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Senato e Titolo V: senza riforme l’Italia in stallo

3 Giu

In Gran Bretagna, i parlamentari  (Camera dei comuni) sono 650 – Members of Parliament – eletti dal popolo a suffragio universale e con il sistema maggioritario.
Esiste anche la House of Lords (Camera dei Lord) con 826 membri totali di cui 92 sono ereditari e 709  a vita, che ha compiti di revisione della legislazione emessa dall’Esecutivo, controllo sulla legislazione europea, funzioni costituzionali e dibattimentali su questioni politiche e giudiziaria. Una sorta di corte/camera costituzionale allargata e trasparente, di cui fa parte anche l’alto clero anglicano.

L’Assemblea Nazionale francese è formata da 577 deputati, eletti in un collegio elettorale uninominale a doppio turno, 346 senatori sono eletti a suffragio indiretto da circa 150.000 grandi elettori: sindaci, consiglieri comunali, delegati dei consigli comunali, consiglieri regionali e deputati.
Il Senato ha praticamente gli stessi poteri dell’Assemblea Nazionale, ma a causa della lunghezza del mandato, della relativa minore importanza rispetto all’Assemblea, alla possibilità di cumulare cariche elettive locali con il mandato di senatore, è considerato come un buon ripiego per politici a fine carriera o come mezzo di rientrare nella politica attiva per i candidati all’Assemblea Nazionale che non sono stati eletti.

Il Bundestag (trad. Dieta federale) è il parlamento federale tedesco composto da 630 deputati, eletti con un sistema misto: per metà in collegi uninominali con il sistema maggioritario plurality e per l’altra metà con il sistema proporzionale del quoziente.
C’è anche il Bundesrat (trad. Consiglio federale), un organo costituzionale legislativo, composto dai 69 delegati dei governi dei vari Länder. Ha funzioni di revisione costituzionale e di iniziativa legislativa in materia federale.

In Spagna, il Congresso dei Deputati è composto da 350 membri, eletti in ogni circoscrizione elettorale, a cui viene attribuita una rappresentanza minima iniziale ed un numero addizionale di seggi in base alla popolazione. Sono, poi, 208 senatori sono eletti direttamente dal corpo elettorale con suffragio universale nel Senato delle Autonomie.
La Costituzione attribuisce al Congresso una notevole autonomia rispetto al Senato, tra cui il poter conferire e ritirare la fiducia alle Corti Generali nel Governo e dirimere i conflitti che sorgono tra le Camere durante l’elaborazione e l’approvazione delle leggi.

In breve:

  • Spagna, un eletto dal popolo ogni 80.000 abitanti. 588 politici nelle ‘Camere’. Senato  a suffragio universale di limitata importanza
  • Germania, un eletto dal popolo ogni 117.000 abitanti. Un parlamentare – di cui l’11% non eletto direttamente – ogni 99.000 abitanti. 699 politici nelle ‘Camere’. Senato di ‘delegati’ con funzioni di revisione costituzionale e iniziativa federale
  • Italia, un eletto dal popolo ogni 63.000 abitanti. 944 politici nelle ‘Camere’. Senato  a suffragio universale equiparato alla Camera
  • Francia, un eletto dal popolo ogni 113.000 abitanti. Un parlamentare – di cui un terzo non eletto direttamente – ogni 63.000 abitanti. 916 politici nelle ‘Camere’. Senato  di ‘delegati’ equiparato alla Camera, ma di limitata importanza
  • Gran Bretagna, un eletto dal popolo ogni 97.000 abitanti. Un parlamentare – di cui tre quinti non eletti direttamente – ogni 37.000 abitanti. 1476 politici nelle ‘Camere’. Senato di ‘delegati’ con funzioni di revisione costituzionale e legislativa.

Detto in altri termini, solo l’Italia con la Francia ha un Senato eletto effettivamente equiparato alla Camera dei Deputati, ma in Oltralpe al posto degli elettori troviamo dei Grandi Elettori con un ricambio triennale.
Anche in Spagna è eletto dal popolo come in Italia, ma ha una rilevanza minore per legge.
In Germania, è una ‘commissione di lavoro allargata’ dei Lander, in Inghilterra un’ampia rappresentanza di Lord, in ambedue i casi i compiti sono principalmente revisori.

In parole povere – al vaglio delle carte costituzionali dei vari stati europei da parte di di noi posteri –  se il Senato ha gli stessi compiti e i medesimi poteri della Camera dei Deputati, invece di dedicarsi alla revisione di leggi e trattati, lo Stato non funziona bene: decide con lentezza, spende con dissolutezza.
Stop.

