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L’Aquila: le responsabilità, gli affari

13 Gen

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, L’Aquila è colpita da un terremoto di magnitudo 6.3 Mw, equivalente a 5.9 Ml secondo la Scala Richter e tra l’8º e il 9º grado di distruzione della Scala Mercalli.
I parametri Richter indicano “molte fessurazioni sulle mura; crollo parziale o totale di poche case; pericolo per la popolazione”, Mercalli prevedeva “rovina totale di alcuni edifici e gravi lesioni in molti altri; vittime umane sparse ma non numerose”. Diciamo anche che l’entità della scossa è ‘non distruttiva’ in Giappone, se si è costruito con criteri seriamente antisismici.

Le responsabilità

A L’Aquila e dintorni, pur trovanodoci in un territorio dichiarato “zona dove non di rado possono verificarsi forti terremoti”, il bilancio definitivo è di 308 morti. circa 1600 feriti di cui 200 gravissimi, 65.000 gli sfollati su poco più di 90.000 residenti, tra capoluogo e piccoli comuni limitrofi.
E dire che il comune di L’Aquila fu classificato come sismico sin dal 1915 (terremoto  del Fucino), che dal 1927 appartiene alla classe sismica 2, quelle di media intensità, e che fin dal  2006 si attendeva la classificazione di ‘zona 1’ proposta dall’’Ingv.

Poco si è saputo della sorte dei 220 fascicoli inizialmente aperti per la maxi-inchiesta della procura della Repubblica avviata dopo il sisma del 6 aprile 2009.
Tra i pochi pervenuti a sentenza, il processo di primo grado per il crollo della Casa dello studente si è concluso ‘solo’ quattro anni dopo il sisma, con tre condanne a quattro anni per i tecnici che supervisionarono le ristrutturazioni colpevoli di omicidio plurimo e lesioni.
Ben più severa la pena di sei anni di reclusione, viceversa, a cui sono  stati condannati sette eminenti scienziati italiani, facenti parte della Commissione Grandi Rischi e a capo del Dipartimento della protezione civile, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e del Centro nazionale terremoti, accusati di aver fornito, prima del sisma del 6 aprile del 2009 che distrusse L’Aquila, false rassicurazioni ai cittadini, e, secondo Giovanni Cirillo, magistrato presso il Tribunale di Teramo, colpevoli di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose.

Intanto, il giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco ha assolto i quattro imputati dall’accusa di disastro colposo per il crollo dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila avvenuto con il terremoto. Eppure, La Repubblica riportava di una relazione che il direttore generale della Asl aquilana, Roberto Marzetti, dalla quale emergeva che “l’ospedale – inaugurato nove anni fa – non risulta nemmeno nelle mappe catastali”, che pur essendo una “costruzione travagliata al centro di dibattiti parlamentari, esposti e polemiche”, nel 2000, “l’allora direttore generale Paolo Menduni decise di aprire lo stesso”.
Senza resposnabili il crollo del Palazzo del Governo (Prefettura), Tribunale, Politecnico, nonostante le perizie raccontino di materiali scadenti e di misure tecniche insufficienti.

Utile ricordare che “il dossier Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, redatto nel ’99 dall’Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico per volere dell’allora sottosegretario alla Protezione Civile Franco Barberi, nel quale si evidenziano vulnerabilità critiche, rimaste ignorate, in tutti gli edifici pubblici poi crollati nel sisma del 2009, nonché una valutazione eccessivamente al ribasso del grado di pericolo sismico assegnato alla zona aquilana.” (Wikipedia)
Non a caso, a lungo i giornali scrissero della telefonata intercettata a Bertolaso in cui lo stesso capo della Protezione Civile, facendo riferimento alla riunione con gli esperti della Commissione Grandi Rischi, che si tenne all’Aquila il 31 marzo 2009, parlò di “operazione mediatica”, come anche la motivazione della sentenza di condanna degli esperti, riporta che “gravi profili di colpa si ravvisano nell’adesione, colpevole e acritica, alla volontà del capo del Dipartimento della Protezione Civile di fare una operazione mediatica”.

