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L’attacco alle pensioni che dura da 25 anni

15 Ott

giuliano_polettiUna persona nata nel 1960 potrebbe da un lato aver già cumulato 40 anni di diritti previdenziali ed, allo stesso tempo, dovrà attendere il compimento di 66 anni e sette mesi, cioè altri DIECI ANNI, per poter fruire della pensione.

Questa persona si è già trovata a dover permanere al lavoro più di quanto le fosse stato precedentemente assicurato nel 1992 (Amato), nel 1995 (Dini), nel 2004 (Maroni), nel 2011 (Fornero). Ogni volta promettendo che sarebbe stata quella risolutiva.

Oggi, in Italia, in una repubblica “fondata sul lavoro”, con la Riforma Poletti – Renzi non ci si pensiona in base agli anni di contribuzione, cioè di prestazione lavorativa: tutti via a 66 anni e 7 mesi a prescindere da quanto si sia lavorato o di come vada la salute.

Dopo gli esodati di Elsa Fornero lasciati senza protezione dalla disoccupazione forzata, è nei fatti  che il Partito Democratico (con il silenzio assenso dei Cinque Stelle e della Destra) NON intende adempiere all’articolo 38 della Costituzione Italiana nel provvedere ad assicurare mezzi adeguati in caso di vecchiaia o di invalidità.
Anzi, addirittura, li sottrae, invitando chi per l’ennesima volta e con ben 41 anni di lavoro sulle spalle vede allontanarsi il giusto riposo a sottoscrivere indebitamenti capestro (APE) per 20 anni pur di andare via.

Riepilogando, abbiamo una generazione che gode di pensioni discrete od ottime pur avendone contribuita minima parte, ne abbiamo un’altra che – contribuendo poco – non cumulerà una rendita sufficiente e … un’altra ancora che dovrà lavorare il doppio per percepire la metà, onde garantire le prime e le seconde. Tra questi gli invalidi gravi con ben 41 anni di contribuzione previdenziale.

Evidentemente, in una repubblica fondata sul lavoro e sulle pari opportunità, esistono generazioni che pagano (e lavorano) per tutti e si pretende che gli invalidi gravi abbiano la stessa capacità lavorativa e la stessa aspettativa in vita di chi in salute.

Resta da chiedersi – e potrebbero iniziare a farlo almeno le associazioni dei malati – quanto la Costituzione Italiana permetta tutto questo.

Demata

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Pensioni, al peggio non c’è mai fine: dopo Fornero, arriva Poletti

14 Ott

Le pensioni di Elsa Fornero potrebbero rivelarsi una ‘passeggiata di salute’ a confronto con quelle di Giuliano Poletti.

Riepilogando in breve, sembra che le cose andranno così:

  • l’età pensionabile è fissata per tutti a 66 anni e 7 mesi
  • chi vuole andare via si troverà con un debito ventennale (APE) di non poche centinaia di euro
  • non è chiaro per quanto tempo il TFR /TFS sarà trattenibile o rinviabile
  • lo Stato interverrà per le pensioni “anticipate” medio-basse, colpendo duramente quelle medio-alte
  • questo avverrà anche per i lavoratori gravemente disabili che abbiano 41 anni di contributi.

Una vergogna: malati gravi con una minore aspettativa in vita che, dopo 40 e passa anni di duro lavoro quotidiano,  pur di tutelare la propria salute devono indebitarsi per 20 anni, con la triste prospettiva che tale debito verrà trasferito ai figli, in caso di prematura dipartita.

giuliano_polettiE, visto che l’agenda politica tratta di Costituzione, di Referendum e di Matteo Renzi ‘uomo solo al comando’, proviamo a capire se Poletti, dopo Fornero, possa avere il diritto di colpire così duramente anziani e meno anziani con una vita di lavoro (quello vero) e di sacrifici sulle spalle, illudendo le nuove generazioni e proteggendo chi gode  già da 10 o 20 anni di una  pensione tanto lauta quanto poco contribuita.

L’art. 38 della Costituzione è ben chiaro:

  • I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
  • Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
  • L’assistenza privata è libera. Stop.

Dunque,

  • lo Stato emana leggi che prevedano casistiche e soluzioni.
  • Il cittadino può scegliere liberamente l’assistenza privata, onde assicurarsi mezzi adeguati.
  • Lo Stato provvede o integra con propri organi ed istituti, nei casi in cui non siano assicurati mezzi adeguati.

