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Ripresa: l’Italia arranca. Perchè?

16 Mag

Come volevasi dimostrare, l’Italia non s’è ripresa. Era facile prevederlo se i dati positivi enunciati dagli analisti si mantengono allo 0,1%, cioè ampiamente entro il margine di errore del metodo di calcolo.
E’ per questo che una parte degli analisti e dei politici si mostrano tranquilli ed è nella speranza di un ulteriore sbilanciamento che speculatori finanziari e opportunisti politici si agitano più del dovuto.

Quali le cause?

Al primo posto, c’è certamente la Politica, che non da alcuna garanzia essendo Matteo Renzi stretto tra Grillo e Berlusconi, due miliardari dello show business che guidano partiti con percentuali a due cifre.
Due ‘signor no’, che nell’ultimo anno sono riusciti almeno a raddoppiare l’iter di approvazione di leggi anche urgenti per motivi di lotta politica, se non ad personam.

All’estero se ne sono accorti, ma prima hanno fatto le nostre aziende sia delocalizzando sia perdendo mercati.

A pari merito con la Politica, abbiamo i Media che diffondono una debordante informazione pseudopolitica, fatta di notizie spot e di dibattiti, più tanta cronaca giudiziaria, ma raramente di approfondimenti e di indagini giornalistiche. Allo stesso tempo la RAI televisione ‘commerciale’ di Stato solo da qualche tempo si è resa conto di quali danni si arrechino al Paese – pur di fare share – andando avanti con i ‘comici’ a reti unificate per anni e anni.

Difficile legiferare in queste condizioni, con in Paese trasformato in un bar dello sport.

A stretto ridosso della Politica e dei Media, troviamo i Sindacati – in particolare quelli dei lavoratori publici – che in questi anni di crisi e sbandamento non hanno tirato fuori una proposta una da condividere. Anzi, si sono ben impegnati nel bloccare ogni innovazione nei contratti (il caso del Colosseo chiuso docet) e nel salvaguardare le insostenibili pensioni dei propri iscritti con esodati e giovani per strada.

Al di fuori del mattone (leggasi stadi di calcio) e delle speculazioni finanziarie (leggasi scandalo del fotovoltaico) chi mai verrebbe a metter soldi in un paese dove i sindacati sono così retrogradi?

E ben posizionata nel disastro c’è la nostra Capitale, che è lo specchio agli occhi del mondo. O, meglio, le nostre capitali, le nostre vetrine: la Milano ha l’Expo degli scandali e Napoli che pubblicizziamo con Gomorra, mentre Torino è nota per i NoTav e le nostalgie metalmeccaniche della Fiom.

Perchè mai dovrebbe andar bene il made in Italy se Roma è un suk dove si spara sempre più spesso, quando non è sede di ‘tensioni e scontri’ con strade dissestate e mezzi pubbblici traballanti?

Infine, solo alla fine, c’è la lentezza con cui i nostri anziani e giovani analisti stanno prendendo atto che è impossibile evitare il nodo del risanamento dell’ex Inpdap e della dismissione del settore prettamente assicurativo dell’Inps, come anche il nodo dei costi standard per sanità, istruzione e università è inderogabile, Fiscal Compact o meno che sia.
Non piace ai sindacati, che uscirebbero da tanti CdA di enti, e non piace a Roma che perderebbe lavoro e PIL a causa del decentramento e dei risparmi sulla spesa pubblica, non piace a chi si oppone al pareggio di bilancio che è dall’ex Inpdap che nei decenni sono usciti miliardi e miliardi per ‘risanare’ tante marachelle.

Come si esce da una stagnazione che più non è, visto che l’inflazione si sente e come ma la produttività cala? Non di certo risparmiando 10 milioni di compensi per i parlamentari o portando la leva fiscale al 44% o chissà dove per salvare le banche.

Dovremmo avviare gli Eurobond al più presto possibile, trasferendo all’Europa almeno metà dei nostri debiti, ed alleggerire drasticamente la spesa pubblica statale per sedi e personale, tanto – grazie ai sindacati del comparto – a gran parte di quello che arriva ai cittadini provvedono i servizi esternalizzati d’informatica, del sociale, di manutenzione, formazione tecnica e professionale, eccetera …

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Pensioni: i dati Istat e … le vergogne dell’Inps

3 Apr

Ieri, La Repubblica dava ‘finalmente’ risalto ai dati sulle pensioni italiane secondo l’Istat. Finalmente, perchè poteva farlo già due anni fa, in base ai dati del 2010 che erano sostanzialmente conformi a quelli recenti.

Pensioni: dati Istat per il 2010

 

Cosa raccontavano i dati?

Innanzitutto, che in Italia c’erano un paio di milioni di invalidi che se la passavano abbastanza male, visto che le ‘pensioni’ al di sotto dei 500 euro mensili riguardano prevalentemente loro. Persone bisognose che avrebbero diritto ad un ‘salario minimo’ e che vengono bistrattate in nome di quel 0,1% – od anche meno secondo i dati ufficiali dell’INPS – che i media chiamano ‘falsi invalidi’.
Due milioni di persone che si arrangiano con poche centinaia di euro e che non fanno notizia.

Altri sette milioni, praticamente la metà dei pensionati, viveva con un reddito netto inferiore ai 1.250 euro mensili, praticamente alle soglie di un ‘salario minimo’, ma evidentemente tanto è che ha versato e accantonato con un lavoro medio-basso.
Altri cinque milioni di italiani se la cavavano meglio, con pensioni che vanno dai 1250 ai 2500 mensili, e corrispondono più o meno esattaamente alle categorie che hanno versato notevoli oneri contributivi per via dei lavori e delle professioni svolte di livello medio-alto.

Infine, scopriamo che c’erano 776.609 italiani che vivono nel lusso, nonostante la Crisi, percependo pensioni di almeno 3.000 euro mensili, per le quali è abbastanza difficile supporre che siano stati versati gli stessi contributi che stanno versando le generazioni attualmente al lavoro.

I dati Istat 2012 – riportati ‘finalmente’ da La Repubblica, ma non ancora dal Corriere della Sera – confermano una situazione pressochè identica, se non ancor più grave visto che i neopensionati di quest’anno sono più anziani dei loro omologhi già a riposo, ma percepiranno pensioni più basse pur avendo versato per almeno 10 anni contributi in euro anzichè lire …

Dati Istat 2012 - Pensioni N.B. La spesa per pensioni di invalidità è di circa 11 mld annui, di cui tutta la fascia '< 500' e una piccola parte della fascia '500 - 1000'

Dati Istat 2012 – Pensioni
N.B. La spesa per pensioni di invalidità è di circa 11 mld annui, di cui tutta la fascia ‘< 500’ e una piccola parte della fascia ‘500 – 1000’

 

Dati Istat 2012 - Pensioni

Dati Istat 2012 – Pensioni

Cosa confermano i ‘nuovi’ dati Istat?