Gli affari

Secondo la Relazione dell’allora ministro Fabrizio Barca al 6 aprile 2012 erano stati effettivamente impiegati dallo Stato o trasferiti agli Enti preposti:

  • 2,9 miliardi di euro (impegno Stato) per gli interventi di emergenza, di cui:
    • 680,1 milioni per la prima emergenza
    • 700 milioni per il Progetto C.A.S.E. (4449 immobili, 12969 persone ospitate) e per i Map (3535 strutture, 7202 ospiti)
    • 493,8 milioni dall’Unione Europea – Fondo di Solidarietà
    • 667 milioni per Emergenze varie e assistenza alla popolazione
    • 82,8 milioni per i Moduli Scolastici ad Uso Provvisorio
    • Altre spese per ripresa attività scolastica, esenzione pedaggi, indennizzi, sospensione pagamenti tasse, attività di soccorso ecc.
  • 1,96 miliardi di euro (trasferimento Enti) per la ricostruzione, di cui:
    • 1,04 miliardi per la ricostruzione di edifici privati sotto forma di mutui
    • 736,7 milioni per la ricostruzione di edifici privati erogati con delibere del CIPE attingendo dai Fondi FAS e dal Fondo Strategico
    • 95,7 milioni per la ricostruzione di edifici pubblici
    • 81,6 milioni per la ricostruzione di edifici scolastici

All’incirca 5 miliardi in tre anni, di cui poco meno di due per la ricostruzione, mentre resta ancora da rimuovere il 62% delle macerie di quello che è classificato come il 5º terremoto più distruttivo in Italia in epoca contemporanea.

Già pochi mesi dopo il sisma, il 10 febbraio 2010, vengono pubblicati i testi delle intercettazioni degli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e il cognato Gagliardi che affermavano di “ridere ciascuno nel proprio letto” durante il terremoto, immaginando l’inserimento delle loro imprese nei lavori per il post-sisma, grazie ai loro presunti buoni rapporti con il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso.
Un mese fa, Mauro Dolce – ex braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile – è stato condannato ad un anno di reclusione con rito abbreviato per il reato di frode nelle pubbliche forniture in relazione alla vicenda degli isolatori sismici difettosi installati negli edifici antisismici del Progetto Case.

In questi giorni, l’operazione “Do ut Des” ha portato alla luce un sistema di tangenti ben radicato, al fine di ottenere delle dazioni di denaro per l’aggiudicazione di alcuni appalti relativi a lavori di messa in sicurezza di edifici danneggiati dal sisma del 2009 e l’appropriazione indebita, previa contraffazione della documentazione contabile, della somma di circa 1.250.000 euro, relativa al pagamento di parte dei lavori. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, si è dimesso dopo gli arresti di alcuni dipendenti pubblici ed il coinvolgimento del vice sindaco Roberto Riga, dell’ex consigliere comunale delegato per il recupero e la salvaguardia dei beni costituenti il patrimonio artistico, il dirigente ASL Pierluigi Tancredi, dell’ex assessore comunale alla Ricostruzione dei beni culturali, Vladimiro Placidi, oggi direttore del Consorzio dei beni culturali della Provincia dell’Aquila.

Con le dimissioni di Massimo Cialente esce di scena l’ultimo dei protagonisti di questa vicenda. Iscritto fin dal 1970 al PCI, consigliere comunale dell’Aquila dal 1990 al 2001, quando è eletto  alla Camera dei Deputati con i Democratici di Sinistra e rieletto nel 2006. Sindaco dal 2007, dopo il terremoto dell’Aquila del 2009 non viene toccato dalle indagini, anzi è nominato vice commissario straordinario alla ricostruzione con delega all’assistenza alla popolazione.
Dominus, dunque, della politica aquilana da almeno una dozzina d’anni e -secondo buon senso – non esente dalle scelte di governance locale.

