

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Alba Dorata: rischi per l’Italia?

4 Nov

In Grecia sale la tensione, dopo l’attentato alla sede di Alba Dorata, con due morti e diversi feriti, che fa seguito ad attentati a giornalisti e uffici avvenuti nel 2013. Una tentata strage attuata proprio mentre la Grecia cercava di fare piazza pulita dei suoi neonazisti e con il solo scopo di gettare in paese nel caos e non per ‘vendetta’, visto che l’omicidio del rapper antifascista era scaturito da una lite da bar e non da un complotto.

In una sua lunga disanima, Harry van Versendaal – noto editorialista della versione inglese del quotidiano greco I Kathimerini – invita non solo la Destra neonazista, ma anche la Sinistra antagonista a “sviluppare una comprensione più inclusiva della violenza, condannandola in ogni sua forma: sia essa razziale, sessuale o politica“.

Un invito che andrebbe esteso anche all’Italia, dove i nostri media in questi anni ci hanno poco o punto informati sull’escalation anarco-insurrezionalista e della sinistra radicale, cui fanno da contraltare (come a Weimar) i neonazisti di Alba Dorata.

Intanto, in Italia non possiamo di certo dire che stiamo al sicuro da rischi simili, ma, nel nostro caso,  di neonazisti o neofascisti non è che se ne vedano tanti come in Grecia. Anzi, all’ennesimo anniversario mussoliniano c’erano forse 5.000 nostalgici.

E’ la minaccia anarco-insurrezionalista che rimane «estesa e multiforme», in grado di tradursi in una «gamma di interventi» che può comprendere anche «attentati spettacolari», questo il report dei servizi segreti nella Relazione annuale consegnata al Parlamento nel marzo 2013.
La sola nDrangheta, secondo il rapporto Eurispes 2008, avrebbe un giro d’affari di 44 miliardi di euro annui e potremmo stimare in almeno 150 miliardi annui il PIL (ndr. attivo o passivo?) derivante da attività crimine organizzato. Il disastro ambientale campano, le fabbrichette della moda o le rivolte degli immigrati schiavizzati comprovano una dimensione ‘messicana’ dei rapporti tra governance nazionale, sistema produttivo e cartelli locali.

La nostra governance – a differenza di quella spagnola – non è riuscita a far altro che congelare il debito interno e quello estero, mentre il Parlamento è in ostaggio di una legge elettorale indecente e di un’informazione pubblica che Freedom House nel suo report annuale considera ‘semilibera’, collocandoci alla stregua degli stati ex-satellite dell’URSS (Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia eccetera) o delle traballanti repubbliche africane (Egitto, Tunisia, Benin, Namibia eccetera).

Indice di Competitività UE 2013

Aggiungiamo che un malgoverno durato 150 anni ha ormai creato e sigillato tre aree geografiche ben distinte: un Settentrione con una produttività paragonabile a quella tedesca, un Meridione ormai ridotto a vicereame ispanico (come il Messico, Columbia e quant’altri), un Centro che sopravvive – oggi come ieri – di speculazioni finanziarie e immobiliari in nome del ‘paesaggio italiano’ e della ‘bona fidae’.

PIL pro capite UE 2009
Tenuto conto dell’irriducibilità di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi nell’anteporre una visione personale all’interesse generale, oggi, come durante la Guerra Fredda, l’Italia sta andando a porsi al centro di una serie di ‘affari internazionali’, di cui un ‘assaggio’ sono state le montagne russe dello spread del 2011.

Dunque, se la Grecia prendesse fuoco, l’Italia potrebbe non esserne esente.

In assenza di un sufficiente numero di ‘fascisti’, per ora, la furia del ‘tanto peggio tanto meglio’ non avrebbe che prendersela con le istituzioni – che non sono nè i partiti nè gli speculatori – e con chi le difende, a danno di gran parte della popolazione, che è ‘moderata’, ‘conformista’, ‘populista’ …

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Enrico Letta: ci vorrebbe una marcia in più

29 Ott

Se il Presidente traballa sotto le scelte ormai ristrette ed obbligate e se Grillo esagera, temendo un crollo dei consensi, Enrico Letta di sicuro non esulta.

Il bersaglio di Renzi e dei suoi alleati è lui ed in gioco c’è la Presidenza del Consiglio italiana nel semestre europeo, durante la quale un atteggiamento ‘disobbediente’ dell’Italia potrebbe portare effimeri benefici per la nazione, ma solidi accordi europei per le regioni ‘rosse’ e tanti piccini interessi della profonda provincia italiana.

L’idea può non sembrare del tutto balzana, almeno a vedere i risultati elettorali per la provincia di Trento dove il PD (21,5%) regge mentre Lega, PdL e M5S crollano. Peccato che gli autonomisti del PATT (17,7%) siano diventati ormai una forza comparabile allo stesso Partito Democratico.