Che il sistema è squilibrato per diversi motivi:

  1. l’ampia presenza di pensionati – oltre la metà – che hanno versato  contributi esiziali in lire e che oggi – come da dieci anni – godono di pensioni rivaluate in euro;
  2. le due fasce pensionistiche apicali i cui benefit mensili – contribuiti in lire e percepiti in base all’ultima retribuzione, che superano addirittura i dorati vitalizi dei parlamentari;
  3. il costo sociale della ‘disabilità funzionale’ che dovrebbe essere la mission primaria dell’INPS e che viene scaricato sul mondo produttivo e sulle famiglie, visto che in Italia sono solo 3,5 i milioni di disabili in carico al sistema previdenziale, mentre in Germania sono ben otto milioni.
Fonte Messaggero Veneto - L'Espresso

Fonte Messaggero Veneto – L’Espresso

Le economie per l’INPS derivanti da un tetto per le pensioni apicali equivarrebbero all’intero importo speso per i disabili (circa 10 miliardi annui) e, se un tetto fosse stato applicato a partire dall’introduzione dell’Euro, l’Italia avrebbe potuto evitare la vergogna degli esodati e permettersi un sistema pensionistico ‘scalare’ dopo 35 anni di contribuzione, come in Germania, dove – è bene saperlo – ad opporsi sono stati proprio i senatori nominati tramite i Lander dai sindacati.
E, senza dimenticare i 30-35 miliardi di contributi dei lavoratori ex Inpdap ‘defluiti’ verso il sistema sanitario e il MEF senza ritorno, c’è (e c’era) da affrontare la questione di una rivalutazione un po’ più oculata delle pensioni in lire allorchè rivalutate in Euro, visto che l’aspettativa in vita mostra trend incrementali.

Non è un caso che da anni, sempre più spesso, qualche politico ci ricorda nei talk show che il vero problema non è nelle loro prebende, ma nella spesa di personale (e pensionistica) per le posizioni apicali della PA.

E’ costituzionale mettere un tetto o, almeno, ricomputare con un minimo di buon senso il passaggio da lire ad euro per chi era già in pensione dieci anni fa?
Non lo sappiamo.

Di sicuro, però, la questione non è irrilevante e c’è uno strumento che può darci un’idea indicativa delle cose: la ‘rivalutazione monetaria’, che obbedisce a parametri abbastanza precisi, come il ‘costo della vita’.

Rivalutazione monetaria 50mila lire annue 1964-2014

Rivalutazione monetaria al 2014 di versamenti annui di 50.000 lire nel 1964

Rivalutazione monetaria al 2014 di versamenti annui di 50.000 lire nel 1964

Rivalutazione monetaria al 2014 di versamenti annui di 500.000 lire nel 1980

In due parole, mentre quanto contribuito a partire dalla fine degli Anni ’70 da un lavoratore ‘diplomato’ in realtà corrisponde ad una ragionevole quota contributiva odierna, i versamenti antecedenti al boom dell’inflazione della stessa tipologia di lavoratori non sono neanche lontanamente paragonabili (e sostenibili) alla rivalutazione ottenuta.

Anche per questo tanta parte delle nostre pensioni somiglia ad un assegno sociale.
Ma se almeno 3,9 milioni di pensionati (24%) ha versato due terzi della propria contribuzione prima del 1975 ed un numero pressochè equivalente entro il 1980 … qualcosa da ‘rivedere’ c’è, specialmente se dovesse trattarsi di pensioni superiori ai 1.500 euro mensili.
E soprattutto se il problema viene scaricato su chi doveva andare in pensione adesso, avendo contribuito a sufficienza, e su chi doveva iniziare a contribuire già dieci anni fa, ma, pur avendo ormai prole, non ha ancora un posto ‘fisso’, affossando dalle fondamenta le tutele previdenziali di un futuro ormai fattosi presente.

Il tutto mentre tanti nostri disabili vivono in una situazione di ampio non riconoscimento, ovvero di abbandono, come comprovano sia i dati tedeschi su previdenza e disabili, con sussidi e tutele riconosciuti al 10%  della popolazione totale e non ad un mero 6% come da noi, sia i dati italiani sul disastro dei malati cronici, con stime di oltre un milione di malati rari addirittura non afferenti a strutture.

Perchè raccontare tutto questo?
Perchè adesso sappiamo di quali pensioni da tagliare e di quali da estendere stiamo parlando.
Specialmente, se proprio nel giorno in cui l’Istat ha comunicato i presenti dati sulla spesa pensionistica nel 2012, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dichiara che “le pensioni non si toccano. Lo ha già detto il premier Renzi” …

Leggi INPS, un colossale e iniquo colabrodo

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Scuola, sanità, pubblica amministrazione: niente innovazione senza turn over

1 Apr

Sui nostri Comuni e sui nostri Enti – come nei comparti Istruzione, Università e Sanità – grava sempre più l’effetto di un sistema pensionistico pernicioso per gli equilibri produttivi e sociali dell’Italia.

Se finora eravamo nel campo delle ipotesi e delle prospettive – tutte controverse o controvertibili e soprattutto non lusinghiere – sono trascorsi venti anni dal quel 1994 in cui Giuliano Amato avviò la ‘riforma delle pensioni’ e, neanche fosse un titolo che va a risccossione, è nel 2014 che va a verificarsi il ‘game over’ del sistema previdenziale italiano, per l’introduzione della Riforma Fornero e per l’emersione dello scellerato saccheggio dell’ex INPDAP.

Nel caso della Riforma Amato, possiamo affermare che il nodo viene al pettine proprio oggi, quando si tratta di iniziare a pensionare coloro che hanno effettivamente contribuito per almeno 20 anni. Come anche è ormai noto a tutti che meno di un milione di pensioni di fascia alta, ma incontribuite, ci costano quanto i milioni di pensionati con meno di mille euro al mese.

Parlando della Riforma Fornero, ricordiamoche ai tagli previdenziali e mezzo milione di esodati non sono coincisi altrettanti interventi assistenziali, nonostante queste persone avessero versato contributi per una vita. Inoltre, si bloccano in servizio ben oltre un milione di lavoratori pubblici, oggi ultra54enni e/o in salute non buona.

Andando all’INPDAP, sono i quotidiani che ci hanno informato dei 30-35 miliardi di buco ‘per anticipazioni’ al MEF o alla Sanità e per assorbimento di altre casse in perdita, come sono le  statistiche della stessa INPS che dimostrano lo squilibrio contributivo (e pensionistico) tra dipendenti pubblici  nati prima del 1950 e quelli nati dopo, mentre le statistiche Istat suggerirebbero che gran parte di quei stipendi da 100.000 euro annui e passa, che vorremmo tutti tagliare, rispettino la stessa ‘regola generazionale’.
Come anche dobbiamo annotare che – per stipendio e per pensioni – i soli magistrati sarebbero ‘giustificati’ a compensi così importanti, se facciamo il confronto con le pubbliche amministrazioni degli altri stati europei.

Le conseguenze per i bilanci di istituzioni, amministrazioni e enti è disastrosa.

Ad esempio, quel famigerato patto di stabilità che ingessa le iniziative locali da almeno dieci anni, mentre i bilanci comunali sono gravati da spese di personale per dipendenti assunti 30 anni fa, spesso demotivati da 20 anni di caos amministrativo e, secondo le statistiche, per almeno un terzo in condizioni di salute non buone (dati Istat 2013).
Cosa ne sarebbe dei problemi finanziari di Roma Capitale se il nostro sistema pensionistico permettesse una deregulation parametrata dell’esodo anticipato dopo 30 anni di lavoro, sul genere di quella tedesca?
Trasferendo all’INPS (od a una qualsiasi Versicherung) il costo per il Comune di Roma del 20% dei propri attuali occupati, esisterebbero tutte le premesse per innovare, ristrutturare, assumere e, perchè no, proteggere le aziende di Roma Capitale dalle speculazioni che il ‘mercato’ usualmente mette in atto, se ci sono ‘cadaerini’ da fagocitare.