E sono trascorsi tre anni dal convegno organizzato dall’Associazione “309 martiri dell’Aquila” – costituita in rappresentanza dei familiari delle 309 vittime del sisma – che si intitolava «Cahiers de doleances. Primo quaderno» e che denunciava «la scottante e dibattuta tematica inerente la mancata prevenzione e le omissioni che hanno concorso a determinare la strage del 6 aprile 2009».
A proposito, ricordiamo che – ristruttarato od originale – per ogni fabbricato è del Comune  la competenza a rilasciare il Certificato di agibilità, che include anche il Documento di idoneità statica  …

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Berlusconi e Renzi? Gli italiani meritano molto meglio

3 Set

In un’Italia, che fino a pochi giorni fa era scossa da un’imminente crisi di governo e daliti feroci ‘per un pugno di dollari’, accade anche che in un battibaleno tutto vada a tacere: risolto il problema contingente, a nuova quaestio si va.
Inoltre, tra le elezioni tedesche e guerre annunciate in Medio Oriente, i piccini della politica non possono altro che sparire per dedicarsi a botteghe e commerci, as usual.

Botteghe e commerci che ormai non passano impercepiti tra i cittadini e le istituzioni, se almeno la metà delle promesse annunciate per decreto da tanti ministeri sono finite in fumo: dall’assunzione dei precari della scuola, agli esodati, alla lotta all’evasione, al contrasto alla disoccupazione e, persino, ad una qualche limitazione della spesa pubblica e delal voce forte con ‘certe banche’.

Partendo dai commerci, ormai è evidente che Silvio Berlusconi oggi rappresenta un peso insostenibile per il centro-destra, costretto a recedere sull’IMU (tipico tributo anglosassone e liberale) e ad assumersi ‘la colpa’ dell’ennesimo ritardo ad intervenire a sostegno delle fasce sociali più esposte alla crisi e/o maggiormente colpite dagli interventi del Governo Monti, finalizzati a ‘salvare’ la finanza italiana.
Il silenzio degli italiani, di tantissimi italiani, per questi ultimi due mesi di non necessario travaglio nazionale è più che eloquente.

Andando alle botteghe, leggere di Franceschini che appoggia Matteo Renzi ‘se serve a mantenere il partito unito’, getta un quadro fosco sulle alleanze di ‘corrente’ che potrebbero mettere l’imperituro ex-partito comunista nella mani di un sindaco che finora, a Firenze, ha dimostrato solo una notevole capacità di autopromozione, in una regione, la Toscana, che è l’ultimo avamposto della profonda provincia italiana, con i suoi paesaggi ed i suoi poteri immutabili da secoli e secoli.
Non possono di sicuro essere i ‘modernisti’ di Matteo Renzi con i ‘provinciali’ di Marini e Bindi ad avere il nerbo morale di sottrarre il Meridione alle mafie ed al ribellismo velleitario, visto che gli investimenti esteri ci sarebbero ed anche a bizzeffe. Come non possono essere ‘quelli del paesaggio italiano’ ad avere quella ‘cultura del lavoro’ che serve per essere presi in considerazione in Emilia, Veneto e Lombardia.

Se poi il target delle nostre future elezioni sarà quello di realizzare un federalismo ‘integrale’, allora le cose possono assumere un’altra veste: una rinnovata fusion tra Forza Italia e Lega al Nord, i ‘moderati progressisti’ nel Centroitalia e, nel Meridione, il caos organizzato, almeno finchè i legami di sangue con gli anglosassoni e la galassia ispanica non dovessero ricomporre il mosaico infranto con l’Unificazione italiana.

Non credo che i nostri ‘eroi’ – Matteo Renzi soprattutto – siano lontanamente consapevoli del rischio letale per l’Italia, se dovesse persistere il Trasformismo e l’opportunismo politico dei quali i due leader sono, nell’attuale, espressione e causa e dai quali i partiti ‘storici’ non riescono ad affrancarsi da ben prima della caduta del Muro di Berlino.

Sessanta anni dopo l’annessione delle Due Sicilie, l’Italia implose prima nella crisi sociale del 1921 e poi nel Fascismo mussoliniano ed in quei sessanta anni Trasformismo, corruzione e scandali finanziari la fecero da padroni. Finita la guerra e finito il Fascismo, sono seguiti altri sessanta anni di Trasformismo, corruzione e scandali finanziari.

Ed oggi siamo di nuovo al dunque.

Anche il Fascismo di Benito Mussolini trovò origine e sostegno tra i ceti piccolo borghesi e nella profonda provincia dell’Appennino italiano.