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L’Europa va alle elezioni mentre le nazioni chiedono più autonomia

24 Mar

Il referendum sull’indipendenza del Veneto, organizzato dai movimenti autonomisti e appena svoltosi, avrebbe visto la partecipazione del 70% degli elettori veneti con un esito “plebiscitario”: 89% di “sì”.
I dati non sono verificabili, ma  li conferma un sondaggio di Demos, condotto tra il 20 e il 21 marzo, in cui poco meno dell’80% si dice favorevole o quanto meno ‘interessato’ all’indipendenza veneta.

In Italia, l’iniziativa è stata ignorata dai media, come sottolinea Ilvo Diamanti su La Repubblica, ma gli osservatori stranieri non l’hanno fatto: c’è “l’esempio” della Crimea, ma ci sono anche le tensioni scoto-gallesi, i baschi e i catalani, i fiamminghi eccetera. E ci sono la Sicilia e la Campania … ovvero le Due Sicilie, dove l’esito di un referendum autonomista ben organizzato sarebbe del tutto imprevedibile.

Europa di Tacito

Intanto, in Francia, le spinte verso uno Stato etico e ‘nazionale’ stanno portando ad una crescita – prima sensibile e oggi dilagante – della ‘vecchia’ destra gaullista e nazionalista, rigeneratasi nelle banlieues e nelle città meridionali sotto le insegne del Fronte Nazionale di le Pen. Paradossalmente, sono loro oggi i maquìs (ndr. partigiani) che resistono all’invasore tedesco … e ai collaborazionisti di Hollande.

Di qui l’ipotesi che l’idea di un’Europa ‘sacro romano impero germanico-napoleonico’ possa essere del tutto desueta e che certi padri fondatori abbiano preso una grossa bufala.

Europa 1811

Fosse solo perchè a dar voce a tutte le spinte autonomistiche o nazionalistiche (ndr. che poi è la stessa cosa) ci ritroviamo quasi esattamente con la cartina del 1400 dopo Cristo …

Europa 1400

Da un lato, c’è l’Europa angioino/aragonese e/o bizantina (Catalogna, Due Sicilie,  Grecia e Balcani) in parte sovrapponibile a quella bizantina (che includeva anche Maghreb, Libano, Turchia e Siria, Bulgaria e Romania) che non trova aspettative e opportunità di crescita nell’attuale Unione Europea. Dall’altro, un’area Germanica che va sempre di più affermandosi, aggregando la Pannonia, l’Illira e il Norico (Venezie, Croazia, Slovenia), la Batavia (Fiandre) e la Grande Polonia (che includerebbe Moldavia, Slovacchia e mezza Ucraina, guarda caso). Dall’altro ancora ci sono i popoli ‘nordici’ (Svezia, Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, le città del Baltico e qualche porto olandese) che in gran parte rifiutano l’Euro e il Fondo Sociale Europeo.

Ovviamente, buona parte di nostri ‘guru’ – i soloni ultraottantenni e i loro fedeli discepoli ultrasessantacinquenni – di tutto questo non sembrano accorgersene e i ‘piani alti’ continuano a spingere l’acceleratore verso qualcosa che non c’è, ma deve assolutamente esserci: gli Stati Uniti d’Europa.

Stati uniti che, a ben vedere, non ci sono in Cina, che è un’unica repubblica ‘popolare’ montata sul preesistente impero, e non ci sarebbero in America, se fosse stato per Thomas Jefferson e Benjamin Franklin (federalisti) come per i confederati – per l’appunto – del Sud e gli ‘annessi’ del Texas, Luisiana e California, senza parlare delle Hawaii, di Portorico, di Panama, di Guantanamo e di Grenada.
Ma, se è per questo, gli old boys delle cerchie che contano non si sono neancche ancora accorti che la Germania – de facto – ha un potenziale e una ‘estensione’ paragonabili o superiori a quello che aveva nel 1936. Gli errori di Obama in Siria e in Crimea ne sono la lampante riprova.

Come non è un caso che, alle soglie delle elezioni europee, non c’è partito che osi avviare una qualche campagna elettorale, figurarsi a sventolare la bandierina azzurra con le stelline in cerchio.

Europa 2014

L’Europa potrà sopravvivere a se stessa solo se si farà macroregione e federazione, con un sistema di bilancio unificato, un costo del denaro modulato ed un sistema lavoro-welfare integrato.