Un esempio ancor più semplice?
Quanto ci costerebbero Sanità e Università, se pensionassimo buona parte di quegli stipendi da 100.000 euro annui e passa, che gravano sulle stabilizzazione dei giovani e che, soprattutto, ritardano la diffusione in Italia delle conoscenze e delle pratiche professionali introdottesi nell’ultimo trentennio (ndr. a partire da semplificazione, internet e networking).
E quanti giovani laureati potrebbero trovare posto prima dei trent’anni, come sarebbe d’obbligo, nel nostro comparto Istruzione, se permettessimo a chi ha più di 55 anni di pensionarsi con uno straccio di rendita mensile e, magari, dedicarsi alle lezioni ‘private’ o ad opere filantropiche, come da sempre ed ovunque è per i docenti?

Dove attingere per le risorse?
A leggere i giornali, specialmente il Sole24Ore, sembrerebbe che lo Stato Italiano sia in qualche modo debitore di una trentina di miliardi ai lavoratori pubblici che versavano contributi all’ex Inpdap, come è probabile che i conti fatti nel 1994 garantiscano – ancora dopo 20 anni – dei ‘diritti acquisiti’ del tutto arcaici e sostanzialmente iniqui.
Inutile dire che ci sarebbe probabilmente un plebiscito, se i leader sindacali si peritasssero di questionare i lavoratori pubblici sulla disponibilità di negoziare TFR e pensioni in cambio di ‘finestre pensionistiche’.
Del tutto ovvio che, in prospetttiva decennale, il rilancio del Paese sarebbe enorme con un turn over che ci permettesse di innovare (finalmente) tecnolgie e mansionari, oltre a togliere linfa vitale per tanti attempati ‘capibastone’.

Il governo?
Il ministro Maida ha 30 anni e arriva dal moderno mondo della ‘charity’ e dle ‘fund rising’. Renzi e Padoan sanno che le risorse ci sarebbero e che la questione ‘turn over’ andrebbe risolta prima di andare ad elezioni. Il ministro Giannini ne ha forse il doppio della collega Maida e arriva dalla torre d’avorio dell’Università per stranieri di Perugia, che tra i tanti vanti ha avuto quello di non offrire lauree tecniche o scientifiche …

Dunque, ‘yes we can’ … se solo i sindacati e la ‘vecchia guardia’ lo permettessero, dopo aver meditato, magari, sul fatto che la ‘tirata d’orecchie’ di Papa Francesco sul ‘desiderio di potere’ (ndr qualcuno direbbe smania) era tutta per loro.

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Esodati e non solo: ma quanti sono?

21 Mar

Quanti possano essere gli esodati in Italia non lo sa nessuno.

Incredibile, ma vero, nessuno lo sa e nessuno lo vuol sapere, dato che sarebbe uno scandalo degno dei peggiori disastri, quelli che segnano le nazioni per generazioni, come accadde per la Compagnie des chemins de fer o la Banca Romana.

Volendo fare il punto sulla situazione, ricordiamo che:

  1. dicembre 2011 – i ministri del Lavoro (Elsa Fornero) e dell’Economia (Mario Monti) individuano in 65.000 gli esodati da considerare ‘lavoratori salvaguardati’;
  2. aprile 2012 – l’INPS annuncia che gli esodati sono 120.000;
  3. giugno 2012 – l’INPS porta il numero degli esodati a 390.000;
  4. giugno 2013 – i dati Istat evidenziano l’esistenza di almeno un milione di disoccupati, cassaintegrati e precari di età superiore ai 54 anni.
  5. dicembre 2013 – i dati Istat evidenziano un 30% di lavoratori senior non in buone condizioni di salute, mentre i dati INPS denunciano un numero di falsi invalidi nell’ordine dello 0,04% del totale e i dati UE evidenziano che in Germania è riconosciuta (e sussidiata) l’invalidità al 10% della popolazione, mentre in Italia a stento si raggiunge il 6%
  6. fine 2013 /inizi 2014 – diverse fonti giornalistiche confermano un overflow di almeno 6 miliardi di euro per le pensioni apicali maturate antecedentemente all’introduzione del sistema contributivo. I soldi, dunque, ci sarebbero.

In pratica, parliamo di quasi la metà dei nostri signori di mezza età che o non lavora o vive nell’incubo di perdere il lavoro o deve arrancare (ndr. senza darlo troppo a vedere, che i malati sono invisi nel nostro paese) fino ad una pensione sempre più lontana.
Il tutto, mentre scopriamo del saccheggio dell’Inpdap e mentre oscure cantilene convincono i giovani che la pensione è un’opzione e li rassicurano con polizze che non garantiranno neanche i soldi messi sotto il materasso.

In pratica, paghiamo le pensioni d’oro mai contribuite a pieno a spese delle pensioni (contributive da 20 anni) degli esodati e di chi verrà dopo. I padri che si nutrono dei propri figli.

I sindacati? Il 65% degli iscritti sono già pensionati e, comunque, ci sono anche loro nei CdA di Inps, Enti, Espero e chissà cos’altro ancora.

E così, mentre i danni prodotti al tessuto sociale italiano (e all’economia) sono all’incasso da anni e, dunque, sotto gli occhi di chiunque vuol vedere, il neoministro Giovannini – che dovrebbe occuparsi del lavoro e delle pensioni, mica di finanza e titoli di Stato – se ne viene con “bisogna stare estremamente attenti a toccare una riforma che sta producendo effetti voluti perché l’instabilità delle norme non è amata dagli investitori”.

Quali erano gli effetti ‘voluti’, visto che il discorso di insediamento di Mario Monti in Senato andava da tutt’altra parte?
E perchè nelle Spending Review il buco creato nell’ex Inpdap non viene notificato, mentre il Sole24ore ne racconta da tempo? Quanto devono lo Stato o il Servizio Sanitario, che ha fruito di tanti ‘anticipi’, ai lavoratori pubblici italiani  (ndr. sono 20 anni che il sistema è contributivo …) che hanno versato le loro quote?

Siamo sicuri che non avrebbero ‘di per se’ diritto a 800-1000 euro al mese un operaio, un infermiere, un’impiegata che hanno lavorato 30-35 anni versando contributi previdenziali e sanitari spesso superiori a quelli dei loro omologhi tedeschi o statunitensi?

E, ritornando al ministro Giovannini, quanto sarebbero ben rassicurati gli investitori, i lavoratori e gli elettori, se il governo Renzi si decidesse fare marcia indietro (dopo 20 o 30 anni) e riportasse l’INPS allo status di ‘previdenza sociale’ e le ‘casse’ dei singoli comparti a vere assicurazioni sotto controllo pubblico?
Proprio come era una volta, quando c’erano le mutue, ma con i sistemi di controllo moderni.

Se mancano i soldi delle pensioni (non quelle della Fornero, ma quelle di Damiano) e se la Sanità da Firenze a scendere è un disastro, è evidente che qualcuno ha fatto il furbo e qualcun altro era un incompetente.
Sono venti anni che i lavoratori italiani accantonano le proprie pensioni con un sistema conttributivo e che il costo individuale della sanità è ben superiore a quanto richiede una buona assicurazione nordamericana o tedesca.

E dovrebbero spiegarci perchè, mentre si costringe Roma Capitale a privatizzare le aziende e gli enti in perdita, nella stessa Roma non si inizi almeno a porre rimedio alla folle idea di creare un’ente di Stato monopolista nel settore assicurativo e allo stesso tempo dominus del Welfare, finito poi per farsi volano di spregiudicate (come stiamo scoprendo) operazioni di finanza pubblica.

A proposito. La Costituzione e/o i trattati UE consentono l’esistenza di un INPS come è l’INPS oggi?

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Sussidio universale: si apre il vaso di Pandora?