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Arriva un governicchio di larghe intese?

23 Apr

Giorgio Napolitano resterà in carica finché avrà forze e, poi, sferza i partiti: «Voi, sordi e sterili, non autoassolvetevi» ed i partiti, tutti, applaudono in piedi come se i rimproveri fossero per i rivali.

Stamane, su Omnibus di La7, giusto per far finta di nulla, Rosa Maria Di Giorgi (assessore PD a Firenze) continuava a parlare di ‘difficoltà di Bersani’, di ‘svolta del Capranica’, di ‘debacle orrenda’ del M5S nel Nordest, di ‘dirigenti’ che non devono farsi influenzare dalla Rete, di non confrontarsi con la base … che la fiducia è d’obbligo se il partito lo decide.

Intanto, Serracchiani vince per un pelo in Friuli Venezia Giulia, che non è una regione rappresentativa degli equilibri nazionali, Renzi è stracorteggiato, ma fino ad oggi ha amministrato solo una piccola città come Firenze, SEL appare fortemente egemone sull’ala sinistra del PD, ma in Parlamento sono tanti gli eletti che arrivano dalla nostra famigerata Malasanità, alla Camera siedono circa 100 democratici che arrivano dall’apparato di partito, alla faccia delle Primarie.

Inoltre, non sono solo Travaglio & Santoro a sospettare che PD e PdL non siano l’un l’altro opposti, ma semplicemente complementari, con la conseguenza che il Centrodestra liberale è incatenato dalla stagnante componente populista ed il Centrosinistra riformista non ha voce in un’eterna campagna elettorale che privilegia i consensi gauchisti e sindacal-azionisti.

Dunque, in questa situazione, va bene qualsiasi governo, con il rischio di vederlo impallinato al primo incrocio o bivio dal qualche fazione democratica? Oppure serve un governo di larghe intese che accetti la Rete come principale vettore di informazioni e di conformazione della pubblica opinione, ma, soprattutto, tenga in debito conto che l’azionista di maggiornza è il PD, ma anche che il controllante è il PdL?
Oppure vogliamo proporre ai cittadini un Giuliano Amato, sconosciuto a chi abbia meno di 40 anni, tesoriere di ‘quel Partito Socialista Italiano’, massacratore delle nostre pensioni e del Titolo V della nostra Costituzione, nonchè prelevatore patrimonaile dei nostri conti?

Il Patron del futuro governo è il Popolo della Libertà, il padrino è il Partito Democratico: non facciamoci abbagliare dal il fatto che una componente parlamentare sia più numerosa dell’altra, grazie agli artifici del Porcellum.

E smettiamola, a sinistra, di pensare che quanto detto in televisione sia ‘reale’ e che quanto circoli in Rete sia ‘passatempo’. Piuttosto, è il contrario. Inoltre, se il mezzo televisivo permette allo spettatore l’unica possibilità di cambiar canale – cosa del tutto inutile se andiamo avanti da anni con talk show partitici a reti unificate – va considerato che in Rete l’utilizzatore va puntualmente a cercarsi le notizie secondo l’approccio che ritiene più verosimile.
Se i talk show politici diventano intrattenimento partitico, il ‘passatempo’ è in TV, le notizie sono in Rete: è inevitabile che sia così.

Inoltre, l’idea fissa dei democratici ‘a confrontarsi con i sindacati’ appare piuttosto bizzarra -ai nostri giorni – se il persistere della Crisi è causato dall’over taxing che la sinistra pretende da anni, dal suo profondo legame con gli apparati pubblici, dalla diffidenza verso il mondo imprenditoriale e la libera iniziativa, dal basso o bassissimo livello di istruzione e di formazione professionale di tanti attuali inoccupati (manovali, camerieri, banconisti, padroncini, artigiani e operatori di basso livello, eccetera), dal limitato ruolo delle donne nella nostra società, dal famigerato Patto di Stabilità interno di centralistica e statalista memoria.

Difficile credere che la situazione attuale del Partito Democratico possa essere superata senza una chiara e profonda scissione tra la componente social-liberale delle elite metropolitane, quella cattolico-populista dei mille campanili di provincia e quella gauchista ondivaga ed il suo elettorato di lotta e di governo, attualmente ‘in carico’ a SEL ed M5S.