Non il contrario, come avviene dal 1992.

Ed aggiungiamo che la ‘vecchiaia’ è un dato individuale, essendo definibile solo come la “fase più avanzata del ciclo biologico, nella quale si manifestano vistosi fenomeni di decadimento fisico e un generale indebolimento dell’organismo”.

Un invalido grave, un lavoratore usurato o precoce possono essere già vecchi a 55 anni ed avere un’aspettativa in vita ben inferiore, specialmente se hanno lavorato ogni giorno per 35-40 anni. A prescindere se fossero minatori o autonomi, dirigenti o liberi professionisti.

Infatti, chi si occupa sul serio di previdenza – le Compagnie Assicuratrici private – ne tiene ben conto, specie perchè poi tocca a loro (come da noi allo Stato) sprecare somme assurde in cure, farmaci e giornate lavorative perse pur di tenere in attività over55 con più di una patologia cronica ed in condizioni di salute non buone.

Sembra proprio che abbiamo smarrito la nostra Costituzione e che – inseguendo il punto percentuale di aliquota fiscale o congiunturale – abbiamo dimenticato come si amministra la Cosa Pubblica.

Invocando il Fiscal Compact, le norme pensionistiche di Elsa Fornero non furono referendabili.
Ma nel Fiscal Compact non c’è mica scritto che ogni qual volta il Governo falla le proprie promesse e rinnova le solite prebende, si debba andare a colpire i prossimi pensionandi, specialmente se qui c’è sempre la stessa gente che si è vista allontanare l’età pensionabile già 3-4 volte negli ultimi vent’anni.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: se la previdenza è una competenza esclusiva dello Stato, perchè chi ha lavorato più anni (i pensionandi di oggi) deve attendere, finendo per lavorare anche per 49 anni, dai 17 e mezzo ai 66 e sette mesi) pur di non vedersi decurtato quanto faticosamente accumulato?
E quale equa norma implica che debba farlo per sostenere i pensionati attuali, che raramente sono arrivati ad oltre i 35 anni contributivi, ed i tanti giovani e meno giovani che iniziano a contribuire molto tardivamente, se alla ricerca del lavoro che piace e che sia vicino casa?

La riforma pensionistica di Poletti e Renzi è contraria allo spirito della Costituzione Italiana ed è un ennesimo esempio dell’opportunismo politico di Renzi ed i suoi nel continuare ad illudere le nuove generazioni.

Demata

Il Governo Renzi sotto gli scandali

7 Apr

Il Governo Renzi- ad oggi – ha perso per dimissioni ben quattro ministri (Federica Mogherini e Maria Carmela Lanzetta del PD, Maurizio Lupi di NCD e Federica Guidi, indipendente), un viceministro (Lapo Pistelli del PD) e quattro sottosegretari (Antonio Gentile di NCD, Giovanni Legnini, Roberto Reggi e Francesca Barracciu del PD).

Di questi nove, ben cinque hanno preferito dedicarsi ad altro a pochi mesi dalla nomina, mentre gli altri quattro hanno dovuto farlo a causa di scandali:

  • Federica Mogherini, figlia del regista e scenografo Flavio Mogherini e militante comunista fin dal liceo: il 21 febbraio 2014 Matteo Renzi annunciava la sua nomina a ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ma, già il 2 agosto 2014, lo stesso presidente del consiglio italiano  formalizzava la candidatura per la carica di Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.
  • Maria Carmela Lanzetta, ex sindaco ‘martire della nDrangheta’ di Monasterace nella Locride: il 21 febbraio 2014 è nominata  ministro per gli affari regionali e le autonomie, ma meno di un anno dopo, il 24 gennao 2015, già rassegna le proprie dimissioni, abbandonando la politica ed assumendo la presidenza dell’Associazione “Umberto Zanotti Bianco” finalizzata ai Beni Culturali.
  • Maurizio Lupi, giornalista ed ex democristiano: rassegna le dimissioni da ministro delle infrastrutture e dei trasporti il giorno 20 marzo 2015 prima che la Camera voti una mozione di sfiducia presentata nei suoi confronti dalle opposizioni.a seguito dello scandalo “Grandi opere” in cui era coinvolto personale del suo Ministero
  • Federica Guidi, vicepresidente di Confindustria: rassegna le dimissioni dall’incarico di ministro dello Sviluppo Economico a causa delle indagini su una fuga di notizie di alcuni emendamenti che avrebbe potuto favorire gli interessi imprenditoriali di persone a lei vicine
  • Lapo Pistelli, figlio di Nicola Pistelli, già deputato della Democrazia Cristiana: il 15 giugno 2015 lascia l’incarico di viceministro degli Esteri, preferendo la carica di vicepresidente senior dell’Eni, dove si occuperà “di promuovere il business internazionale e di tenere i rapporti con gli stakeholders – in Africa e Medio Oriente – e dei progetti sulla sostenibilità”.
  • Antonio Gentile: il 28 febbraio 2014 è nominato sottosegretario Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, ma già il 3 marzo 2014 annunciava le sue dimissioni a seguito delle contestazioni pervenute da parte dei direttori delle principali testate italiane, tra cui Ferruccio de Bortoli, Ezio Mauro, Enrico Mentana, Roberto Napoletano e Mario Calabresi, in relazione a gravi pressioni esercitate su un giornale calabrese pochi giorni prima
  • Giovanni Legnini,  docente e dirigente dei Democratici di Sinistra: nominato il 28 febbraio 2014  sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, il 30 settembre 2014 si dimette, preferendo la vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura
  • Roberto Reggi, in politica dal 1994: il 28 febbraio 2014 viene nominato sottosegretario al Ministero dell’Istruzione nel Governo Renzi, il 19 settembre 2014 si dimette preferendo l’incaric di Direttore dell’Agenzia del demanio
  • Francesca Barracciu, docente e e militante comunista fin dal liceo: il 28 febbraio 2014 viene nominata sottosegretaria al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, ma  si dimette il 21 ottobre 2015 dopo essere stata rinviata  a giudizio per peculato aggravato per l’uso improprio dei fondi ai gruppi del consiglio regionale della Sardegna.

Poi, ci sono quelli che sono stati ‘solo’ sfiorati da scandali, come:

  • Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia e Finanze: assolto dalla denuncia di Adusbef e Federconsumatori per aver pagato in favore di Morgan Stanley & Co. International ben 3,1 miliardi di euro per la risoluzione anticipata dei contratti di swap. Dalle intercettazioni dello “Scandalo Gemelli” emerge che “Padoan ha messo lì la cricca del petrolio
  • Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento con delega all’attuazione del Programma di Governo: accusata dalle opposizioni di conflitto di interessi nel ‘salvataggio’ di Banca Etruria, di cui era vicepresidente  il padre, che è stato indagato
  • Graziano Delrio, ministro delle infrastrutture e dei trasporti ed ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri: coinvolto nell’inchiesta «Aemilia» sul radicamento della ’ndrangheta in Emilia Romagna, nell’ambito della quale è stato sentito come persona informata dei fatti a proposito della criminalità organizzata che proviene da Cutro  nella Locride
  • Giuliano Poletti, ex Presidente della LegaCoop e ministro del Lavoro e del Welfare:  sulle cronache per le sue frequentazioni con personaggi indagati,  tra cui Buzzi di Mafia Capitale e Levorato della Manutencoop, si è finora giustificato affermando che “come presidente di Legacoop ho partecipato sempre alle iniziative e alle assemblee delle cooperative aderenti a cui venivo invitato”, anche se – da statuto – la “Legacoop promuove ogni iniziativa affinché le cooperative associate e i loro rappresentanti rifiutino ogni rapporto con organizzazioni criminali o mafiose e con soggetti che fanno ricorso a comportamenti contrari alla legge” e “si impegna a mantenere con le forze politiche, le istituzioni (…) un comportamento ispirato ad autonomia e indipendenza”
  • Claudio De Vincenti, docente universitario, dal 10 aprile 2015 sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri: indicato nelle intercettazioni dello “Scandalo Gemelli” come parte di un “gruppo” di soggetti stabilmente dediti e decisi a “manovrare” decisioni e procedure che il ministro Guidi definisce “combriccola”, “clan” ,”quartierino”.