12 Mar

Il Governo Renzi è allo studio di una riforma della cassa integrazione e degli ammortizzatori sociali con un sussidio di disoccupazione universale.

Finalmente, diranno in tanti e tantissimi, specialmente al Meridione, dove la cassa integrazione è sempre stata uno strumento poco applicabile.

Finalmente, potrebbero dire anche quei lavoratori – non disoccupati, attenzione – che hanno un’età tra i 55 e i 65 anni, che almeno per un terzo sono in ‘non buone condizioni di salute’ (dati ISTAT 2013) e che si son visti sbarrare l’esodo per mesi e giorni da Elsa Fornero.

Eh già … visto che in gran parte sono solo parzialmente idonei alla mansione che svolgono, sono milioni e almeno per metà sono pubblici impiegati …

Solo nel privato parliamo di diversi milioni di lavoratori che da dopodomani potrebbero far valere quel certificato del Medico competente o di quei loro datori di lavoro che farebbero altrettanto … in modo da attendere i 3-5 anni che mancano alla pensione da disoccupati (ndr. per l’esattezza licenziati perchè inidonei), fruendo di un sussidio universale, che si immagina sarà rapportato (come ovunque) al lavoro pregresso.

Senza turn over e senza una vera riforma previdenziale, non è possibile far ripartire l’Italia, come non lo è stato – in questo ultimo  decennio – innovare la Pubblica Amministrazione.
Questo blog lo sostiene da molti anni, ormai, e i fatti sono quelli che sono, se visti oggi ‘a posteriori’.

Dunque, il sussidio universale di Matteo Renzi potrebbe rivelarsi un boomerang, per chi volesse mantenere uno status quo di strati generazionali più o meno beneficiati dalla sorte, o un maverick (ndr grimaldello), visto che inevitabilmente provocherà l’affioramento di un sistema pensionistico sprecone e iniquo e di una pubblica amministrazione i cui contratti di lavoro e la cui tutela della salute sul lavoro sono a volte antidiluviani.
La riprova? Basti vedere da quanti anni (decenni?) il personale scolastico lavora in strutture fatiscenti e degradate … o quanti agenti municipali annoverano aggressioni subite nel loro stato di servizio … senza che quasi nessuno di loro riesca ad ottenere le minime tutele che sono garantite nel settore privato.

Certo, si può anche escludere il settore pubblico dall’accesso al sussidio universale, ma sarebbe come surgelare la pubblica amministrazione in attesa della sua estinzione …
E, comunque, nel pubblico come nel privato, come cambierebbe il già pessimo rapporto tra giovani (e non solo) lavoratori e anziani sindacalisti, spesso distaccati da decenni, se al posto fisso sostituiremo il sussidio sicuro?
Come cambierebbe l’Italia se il Moloch della disoccupazione non potesse essere più essere paventato dai sindacati per attrarre tessere e adesioni?

E se l’INPS ritornasse ad essere solo quello che dovrebbe essere, gestendo previdenza e assistenza per chi non ha lavoro, che fine faranno le pensioni e i servizi per i lavoratori attivi che versano regolarmente da anni e decenni i contributi previdenziali, ovvero quelle che,  ad averci ancora mutue e enti  per comparti di lavoro, si sarebbero chiamate ‘rate assicurative non modificabili ope legis’ … come fece Giuliano Amato nel 1994 e Maroni o Fornero dopo di lui.

Un ‘vero’ sussidio universale sarebbe di sicuro un ‘grimaldello’ perchè sarebbe ‘de facto’ la Riforma dello Stato sociale, visto che indirettamente coinvolgerà anche pensionandi e invalidi, e, soprattutto, perchè inizieranno ad incidere sulla spesa pubblica e sulla localizzazione degli investimenti quei milioni di disoccupati meridionali finora esclusi dal welfare, nonostante i numeri abissali che Istat denuncia dall’alba della Repubblica.
Avremmo avuto un’emigrazione come quella degli Anni 80-90 se avessimo avuto un sussidio universale all’epoca? E la Lombardia e Roma avrebbero il peso demografico che hanno oggi?
No …

Allora, forse, il sussidio universale di Matteo Renzi e Padoan sarà come tutto il resto in Italia: cambiar tutto per non mutare nulla …

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INPS, un colossale e iniquo colabrodo

28 Gen

L’INPS è (ormai) una holding poco trasparente e deregolata che ha in mano i destini di oltre 40,7 milioni di utenti – di cui 23,4 milioni di lavoratori (l’82% della popolazione occupata in Italia) e 16 milioni di pensionati – oltre a mezzo milione di invalidi civili e altri 4,4 milioni di persone che ricevono prestazioni a sostegno del reddito (ammortizzatori sociali).

Allo stesso tempo,  l’INPS ha speso  296 miliardi di euro (2012) in prestazioni pensionistiche, con un budget complessivo di 315 mld che lo colloca nell’olimpo delle compagnie assicuratrici (ndr. gestisce il bilancio più grande d’Europa per quanto riguarda gli enti previdenziali) senza dover adempiere alle minime regole di concorrenza in quanto esiste ‘ope legis’.

Un Leviatano.
E che l’INPS non sia più un ‘ente benefico di Stato’ è dimostrato dagli almeno 150.000 esodati rimasti per strada, dagli assegni di invalidità infimi e risibili (ndr. meno di 300 euro mensili per ciechi e invalidi totali), dal fenomeno delle pensioni d’oro che perdurano scandalosamente da decenni.
Inoltre, è sotto gli occhi di tutti (da anni se non da sempre) che l’INPS non abbia un bilancio trasparente, come – ad esempio – è dimostrato dagli effetti di una norma che prevede che le strutture sanitarie che operano in convenzione possano scaricare su quanto devono all’INPS il credito che vantano verso le ASL, lasciando spazio a truffe miliardarie e creando un circolo vizioso di overflow della spesa sanitaria e di sfondamento dei bilanci previdenziali incompatibile con una gestione finanziaria ‘sana’.

Ma non solo. L’INPS sembra un colabrodo, ma non per chissà quale esagerata elargizione agli ‘utenti’ (pensioni d’oro eslcuse), bensì per operazioni di maquillage finanziario che lo Stato e il MEF hanno messo in atto nel corso degli anni.

Ad esempio, nel 2011, l’INPS ha assorbito l’INPDAP che aveva accumulato un disavanzo di 31 miliardi a causa di «una norma maligna del 2007 che ha trasformato in anticipazioni di Tesoreria, e quindi in debiti dell’ente verso lo Stato, gli iniziali trasferimenti (e quindi crediti dell’Inpdap verso lo Stato) stanziati dalla legge Dini del 1995 a copertura dello stock delle pensioni degli statali, quando venne istituita la loro Cassa». (Giuliano Cazzola, responsabile Welfare di Scelta civica, membro del collegio dei sindaci Inpdap tra il 1994 e il 2002 e del collegio dei sindaci Inps dal 2002 al 2007)
E sempre l’INPDAP – tra il 2008 e il 2010 – ha assorbito gli enti previdenziali del comprarto ‘dirigenza’, assorbendo anche i circa 4 miliardi di debito accumulato e garantendo il prosieguo di pensioni, evidentemente, sovradimensionate.

E’ evidente che la responsabilità ‘a posteriori’ ricada anche e soprattutto sui vertici dell’istituto, che avrebbero dovuto opporsi ad un tale obbrobio. Specialmente, se l’INPS con i propri dati avesse alimentato una ‘caccia all’untore’ in direzione inversa, ovvero additando ‘gli utenti’ come causa del dissesto e non i ‘potenti’. Annotiamo l’ampio aiuto fornito dai media (salvo Sole24Ore e Fatto Quotidiano) ad un’opera di disinformazione capillare.