Far finta di nulla o, peggio, paventare ai cittadini un governicchio di ristrette intese servirebbe solo ad accentuare la sfiducia degli elettori e la rabbia dei cittadini.
A sentire i Democratici – in nome dell’emergenza, si badi bene – serve uno ‘scatto di responsabilità’ da parte del PdL e che per loro si tratta solo di ‘un cammino altanelante’, mentre i conti del governo Monti-Bersani iniziano a non tornare, serve una nuova manovra, c’è cenere sotto il tappeto, le politiche di Elsa Fornero sono palesemente un disastro, l’IMU e la TARES sono de facto delle patrimoniali.

Un governo Monti fortemente voluto da Eugenio Scalfari che, come ricorda Verderami del Corsera, si è rappresentato come un’anomalia fin dall’inizio, dal novembre 2011, quando, invece di sciogliere le Camere, Giorgio Napolitano nominò senatore a vita Mario Monti per poi indicarlo come premier di un ‘governo del presidente’ e per poi ritrovarselo come leader di partito.
Un semipresidenzialismo di cui non v’è traccia nella Costituzione, un dirigismo di cui non v’è traccia nella storia nazionale, salvo il primo gabinetto Mussolini indicato direttamente dal Re. Un errore ed un equivoco che persistono e che ‘il popolo bue’ percepisce ampiamente.

Intanto, il Financial Times scrive, oggi, di “Napolitano gigante di Roma tra i nani della farsa italiana”. Purtroppo, i nani non leggono l’inglese e la ‘base’, per loro, sono solo quelli che incontrano in piazzetta o nel salotto buono …

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Il governo del Presidente, ma anche di Grillo e Berlusconi

22 Apr

Riconfermare Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica era ormai l’unico sistema per evitare l’automatico passaggio all’opposizione del centrodestra e, soprattutto, dei moderati liberali o popolari o democratici che fossero.
Il motivo è semplice: l’aver lasciato al M5S la candidatura di Stefano Rodotà, anzichè avanzarla per primi e giocare in contropiede con ambedue le opposizioni, comportava il ritorno ‘automatico’ di Bersani alla strategia di co-governo con il movimento guidato da Beppe Grillo con un Matteo Renzi probabile premier.

Una contraddizione in termini. Come quella di riciclare nel patto per il bene comune’ con il PdL due noti nomi (Marini e Prodi) pur di evitare il Quirinale a Massimo D’Alema, che era con il PCI dall’inizio, che ha voluto la svolta centrista e che non era sgradito al Centrodestra.
In tutto questo, non c’è due senza tre, aggiungiamo la follia degli Otto Punti inderogabili, sui quali convergevano abbondantemente i programmi di Grillo e di Berlusconi, rimesti precisamente nel cassetto.

Peccato per Stefano Rodotà, che questo blog aveva già segnalato un mese fa. Troppo innovativo per una concezione dell’apparato amministrativo e contabile pubblico, che risale ad oltre 100 anni fa, e per una generazione che è passata con grande facilità dal Fascismo alla DC ed al PCI, tanto INPS, Corporazioni e IRI erano ancora tutti lì.

Dunque, il Parlamento che Napolitano – ed il Premier da lui scelto e si spera votato – dovranno gestire sarà dei più etereogenei possibili, con un centrodestra forte e compatto, quasi determinante al Senato, e con un M5S che potrebbe fare la differenza, nel bene e nel male, se i suoi eletti dimostreranno di avere la metà della capacità politica di cui dovranno aver bisogno.

Infatti, vista la situazione di ‘pericolo di crollo’ del PD, è più che opportuno che il Presidente eviti di scegliere personalità di quel gruppo parlamentare o ad esso collegate, onde non vincolare il governo a polemiche interne al Partito Democratico. Come anche, vista la situazione del sistema partitico e parlamentare, sarebbe opportuno scegliere dei profondi conoscitori di quel mondo con provate capacità di mediazione ed un comprovato senso dello Stato. Ad esempio, Gianni Letta o Emma Bonino.