Dunque, lo scenario più probabile è sempre lo stesso: se si andasse ad elezioni anticipate, la maggioranza al Senato resterebbe aleatoria, a meno che non si verificasse un notevole astensionismo o le opposizioni dovessero presentarsi divise e frammentate.

In ambedue i casi la stabilità diventerebbe una chimera. Ma, allo stesso modo, lo è, se la Camera dei Deputati dovesse continuare ad inseguire i fantasmi giacobini del ’68 e non decidersi a riformare quanto c’è da riformare, senza ricadere in un autolesionismo ‘di lotta e di governo’.

Tanti dicono che la colpa è delle banche, ma sarebbe bene capire quali, visto che in Grecia va agli stranieri la colpa di aver corrotto i politici e dissanguato la nazione. In Italia, non avremmo che da prendercela con due note banche ‘di sinistra’ nostrane, più l’uso scellerato di Cassa Depositi e Prestiti e dell’INPS.
Purtroppo, fronda renziana o meno, la faccenda della decadenza di Silvio Berlusconi andava presa di petto. Tanto comunque lascerà una parte dell’elettorato scontento per la clemenza e un’altra parte si lagnerà per la severità, qualunque sarà l’esito del voto parlamentare.
Di sicuro, dinanzi all’emergere di nuove forze politiche e sindacali, sarebbero servite le norme che la Costituzione prevede da 60 anni e che non abbiamo fatto sulla democrazia nelle associazioni e sulla pacificità dei cortei. Come sono evidenti le falle nel sistema giustizia, visto il ‘via vai’ di interpretazioni sui destini di Silvio Berlusconi e tanti altri condannati meno abbienti di lui.
In due parole, un Paese che arranca perchè la propria Costituzione andava riformata quasi dieci anni fa, quando si discusse se ricorrere ad una Costituente od una Bicamerale.

Il passato non ritorna e, sia che voglia inseguire l’anima forcaiola del Paese o assecondare quella moderata, Enrico Letta non ha altra scelta che rimettere in moto l’Italia: quella di ‘congelare l’instabilità’ per salvare il sistema finanziario è stata la mossa di Mario Monti.
Adesso c’è da riformare il sistema di governo che ha portato a questa disfatta nazionale.

E per farlo serve un leader carismatico, non un ‘signor qualcuno’ con l’aria dell’amministratore delegato, nel caso di Letta, o dell’imprenditore di provincia, come per Renzi.

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Grillo, Napolitano e le ragioni di nessuno

29 Ott

Grillo attacca Napolitano – “Da 60 anni in politica, un furbo” – e Letta, dimentico della spada di Damocle della decadenza del Cavaliere, parla di “Attacco assurdo, vuole instabilità”.

L’instabilità la vuole chi non procede sulla strada delle riforme che già dal 2011 erano annunciate e ormai nel 2013 non sono ancora realizzate.
Dal contenimento della spesa pubblica alla modernizzazione della pubblica amministrazione, dal nodo cruciale di Cassa depositi e prestiti alla pletora di aziende di stato e di concessioni demaniali fino all’enorme e spesso inutile patrimonio immobiliare pubblico. Come anche per la riforma elettorale, quella della giustizia o del welfare, per non parlare della sanità o del ruolo dei docenti, come dell’esercito di dipendenti ‘pubblici, ma precari’ di cui non si sa che fare, se restano in servizio quelli più anziani, spesso restii ad innovazioni e semplificazioni.

E’ la totale stasi della governance politica che rende l’Italia instabile e se c’è un rilievo da sottoporre al nostro Presidente della Repubblica è quello di recepire lo stallo come una condizione ineluttabile.
Viceversa, il Paese ha bisogno di un New Deal, di un ‘sogno di ripresa’, di una speranza di cambiamento.

Doveva essere Mario Monti a fornire la ‘scintilla’, ma sappiamo come è andata e quale sia stata la disdetta di Re Giorgio che l’aveva prescelto. Poteva essere un ‘governo per le riforme’, quello di Enrico Letta, piuttosto che tornare alle urne con una legge, il Porcellum, che proprio non va.

Forse – a posteriori – era meglio un governo tecnico per la legge elettorale fin dal 2010, quando Napolitano esitò per la prima volta.
Ma dargli del ‘furbo’ no, proprio non si può.

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Vincere le Primarie per perdere il Paese

28 Ott

C’è un motivo che dovrebbe indurre tutti gli analisti a dubitare di un successo politico del Partito Democratico nel breve o medio periodo.

Almeno 20 milioni di italiani vive in aree notevolmente urbanizzate della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia, del Lazio, della Campania e della Sicilia.
Cittadini che producono la maggior parte del PIL nazionale e del gettito fiscale, che hanno bisogno di innovazione tecnologica, semplificazione, leggi chiare e giustizia rapida, servizi locali flessibili, una P.A. ‘leggera’.

