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Partiti in chemioterapia?

20 Feb

Luigi Crespi, oggi, “bevendo un caffè e scrutando il futuro“, tenta di trovare una causa sul perchè Mario Monti “convince”, ovvero da cosa dipenda il consenso che conserva nonostante tagli e tasse con cui ha fatto a pezzi gli italiani.

La “metafora terribile, ma di grande efficacia” che ne viene fuori è che Monti gode della stessa stima di cui gode il professore che ti sottopone alla chemioterapia capace di salvarti la vita“.

Una definizione “azzeccatissima” che descrive la situazione ben oltre il quadro superficiale d’insieme.

Ebbene si, c’è un malato di cancro, ma l’Italia – lo studiamo anche alle elementari – col cancro ci è nata e sopravvive “benissimo” da 150 anni. Sappiamo anche che il “cancro” è causato dalla presenza di un “corpo estraneo”, il Vaticano, e dalla mancata crescita del Meridione, come se una parte del “corpo” non venisse quasi irrorata di sangue pulito.

Eppure, nell’agenda Monti queste “cure” non ci sono, neanche in annuncio. Come non c’è la riforma della Pubblica Amministrazione o l’Antimafia. Quale sarà allora il malato di cancro che ri reca dal “dottor Monti” per la chemioterapia?

I partiti, i poteri forti, il clero, gli “avvantaggiati e chi altrimenti?

La conferma in un dato solo ed eclatante: il debito privato degli italiani è sostanzialmente basso, nonostante un carico fiscale esagerato ed un welfare iniquo ed irrilevante. Non è certo il singolo cittadino che ha da temere, in forma diretta, immediata, dalle speculazioni borsistiche e dal PIL che traballa.

Alla frutta sono, finanziariamente parlando, tutti coloro che attingono le loro fortune dalla spesa pubblica, a cominciare dai partiti, dalla RAI e dai giornali, dalle università e dagli enti pubblici.
Sono loro che hanno bisogno di una chemio che spazzi via il tumore, sono loro che accetterebbero di tutto pur di rimanere in sella. Noi, i cittadini, abbiamo altre priorità.

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Articolo 18, ora basta

20 Feb

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori prevede che nessun lavoratore possa essere licenziato senza “giusta causa”.
Una “giusta causa” che include la ristrutturazione aziendale, se le aziende hanno meno di 15 dipendenti e che la esclude, per le aziende medie e grandi.

Dunque, se c’è crisi o semplicemente flessione, le aziende non piccole devono mantenere al proprio posto i lavoratori in esubero che, grazie ai contratti di lavoro rigidi, continuerebbero a percepire stipendio pieno.

Da questo non-sense nasce la Cassa Integrazione (speciale), che, in poche parole, equivale ad un sussidio di disoccupazione erogato solo ai lavoratori (dis)occupati dell’azienda o del comparto in difficoltà.

Un sistema iniquo, la Cassa Integrazione, che ha permesso per decenni e decenni di sostenere occupazione, produttività e pace sociale al Settentrione, senza, però, dover far fronte, come qualsiasi stato civile, all’enorme mole di disoccupati del Meridione.

Un sistema occupazionale e delle tutele a due velocità, che ha impedito la delocalizzazione delle imprese, da nord a sud, ogni qual volta il mercato ne avrebbe consentito l’operazione; l’ultimo esempio – non a caso – è stata la vertenza FIAT, dove il sindacato pretendeva di legare i destini di Pomigliano (tecnologicamente moderna) con Mirafiori (ormai da dismettere).

Adesso, i nodi sembra stiano venendo al pettine, sull’onda del “rigore”, visto che la Cassa Integrazione (speciale) costerebbe circa 16 miliardi di euro per il 2012.

Sedici miliardi che, però, non verrebbero risparmiati abrogando l’istituo della CIs, dato che sostanzialmente equivarrebbero al sussidio di disoccupazione (o salario minimo) che gli stessi lavoratori “dismessi” percepiranno per un annetto e passa.

Sedici miliardi di Cassa Integrazione (speciale) ai quali andrebbe ad aggiungersi una cifra ben superiore, visto che i disoccupati sono molti di più dei cassaintegrati, ed ai quali andrà ad aggiungersi una cifra ancora più grande, se consideriamo che molti lavoratori tra i 55 ed i 67 anni hanno poche possibilità di restare occupati e di trovare lavoro in caso di licenziamento, per non parlare delle donne e dei neodiplomati o laureati.