Una premiership da affidare in fretta e senza incappare in ‘sorprese’, come ci ha abituati Mario Monti, dato che Scilla e Cariddi si profilano all’orizzonte.
Da un lato, l’imminente rischio di spacchettamento del centrosinistra in cristianosociali, cristianoliberali, socialisti, comunisti, post comunisti, verdi, ambientalisti, demoliberali, socialdemocratici, popolari.
Dall’altro, l’evidente necessità che servano sia i voti di Grillo sia quelli di Alfano, se vorremo una legislatura di almeno un annetto e delle buone riforme, nonché un tot di fiducia dall’estero e di ossigeno per il paese. Il rischio che qualcuno pensi di avvantaggiarsi dalle urne è elevato.

Riuscirà il Presidente Reloaded di questa strana Matrix all’amatriciana, l’ancora nostro Giorgio Napolitano, a scegliere la carta fortunata, anzichè l’asso di picche?

Speriamo di si, il lavoro dei dieci saggi si rivela, oggi, un fattore accelerante e migliorativo.
Un altro fattore “accelerante e migliorativo”, probabilmente del tutto inderogabile, è la nomina di senatori a vita di Berlusconi, Prodi, Marini, Pannella e Rodotà (come anche Bonino se non avrà incarichi di governo). I primi tre per evitare che in un modo o nell’altro continuino a condizionare, fosse solo con il oro passato carisma, la vita dei partiti e del parlamento; gli altri tre per iniziare a pacificare il paese, riconoscendo a quel partito radical-liberale di Mario Pannunzio il dono dell’onestà morale e della lungimiranza, come per tutti i minority report alla prova del tempo.

Adesso, serve un governo del Presidente, un governo di larghe intese, di unità nazionale e finalizzato ad un programma, in cui un contesto generale in cui il PdL eviti l’abbraccio fatale con il Partito Democratico, aprendo sui punti di convergenza comune al M5S, che dovrà abbandonare certe formule populiste, visto che ormai il Movimento di Beppe Grillo è determinante per le istituzioni di cui l’Italia ha febbrile bisogno.

continua in -> Partito Democratico, pericolo di crollo

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Il PD non c’è più, pericolo di crollo

22 Apr

Se Eugenio Scalfari riesce ancora a parlare di ‘motore imballato’ dinanzi a quell’ammasso di ferraglia, gomma e vetro che il Partito Democratico è riuscito ad esibire in un mese di follia, l’esigenza di rottamazione annunciata da Matteo Renzi appare più come una presa d’atto che come una proposta.

Nessuno “prevedeva che il Partito democratico crollasse su se stesso affiancando la propria ingovernabilità a quella addirittura strutturale del nuovo Parlamento”, scrive nel suo domenicale il fondatore di la Repubblica, ma i segnali c’erano tutti a volerli vedere.

A partire dalle esitazioni ad intraprendere scelte difficili quando la Sinistra era nel governo e nel fare vera opposizione quando non lo era. Parliamo di un’enormità di leggi, che il Partito Democratico non ha mai portato avanti, come il conflitto di interessi, la durata dei processi, le leggi sui sindacati, i servizi pubblici esternalizzati o convenzionati, il welfare tutto, le coppie di fatto, le carceri, la depenalizzazione, gli immigrati, gli sgravi e le premialità aziendali, un piano infrastrutturale, la Casta, i super stipendiati e pensionati, i trasporti, le mafie, la legge elettorale.

Tutte esigenze dei cittadini  che a vario titolo il PD ha escluso dalla propria agenda e dalla propria fattività.

Difficile, dunque, parlare di un partito a base popolare, specialmente se lo sanno anche i bambini che alle Primarie c’è sempre un ‘candidato del partito’ e che erano già sicuri di avere la maggioranza alla Camera con il 30%, mentre si tentava di cambiare il Porcellum in extremis.
Eh già, il Porcellum. Cosa dire adesso che è sotto gli occhi di tutti che il suo mantenimento non era vitale per il Centrodestra, che sapeva già di non vincere le elezioni e che il super premio sarebbe andato al Partito Democratico.

