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Pensioni: anche per l’Ocse siamo tra i peggiori

15 Dic

Il recente rapporto “Pensions at a glance 2015” dell’Ocse chiarisce bene quale sia la vergognosa e preoccupante situazione italiana in fatto di Previdenza, sia per la tenuta finanziaria sia per quel poco che resta del patto intergenerazionale che dovrebbe sostenerla.

Siamo primi al mondo per spesa pensioni e  primi per aliquota contributiva anche senza considerare la sentenza della Consulta sulla perequazione delle prestazioni previdenziali delle “pensioni d’oro”.

Infatti, checché se ne dica, la spesa pubblica per la previdenza in Italia nel 2013 era al 15,7% del Pil – quasi il doppio rispetto alla media Ocse (8,4% del Pil) e la più alta dopo la Grecia – ed gli over 65 godono di un reddito “relativamente elevato” (95% della media nazionale), come accade negli altri paesi che hanno una rilevante disoccupazione giovanile (Grecia, Spagna e Portogallo).

Inoltre, continuiamo ad ignorare le regole basilari del denaro, cioè che “contributi obbligatori elevati, avverte l’Ocse, “possono abbassare l’occupazione complessiva e aumentare il sommerso”, mentre “molti pensionati oggi ricevono prestazioni pensionistiche relativamente generose nonostante un basso livello di contributi versati”…

Infine, a conferma dell’iniquità ed incongruità delle norme nel loro complesso, il tasso di occupazione per i lavoratori di età tra i 60 e i 64 anni  da noi è pari a circa il 26%, contro il 45% in media dell’Ocse, anche se la legge fissa l’età minima per godere di un trattamento pensionistico di base in Italia a 66,3 anni per gli uomini (media Ocse di 64,7 anni) e 62,3 anni per le donne (63,5 anni la media Ocse).

A proposito – sempre in termini di numeri strillati che poi significano tutt’altro – secondo le proiezioni Inps, dei nati nel 1980 ben il 38,67% raggiungerà la pensione prima dell’età di vecchiaia, con un importo complessivo di circa il 25% inferiore a quella dei nati intorno al 1945.
Praticamente non molto peggio di quello che già oggi va a toccare ai nati negli Anni ’60 per i quali nessuno spende una prece …

Piuttosto, il vero problema è che quando si è disoccupati, esodati, in maternità o ultraprecari … il sistema assicurativo nazionale (leggasi Inps) non prevede adeguati corrispettivi (leggasi reddito minimo) e … si finisce per lavorare fino a 70 anni … in un paese dove il reddito e il potere d’acquisto sono erosi da degrado, tasse e malaffare.

Speriamo che dati (e vergogne) alla mano gli oppositori del reddito minimo e del pensionamento anticipato  aprano gli occhi e si rendano conto che finiranno per ledere del tutto il poco di patto intergenerazionale che ancora c’è, se continueranno a difendere antiche scelte di campo oggi davvero discutibili  (le pensioni d’oro, le cassaintegrazioni, le ‘quote donna’ eccetera).

Demata

Pensioni, le soluzioni ed il coraggio della semplicità

3 Giu

Fatte le elezioni regionali e festeggiato il 2 giugno, il Governo italiano si ritrova al capolinea di quel welfare e di quelle pensioni, che Monti, Mastrapasqua e Fornero vollero.

Un termine inderogabile per tanti e troppi motivi, ma soprattutto uno: lo stallo.
Infatti, attualmente nessuno sa dire ‘quando andranno in pensione’ i milioni di lavoratori over55, che si ritrovino con 35 o 40 anni di contributi.

Non solo una questione di iniquità, come quella delle pensioni ‘retributive’ mantengano la stessa progressività di quelle ‘contributive’.
La quaestio è che tra agevolati, esodati e rinviati ad libitum non c’è più nessuno che sia in grado di dare conti e previoni finanziarie sul sistema previdenziale italiano … è questo non va certo bene, se pensiamo che per l’Europa l’Inps non è altro che un’enorme compagnia assicuratrice, praticamente una banca.

Una Allgemeine (un)Versicherung, che – essendo in stato fallimentare – ha ben pensato di ricorrere alla prassi di trattenere i fondi versati dai ‘clienti’.

Età Pensionabile Mondo

Come se ne viene fuori? Seguendo l’esempio del resto d’Europa, che, pur fissando l’età pensionabile a 67 anni, ha anche previsto ‘qualche’ correttivo …

  • Austria: pensioni ridotte del 4,8% per ogni anno anticipato rispetto all’età pensionistica standard, con un massimo di penalizzazione del 15%
  • Francia: pensioni ridotte, in proporzione all’età e ai contributi versati, a partire dal compimento del 60esimo anno di età
  • Spagna: pensioni ridotte a partire dal compimento del 60esimo anno di età e contribuzione minima di 33 anni. Part time per chi è prossimo alla pensione
  • Germania: pensioni ridotte del 3,6% per ogni anno di anticipo alla Quota 108 (63 anni e 45 anni di contributi). Per gli invalidi oltre il 50% l’età pensionabile è ridotta a 60 anni.