Altrimenti, gli europei si ricorderanno che una patria è meglio di una banca …

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Arriva il presidenzialismo

3 Giu

Si inizia a parlare di qualche riforma concreta, quella che porterebbe al presidenzialismo, è già nel Pd si vanno formando due schieramenti. Tra  i favorevoli (con ballottaggio alla francese) ci sarebbero Walter Veltroni, Matteo Renzi, Romano Prodi e Gugliemo Epifani; tra i contrari all’elezione diretta del capo dello Stato troviamo Rosy Bindi e l’ala sinistra del partito, con l’ex segretario CGIL Sergio Cofferati e l’ex ministro Fabrizio Barca in testa.

Intanto, il premier Gianni Letta ha annunciato che “l’ultima elezione del Presidente della Repubblica mostra la fatica della nostra democrazia. La mia opinione è che non potremmo più eleggere il presidente della Repubblica con quella modalità”.
L’ha seguito a ruota, Angelino Alfano, vicepremier, ricordando che “nel Pdl siamo assolutamente d’accordo sull’elezione diretta del presidente della Repubblica. E adesso anche dal Pd arrivano dei significativi spiragli. Se riuscissimo a farla sarebbe una grande prova di democrazia come succede in altri paesi, come Francia e Stati Uniti, dove i cittadini scelgono direttamente il Capo dello Stato”.

Beppe Grillo arringa il popolo con “il Paese è al collasso e il governo si balocca col presidenzialismo”, come se gli 87 anni suonati di Giorgio Napolitano non pretendessero l’urgenza di darsi una norma ‘innovativa’ per eleggere il Capo dello Stato e per sancire i suoi poteri in un nuovo quadro istituzionale.

Certo, SEL e M5S hanno le loro ragioni,perchè il nostro è tutto un sistema che non funziona e la nostra Costituzione è imperfetta come qualunque cosa umana e richiede emendamenti fin dagli Anni Settanta, quando – trenta anni dopo la nascita della repubblica – si dovette iniziare a prendere atto che non si erano promulgate le previste leggi sui sindacati, sulle regioni, sui comuni, sulla spesa pubblica, sul decentramento e l’autonomia.
Parliamo degli anni del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), dei bilanci sanitari regionali puntualmente bloccati dalle Corti Regionali dei Conti, di una nazione che usciva da un decennio (1969-1978) in cui le ore di lavoro perse per scioperi furono in media 143 milioni l’anno, dell’Italia statalista e totalmente dipendente da un decreto ministeriale.

Un’Italia con un sistema di bilancio e di controllo di gestione non pronto all’ingresso nel sistema monetario europeo, come dimostratosi prima con lo SME  e poi con l’Euro, che, con l’unificazione dei mercati e la globalizzazione, paga a caro prezzo la durata e l’imprevedibilità del nostro sistema giudiziario, dei processi e le procedure relative, la poca trasparenza amministrativa, bancaria e fiscale, un sistema previdenziale ed assicurativo arcaico, un welfare indifeso dalla voracità di chi investe nella charity, ma ‘senza fini di lucro’, una politica di istruzione e formazione costretta tra un dettame costituzionale statalista ed una Convenzione ONU ed una società libera che vanno da tutt’altra parte.

Questo ed altro ancora, sono tante le cose di cui l’Italia ha urgenza ormai trentennale.

Se nulla si è potuto fare in questa Seconda Repubblica, la causa è certamente nella struttura economica dello Stato italiano delle origini e dai debiti enormi che contrassero i Savoia, ma è anche in un sistema elettorale che conferisce ai due maggiori partiti un potere assoluto ma da l’un l’altro annullato ed è anche in una funzione presidenziale, che era concepita come ‘notarile’ rispetto ad un Parlamento pensato come sovrano ed, in realtà, prima suddito delle ideologie e, dopo, dei partiti e delle lobbies.

Se una legge elettorale deve tenere conto che abbiamo fin troppo tutelato i piccoli partiti al punto che anche quelli maggiori appaiono come un arcipelago di entità, spesso di esclusiva base micro territoriale, è anche vero che per una questione di pesi e contrappesi – al cui dibattito l’M5S farebbe bene a partecipare nell’interesse di tutti – non è possibile che si trovi un accordo in quattro e quattr’otto.
Infatti, se le soluzioni sono note (sbarramento, ballottaggio, senato federale) il doverle applicare tutte e tre insieme provoca un livello di complessità (una matassa) non sbrogliabile in breve tempo: abbiamo già visto che danni ha provocato un Porcellum ed un Mattarellum frettolosi, in nome di un bipolarismo dottrinale che in Europa non c’è.