 

… si, si … c’è da aspettare le elezioni comunali di Roma e Napoli, c’è da scoprire se gli USA saranno Dem o Rep, c’è l’incognita che i tedeschi ripudino la cattolica e “troppo caritatevole” Ang(h)ela Merkel … c’è il PD che avrà da fare i suoi congressi tra estate ed autunno, all’orizzonte c’è il problema delle pensioni,  c’è l’esito del referendum sulle trivelle, c’è l’incognita del referendum sulla riforma del Senato, c’è il Fiscal Compact che non permette manovre a breve termine … ci sarà, insomma, da arrancare fino a primavera 2017 … ma … è finita.
Game over, tanto … il rating è sempre BBB-, in temini di interventi strutturali sull’economia (a parte le note banche) nulla s’è fatto per le pensioni (cioè l’occupazione e l’innovazione) ed, anche senza l’esito del referendum sulle trivelle, il calo del prezzo del petrolio e delle risorse per la Sanità derivanti dalle accise sarà il tormentone finanziario prossimo venturo.

L’idea di un ‘uomo solo al comando’ circondato (e protetto) dal suo Cerchio Magico porta sempre a questo genere di finali. Reggerà ancora un po’ … dato che che sappiamo bene che fine fanno stabilità e pace sociale, se al governo di metropoli e nazioni vanno dei tribuni privi di ogni esperienza pregressa, come rischiamo che accada in mezza Europa.

La ‘lezione’ che arriva da questa vicenda è semplice: se si vuole un governo con elevate competenze tecniche ed allo stesso tempo esente da conflitti di interessi, il personale deve provenire dai ruoli dell’amministrazione e non dal ‘privato’ o dai circoli di partito.

Comprensibile il fatto che così si riducano notevolmente i ‘posti a tavola’, ma Matteo Renzi avrà una navigazione molto difficoltosa se vuole superare il 2017, a meno di non cambiare entourage e metodo politico … magari.

Demata

Leopolda5: nei nomi dei presenti il manifesto del flop renziano

24 Ott

jolly jokerAlla Leopolda5 sono annunciati tanti ospiti le cui facce e i cui curricula ci racconteranno la credibilità e le intenzioni di Matteo Renzi, in vista dello scontro che si acutizzerà da gennaio in poi, nel partito e nel paese.

Ad esempio, tra i renziani rampanti, ci sarà anche Edoardo Fanucci, ex sindaco di Montecatini Terme e autore della Webtax che impone di acquistare servizi on line solo da fornitori ‘italiani’ … immancabilmente dotati di partita Iva. O Silvia Fregolent, il cui impegno in questi due anni è consistito in una solerte presenza in Parlamento ed in voti espressi sempre secondo direttiva di partito, oltre ad una proposta di legge per … semplificare le cremazioni, che la vede prima firmataria.

Ci sarà anche la ex comunista Lorenza Bonaccorsi da Roma che il 5 febbraio scorso affermava che “il rilancio di Alitalia è strategico per l’intero sistema Paese, per l’economia di Roma e del Lazio e, come veniva ricordato, per lo scalo di Fiumicino”, mentre … è la Lombardia ad avere 12 milioni di abitanti. O Luigi Famiglietti, sindaco di Frigento e primo firmatario di un disegno di legge … per la realizzazione di una rete della mobilità dolce nonché per la tutela e la valorizzazione del patrimonio stradale e ferroviario in abbandono.

Alla Leopolda5 ci sarà anche una bella fetta di governo, come Andrea Orlando, ligure spezzino, che è il ministro della Giustizia coinvolto nel caso del consigliere CSM con titoli carenti) ed era ministro dell’Ambiente nel governo di Enrico Letta, durante il quale si sarebbe ancora potuto intervenire per prevenire il disastro di questi giorni in Liguria.

assobicycleCi saranno anche Graziano Del Rio, prodiano già sindaco di Reggio Emilia e da qualche anno consigliori politico dei premier di sinistra per gli affari regionali e Giuliano Poletti, ex leader della LegaCoop ed oggi ministro del Welfare anche se di welfare non parla mai e ministro del Lavoro anche se di lavoro se ne occupano altri. Giusto per chiarire quali lobbies hanno diritto ad un posto al sole … se governa la sinistra.
Intanto, quasi per convalidare il dubbio, Corsera annuncia che ci sarà anche Rossella Orlandi, direttore generale dell’Agenzia delle Entrate … e che parteciperà anche Mike Moffo l’esperto di comunicazione politica di Barak Obama, che ha ricoperto ruoli di deputy field director nelle due campagne presidenziali di Obama del 2008 e del 2012 ed è in Italia, ospite del nuovo think tank progressista OpeNetwork.