In sintesi, andiamo a rilevare che:

  1. l’età pensionistica standard italiana è adeguata (67 anni) come lo è il termine contributivo (44 anni): il problema è nell’enorme conflitto di interessi esistente tra Inps e Stato italiano
  2. l’anticipo pensionistico per gli invalidi è – da noi e solo da noi – considerato uno spreco: altrove – dove le assicurazioni coprono vecchiaia, lavoro e salute – ci si accorge che è un risparmio (per Sanità e Welfare)
  3. la flessibilità – part time o anticipo pensionistico – per chi abbia superato la Quota 96 è vista come una regalia: meglio tenersi al lavoro fino al 2023 dei sessantenni ultrademotivati od iperabbarbicati?

Senza scervellarsi troppo e tenuto conto sia che la finanza europea è qualcosa di sovranazionale sia che i sindacati hanno il loro peso, basterà (basterebbe) ‘copiare’ un po’ di parametri dagli altri:

    • pensioni d’anzianità: Quota 110 (es. 67 età + 43 contributi)
    • pensioni anticipate con penalizzazione del 4% annuo: Quota 100 (es. 58 età + 42 contributi)
    • invalidi e usuranti con penalizzazione del 2% annuo: Quota 95 (es. 57 età + 38 contributi)
    • pensioni ‘retributive’ già in erogazione: collocazione fino ad esaurimento in un Fondo a controllo pubblico

I soldi ci sono, basti pensare che un milione di pensionandi con decurtazione del 40% del TFR lasciano in cassa decine e decine di miliardi … per non parlare dell’attivo che si troverebbe l’Inps se le correnti pensioni ‘retributive’ fossero collocate in un Fondo apposito.
Vedremo se Tito Boeri avrà quello che finora è mancato: il coraggio di fare qualcosa di ‘normale’.

popolazione Titolo di Studio Mondo

Forse Monti Fornero e Mastrapasqua non lo ricordano, come non lo ricordano oggi Camusso e Poletti, ma l’Europa non chiede solo l’aumento al 75% degli occcupati tra i 20 e i 64 anni d’età, cosa ben diversa da quella proclamata (e fatta) in Italia finora.
L’Unione Europea – nella ‘Strategia Europa 2020’ – richiede sia l’incremento dei laureati al 40% sia il miglioramento delle condizioni di lavoro, una più adeguata gestione dell’età e la promozione della capacità lavorativa durante l’intera vita lavorativa.

Demata

Lavoro e pensioni: fine pena mai

1 Mag

La cattiva notizia è che la Corte Costituzionale ha annullato il blocco dell’adeguamento al costo della vita per le pensioni superiori a tre volte il minimo Inps (1.443 euro).

La ‘buona’ notizia è che adesso abbiamo un’idea certa di quanto esageratamente ci costano: il solo ‘aggiornamento Istat’ pesa sui conti pubblici di circa 1,8 miliardi per il 2012 e altri 3 miliardi per il 2013.
A contraltare, i beneficiari di pensioni e assegni sociali, integrazioni al trattamento minimo più pensioni di invalidità civile costituiscono il 65% dei pensionati totali e percepiscono un importo inferiore a 750 euro.

E’ evidente che è andato tutto storto a partire dalle proiezioni di  Amato, Dini e Maroni che ancora oggi pensionano persone con il sistema restributivo per finire alle conversioni in Euro ed al nuovo status ‘europeo’ dell’Inps di Prodi e Tremonti.

Certamente era incostituzionale negare l’aggiornamento al costo della vita, ma è un dato di fatto che l’Inps abbia sbancato ed è la Caporetto dei conti italiani.
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In questi casi si fa una sola cosa: spacchettamento. Da un lato i rami morti, i pensionati ‘retributivi’ che restano allo Stato – in un blind trust si spera – finchè campano.
Dall’altro, la costituzione di Fondi Vita (o Casse) che assorbano le pensioni ‘vive’, di chi andrà in pensione da dopodomani e ha versato buona parte col sistema ‘contributivo’.

L’alternativa è bloccare tutto il Welfare e buona parte dell’innovazione della Pubblica Amministrazione, oltre che mandare in malora diritti privati e doveri  pubblici.