Piuttosto, è possibile, se non davvero urgente, che si affronti il nodo dei poteri del Capo dello Stato, di come viene eletto, di cosa competa di riflesso al Consiglio Superiore della Magistratura, alla Corte Costituzionale e alla Corte dei Conti.
Anche in questo caso, ma senza le complessità del sistema elettorale, è abbastanza evidente quali siano le soluzioni: elezione diretta del Capo dello Stato, funzione disciplinare del CSM, autonomia della Corte Costituzionale, potere di vero da parte della Corte dei Conti.

Così funziona nel mondo intero,dove non c’è ‘la Costituzione migliore del mondo’ e dove si tratta di presidenzialismo oppure di monarchia costituzionale, raramente troviamo il premierato e solo quando lo Stato è nato dalla fusione di staterelli pre-esistenti, cone in Germania, India e Gran Bretagna.

D’altra parte, il dualismo dei poteri parlamento/ presidente è indispensabile per evitare stalli ventennali come la Seconda Repubblica in cui siamo impastoiati, come una maggiore indipendenza della magistratura dal potere politico è indispensabile se, in futuro, non vorremo scoprire di nuovo che abbiamo votato per un decennio con una legge incostituzionale.

Perchè la sinistra del Partito Democratico borbotti, come son scontenti M5S e CGIL, è abbastanza chiaro: qualunque forma di presidenzialismo pone fine (o quanto meno argine) al giacobinismo di chi, con un mero 20% di consensi o anche meno, pretende di condizionare le scelte generali.

Facciamo presto.

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Tante, troppe bugie europee

14 Dic

La Germania aveva nel 2010 (CIA W. Factbook) un PIL di circa  3.300 miliardi di dollari USA, la Francia intorno ai 2.200, l’Italia di circa 2.000 miliardi come la Gran Bretagna. Con un reddito pro capite intorno ai 41.000 $ per i tedeschi ed i francesi, di circa 36.000 per i britannici e di 34.000 per gli italiani.

Quanto al debito pubblico, The World Factbook, United States Central Intelligence Agency 2011 racconta chela Germania era indebitata per l’83.2% del PIL (oltre 2.700 miliardi di dollari USA), la Francia per l’82,4% (oltre 1.800 mld), il Regno Unito per il 79.9% (circa 1.600 mld), l’Italia era, come noto, al 120,1% (circa 2.400 mld).

Intanto, però, gli italiani erano indebitati privatamente ‘solo’ per circa il 71% del propria ricchezza, i tedeschi ed i francesi al 100%, i britannici al 165%.  Dati che anche i conti della serva ci raccontano chi fosse, tra pubblico e privato, ben più indebitato dell’Italia.

Infatti, i numeri della Central Intelligence Agency riportano che il debito estero tedesco (pubblico e privato) era, nel 2010, di 4.489 mld $, quello francese 4.396 mld, l’Italia solo 1.360 mld, il Regno Unito arrivava all’iperbolica cifra di 12.670 miliardi di dollari USA. Nella bilancia dell’import/export, la Germania vantava un attivo di oltre 400 mld $, la Francia aveva un leggero disavanzo, più o meno come l’Italia, mentre la Gran Bretagna riscontrava uno sbilanciamento di oltre 100 miliardi.

Dunque, non si comprendono tante cose. Decisamente troppe, che i nostri media – poco attenti a verificare le fonti, specie se governative italiane – non vedono, non sentono e non chiedono.

Perchè Mario Monti è ricorso a tagli pesantissimi sul welfare ed all’overtaxing, mentre il basso indebitamento degli italiani avrebbe suggerito anche ad un neofita di attuare una patrimoniale?
Anzi, perchè i potentati occidentali (Francia, Germania e USA) desiderano vivamente che Monti resti al suo posto, visto che la Casta proprio non la vuol toccare, mentre la recessione e le tasse rendono l’Italia più debole sui mercati esteri e non più forte?
Perchè il nostro Stato ha fatto incetta con i suoi titoli degli investimenti esteri che ci erano indispensabili per sostenere crescita e welfare?

Quale sarebbe l’esemplarità dell’Europa e degli Europei, se i nostri concittadini d’Oltralpe vivono talmente indebitati che non possono neanche più permettersi l’olio spagnolo ed italiano, ma lo devono importare dal Nord Africa a prezzi stracciati, per non parlare dei troppi film inglesi che raccontano dello strapotere di allibratori ed usurai o di quali luoghi di decivilizzazione umana siano le banlieues francesi.