O Roberta Pinotti, cresciuta negli scout dell’Agesci e ministro della Difesa, che alla Festa dell’Unità del 7 settembre scorso annunciava la possibilità di utilizzo dei droni italiani contro l’Isis – «abbiamo deciso di dare le nostre armi a chi si deve difendere» – mentre ad oltre due anni dal sequestro dei nostri marò in India precisava che «auguro si possa aprire un dialogo col nuovo governo indiano, altrimenti c’è la strada dell’internazionalizzazione con il coinvolgimento dell’Onu» … questioni di priorità.

appesoDunque, il partito che Matteo Renzi vorrebbe con se ha delle caratteristiche ben delineate:

  • sudditanza dalle lobbies della Information Technology mentre persino Microsoft sta cercando di spostarsi in Europa a causa delle politiche obamiane di controllo del Web
  • predominio della provincia profonda e padronale sulle grandi aree urbanizzate, mentre la metà dei giovani italiani vive in Lombardia, Campania e Sicilia
  • centralità dell’asse tosco-emiliano e dereguation del lavoro senza corrispettivi ammortizzatori sociali, alla stregua di tanti ‘soci’ delle Coop
  • scarsa presenza /rappresentatività del Settentrione e del Meridione, dove vivono quasi 3/4 degli italiani, anche se questo è un problema del Partito Democratico nel suo complesso
  • forte propensione per il controllo sociale e la fiscalità a fronte di una assenza di politiche nazionali o infrastrutturali

Nulla dunque che abbia a che vedere con Silvio Berlusconi e ancor meno con il Centrodestra, bensì la prosecuzione dell’egemonia del Piemonte, della Toscana, dell’Emilia e di Roma Capitale che tanti danni hanno causato al nostro Bel Paese, credendo di portare a se risorse, professionalità e mentalità che ben attecchivano altrove e di trattenerle nel tempo, pur mantenendo equilibri sociali e interessi finanziari risalenti alla fase peggiore dell’Evo Moderno.

Dunque, non potremo meravigliarci se tra un anno o due ci troveremo con un exploit dei partiti collegati al Fronte Nazionale francese.
Non è un caso che il giovane Renzi sia sostenuto – nel partito – dalle regioni più anziane d’Italia, cioè nel Piemonte, in Emilia, in Toscana e in Liguria, dove almeno un terzo della popolazione è ultrasettantenne e – durante la Guerra Fredda – era il serbatoio di voti del Partito Comunista.

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CSM, Giustizia e Welfare: tutto tace nel Partito Democratico

1 Ott

La Costituzione (art.104) prevede che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto da tre membri di diritto: Presidente della Repubblica, Presidente e Procuratore generale della Corte di Cassazione.

Si aggiungono i componenti elettivi per i quali la Costituzione non indica il numero, ma prevede che per due terzi siano eletti da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento in seduta comune, scelti tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio della professione (c.d. membri laici).

Nel caso di Teresa Bene, avvocata e docente napoletana proposta dal Partito democratico, gli anni di avvocatura sarebbero solo sette e non si  comprende perchè sia stata candidata e votata dal Parlamento e perchè anche dopo il voto – durante il quale la questione dei ‘requisiti’ era già emersa – si è voluto arrivare all’estrema ratio mettendo in imbarazzo CSM e Presidente Napolitano.

Il centro della questione è quella che appare essere sempre più una ‘faida’ nel Partito Democratico, con pretese veteropartitiche, agguati e imboscate, blocchi ed ostruzionismi, fughe di notizie e levate di scudi prive di base, ottimismi spegiudicati mentre le riforme languono.

A  sponsorizzare Teresa Bene è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che l’aveva come consulente quando era responsabile dell’Ambiente, ma alla sua candidatura si è arrivati dopo che le Camere (ed una buona parte del PD) hanno fatto blocco sul nome di Luciano Violante.
Intanto, l’onere del Welfare e del Lavoro è scaricato dai nostri Media su Matteo Renzi e la sua compagine di quarantenni, mentre c’è anche l’uomo delle Coop, l’attuale ministro Giuliano Poletti a spiegarci che “noi non vogliamo abolire l’articolo 18. Vogliamo riformare il mercato del lavoro ma io vorrei anche una cosa più importante: che noi aiutassimo l’Italia a cambiare quel residuo di opinione sbagliata che c’è sull’impresa. Perché c’è ancora chi pensa che l’impresa è dove si sfrutta il lavoratore”. 