La soluzione è tutta meramente politica, come lo sono le questioni sottese alle richieste sempre più pressanti di Damiano e Boeri come del Papa e del Presidente Mattarella
Poletti e Renzi tacciono, Bersani e Camusso pure.

Intanto il lavoro ed il non aver lavoro somigliano sempre più a ‘fine pena mai’.
Evviva il Primo Maggio!

Demata (blogger dal 2007)

La grande bugia (che accomuna Berlinguer, Prodi e Renzi)

24 Mar

Quando avevo 20 anni, Enrico Berlinguer annunciò i ‘sacrifici’, che equivalsero a dire che noi giovani diplomati e laureati dovevamo aspettare per salvare il lavoro dei padri di famiglia con le medie e le scuole professionali.

Quando ne avevo 40, furono Romano Prodi a spiegarci che il lavoro era finito, ce lo dovevamo inventare creativamente, ma che il mondo restava solidale, così c’era pure da pagare welfare e pensioni dei nostri padri

Adesso che vado per i 60, Matteo Renzi mi spiega che va sacrificato il lavoro dei padri di famiglia diplomati e laureati, mettendoli per strada da anziani, per dar lavoro a giovani senza una professione, preavvisandomi che costoro non verseranno mai abbastanza contributi neanche per se stessi grazie alle leggi sul lavoro precario che Antonio Bassolino emanò.

Dico … ma – visto come è iniziata la ‘storia’ e la quantità di ‘balle’ che lo ‘stesso partito’ ha riservato ad un’intera generazione, almeno Renzi potrebbe rivolgersi ai padri di famiglia del 1977, che costituiscono quasi il 30% dei residenti e versarono tutto pre-inflazione e pre-contributivo, anzichè a quelli del 2007, che sono si e no il 10% e bene o male hanno versato il giusto?

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Pensioni: arrivano i licenziamenti per gli over55?

21 Mar

Che sulle pensioni ci fosse da intervenire già con il subentro di Enrico Letta a Mario Monti lo sapevamo tutti, come sapevamo che – introdotte le norme sugli esodati e il jobs act – c’era da avviare quelle sul ‘salario minimo’ o ‘reddito di cittadinanza’ che dir si voglia.

E, invece, non si è fatto nulla, assolutamente nulla. Neanche del processo Mastrapasqua si sa nulla ed è incredibile che si sappia tutto di tutto sull’ex comandante Schettino, che guidava il Costa Crociere, ma non sull’ex direttore dell’Inps, che sta morendo per dissanguamento.

Cosa doveva riformare il PD? Poco, molto poco.

Innanzitutto, c’erano da abrogare alcune circolari dell’Inps, che escludono tutte le malattie rare dagli scivoli (due mesi per anno per massimo cinque anni) riservati alle malattie congenite dalla nascita. Oppure c’era da ricordarsi che il Contratto di oltre un milione di docenti contiene l’obbligo di residenza per i parenti invalidi, cosa che la stessa Inps dovette ritirare perchè illegittima, ma ‘sfuggita’ agli agguerritissimi sindacati della scuola. Invece, approfittando del fatto che non c’è tribunale di riferimento per una mostruosità simile, restano iniquità a macchia di leopardo e chissenefrega …

old-workersPoi, c’era da mettere fine alle pensioni d’oro, incluse quelle già in erogazione, ma … figuriamoci se Renzi, Maida & co. andavano a tagliare il gruzzoletto che, dopo babbo e/o mamma, stanno accumulando anche loro … bastava questo per rimettere in sesto la barca …

Infine, la questione sociale: anche nella Germania o nel Giappone degli Anni 80  accadde che il lavoro dei giovani del dopoguerra mondiale venisse protratto fino a 48 anni di servizio, come oggi lo si chiede ai reduci degli ‘Anni di Piombo’ e della ‘Pantera’ che già hanno pagato un prezzo altissimo all’Italia di allora, spartita com’era tra Mafia e Comintern. L’attuale direttore dell’Inps, Tito Boeri, parla di ‘reddito minimo’ tra i 55 ed i 65 anni (link), preavvisando – dunque – il licenziamento in massa nel corso dei prossimi anni di chiunque raggiungerà quell’età … ed una pensione da fame comunque per tutti coloro che oggi hanno uno stipendio ‘normale’.

Così, tra non molto, l’Italia sarà tra i primi paesi al mondo ad ‘abituarsi alla diseguaglianza’ come preannunciava al Daily Telegraph nel 2009 Lord Griffith, il numero due della Goldman Sachs. Da un lato gli ex Sessantottini, saldamente pensionati, ed i  loro figli, ormai ultraquarantenni e ‘sistemati’; dall’altro i ragazzi del ’77 e della Pantera, che vedono la pensione allontanarsi mese su mese, ed i loro figli ventenni in cerca di un lavoro che sarà a diritti progressivi … magari mai.