Quali interessi ha avuto la Germania, in questi ultimi 3 anni, nei confronti dei paesi del Sud Europa, mentre il suo PIL frenava pericoloamente tra il 2008-9, visto che è a causa delle sue resistenze ad intervenire, che il debito greco (meno di 5.000 mild $) è diventato il disastro che sappiamo e visto che è grazie al suo allarmismo verso l’Italia, che i suoi titoli sono stati venduti ad interessi bassi, mentre i nostri hanno subito lo spread che sappiamo?

Quale esempio di civilizzazione costituiscono paesi come Francia, Germania e, soprattutto, Gran Bretagna, se non sanno tutelare i propri cittadini da chi lucra e specula sul loro indebitamento oltre ogni ragionevole limite?

Ma, soprattutto, la crisi dell’Eurozona è o non è causata, per la seconda volta, dalla Germania che mette a carico dell’Euro i propri problemi finanziari, come già accadde con la Vereinigung, dopo la caduta del Muro di Berlino?

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G20: Merkel e Monti all’angolo

19 Giu

Obama e il cancelliere tedesco, Angela Merkel, avevano avuto un incontro sulla crisi dell’Eurozona prima dell’inizio ufficiale del vertice G20 in Messico.

E, proprio stamane, Corrado Passera dichiarava –  intervenendo a ‘Radio anch’io’ su Radio1 Rai – che ”gli incontri devono aiutare a consolidare il fronte di tutti coloro che credono in politiche più attive per la crescita“, sottolineando la necessità che l’Europa possa ”garantire per se stessa” perché ”è chiaro che se questo non avviene può permanere l’incertezza per l’euro”. ”Il portabandiera di questa posizione è la Germania”. Infatti che ci sono ”paesi che danno importanza esclusiva ai conti, il che è giusto, ma è chiaro che il disagio che cresce, soprattutto occupazionale, deve essere fronteggiato con politiche più attive”.  (fonte ADN-Kronos)

Il vento è contrario, l’Europa può fare di più“. Monti e’ il portabandiera della posizione che vuole ”conti in ordine e l’Italia lo sta facendo ma al tempo stesso piu’ attenzione alla crescita e allo sviluppo con politiche piu’ attive”. (fonte ASCA)

Sappiamo anche che questi mesi sono i più difficili – ha anche dichiarato Corrado Passera – perché c’è tutto l’effetto di dieci anni di non crescita, l’effetto delle misure che abbiamo preso per i conti e che adesso mordono nella carne viva, c’è l’effetto di un’Europa che tarda a dare risposte unitarie“. (fonte ADN-Kronos)

Purtroppo, le certezze e gli ottimismi del ministro italiano per le infrastrutture si infrangono dinanzi all’annullamento dell’incontro tra il presidente americano Barack Obama e i leader di Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna e Spagna al termine della cena dei leader del G20. Un funzionario della Casa Bianca ha riferito che in giornata vi potrebbe essere spazio per questo appuntamento.

Dunque, prendiamo atto che la cura Merkel-Monti non piace al G20, come prendiamo atto che è troppo tardi – per Mario Monti e Corrado Passera – prendere le distanze da Angela Merkel, dopo essere ‘unti’ come ‘salvatori dell’Europa’ per aver (e)seguito con palese piaggieria le pretese germaniche.

Infatti, la bozza del documento finale del G20 è piuttosto insoddisfacente e si legge che “di fronte alla ripresa delle tensioni di mercato, i membri del G20 dell’area dell’euro adotteranno tutte le misure necessarie per salvaguardare l’integrità e la stabilità dell’area, migliorare il funzionamento dei mercati finanziari e rompere il circolo vizioso fra fondi sovrani e banche”.

E, non a caso, il G20 aveva accolto positivamente il piano spagnolo di ricapitalizzazione delle banche, grazie ad un prestito di 100 miliardi di euro finanziato dall’Eurozona, ed espresso sostegno ad ulteriori sforzi d’integrazione politica dell’Europa.

Cosa dire, allora, se – pur di salvare l’Unicredit  creata proprio da Corrado Passera e di (ri)creare un polo industriale a Novara – all’Italia è toccata una cura da (ammazzare un) cavallo, mentre alla Spagna – che ha tenuto duro – vengono prestati 100 miliardi per i fallimenti bancari e le borse ‘volano’?