Da alcuni anni, l’INPS – con una mera circolare – ha stabilito forti limitazioni della libertà personale (residenza) per chi assiste parenti anziani o malati e, nonostante le diverse sentenze avverse, non ha particolarmente mutato le proprie pretese.
Sempre a mezzo circolare l’INPS ha determinato che i benefit per gli scivoli pensionistici sono computabili solo in base al tempo in cui l’INPS stessa (sic!) attribuisce l’80% di invalidità e non da quando la malattia si è manifestata.
Per non parlare della ‘burla agli utenti’ in cui si denomina ‘pensione anticipata’ la possibilità di lasciare il lavoro dopo ‘soli’ 42 anni e tre mesi. Chiunque conosca gli ‘orrendi’ sistemi previdenziali privatistici della Mitteleuropa o degli USA sa che la non negoziabilità dell’esodo è un abuso e che con le regole italiane si trasforma il mondo del lavoro in un gerontocomio …
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Dunque, la questione non è Mastropasqua, ma l’INPS ed il sistema previdenziale e assistenziale italiano, che de facto risalgono ad un modello – all’avanguardia nel 1933 e migliorato nel 1952 – che avrebbe dovuto rimanere nel proprio ambito, ovvero quello di un istituto di previdenza e assistenza rivolto alle fasce sociali indigenti o svantaggiate senza fagocitare il sistema di ‘casse’ afferenti ai diversi comparti di lavoro.
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Poi, solo poi, c’è la questione Mastropasqua, ovvero la possibilità che un solo uomo diventi presidente dell’Inps, presidente o vicepresidente di Equitalia, Equitalia Nord, Equitalia Centro, Equitalia Sud; dirigente di Italia Previdente, di Eur Spa, di Eur Tel, di Eur Congressi Roma, di Coni servizi Spa, di Autostrade per l’Italia, di Fandango, di Telecom Italia Media; consigliere di amministrazione di Quadrifoglio, di Telenergia, di Loquendo, di Aquadrome e presidente onorario di Mediterranean Nautilus Italy, di ADR Engineering, di Consel, di Groma, di EMSA Servizi, di Telecontact Center, di Idea Fimit SGR.
A seguire la questione del reddito – prevalentemente ‘pubblico’ – del dottor Mastropasqua e di tanti altri come lui.
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Una questione che si chiama ‘spoil system all’amatriciana’ e ‘conflitto di interessi’ riguardo le quali non sono le aule giudiziarie a poter porre (ritardato) rimedio, ma deve farlo la Politica. Prima o poi, forse mai.
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Intanto, che i Partiti inizino a chiedersi con quale coraggio – dinanzi alla mattanza dello scandalo INPS e della Sanità romana – continuiamo a tartassare gli esodati (ma non i cassaintegrati) o a lesinare la Quota 96 a chi, dopo una vita di lavoro, si ritrova  seriamente malato e invalido.
E inizino a chiedersi, i Politici, se la riforma Damiano delle pensioni sia risultata  insufficiente a causa di limiti propri o – anche e soprattutto – a causa delle operazioni finanziarie che lo Stato ha svolto dal 2007 ad oggi sul patrimonio previdenziale accumulato dai lavoratori.
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A proposito … Elsa Fornero reclama che le hanno impedito di limitare il potere di Mastropasqua, ma ci spieghi lei perchè un ministro del Welfare abbia preferito colpire milioni di lavoratori, anziani e malati, anzichè batter cassa da Mario Monti, che deteneva il dicastero dell’Economia e delle Finanze.
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Tassare le pensioni, un’idea britannica

3 Giu

La Fabian Society nasce nel 188, quando furono pubblicati i “Saggi Fabiani”, contenenti il programma dellassociazione ispirata al pragmatismo, al rifiuto delle idee utopiche, ad un’idea di socialismo finalizzata allo sviluppo e all’evoluzione democratica e partecipativa delle istituzioni esistenti e della società tutta.

Con l’avvento delle ideologie totalitarie, l’approccio razionalistico e moderato della Fabian Society, che fino ad allora aveva ispirato sia il partito laburista sia i lib-dem, fu travolto dalle turbolenze dell’epoca e molti sui aderenti confluirono nei movimenti bolscevichi o fascisti, ma non prima che il parlamento inglese con Lloyd George approvasse il welfare state concepito dai ‘fabiani’.

Tra i più eminenti membri della Fabian Society, fondata da Sidney Webb e sua moglie Beatrice Webb, vi furono gli scrittori George Bernard Shaw, Leonard Woolf e sua moglie Virginia Woolf,Charlotte Wilson ed Emmeline Pankhurst, Havelock EllisH. G. WellsEdward Carpenter, Annie Besant, Oliver Joseph Lodge, Ramsay MacDonald.

Acclarato che il Fabianesimo si fonda su principi di umana solidarietà e reciproca comprensione, è di poco tempo fa la pubblicazione di un report della Fabian Society – “Age UK” – dove si sostiene che gli anziani benestanti devono “condividere l’onere di ridurre il deficit pubblico”.

“Tutte le politiche che offrono particolari vantaggi per le persone anziane, individuate come categoria generale, dovrebbero essere riviste,” dice.

I ricercatori della-Fabian Society hanno analizzato i dati del Longitudinal Study of Ageing (Elsa), arrivando a dimostrare che la maggior parte delle persone anziane non è né un  “ricco baby-boomer con “un eccesso di ricchezza”, né un “pensionato sulla soglia della povertà coon seri problemi di isolamento o salute” .

“La verità è che la maggioranza delle persone anziane oggi sono una via di mezzo, né ricchi né poveri, ed i redditi medi sono in aumento a causa di recenti successi nel ridurre la povertà dei pensionati”, scrive l’autore Andrew Harrop, “Naturalmente questo è qualcosa di cui andare orgogliosi, come parte del costante declino della povertà dei pensionati, ma ha profonde implicazioni”.

Ad esempio, che  nel 2010-11 “i redditi reali dei ceti medi non erano superiori a quelli del 2003-04, ma i redditi medi dei pensionati erano 13% in più”  e “dall’inizio della crisi finanziaria questa disparità è diventata ancora più forte: i redditi medi reali sono diminuiti del 5% complessivo, ma sono aumentati del 5%  quelli dei pensionati.”

Il rapporto precisa, inoltre, che si tratta dei redditi disponibili dopo le spese di alloggio, tenuto conto che nel Regno Unito perché l’80% dei pensionati è proprietario di casa e che “l’aumento dei prezzi delle case hanno comportato una diminuzione della quota di persone di età inferiore ai 45 che sono proprietari”.

Se “può essere difficile per delle persone anziane cambiare i loro piani finanziari come che le loro opzioni siano molto limitate”, il documento evidenzia anche una “davvero significativa iniquità intergenerazionale” dal punto di vista fiscale, con i pensionati delle famiglie a medio reddito che pagano il 27% del loro reddito al lordo delle imposte, rispetto al 33% per le famiglie non in pensione con lo stesso reddito.

In base a questo documento, la Fabian Society invita il governo britannico a rivalutare gli indicatori in materia di sicurezza sociale, fiscalità e progettazione di servizi, come vanno limitati – se si vuole evitare evitare un brusco calo del tenore di vita già per gli attuali cinquantenni – i benefici universali ai pensionati, come indennità di carburante invernale, licenze TV bus navetta gratuiti, somme forfettarie esenti da imposte sulle pensioni private,  viaggiare.
Inoltre, si chiede di introdurre una tassa immobiliare proporzionata al valore del territorio.