Facile per qualunque analista prevedere che – esauritosi tra 5-10 anni il serbatoio dei (post)comunisti ultra sessantenni – tra due legislature il Partito Democratico e l’Italia dovranno confrontarsi con la propria sudditanza ai ‘grandi vecchi’ del nostro Paese ed i misfatti che inevitabilmente combineranno i loro figli, dato che ‘solo chi non fa non sbaglia’.

Oggi siamo ancora nella Seconda Repubblica, quella che proprio il neopresidente Sergio Mattarella creò con il Mattarellum, e per veder nascere la Terza ce ne vorrà ancora.

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Innanzitutto Innanzitutto

Mattarella Presidente? Le controindicazioni

29 Gen

Sergio Mattarella sembra essere esattamente il prototipo, in negativo, di quanto il mondo si aspetterebbe da noi italiani.

Innanzitutto, è nato ‘solo’ nel 1941 e dal 5 ottobre 2011 è stato eletto giudice della Corte costituzionale. Altrove, un presidente non rielegibile per limiti di età che proviene dalla magistratura, neanche ci penserebbero. Noi si.

Inoltre, Sergio Mattarella – pur essendo persona di provata onestà – è un uomo della vecchia politica, più vecchia che non si può:

  1. è figlio di Bernardo, politico democristiano più volte ministro tra gli anni cinquanta e sessanta, iniziando nelle fila della Gioventù Studentesca di Azione Cattolica
  2. nel 2001, è stato rieletto alla Camera dei deputati nelle liste della Margherita, oggi PD, candidandosi – lui siciliano – in Trentino-Alto Adige
  3. fu ministro della Difesa e vicepremier di Massimo D’Alema ai tempi dei bombardamenti italiani (Nato)  in Serbia, durati 78 giorni con 2000 morti e oltre 40.000 edifici distrutti
  4. fu relatore delle leggi di riforma del sistema elettorale della Camera e del Senato che introducevano una preponderante componente maggioritaria
  5. è uno dei compnenti della Camera di consiglio della Corte Costituzionale che ha rigettato con sentenza 6/2015 il Referendum per l’abrogazione delle norme sulle pensioni volute da Elsa Fornero e Mario Monti.

Ultresettantenne, Democrazia Cristiana, maggioritario secco, Nato, D’Alema, pensioni e Mario Monti … detto tutto, no?

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Referendum pensioni respinto: in arrivo danni elettorali inestimabili per il PD e altri guasti per l’Italia

22 Gen

La Corte Costituzionale ha bocciato la proposta di referendum abrogativo delle norme introdotte sulle pensioni da Elsa Fornero come ministro del Welfare.

Molti attendono le motivazioni della sentenza della Corte che verranno depositate solo tra qualche settimana e tanti prevedono che ci sarà riferimento all’articolo 75 della Costituzione che non ammette il referendum per leggi tributarie e di bilancio, ma potrebbe non essere così.

Infatti, sarebbe davvero molto difficile spiegare ai cittadini  come sia possibile in termini costituzionali che i risparmi dei lavoratori possano entrare a far parte del bilancio dello Stato. E come sia possibile – se la Corte motivasse così – dovrannno spiegarlo i nostri politici affamati di voti ai 18enni pre crisi, oggi venticinquenni senza lavoro e con i genitori cinquantenni allo stremo.
Specialmente se dall’altro lato ci fosse la generazione pre-1952 con le pensioni d’oro e i loro figli pre-1980 che almeno la casa di proprietà ed una da affittare spesso e volentieri ce l’hanno.

lavoratori anziani senior

Probabile che i serbatoi elettorali di alcuni territori e strati sociali alzeranno, nel segreto dell’urna, l’asso di picche al Partito Democratico, fosse solo in ragione delle note posizioni di Giuliano Amato, oggi giudice costituzionale, ieri autore della riforma – poi ripresa da Dini e Maroni – che allungò oltre ogni aspettativa il sistema retributivo che ci dissangua, e delle poco note posizioni di Camusso e CGIL, che tacciono, invece di sostenere il referendum, come tacciono sul reddito di cittadinanza.
E, probabilmente, andranno altrove tanti elettori ‘moderati’ di un eventuale Partito del Nazareno, che – guarda caso – coinciderebbe più o meno con le forze poltiche che sostennero Monti, in quanto i ‘segati’ della Fornero, figli disoccupati inclusi, rappresentano almeno 4 milioni di voti, forse sette, già nell’immediato.