E come non prendere atto anche, dopo questo G20, che questa non è una crisi derivante dall’effettiva situazione patrimoniale degli Stati o dei cittadini: il problema sono solo alcune banche ed i pasticci che hanno combinato.

Basta frottole a reti unificate, please.

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La leggenda della spending review

4 Mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

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L’agenda politica di maggio

2 Mag

Arriva il mese di maggio, quello maggiormente funesto, insieme all’autunno, per governi iniqui e regimi infausti. Niente paura, siamo in Italia, l’andamento è lento.

Giorni fa, si accennava alle “provincie” ed al nulla di fatto delle Regioni, nella non riposta speranza che Mario Monti si attenesse a tempi, leggi e promesse. Ed infatti, salvo una BCE (ovvero Mario Draghi?) che suggerisce di “accorpare” anzichè eradere, nulla s’è detto o s’è sentito.

Intanto, l’agenda c’è, l’ha fissata Monti stesso per decreto, ed è scaduta.

Non a caso, a fissare il viatico dei 30 giorni futuri, arrivano segnali di insofferenza dal Senato, dove una leggina “salva pensioni d’annata” è caduta su un emendamento della (nuova)Lega con 124 voti a favore, 94 contrari, 12 le astensioni.

Esiste, almeno al Senato, una “maggioranza” diversa dall’attuale non disponibile (in parte) a votare le mattanze sociali della Fornero o gli F-35 di Finmeccanica, ma propensa a legiferare in favore di minori prebende per la Casta e minore spesa pubblica?

Sarebbe interessante saperlo e, forse, lo sapremo a breve, con quello che c’è da votare in Parlamento.

Una “congiuntura interessante”, perchè un cambio di passo di Mario Monti – con rimpasto di governo, visto che stragiura da mesi che “i conti sono a posto” – rappresenterebbe un’ottima via d’uscita per Mario Monti, Giorgio Napolitano ed i partiti per restare saldi in sella mentre si avvia la tornata elettorale del 2013, per licenziare qualche ministro “ingombrante” e, soprattutto per noi, metter mano a quello che spread, default e speculatori hanno interrotto: la nascita della III Repubblica.

Del resto, i tempi sono pronti.

Tra qualche giorno conosceremo gli esiti delle elezioni locali e gli pseudomaghi di partito consulteranno le loro sfere di cristallo e detteranno alleanze e strategie.

Tra un mese circa esploderà (è il caso di dirlo) il “panico” da IMU, che verrà incassato anche da enti che la legge ha già cassato, pur senza attuare. E dopo un po’, con la chiusura delle scuola, le grandi città inizieranno ad esser piene di gente disoccupata e ragazzini senza meta, mentre le località turistiche dovranno aspettarsi i minimi storici.

Entro luglio bisognerà capire come uscire dallo “spremiagrumi fiscale impazzito” che Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Tremonti e Monti hanno creato in questi 20 anni, portando la leva fiscale sul “cittadino onesto” ben oltre il 60% del PIL da lui prodotto.

Da settembre, forse prima, saremo in campagna elettorale per le politiche e bisognerà trovare soldi da spendere per rattoppi e ripristini, se i partiti vogliono le urne piene.

Dulcis in fundo, l’idea – cara ad una certa Roma – di riaggregare intorno Pierferdinado Casini la vecchia Democrazia Cristiana ed i comitati d’affari d’altri tempi, sembra inabissarsi dopo le esternazioni del leader dell’UDC ed il proseguire delle sue frequentazioni con Totò Cuffaro, detenuto per mafia a Regina Coeli. Dopo il fondo il “de profundis” con l’ennesima caduta del Partito Democratico che votava a favore delle “pensioni d’oro”, mentre il PdL sosteneva l’emendamento di Lega e IdV.

Mario Monti non sembra un uomo da “cambio di passo”, come non sembra anteporre l’italianità a tutto tondo, quella “popolare” come quella “laica”, agli ambienti bocconiani e “protagonisti” dai quali proviene.

Ma, d’altra parte, sono già sei mesi sei che l’Italia non ha un ministro dell’economia a tempo pieno, quello del welfare sembra quasi che levi ai poveri per dare ai ricchi, agli esteri “vorremmo vincerne una”, alla giustizia serve sempre, da 20 anni almeno, una legge per snellire, semplificare, accelerare le procedure giudiziarie, dateci un ministro delle infrastrutture che faccia costruire o manutentare qualcosa.

Mai dire mai, però. Il trasformismo è un’arte italiana.

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