A scanso equivoci, Michelle Mitchell, di Age UK, ha dichiarato: “La Fabian Society sottolinea che non ci sono stati progressi significativi nella lotta contro la povertà dei pensionati negli ultimi anni, visto che restano ancora 1,7 milioni di pensionati che vivono in povertà, mentre altri 1,1 milioni hanno. redditi appena sopra la soglia di povertà.
Molti, inoltre, hanno contribuito all’indennità di assicurazione nazionali in tutta la loro vita lavorativa per ricevere in cambio una pensione statale che garantisce una rete di sicurezza finanziaria, ma poco più “.

In Italia, secondo i dati ISTAT del 10 agosto 2012, le cose stanno molto peggio che in Gran Bretagna: i pensionati sono quasi 16 milioni, di cui circa la metà percepisce pensioni inferiori a mille euro mensili ed una spesa complessiva annua di circa 50 miliardi di euro, cioè dieci miliardi in meno di quanto costano all’INPS quel milione e passa di pensionati che percepiscono oltre 2.500 euro mensili, per altro mai contribuiti completamente.
C’è chi vive sotto la soglia di povertà e chi, ex lavoratore dipendente, può permettersi una pensione superiore, oggi, allo stipendio di un preside o di un medico di base.

pensioni 2010 Istat 2012

Un Paese dove, come spiega il professor Giovanni Perazzoli, autore per Micromega e direttore di Filosofia.it, mentre 776.609 italiani che vivono nel lusso, nonostante la Crisi, percependo pensioni spesso di gran lunga superiori ai 3.000 euro mensili, “ci scandalizziamo del fatto che negli Usa non esista una sanità pubblica: in Europa si scandalizzano per l’assenza in Italia di un reddito minimo garantito. Negli Stati Uniti Michael Moore però ha raccontato in un film che cosa significa non avere un sanità pubblica; in Italia nessuno tocca il tema del reddito minimo garantito”.

Un Paese dove contingentando o fiscalizzando le pensioni superiori ai 3.000 euro mensili si ricaverebbero circa 10 miliardi di economie e dove introducendo la negoziabilità del TFR e del prepensionamento, si darebbe spazio ai giovani, senza gravi danni per l’economia futura, visto che anche da noi gli over50 sono proprietari delle loro abitazioni.

Un’Italia dove “una somma di 850 euro è uno stipendio, da cui si deve anche cercare di far uscire l’affitto e tutto il resto”, mentre la vita “costa meno che nel nostro Paese” addirittura in Germania, dove una donna “disoccupata, sola, con tre figli e un affitto di 500 euro, riceve dallo stato 1850 euro al mese”.

“In Italia addirittura si afferma che il welfare sarebbe in realtà tramontato, finito, esaurito” mentre “la Corte Costituzionale tedesca ha giudicato come parzialmente incostituzionale la riforma restrittiva del cancelliere Schröder, dopo il ricorso di una famiglia – padre, madre e una figlia – perché doveva vivere con soli 850 euro al mese (e naturalmente affitto e riscaldamento a carico dello stato)” e mentre, in Europa, solo Italia, Grecia ed Ungheria non garantiscono un reddito di cittadinanza ai propri cittadini.

Un’Italia che difende i ‘diritti acquisiti’ da una generazione grazie al colpo di spugna della Riforma Amato, che cancella l’IMU sulle prime case a prescindere da reddito e collocazione, che non sa fare ‘finanza pubblica’ alleggerendosi dell’INPS e dell’INA, che ha preferito, finora, cassaintegrare buona parte della speculazione edilizia piuttosto che garantire lavoro e formazione ai giovani.

Intanto, persino la Fabian Society – proprio quella che condizionò la Labour’s policy agenda di Gordon Brown e la sua politica fiscale – va in tutt’altra direzione.

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Grasso – Travaglio: la sfida continua

26 Mar

«L’accusa di poter essere colluso con il potere, di cercare il contatto, di fare l’inciucio è la cosa che mi ha fatto più male», questa la risposta del magistrato Pietro Grasso, oggi presidente del Senato, a Marco Travaglio, che l’aveva collegato, durante la trasmissione Servizio Pubblico, alle  tre leggi votate dalla maggioranza di centrodestra che hanno fermato la candidatura a procuratore nazionale Antimafia di Gian Carlo Caselli.

Pietro Grasso ha anche paragonato le parole usate dal vicedirettore del Fatto alle minaccia ricevute dalla moglie negli anni ’80 contro il figlio in occasione del maxiprocesso contro la mafia.
In tutta onestà, però, è difficile pensare che Marco Travaglio sia al soldo della Mafia. Un confronto sproporzionato – e retorico – quello tra un organo di stampa e la criminalità organizzata., che per altro mal si addice a chi è presidente del Senato e garante della Costituzione.

«L’accusa peggiore è quella di poter essere colluso con il potere. Io inciuci con il potere? E’ stata terribile l’accusa di aver ottenuto delle leggi a mio favore – sottolinea Grasso – Questa è l’accusa che mi brucia di più. Io non ho ottenuto niente. Ottenere significa richiedere. Io non ho mai chiesto niente a nessuno e per questo nessuno ha mai potuto chiedere niente a me».

Dunque, l’inciucio anti Castelli ci fu, semplicemente non avvenne su ‘richiesta’ di Pietro Grasso? Vogliamo parlarne?

Quanto all’accusa di poter essere colluso con il potere, perchè un trentenne od un quindicenne non dovrebbero dubitare di qualunque ultrasessantenne che, oggi in Italia, si trovi in posizioni apicali nella pubblica amministrazione?
Con il verminaio che i dati nazionali espongono indecorosamente è alquanto improbabile che una persona competente, onesta e determinata sia potuta arrivare ai vertici di qualcosa nel nostro Paese e, soprattutto, restarci, almeno a voler parlare di settore pubblico.
Un mero calcolo delle probabilità.

Cosa pensare di tutta un’epoca – sempre ammantata di grandi ideali – se oggi Marcello Dell’Utri è condannato di nuovo, se la trattativa Stato-Mafia ci fu, se i reati di Andreotti esistono ma furono prescritti? Cosa chiedersi dell’antimafia, se i Casalesi hanno creato – praticamente alla luce del sole – un impero criminale esteso fino alle porte della Capitale e la Ndrangheta ha occupato capillarmente Milano?

E’ di queste ore la notizia che due pentiti, Domenico Bidognetti e Francesco Cantone – durante il processo in corso al tribunale di Santa Maria Capua Vetere che vede imputato Nicola Cosentino per concorso esterno in associazione camorristica – coinvolgono l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino, riguardo il  tentativo di dissociazione portato avanti da alcun clan campani all’inizio degli anni ’90, dopo il pentimento del boss Alfieri:  “l’idea partì dai Moccia di Afragola dovevamo consegnare le armi e abbandonare il clan, anche il vescovo di Acerra don Riboldi era coinvolto; in cambio non avremmo avuto l’ergastolo”.

Chi erano i consulenti della Commissione Antimafia mentre avveniva tutto questo e mentre Falcone, Borsellino e le loro scorte morivano in difesa del Meridione? E chi era ai vertici della Direzione Antimafia quando Casalesi e Ndrine si spartivano la ricchezza d’Italia: Napoli e Milano?