Intanto, annotiamo che anche mia suocera ottantenne e ‘de sinistra’ ormai afferma che ‘Salvini è razzista, ma ha ragione’ e che è facile immaginare cosa pensino in blocco gli statali il cui padrone si è appropriato dei loro sacrosanti risparmi per la vecchiaia.

Andrà a finire molto male questa storia delle pensioni procastinate ad libitum … anche perchè lasciare questa Inps al palo, senza riformarla e/o senza ri-finanziarla, è davvero contro tendenza: il sistema previdenziale pubblico, da un decennio, si è sostituito a Banca d’Italia nel ‘prestare’ soldi allo Stato. L’Inps per certi versi è (era) una banca, o meglio una ‘cassa’ – ma è l’unica che non ha beneficiato finora di ampie trasfusioni …

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2015: previsioni facili per un anno difficile

31 Dic

Giorni fa, chicchierando con due politici locali, mi trovavo a segnalare che la ‘gente’, per l’anno che verrà, proprio non ha ‘sogni nel cassetto’, niente speranze, niente prospettive. Al massimo il sogno di andare via, per se e/o i propri figli, emigrando a nord o all’estero.
E ricordo sia le loro facce sgomente nell’esser posti dinanzi al dovere di ‘dare un futuro alla polis’ sia il loro silenzio attonito sia il mio corrispettivo stupore, dinanzi a tale vacuità.

Cosa ci aspetta per il 2015? Cosa ci lascia il 2014?

Sul fronte dei partiti italiani, ciò che accade è ormai evidente: il Paese è bloccato a causa della faida perpetua che attangaglia la Sinistra (Italia, Grecia o altrove è uguale) e quella che è de facto una minoranza degli italiani riesce ancora a bloccare riforme attese da 20 e passa anni.

Riguardo l’economia, il 2014 è stato un altro ennesimo anno nero ed infatti ci siamo beccati ben due abbassamenti di rating, finendo nella sentina del BBB+ oltre la quale c’è solo la quarantena, dato che l’attuale parlamento – a ben vedere – non ha reso esecutive le tante e troppe riforme che servirebbero. Anzi in molti casi non le ha proprio approvate neanche a livello di norma generale.
Inoltre, la spesa pubblica aumenta, nonostante i tagli su tutti i servizi e il blocco degli stipendi e delle pensioni, ma nessuno ci spiega quale ne sia la causa, come anche i conti vengono puntualmente smentiti, ma nessuno paga per gli errori fatti.

Intanto, sul fronte della ripresa, Napoli e Milano stanno dimostrando che – nonostante il malaffare – un rilancio infrastrutturale e d’immagine è possibile, Roma no. Non solo il fiasco dei Fori pedonali e di Malagrotta o le vergogne di Parentopoli e di Mafia Capitale oppure l’incapacità a costruire in tempi ‘ordinari’ un palazzo congressi o uno stadio, ma anche l’imprevidenza di un’espansione urbanistica decisa proprio mentre i mutui-casa andavano in tilt in tutto il mondo (subPrime) o il mantenimento di una lunga filiera di enti, consigli d’amministrazione e direttivi, prebende e busillis, gerontocrazie e partitocrazie che dimostrano solo che Roma – allo stato attuale – riesce a stento ad essere capitale di se stessa.

Andando fuori dai confini italiani, il 2014 è stato un anno fosco, con la Sinistra europea che ‘domina’ ma ‘brilla’ per gli scandali e ‘flette’ per le solite faziosità, mentre Obama alla fine di un doppio mandato piuttosto scialbo e zeppo di errori in politica estera, cerca di recuperare il consenso perduto puntando sui cavalli di battaglia kennediani: diritti civili e questione cubana. Intanto, ISIS, Putin e un tot altri mostrano i muscoli e il petrolio flette, ma … saranno problemi del prossimo presidente, mica suoi.

E il 2015?

Si dice che Italia e Francia siano protette dalla buona sorte ed, infatti, allorchè cadde il Muro di Berlino fu la carneficina yugoslava a dissuadere tanti post-comunisti nostrani dal giocarsi la ‘sfida all’OK Corral’ anche a casa loro. Oggi c’è la Grecia di Tsipras.
Infatti, il ‘problema’ è che ormai i greci sono ‘padroni’ solo della bandiera e della cartina geografica del loro paese, tutto il resto, in un modo o nell’altro, è in mano a stranieri: la tentazione di nazionalizzare o iperfiscalizzare ciò che si è ceduto per debiti accumulati è una tentazione antica come il mondo.
Cosa dire? Speriamo che i greci facciano presto a seguire le solite promesse e che si rovinino ulteriormente con le proprie mani, in modo che l’Italia e, soprattutto, la Francia dei solotti buoni aprano gli occhi su un gauchisme che ha sempre portato sangue e prevaricazione?