L’intervento sull’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori appare, dunque, inevitabile ma, allo stesso tempo, decisamente impegnativo per un paese dove “non c’è una lira”.

Infatti, grazie alla mano libera data a speculatori e grandi trust, appare una chimera l’ipotesi – forse accarezzata da questo governo – di un lavoratore dipendente che si “emancipa” a piccolo imprenditore grazie a TFR ed equo indennizzo, come avveniva negli Anni 70-80 in tanti paesi.

Senza parlare del Meridione, cui accennavamo, dove interi quartieri – dallo Zen di Palermo a Secondigliano di Napoli – avrebbero diritto ad interventi di cui il “salario minimo” sarebbe solo la prima “trance”. Un Meridione che verrà dimenticato “come al solito”, visto che Camusso e Fornero son di casa a Torino?

Non sembra “democraticamente corretto” che una questione del genere, con i costi che possiamo solo immaginare, possa affidarsi non a dibattiti pubblici, bensì a colloqui informali, incontri semisegreti, attacchi mediatici a chi parla, come Veltroni, di tabù, patteggiamenti vincolati ad alleanze elettorali.

E ditemi voi se la parola non dovrebbe andare anche a Regioni e Comuni, nel momento in cui – pur occupandosi dello stesso probema – governo e media  parlassero più correttamente di “disoccupazione e welfare”, anzichè di “cassa integrazione e contratti” …

La questione è, dunque, garantire un “salario minimo” e non, meramente, superare l’Articolo 18. Una scelta di civiltà che l’Italia ha sempre evitato, visto che avrebbe fatto emergere la situazione di assoluta emergenza in cui vivono tanti, troppi meridionali da decenni.

Non credo che il ministro per il Welfare, Elsa Fornero, od il suo collega allo sviluppo, Corrado Passera, abbiano la benchè minima intenzione di sottoporre i conti pubblici italiani al salasso che ne verrebbe riconoscendo una “social security”, minima almeno come in Gran Bretagna, in dei territori dove la disoccupazione è centenaria e  deriva dalle non-politiche messe in atto dopo l’Unificazione italiana.

Leggi anche Salario minimo, quanto costa?

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Veltroni Reloaded senza SEL?

19 Feb

Questa settimana politica si apre con un’intervista di Walter Veltroni per Repubblica, mentre un partito democratico attonito vede sfilar via le Primarie in favore di componenti minoritarie del partito o, più diffusamente, a vantaggio di Sinistra, Ecologia e Libertà.

Una serie di dichiarazioni, quelle veltroniane, che denotano lunga e profonda abitudine alla politica, sia per i “tasti dolenti” toccati sia per il “salviamo il salvabile” che traspare.

Questo, nella sostanza il Veltroni-pensiero:

“La fine del Berlusconismo libera energie e apre spazi immensi. Il profilo di un partito riformista, innovatore, aperto, unito può raccogliere il lavoro di questi mesi e presentarsi come il soggetto di un tempo nuovo”.
“Circola nel Pd l’idea che questo sia solo un governo d’emergenza, una parentesi dopo la quale si tornerà ai riti e ai giochi della Seconda Repubblica o peggio della prima.”

“Sento dire che, dopo Monti, si potrà tornare finalmente al tempo dei partiti. Ma quel tempo gli italiani l’hanno conosciuto già. O la politica riforma se stessa e ritrova le sue grandi missioni e il respiro dei “pensieri lunghi” e la coscienza dei limiti ai quali si deve arrestare o prevarranno populismo e tecnocrazia.”

“Il Pd dovrebbe … dire agli italiani che non torna nulla del passato, compresi i governi rissosi dell’Unione. Ma il riformismo radicale, la modernità equa che devono affrontare una recessione pericolosa dal punto di vista sociale e democratico”.
Ed, invece, “si discute di liberismo e di ritorno al socialismo. E tornano vecchie ricette e coperte apparentemente rassicuranti. Si parla poco della disperazione sociale e troppo delle alleanze future.

In due parole: compagni con Vendola non andiamo da nessuna parte, superare il Patto di Vasto nell’interesse del partito, superare le correnti per liberare il PD dai “battitori liberi” e dai “capobastone”.

Ma non solo. Sarà per lungimiranza politica, sarà perchè il partito i problemi più grossi li ha al Sud, ma Walter Veltroni “bacchetta” Monti sulla questione “mafia” e sugli Enti Pubblici, che, poi, sono il vero nodo dell’evasione, della corruzione e degli sprechi.