Uno di loro era Pietro Grasso. Impensabile che fossero collusi, ma qualcosa è andato ‘storto’.
Sempre in questi giorni, la Corte d’Assise di Caltanissetta – nel nuovo processo per la strage di via D’Amelio – ha annunciato che sentirà il Capo dello Stato attuale ed allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, su quanto a sua eventuale conoscenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sulla sostituzione ala guida del ministero dell’Interno, nel 1992, di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino e sulle difficoltà che incontrò in Parlamento, nel 1992, la conversione del decreto legge sul carcere duro.
Verranno ascoltati anche l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Nicola Mancino e Giovanni Conso, e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.
Ed il fratello di Paolo Borsellino, stavolta, si è costituito parte civile. E’ il suo legale, Fabio Repici, che ha chiamato Giorgio Napolitano come teste al processo.
Un processo denominato Borsellino-quater. Quater … quarto tentativo.

«Non si possono estrapolare fatti singoli per sporcare la credibilità di una persona», diceva Pietro Grasso ieri sera alla trasmissione Piazza Pulita ed in questo ha pienamente ragione.
Come anche il presidente del Senato ha ricordato che «ci sono stati molti processi spettacolari che hanno portato ad assoluzioni», cosa vera e sacrosanta, ad esempio come nel caso del primo processo a John Gotti a New York, immortalato da Sidney Lumet in ‘Non provare ad incastrarmi’.

Pietro Grasso, oggi, è molto di più di un ‘semplice’ supermagistrato. Oggi, presiede il Senato: è un padre della Patria. Si è presentato da ‘galantuomo’ in Senato e nell’insediarsi ha parlato di ‘casa trasparente’: è esattamente quello che ci aspettiamo tutti da lui.

Infatti,  è ormai comprovato che Cosa Nostra ha avuto ampi, profondi e controversi rapporti con i vertici politici dell’Italia per decenni.
Un Paese che continua ad andare avanti come se non fossero ormai Storia patria i reati associativi di  Giulio Andreotti, presidente del Consiglio prescritto per i fatti accaduti fino al 1980, di Totò Cuffaro, senatore e governatore regionale condannato a sette anni di carcere, di Marcello Dell’Utri, senatore e fondatore Forza Italia condannato  per i fatti accaduti fino al 1992, di Nicola Cosentino, Sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze in carcere con processo in corso, per reati avvenuti fino a poco tempo fa.

Dopodomani, Marco Travaglio replicherà a Pietro Grasso durante la trasmissione Servizio Pubblico e vedremo se tra lui e Santoro avranno la voglia di lanciare il guanto ‘oltre’ Pietro Grasso e la sua carriera, arrivando ad una ineludibile questione morale da affontare: cosa ne facciamo, se l’Italia deve cambiare, di un’intera dirigenza apicale che ha ‘conquistato’ quelle poltrone e si è dovuta (o voluta) ‘adattare’ durante 20 anni di cleptocrazia e sbando generalizzati?

Anche perchè, come ben sappiamo tutti, qualunque riforma non avrebbe effetto – o lo avrebbe dilazionato e sfilacciato – se ‘quella’ classe dirigente gestisse il tutto come ha fatto per vent’anni.

Questa sarebbe la domanda ‘giusta’ da inviare a Pietro Grasso come presidente del Senato, visto che, come magistrato e come sessantenne, non è certo stato tra i peggiori, salvo scoop imprevedibili, ma, soprattutto, perchè nell’insediarsi al Senato ha parlato di ‘casa trasparente’.

E Pietro Grasso potrebbe raccogliere il ‘guanto’ di sfida, nella liberalità delle sue opinioni, iniziando ad aprire qualche armadio e lasciarci liberi di scoprire qualcuno dei nostri scheletri: se un magistrato come lui arriva alla presidenza del Senato è praticamente un atto dovuto, in democrazia, come lo è storicizzare l’Antimafia, valutarne gli esiti ed i limiti in questo mezzo secolo circa di esistenza.

Perchè l’Italia – che ha bisogno di stabilità, ma anche di chiari segni di cambiamento – non è mai riuscita ad anticipare, a prevenire, la Mafia, pur avendo, addirittura, una Commissione Parlamentare apposita che avrebbe dovuto dare indirizzo politico per gli interventi legislativi, per la sicurezza, per gli aspetti sociali?

Qual’è il punto di vista del presidente del Senato?

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Dell’Utri, tante domande aperte

26 Mar

Nel 2010, quando la colpevolezza di Marcello Dell’Utri era messa in discussione dall’annullamento di una sentenza, esisteva un’unica domanda possibile “se non era un mafioso per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione?” Se Dell’Utri aveva contatti con mafiosi senza esserne tale, senza esserne amico e senza che in tali vicende fosse lontanamento coinvolto Silvio Berlusconi, a nome di chi lo faceva? (link).

 Oggi, dopo una prima sentenza in Appello era stata annullata dalla Cassazione, secondo i giudici   Marcello Dell’Utri fu mediatore tra Berlusconi e Cosa Nostra, con una condanna a sette anni di detenzione, come la precedente.

Le questioni poste all’epoca ritornano, dunque, con maggiore evidenza oggi. Se prima ci si poteva chiedere se non era un mafioso, restava, però, da chiedersi per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione.

Oggi, preso atto della nuova sentenza, resta da chiarire se Marcello Dell’Utri è stato un mediatore, un “ambasciatore”. Un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico fedele ed ‘affidabile’ di Berlusconi e basta?

E perchè il senatore Dell’Utri avrebbe avuto rapporti con mafiosi solo fino al 1992, interrompendoli con l’entrata in politica di Berlusconi?
Tutto questo ha qualcosa a che vedere con l’estinzione della Cupola corleonese di Riina e Provenzano? O con la fine del predominio del superboss John Gotti a New York, per quanto relativo alla Mafia, consacrato alla storia del cinema dal film ‘Non provare ad incastrarmi’?

Domande che trovano oscuri riscontri, ad esempio, nella ‘vecchia storia’ di Filippo Alberto Rapisarda, partito giovanissimo da Sommatino (Caltanissetta) ed approdato a Milano, dove, negli anni 70,  fondò l’Inim e, poi, assumendo i fratelli Alberto e Marcello Dell’ Utri, la Gestim, società dietro le quali c’erano i soldi dei boss palermitani Bontade e Teresi, secondo i magistrati inquirenti. Un’avventura finanziaria conclusasi con il carcere per Alberto Dell’ Utri e la fuga a Caracas per Rapisarda, mentre Marcello restava a piede libero e tornava da Berlusconi per il quale aveva già lavorato.

Anni in cui, come racconta Marco Travaglio, vi sarebbero state relazioni con mafiosi del calibro di Ciancimino, potentissimo ex sindaco di Palermo, Cuntrera-Caruana, che controllavano il traffico di cocaina, e Jimmy Fauci, che gestiva il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada?

Per non parlare di Vittorio Mangano, assunto presso la proprietà di Silvio Berlusconi come “stalliere”, ma arrestato nel 1980 da Giovanni Falcone per traffico internazionale di droga.

Ma chi o quali “padroni” ebbe Marcello Dell’Utri dal 1982 al 1992, quando, nonostante avesse posizioni strategiche in Publitalia’80, veniva colto dai carabinieri in compagnia di noti mafiosi?

Quale è stato il suo ruolo nella Storia recente italiana?

La Procura Generale, nella requisioria che ha preceduto la sentenza, ha precisato che «Marcello Dell’Utri, permettendo a Cosa nostra di ‘”agganciare” Silvio Berlusconi, ha consentito alla mafia di rafforzarsi economicamente, di ampliare i suoi interessi, il suo raggio d’azione, di tentare di condizionare scelte politiche governative in relazione al successivo ruolo politico assunto da Berlusconi.