Come anche, sarà Hillary Clinton o Jeb Bush il prossimo inquilino della Casa Bianca, è davvero difficile che Italia e Francia possano cavarsela come finora, grazie all’inerte benevolenza dell’Imperatore. Nel primo caso, difficile che si continui a tollerare l’instabilità italiana in un Mediterraneo-Mar Nero sempre più bellicosi, nel secondo caso dovremo vedere cosa ne sarà dell’armata statunitense al momento stanziata nell’Africa Equatoriale ‘contro Ebola’.

Venendo a noi, i tempi della politica (e dei processi) non sono allineati con quelli dei mercati (rating, trend, spread, eccetera) e davvero sarà difficile evitare il BBB-, se andiamo a questa velocità. Inoltre, Roma non sembra in grado di badare a se stessa, figurarsi il paese, e soprattutto ‘costa un botto’. Andrebbe commissariata – ma sul serio – sia al Comune sia in Regione, come dovrebbero esserlo Napoli e Palermo, almeno finchè gli apparati locali non si rendessero efficienti, economici e affidabili come il resto d’Italia.

Quanto alla ripresa e al lavoro, basti dire che il 2014 si conclude con un ulteriore differimento di quattro mesi dell’età pensionabile, mentre il turn over langue, ed inizia ad essere aastanza chiaro a tutti che l’attenzione della Sinistra alle pari opportunità (invalidi, disoccupati, donne, giovani) è un mero ricordo del passato, dopo uno sciopero generale che chiedeva il mantenimento dello status quo e dopo il veto di Matteo Renzi al neodirettore dell’Inps, Tito Boeri, a riformare alcunchè.

Detto questo, le cose potrebbero andare così:

  1. staremo a cincischiare tra elezione presidenziale, legge elettorale, jobs act e quant’altro fino a primavera, quando si capirà se la Grecia ha crashato ulteriormente, se e come si affermeranno Clinton e Bush, se lo Stato Islamico ‘tiene’,  et cetera
  2. a ridosso dell’estate le agenzie di rating potrebbero anche star tranquille – l’elezione di un nuovo presidente porta di solito bene – e può anche darsi che Damiano e Boeri riescano ad invertire il meccanismo della Riforma Fornero e che Renzi abbia il coraggio di sottrarre ai sindacati il controllo – tramte la loro presenza nei CdA – dell’Inps e di tanti altri Enti
  3. se accadesse questo – ma è fantapolitica – si andrebbe ad elezione in settembre, cioè prima che  qualcuno possa far bloccare o annullare con cavilli le norme emesse e andando al voto con il PD di Renzi alleato i Centristi, mentre quello ‘sindacalizzato’ dovrebbe necessariamente costituirsi ‘a se stante’ e … farsi carico – come oneri e come immagine – dell’enorme patrimonio immobiliare ereditato dall’ex PCI o trasferitogli ope legis dai beni dell’erario subito dopo la II Guerra Mondiale e di un sistema opaco come quello delle elezioni /decisioni sindacali nell’era dell’Edemocracy e del voto on line
  4. molto più prevedibilmente, le cose continueranno a stare come sono, magari in attesa di vedere come andranno le presidenziali USA o sperando in qualche miracolo di San Pietro intento a far lavanderia a casa sua, mentre per l’occupazione persisterà la stagnazione e per i servizi pubblici non ci resta – ahimé – che ‘privatizzare’ tutto. Così, tra settembre o novembre, se va bene, arriverà qualche solita batosta, mentre le aziende straniere avranno comprato tutto quanto ci sia da lucrare nel nostro Bel Paese. Basti dire che da due anni i benefit di una nota azienda autostradale italiana vanno ad ingrassare un fondo pensioni canadese … mentre noi ieri abbiamo elevato l’età media dei nostri pubblici impiegati di quattro mesi per i prossimi dieci anni, perchè Inps e ambienti governativi considerano ancora l’Inps come fosse un salvadanaio, neanche fossimo alla fine dell’Ottocento.

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Poi, arriverà il 2016 e, dunque, poi si vedrà. Intanto, saranno passati il raccolto delle olive 2015, la ridislocazione delel filiera produttiva toscoemiliana per via dei terremoti e le diverse indagini in corso sul reticolo delle cooperative  e avremo scoperto (l’impresa italiana è tutta qui) cosa ne è stato del nostro sistema agro-alimentare, del Paesaggio Italiano e … della Dolce Vita.
Siamo Italiener, ‘noi’ viviamo nella Grande Bellezza, na klar. Scuola, giustizia, sanità? Abbiamo delle tradizioni: basta consultare Pinocchio di  Collodi per saperlo …

P.S. A proposito, voi vi mettereste in affari con uno che ragiona così?