Monti “consideri priorità la lotta alla mafia, che si sta mangiando mezzo paese, dalla Sicilia a Bordighera, da Reggio Calabria a Milano. Bisogna intervenire subito e stroncare le complicità con una nuova e durissima legge contro la corruzione. Il secondo campo è la Rai. I partiti devono smetterla di nominare persone agli enti pubblici, sia la Rai o l’ultima Asl. I partiti servono a fare proposte e programmi, non nomine. Via dai consigli d’amministrazione”.

Linea di fermezza veltroniana? Forse, ma è facile ricordare che il buon Uòlter non gode di grandi adesioni nel PD e che, così andando, è facile “criticare” …
Fatto sta che è l’unico che – lacrimuccia di buonismo a portata di mano, forse – ha pronunciato la parola “mezzogiorno d’Italia”.

“Bisogna cambiare un mercato del lavoro che continua a emarginare drammaticamente i giovani, i precari, le donne e il Sud. Ci vogliono più diritti per chi non ne ha nessuno. Questa è oggi una vera battaglia di sinistra”.

La questione è, dunque, garantire un “salario minimo” e non, meramente, superare l’Articolo 18. Una scelta di civiltà che l’Italia ha sempre evitato, visto che avrebbe fatto emergere la situazione di assoluta emergenza in cui vivono tanti, troppi meridionali da decenni.

Non credo che il ministro per il Welfare, Elsa Fornero, od il suo collega allo sviluppo, Corrado Passera, abbiano la benchè minima intenzione di sottoporre i conti pubblici italiani al salasso che ne verrebbe riconoscendo una “social security” come in Gran Bretagna in territori dove la disoccupazione è centenaria e  deriva dalle non-politiche messe in atto dopo l’Unificazione italiana.

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Lazio: e queste le chiamano primarie?

17 Feb

Apro Facebook e cosa mi trovo davanti, tra la pubblicità a lato?  Un appello a votare alle Primare del PD “Marta Leonori”. Vado a curiosare e cosa mi trovo? Una signora trentaquattenne, sconosciuta ma dall’aria simpatica, con ombrellino multicolore bene in vista, che mi chiede di sostenerla “per cambiare il PD”. (link)

A parte il fatto che il PD potrebbe e dovrebbe cambiarsi da solo – senza il nostro aiuto, magari con un forte e sentito auspicio – ma … quali soluzioni al disastrato stato della nostra regione offrela nostra Marta Leonori?

Nessuna, a visitare il sito in data di oggi. Solo “l’esigenza di metterci la faccia”, lo dice lei nel breve filmato. E, diciamolo a scanso di equivoci, la faccia da brava ragazza impegnata e determinata c’è, nulla da ridire sulla persona.

E’ di “esperienza sul campo”, di “ruolo operativo”, di “mondo del lavoro”, di “capacità decisionale”, di “suburbia romana”, di “agro laziale” che troviamo poco o nulla, se non “studi universitari” e “servizio del partito”.

Infatti, “ha frequentato in quegli anni l’Ecole de commerce di Troyes, in Francia, grazie al progetto Erasmus, e ha preparato la tesi di laurea studiando alla London School of Economics. Un master in Amministrazione Pubblica.”

Come anche, “nel 2009 è stata eletta nella direzione nazionale del PD e dal 2011 fa parte del coordinamento nazionale delle Democratiche. Dal 2001 lavora alla Fondazione Italianieuropei, di cui da settembre è il direttore.”

Dieci anni nella Fondazione Italianieuropei, presieduta da Massimo D’Alema con Giuliano Amato Presidente dell’Advisory Board,  e Anna Finocchiaro, Enrico Letta, Franco Marini, Alfredo Reichlin, Gianfranco Viesti, Luciano Violante, Nicola Zingaretti nel Comitato di Indirizzo.

Altro che “cambiare il PD” … sembra proprio la candidata della “segreteria centrale” …

Tra l’altro, Marta Leonori (ingenuamente?) ricorda, sul proprio sito, come possano “votare tutti i cittadini” e non solo gli elettori del suo partito o della sua coalizione. Come non intendere che chiunque fosse “di tutt’altra sponda” o “del tutto disinteressato” è invitato a sostenerla “contro” altri suoi compagni di partito/coalizione?

E queste le chiamano primarie?

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