Questa condotta è stata perpetrata dall’imputato coscientemente, conoscendo e condividendo il metodo mafioso dell’organizzazione, perseguendo il fine personale del rafforzamento della sua posizione all’interno delle varie aziende e iniziative di Silvio Berlusconi». L’imputato e mediò la rinnovata richiesta estorsiva di Salvatore Riina, che facendo pressioni e violenze sull’imprenditore milanese, intendeva “agganciare” l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi».

Un Silvio Berlusconi, vittima di Marcello Dell’Utri, secondo i giudici.

Non a caso, anni fa, uno dei quesiti riguardava per chi lavorasse Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione. Una questione non solo giudiziaria, ma soprattutto storica e sociologica, ormai.

E’ stato un mediatore, un “ambasciatore”, un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico infedele ed ‘affidabile’ di Berlusconi? Ha avuto un proprio potere od è sempre stato uno strumento di altri? Quale è stato l’appeal che ha indotto un uomo di primo piano come Silvio Berlusconi a farlo il confidente di una vita ed il fiduciario di un impero?

Intanto, la Corte d’Assise di Caltanissetta – nel nuovo processo per la strage di via D’Amelio – sentirà il Capo dello Stato attuale ed allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, su quanto a sua eventuale conoscenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, sulla sostituzione ala guida del ministero dell’Interno, nel 1992, di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino e sulle difficoltà che incontrò in Parlamento, nel 1992, la conversione del decreto legge sul carcere duro.
Verranno ascoltati anche l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Nicola Mancino e Giovanni Conso, e l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato.

Senza dimenticare la sentenza per rapporti mafiosi fino al 1980, comminata a Giulio Andreotti, reati andati in prescrizione, non resta che chiedersi quanto ‘controllo’ sull’Italia aveva Cosa Nostra nel 1992 e quanta corruttela ne era interelata?
E, soprattutto, dove sono andati a finire una così vasta rete di ‘disponibilità’ ed un così ampio ‘fatturato’?

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Pensioni: 10 miliardi di troppo

9 Nov

La scorsa estate, per l’esattezza venerdì 10 agosto 2012, l’ISTAT ha pubblicato i dati del 2010 riguardanti le pensioni, gli importi, la distribuzione eccetera.

Una statistica di cui nessuno ha parlato, che offre uno spaccato ‘very impressive’ del declino italiano.

Precisiamo, innanzitutto, che pressochè tutti i pensionati attuali arrivano dal ‘vecchio sistema’ che prevedeva che la pensione fosse pari – più o meno – all’ultimo stipendio e non computata in base a quanto versato, ovvero contributiva. Un distinguo importante visto che molti degli attuali pensionati non hanno effettivamente versato quanto ricevuto con il TFR e quanto ricevono e riceveranno come pensione, tredicesime incluse.

Cosa raccontano i dati?

Innanzitutto, che in Italia ci sono un paio di milioni di invalidi che se la passano abbastanza male, visto che le ‘pensioni’ al di sotto dei 500 euro mensili riguardano prevalentemente loro. Persone bisognose che avrebbero diritto ad un ‘salario minimo’ e che vengono bistrattate in nome di quel 0,1% – od anche meno – che i media chiamano ‘falsi invalidi’. Due milioni di persone che si arrangiano con poche centinaia di euro e che non fanno notizia.

Poi, prendiamo atto che due terzi dei pensionati vivono con un reddito netto inferiore ai 1.100 euro mensili, il che ci dimostra che tagliare le pensioni è un atto di iniqua follia e che la proposta Veltroni-Damiano sul salario minimo è sproporzionata.

Infine, scopriamo che ci sono 776.609 italiani che vivono nel lusso, nonostante la Crisi, percependo pensioni di almeno 3.000 euro mensili. E non pochi percepiscono pensioni ben oltre i 3.000 euro, per le quali è abbastanza difficile supporre che siano stati versati gli stessi contributi che stanno versando le generazioni attualmente al lavoro.

Una vera vergogna dato che, se i 776mila pensionati percepissero ‘solo’ 3.000 euro mensili di rendita, tredicesima inclusa, ne verrebbe un costo per lo Stato di 30.287.751.000 euro, dieci miliardi in meno di quanto spendiamo oggi. Ebbene si, se questi signori si accontentassero di una pensione netta di circa 2.500 euro mensili (equivalenti ai 3000 lordi), l’Italia risparmierebbe circa 10 miliardi l’anno.

Dieci miliardi che nessuno mai ha accantonato per intero e che, in dieci anni, rappresentano 100 miliardi di euro, ovvero circa metà dell’overflow del debito pubblico accumulato nel decennio. Non è un caso che Mario Monti ha promesso all’Europa il reiquilibrio dell’Italia a partire dal 2020, quando inizierà a sentirsi l’effetto delle generazioni ancora al lavoro, che percepiranno pensioni effettivamente accantonate, ed una buona parte di questi fortunati baby boomers avrà lasciato questa valle di lacrime.

Dieci miliardi che diventerebbero addirittura 15, se le pensioni ‘versione lusso’ venissero abolite e si fissasse un tetto di 2.500 euro lordi per tutti e tutto. Miliardi, tanti, che rappresentano una distorsione del sistema assicurativo italiano fin dal 1992, allorchè Giuliano Amato, riformando le pensioni in modo piuttosto discutibile, andò a creare questa situazione. Se qualcuno fosse a caccia delle cause del disavanzo italiano, è avvisato.

Non parliamo di diritti acquisiti, visto che nessuno versò sufficienti somme, se confrontate con le nuove generazioni. E non parliamo di pensionati sul lastrico, dato che con ‘soli’ 3.000 euro al mese la maggior parte degli abitanti di questo pianeta si sentirebbe più che benestante.

Una questione, visto che parliamo anche di soldi mai accantonati dai lavoratori, che poco o nulla dovrebbe avere a che vedere con la costituzionalità di eventuali tagli votati in Parlamento. Una questione che qualunque apparato, salvo il Parlamento, non può gestire od arbitrare, perchè opererebbe in conflitto di interessi, visto che si tratta anche delle loro pensioni.
Una questione che, dunque, dovrebbe essere di sola competenza del Parlamento. Anche per questo diamo i vitalizi ai parlamentari, per consentirgli la necessaria autonomia.

Un nodo generazionale che sta alimentando la crisi italiana e che impedisce di operare con equità, alimentando l’antipolitica, l’esasperazione popolare, le soluzioni giustizialiste.
Un atto di irresponsabilità e di iniquo egoismo da parte di una generazione, che ci impedisce di sostenere la nascita di un welfare sostenibile e solidale, ovvero come dovrebbe essere, e che è una delle concause del deficit italiano e del degrado sociale ed istituzionale in cui viviamo.
La causa principale del downgrade di un paese che in tal modo non può badare alla crescita ed al futuro e che può garantire stabilità solo a condizione di esaudire pedissequamente la Casta.

Un’ennesima prova che Mario Monti e questo Parlamento non stanno badando ad altro che a tutelare i cosiddetti ‘diritti acquisiti’, ovvero gli interessi delle banche e dell’anziano ceto dominante.
Esattamente coloro che hanno causato la situazione in cui siamo.

Qualcosa su cui ‘i giovani’ Renzi, Vendola, Alfano, Casini, Meloni, Maroni (come l’M5S, Forza Nuova od i partiti meridionali) dovrebbero aver, almeno loro, qualcosa da dire o da ridire.

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