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Pensioni: tutto quello che Tito Boeri (non) farà

30 Dic

Arriva il ‘compagno’ Boeri al timone dell’Inps e il primo ‘fatto’ è che a partire dal 2016 saranno necessari 4 mesi in più per andare in pensione.
Non che sia ‘colpa’ sua, dipende tutto da automatismi determinati da Elsa Fornero anni fa: secondo le statistiche Istat sono aumentate le probabilità che un uomo e una donna di 65 anni d’età hanno di continuare a vivere.

Una formula ‘geniale’ che verte sulla stramba idea che un sessantenne, sapendo di poter vivere fino a 85 anni anzichè fino a 78, diventi automaticamente longevo e resti efficiente, resistente e ‘innovabile’ sul lavoro come se ne avesse cinquanta.
Il tutto senza considerare un grave errore di metodo, visto che chi ha sottoposto l’atto ai ministri di competenza, non sembra aver segnalato che … almeno un terzo dei lavoratori over55 attuali risulta essere, per la stessa Istat, in condizioni di salute non buone e – specie se protrarranno l’atteso pensionamento – di sicuro hanno una aspettativa in vita inferiore alla media … oltre a costare di più per il nostro sistema sanitario.

Dunque, la prima mission di Tito Boeri dovrebbe essere quella di arrestare un meccanismo così palesemente errato, iniquo e pregiudiziale, oltre che prima causa di recessione, disoccupazione giovanile eccetera eccetera.
Dove trovare le risorse è compito del governo e non dell’Inps, dato che fu un altro governo (e parlamento) a cominare un tale pasticcio.

Se i denari deve metterli in governo, è viceversa di Tito Boeri l’onere e il privilegio di abrogare quanto prima possibile una norma Inps particolarmente iniqua: quella che – dal 2010 – limita gli scivoli pensionistici SOLO a partire dalla data di riconoscimento da parte dell’Inps, che spesso avviene dopo anni ed anni e solo a seguito di lunghi preregrinare e dure battaglie legali – e non a partire dalla effettiva sintomaticità /diagnosi – per i malati rari cui sia riconosciuta la gravità e l’invalifità superiore al 74%, mentre per altre malattie congenite più diffuse resta la opzione automatica per il pieno diritto alla pensione anticipata di cinaue anni.
Una bella carognata a danno di malati rari (che in totale sono però milioni) dei quali le statistiche raccontano sia gli anni di ritardo nel pervenimento a diagnosi sia le difficoltà diffuse – specie a sud della Toscana – nel ottenere l’accesso alle cure.

Dunque, sarà facile capire se Tito Boeri è l’uomo giusto al posto giusto.

La mossa successiva?
Battere cassa al governo per il ‘rientro’ di almeno parte dei 45 miliardi e passa di euro di cui l’ex Inpdap si è esposto a copertura delle pensioni d’oro delle casse delle alte dirigenze (2008), ad ‘anticipazione’ della spesa sanitaria delle Regioni (2009-2011), oltre a quanto carente come contribuzione del datore di lavoro (sic!).
Sbloccare alcuni diritti essenziali dei lavoratori gravemente malati e … almeno collocare le pensioni d’oro in un fondo apposito, gestito dai sindacati e del tutto scorporato dall’Inps … con tanta fortuna per tutti, amen.

Solo così ci saranno le risorse per un reddito di cittadinanza da 900 euro lordi (6-700 netti a seconda dei tributi locali), che è la via giusta per combattere lavoro nero, mafie e declino e per sostenere la microeconomia, la flessibilità occupazionale, la formazione permanente, la crescita e i consumi, le fasce sociali più esposte (famiglie monogenitoriali, anziani, invalidi).
Solo così ci saranno i denari per introdurre norme pensionistiche analoghe a quelle che garantiscono il turn over generazionale, ovvero l’innovazione e la crescita nei consumi, nelle infrastrutture, negli stili di vita e nel benessere.
Damiano aveva ragione, Fornero no: gli esperti e i lobbisti europei potranno dire quel che vogliono, qui da noi tra un po’ lo insegneremo anche alle elementari.

La questione non è se Tito Boeri sia un galantuomo, tutto lascia credere che lo sia, ma se avrà la forza di ottenere dal governo e dal parlamento un centinaio di miliardi di euro per risanare, riformare e sbloccare l’Istituto nazionale di previdenza sociale, che sarebbero comunque spiccioli rispetto ai quattrini che con Mario Monti e Enrico Letta abbiamo profuso per salvare banche, casse e compagnie aeree.