Non nascono in questi territori metropolitani e non ne rappresentano gli umori e le istanze Enrico Letta, Renzi, Bindi, Finocchiaro, Bersani, Prodi, D’Alema, Marini, Franceschini, Vendola, Boldrini, Landini, Ferrero, Damiano, Fornero (che era al governo ‘in quota riformista’, ricordiamolo), Fioroni, Marino eccetera eccetera.
Arrivano dalle ‘città metropolitane’ Civati, Veltroni, Mario Monti, Epifani, Camusso, Barca, Zingaretti e pochi altri.

Sarà anche per questo che i nostri governi non riescono a ‘volare alto’ e la nostra Sinistra resta sempre ancorata a ‘modelli patriarcali e paternalistici’. Un’Italia che vive nella perpetuazione del mito dello slow food e del paesaggio italiano, anzichè della modernità, della produzione industriale, della rivoluzione digitale eccetera eccetera?

Il Partito Democratico è un partito fortemente conservatore oppure no?

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L’appello di Marianna Madia e le primarie del PD

27 Ott

Mentre a Torino in un anno gli iscritti del PD raddoppiano a ‘ben’ trentamila e mentre Matteo Renzi esulta per il bagno di folla della Leopolda, consistente in circa 8.000 persone, balza all’occhio come ‘le primarie’ somiglino sempre più a quelle raccontate da Jules Verne ed il marchese di Tocqueville.

In ogni caso, ci sono due nobili campioni l’uno di fronte all’altro, l’onorevole Kamerfielde l’onorevole Mandiboy.  Una specie di flusso e riflusso agitava ora la marea di teste su cui le bandiere ondeggiavano, sparivano a tratti per ricomparire poi fatte a brandelli.
Ad un certo momento, mentre Fix stava per chiedere ad un vicino quale fosse la precisa ragione di tanta effervescenza popolare, un movimento più vivo si determinò. Gli «urrà» conditi di improperi raddoppiarono. L’asta delle bandiere si trasformò in arma offensiva. Non più mani: pugni dappertutto. Dall’alto delle carrozze e degli “omnibus” bloccati era uno scambio di insulti e un lancio di corpi contundenti: stivali e scarpe descrivevano in aria traiettorie molto tese.
Anche qualche colpo di revolver si frammischiò all’urlio assordante che pareva la voce del mare in tempesta. La calca si fece più sotto alla scalinata e rifluì sui primi gradini. Uno dei due partiti evidentemente era stato respinto, senza che peraltro ai semplici spettatori fosse dato capire se il vantaggio rimanesse a Mandiboy o a Kamerfield.” (Jules Verne – Il giro del mondo in 80 giorni)
“Durante i preparatvi elettorali, si registra costante agitazione dei partiti, nel tentativo di attirare gli elettori dalla propria parte.
Già molto prima del giorno prefissato, l’elezione arriva ad essere la più grande, e si potrebbe dire l’unica, vicenda che occupa le menti degli uomini … Il presidente, da parte sua, è assorbito nel compito di difendersi dinanzi alla maggioranza.” (A. de Tocqueville – Democrazia in America)
Intanto, sono circa quattro mesi che circolano on line le dichiarazioni di Marianna Madia, giovane deputata Pd alla sua seconda legislatura e veltroniana di ferro: “Nel PD a livello nazionale ho visto piccole e mediocri filiere di potere. A livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie dei parlamentari ho visto, non ho paura a dirlo, delle vere e proprie piccole associazioni a delinquere sul territorio”. (Fatto Quotidiano) “Spero che questa ipocrisia non ci sia nel futuro congresso. L’ipocrisia è pensare di parlare di linea politica senza capire che abbiamo un grossissimo problema di costituzione materiale del partito”.
Un caso che Fabrizio Barca, chiudendo la serata, ebbe ad avvalorare: “Quello che racconta Marianna Madia – in Calabria, ad esempio – lo vedi benissimo, assume toni drammatici. In quella terra il partito è diviso tra veri e propri capibastone che vengono dal passato e un 25% di partito straordinario. Quello che ci hai detto in modo molto libero la gente lo vede. Le persone a quel punto scelgono altri”.
Un esempio, quello del PD calabrese che ben viene evocato dal commento di Ferdinando Cosco, capolista nel Collegio di Soverato, per il risultato elettorale nel Collegio XII di Rosy Bindi, oggi Presidente della Commissione Antimafia : “Nel ringraziare per l’ampio consenso ricevuto, gli amici e i sostenitori che, con i candidati della lista, hanno creduto nel progetto vincente e vittorioso di Agazio Loiero, intendo assicurarli di un permanente impegno in direzione di una politica operativa e veramente prossima ai problemi della gente”. (fonte QuiCalabria)
Peccato che Agazio Loiero abbia perso le elezioni del 28 e 29 marzo 2010 e che il 2 febbraio 2011 annunciava l’abbandono del PD …
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