Una riforma elettorale che non conveniva al Partito Democratico per troppi e tanti motivi.
Come la concomitante abrogazione dei comuni con meno di 10.000 abitanti e delle province con meno di 3-400.000 abitanti, dove si può contare un’ampia presenza di ‘democratici’.
Come l’istituzione di uno sbarramento serio e del ballottaggio che avrebbe provocato la definitiva frantumazione delle correnti ‘democratiche’.
Come l’eliminazione delle liste bloccate ed il rischio che tanti big e capibastone non ritornassero in Parlamento, oltre a delle Primarie effettive se da Partito unico si diventa variegata Coalizione.

La blindatura a nido d’aquila del Partito Democratico, dei suoi vertici e del suo apparato dovevano e potevano suggerire, a chi la politica la segue da tanti anni, l’esistenza di crepe e fraintendimenti ormai irreversibili.

Un manifesta percepibilità della scollatura ‘democratica’ che il ventre del ‘popolo bue’, a differenza di tanti saggi, aveva già ampiamente percepito. Un problema che, se percepito, avrebbe dovuto far temere una vittoria ‘eccessiva’ che avrebbe comportato il pervenimento alla Camera di circa 200 neoparlamentari democratici, del tutto disorientati tra una Rete che spesso usano davvero male e ancor meno comprendono, un Partito che decide le cose ‘a prescindere’ e secondo imperscrutabili strategie, la propria ambizione e la relativa competenza che mal si conciliano con i sacrifici e le professionalità che l’Italia reale riesce ancora a garantire.

Questi sono solo alcuni dei segnali che potevano lasciar presagire la situazione di incapacità politica che il PD ha mostrato finora.
Adesso, il Partito Democratico non c’è più, il segretario Bersani è dimissionario, il Congresso da convocare a giorni non è stato ancora annunciato, la Presidente Rosy Bindi che lo doveva convocare è dimissionaria dal 10 apirle.

Motore imballato, tutto quì, dottor Scalfari?

continua -> Il governo del Presidente, ma anche di Grillo e Berlusconi

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Perchè Rodotà al Quirinale?

18 Apr

Esattamente un mese fa, in questo post passato inosservato, si spiegava quali fossero le ragioni per un’ampia convergenza sul nome di Stefano Rodotà come presidente della Repubblica.

“Il Partito Democratico, se proprio volesse dimostrare di aver chiuso con il proprio passato comunista – che ricordiamo essere un anelito totalitario ed illiberale – non dovrebbe fare altro che ricordarsi che Stefano Rodotà potrebbe essere la persona giusta al momento (storico) giusto.

Un personaggio figlio della minoranza etnica arbëreshë, che nasce politicamente nel Partito radicale di Mario Pannunzio, sempre indipendente, che per lungo tempo ha fatto parte della Commissione Affari Costituzionali.
Tra l’altro, se proprio volessimo parlare di modernità e di nuovi diritti, Rodotà è stato il primo Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, mentre dal 1998 al 2002 ha presieduto il Gruppo di coordinamento dei Garanti per il diritto alla riservatezza dell’Unione Europea.
Inoltre, il 29 novembre 2010 ha presentato all’Internet Governance Forum una proposta per aggiornare la Costituzione Italiana, inserendo: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.

Un personaggio stimato nel mondo e noto per equilibrio e lungimiranza, sul quale potrebbero arrivare, senza particolari sforzi, i voti dei Montiani e del M5S.
Un uomo che rappresenterebbe non il fantasma di “un’Italia giusta”, ma il futuro di “un’Italia diversa”, l’Italia 2.0, che esiste già.
Stefano Rodotà compie 80 anni a maggio, questo l’unico limite, ma, anche se ‘durasse’ 3-4 anni e volesse ritirarsi prima, difficile immaginare una soluzione migliore. Ci facciamo un pensierino?”

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La spallata di Monti

9 Gen

«E’ necessaria una spallata dei cittadini non con la rabbia, la protesta, ma scegliendo chi non avendo legami con le organizzazioni che bloccano il Paese sia disposto a mobilitarsi». (Mario Monti, 8-1-2013)

Ma quali sono le organizzazioni che bloccano il Paese?