“L’idea che il rapporto lavoro-impresa si risolve con il conflitto  e il contratto non ci arriva più, è troppo banale, è inadeguata. Dobbiamo uscire di qui. Perché l’impresa possa crescere bisogna che gli riduciamo il livello di rischiosistà, l’incertezza allontana le imprese. Dobbiamo fare un’operazione che sarà difficile, perché in questo paese abbiamo costruito più o meno consapevolmente un nesso tra lavoro e posto di lavoro che è diventato tossico. Se guardiamo bene dentro la delega ci troveremo cose splendide”.
new jobs

Ben detto, ma dato che l’unico timore verso la riforma del Lavoro è che non è accompagnata da una equivalente riforma del Welfare, il ministro Poletti potrebbe contribuire a far chiarezza ed a tranquillizzare gli italiani, speigandoci se per lui la riforma Fornero va bene, se le forche caudine per gli invalidi al lavoro sono costituzionali, se il salario minimo è da farsi, se l’Inps può andare avanti così o va riformata, eccetera eccetera …

Quanto ad Andrea Orlando – nato a La Spezia l’8 febbraio 1969,  diploma di liceo scientifico; dirigente di partito – non resta che valutare se presentare le proprie dimissioni da ministro della Giustizia o fare un cambio di passo, superare le logiche di partito e farci capire – alla stregua di quanto detto per il Welfare – dove ‘collocare’ e come ‘gestire’ l’incrementale quantità di delinquenti che ci troviamo e come concludere i processi in cinque anni cinque.

Altrimenti, davvero le chiacchiere stanno a zero e – senza chiarezza – il 2015 si prefigura difficilissimo.

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Governo Renzi: le riforme promesse e i dettagli inconfessabili

25 Feb

Non ci si aspettava che il cambio della guardia tra Enrico Letta e Matteo Renzi fosse una rivoluzione, ma neanche che – alla fine – si dimostrasse un pranzo di gala, con qualche gaffe e poco più.

Le avvisaglie erano nei nomi di alcuni ministri, a partire dalla rimozione (inspiegabile e non dovuta) di Emma Bonino agli Esteri o dalla vistosa assenza di Pietro Ichino e di Mario Mauro.

Nomi come quello dell’evergreen Dario Franceschini al Turismo, di Giuliano Poletti, presidente delle Coop, al Lavoro e Welfare oppure di Stefania Giannini, glottologa e rettore dell’università di Perugia, all’Università ma anche all’Istruzione.
Gli auguriamo tanta buona fortuna, perchè è saranno loro a decidere se l’Italia riparte oggi e per davvero oppure se dopodomani si vedrà: dismissione della pachidermica macchina pubblica che costa un occhio, riorganizzazione del sistema di istruzione (scuola) dopo 20 anni di riforme alterne ed in-finite, raddoppio dei flussi turistici.

Nomi su cui già si animano polemiche, come Federica Guidi (Ducati Energia) allo Sviluppo Economico e del conflitto di interessi che ne viene, Gianluca Galletti (UDC) all’Ambiente, del quale è noto il favore alla localizzazione della produzione di energia nucleare in Emilia Romagna purché il sito sia considerato sicuro e conveniente [1], di Marianna Maida, ministro della Pubblica Amministrazione, membro del comitato direttivo dell’AREL fondata da Beniamino Andreatta e componente del comitato di redazione della rivista Italianieuropei, che vide Massimo D’Alema tra i promotori.

Tutti tosco-emiliani, come lo sono Maria Elena Boschi e Graziano Del Rio o lo stesso Matteo Renzi. In pratica, nove su sedici ministri, che – in termini di di Centroitalia – diventano 12, con i romani Padoan, Lorenzin e Lupi. Intanto, di campani e piemontesi o veneti non se ne vede neanche l’ombra.
Di meridionali se ne conta uno su otto: Angelino Alfano di Agrigento all’Interno e la calabrese civatiana Maria Carmela Lanzetta agli Affari Regionali, ministero notoriamente senza portafoglio. Pochi, pochissimi i ministri che provengano dalle aree fortemente urbanizzate del paese dove vive almeno 1/3 degli italiani e dove si produce buona parte del PIL.
Se si voleva dare un pungolo al Parlamento per approvare un Senato federale, forse Renzi – in negativo – c’è riuscito …

Per non parlare di alcune ‘perle’ di Matteo Renzi, ieri, al Senato, come riportate dal Corsera.