Per ora Matteo Renzi ha posto il veto a tutto questo nel discorso di fine anno, perchè convinto che il suo governo durerà fino al 2018 se riuscirà ad evitare la scissione del Partito Democratico.

Ma per capire da che parte vanno gli italiani, CGIL e UIL o i ‘dissidenti del Pd’ che continuassero ad opporsi a qualunque intervento sul ‘lavoro’ (e sulle pensioni o il welfare), come i Cinque Stelle che continuano dopo due anni a non star nè di qua nè di là, potrebbero prendere atto che gli scioperanti ‘generali’ di due settimane fa erano in totale meno della metà degli elettori di Salvini e Meloni … che messi insieme non sono ormai troppo lontani dai numeri che contano.

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CGIL, UIL, i veri numeri dello sciopero e quel che farà Matteo Renzi

12 Dic

La Repubblica titola Sciopero generale, i sindacati: “70% di adesioni”, ma, consultando Tiscali News, scopriamo che “i primi dati che provengono dal settore industriale segnano ”un’altissima adesione allo sciopero generale”. Lo sottolinea la Cgil precisando che da una prima rilevazione risulta una media di adesione del 70,2%, mentre ”sono affollatissime le cinquantaquattro piazze dove si stanno tenendo i cortei e le manifestazioni a sostegno dello sciopero”. Inoltre sono rimasti fermi circa il 50% dei treni e degli aerei e circa il 70% degli autobus, fanno sapere ancora Cgil e Uil.”

Dunque, l’altissima adesione allo sciopero – declamata da CGIL e UIL – riguarda solo il 70% degli addetti dell’Industria e Costruzioni, che nel 2011 erano circa 5,5 milioni in tutto secondo l’Istat: ammesso e non concesso che anche gli edili abbiano scioperato in massa e senza considerare quel bel tot di lavoratori stranieri che hanno aderito, parliamo di poco più di 3 milioni di cittadini in un paese dove gli elettori sono 39 milioni circa. Il 10%, un elettore su dieci, un sostenitore della Sinistra su tre o quattro che siano.

Aggiungiamo – in abbondanza – una metà dei lavoratori dei Trasporti e tutto il resto degli addetti delle ‘imprese’ e ci ritroviamo con un’altra milionata di scioperant: aggiunti al ‘settanta per cento’ di industria – e forse edili – fanno al massimo di cinque milioni di elettori.

Arrivati al settore pubblico, gli unici dati sono quelli  troviamo innanzitutto la  Flc Cgil che riporta una adesione complessiva allo sciopero generale è intorno al 50%, cioè 3-400.000 docenti, ma aderivano anche UGL e Gilda. Per la Funzione Pubblica, dati zero, e potremmo trovarci un mero 7-10% di scioperanti o poco più: sono altri centomila che vanno ad assomarsi.

In due parole, oggi hanno scioperato in Italia circa cinque milioni di italiani adulti, cioè quasi metà dell’elettorato che ha votato a Sinistra alle ultime elezioni, ma solo un ottavo del corpo elettorale al completo.

Sarà per questo che Giorgio Napolitano ha tenuto a precisare che “le esasperazioni non fanno bene al Paese”, “lo sciopero generale proclamato per oggi è segno senza dubbio di una notevole tensione tra sindacati e governo”. “Il governo ha le sue prerogative e le ha anche il Parlamento. E’ bene che ci sia rispetto reciproco di queste prerogative”.

Ma la questione resta: metà degli elettori di Sinistra è del tutto contraria alla linea politica di Matteo Renzi e dell’attuale leadership del Partito Democratico ed ancor più intransigente è verso le posizioni politiche dei restanti partiti, che rappresenterebbero un numero di elettori italiani almeno cinque volte superiore agli scioperanti dei sindacati ‘rossi’.

Nei prossimi mesi sarà solo da capire se l’antico intreccio tra ‘partito dei lavoratori’ – con tanto di doppie tessere al PCI e alla CGIL per vertici e direttivi – andrà a risolversi, con la nascita di un ‘partito del lavoro’, aka CGIL, ed un ‘vero’ partito democratico, attento alle istanze di tutte le classi e di tutte le generazioni.

Il che significa che da domani Matteo Renzi avrà una sola scelta vincente: rompere gli indugi, procedere al ‘divorzio’ con la minoranza interna (e vedremo che la CGIL vorrà assumere un ruolo politico-partitico), avviare una convivenza ‘democratica’ e ‘popolare’ con le forze centriste, favorito da un Silvio Berlusconi che non designa l’erede.

Se gli mancherà tale coraggio, mala tempora currunt … con un sindacato post-spartachista e a tutt’oggi ‘confederale’ è difficile che la memoria non corra subito alle disastrose esperienze di Rosa Luxeemburg e Largo Caballero.

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