Non è facile dirlo, specialmente se si tratta di un paese, come l’Italia o come l’Iran, che si trova a condividere poteri laici e poteri religiosi.

Infatti, al di là di inutili retoriche o sacrosante indignazioni, è innegabile che sia in Iran sia in Italia, la condizione della donna ed il suo accesso al lavoro ed ale carriere siano particolarmente insoddisfacenti e che questo sia, sotto ogni latitudine, un indicatore fondamentale di crescita e progresso.
Ma non solo la condizione femminile è certamente condizionata dalla duplice presenza di poteri in Italia, di cui uno forte, la monarchia assoluta religiosa, ed un altro debole, la repubblica parlamentare. Lo sono anche la diffusione delle conoscenze tecniche, socioeconomiche e scientifiche, come comprovano i dati sulle lauree, e la strutturazione del Welfare e della Sanità, che devono tener conto dell’estesa struttura religiosa e para-religiosa presente nel Paese.

Se la duplice attribuzione di poteri, di interventi/spese e, soprattutto, di opinion making e di fund rising è certamente un fattore limitativo per il nostro Paese, dobbiamo mettere in conto che ne esiste un altro, simile e, seppur nato per offrire un’opzione laica in questo ‘sistema duplato’, oggi complementare a quello religioso.

Parliamo delle scuole pubbliche che, nel corso di una sola generazione, hanno prodotto l’ignoranza e la maleducazione che constatiamo tra troppi giovani diplomati e laureati. Dei sindacati che non hanno mai fatto proposte a nome dei lavoratori ed hanno sempre atteso quelle della controparte, per poi avviare un gioco di veti e delle tre carte, indispensabile per affermare il proprio potere e poco più.
Delle onlus che gestiscono servizi pubblici esternalizzati precarizzando a vita il proprio personale, del tutto incapaci di operare in network o di sviluppare un fund rising che non sia finanziamento pubblico. Delle aziende – cooperative od ex municipalizzate – che rendono floride le regioni ‘rosse’, sfruttando la fame ed il malaffare esistente al Sud, se non addirittura alimentandolo, come di certo accade per i settori manifatturieri e dei rifiuti speciali. I partiti, di cui non si conoscono i meccanismi di selezione del personale politico e dei candidati, fin dalla nascita della Repubblica.

Organizzazioni che, secondo alcuni, bloccerebbero il Paese, dato che è nei loro interessi che nulla cambi, ovvero che non si rinegozi un Concordato, non si delocalizzi la contrattazione dando potere alla base dei lavoratori, non si educhino i giovani alla meritocrazia ed all’essere esemplari, non si pretenda che i servizi esternalizzati vengano assunti da aziende solide e ben monitorate, non si bonifichi il sistema agroalimentare e distributivo, non si ripristini la legalità in quasi metà del Paese che lavora a nero.

Secondo altri, però, ben altre sono le organizzazioni che ‘bloccano il Paese’, come le banche (ormai ridotte alla quasi sola IntesaSan Paolo di sabauda origine) ed i diversi poteri finanziari (i cui discendenti sembrano sempre più interessati ad investimenti più sicuri del sistema Italia).

Per questioni strutturali, dobbiamo annoverare anche altre ‘organizzazioni’ che hanno le potenzialità e le caratteristiche strutturali per bloccare il Paese, le baronie universitarie ed il sistema giudiziario. Una ipotesi che trova anch’essa le sue conferme, visto che abbiamo un sistema sanitario che neanche recepisce le indicazioni dell’Organizzazione della Sanità Mondiale in fatto di disabilità ed un sistema giudiziario che ha impiegato oltre 20 anni per concludere il Lodo Mondadori, anzichè un paio come altrove, consentendo l’ascesa di Silvio Berlusconi, che altrimenti difficilmente si sarebbe realizzata con tale apicalità.

Ovviamente, non sono stati i sindacati, i partiti, i professori, i banchieri, i finanzieri, i magistrati, i baroni medici, le coop,  a rovinare l’Italia.
Non sono loro a ‘bloccare il Paese’ e non è contro di loro che Mario Monti ci chiede di mobilitarci per dare una spallata.

Ed allora contro chi altri mai?

originale postato su demata