  • Europa: “non saremo credibili se noi non riusciremo ad arrivarci senza sistemare quello che dobbiamo sistemare noi” … in soli tre mesi o basteranno tre anni?
  • Scuola:  “restituire il valore sociale agli insegnanti, e questo non ha bisogno di riforme, denaro, commissioni di studio” … ma senza denari non si cantano messe e senza commissioni /riforme il quadro normativo resta incompleto e sfilacciato come è oggi.
  • L’economia: “rinnovato utilizzo della Cassa depositi e prestiti, per le piccole e medie imprese che non riescono ad accedere al credito” … praticamente una nuova IRI.
  • Lavoro: “uno strumento universale a sostegno di chi perde il posto di lavoro attraverso regole normative anche profondamente innovative” ed “attrarre investimenti in questo Paese”. Come parlare di aspirine per malati che richiedono l’antibiotico …
  • Pubblica Amministrazione: “trasparenza assoluta sulle spese della Pa”. «Ogni centesimo deve essere visibile da parte di tutti» … in un paese dove i quotidiani sono tappezzati da anni e decenni delle descrrizioni particolareggiate di malversazioni e scandali pubblici.
  • Fisco: “inviare a tutti i dipendenti pubblici e ai pensionati direttamente a casa, magari attraverso uno strumento di tecnologia, la dichiarazione dei redditi precompilata” … dopo di che firmare e pagare?
  • Giustizia: “a giugno metteremo all’attenzione del Parlamento un pacchetto organico di revisione della giustizia che non lasci fuori niente”. Dalla giustizia amministrativa – che “negli appalti pubblici lavorano più agli avvocati che i muratori, i Tar possono discettare di tutto e un provvedimento di un sindaco è comunque costantemente rimesso in discussione” – ai “tempi lunghissimi della giustizia civile”, alla giustizia penale, che spesso rischia “di arrivare troppo tardi e colpire male”. Vedremo … il problema era denunciato già dal buon Collodi nel romanzo Pinocchio …
  • Cittadinanza e Unioni Civili: “il contrario di integrazione è disintegrazione, un paese che non si integra non ha futuro”, ma di diritto al voto amministrativo per gli immigrati non se ne parla. “Sui diritti si fa lo sforzo di ascoltarsi, di trovare un compromesso anche quando questo non mi soddisfa del tutto” … tanto diversi ministri sono dichiaratamente contrari …
  • Cultura: “distretti tecnologici insieme a quelli culturali”, “un piano industriale specifico del lavoro che coinvolta proprio i settori culturali” … praticamente quello che serve alla Toscana (e all’Emilia) per rilanciare la propria macchina agroalimentare e manifatturiera e il proprio business turistico cultural-pop.

Di crash generazionale (e pensionistico) neanche a parlarne, di (mala)Sanità colabrodo idem, di rilancio industriale pure. Di infrastrutture (centrali, porti, aereoporti, ferrovie, reti, turismo e mobilità locale, rifiuti …) nessun cenno. Forse, in Emilia si son convinti che sia una questione  (business?) regionale tutta loro …

Intanto, il neoministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, avvisa: “intendo far incrociare il più possibile Expo e agroalimentare” … chissà se Padoan, Maroni, Pisapia e Camera di Commercio di Milano saranno d’accordo, visto che l’Expo 2015 viene finanziato dal MEF (48%), dagli Enti Locali (37%) e da Privati (15%) …

Non sembra un governo dalla gambe lunghe e non sarà una legislatura ‘tranquilla’, ma se Renzi dovesse riuscire a riformare davvero gli apparati e la giustizia prima del voto del 2015, salirebbero nettamente le sue chanches di vittoria in una contesa elettorale ‘vera’ e con ‘par conditio’.

Ma potrebbe davvero rivelarsi un disastro, se dovesse dimostrarsi l’ennesimo approdare al governo delle piccine liti e dei noti interessi di bottega della Sinistra italiana … abbandonando il Meridione ad una (si spera non incauta) riforma Stato-Regioni e – come con Prodi – martirizzando i ministeri ‘non amici’ come la Sanità, le Infrastrutture e gli Interni …

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