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Pagherete caro, pagherete tutto

21 Mar

Mentre le disposizioni riguardanti le manovre capaci di riaccendere lo sviluppo economico languono, ovvero la Fase Due non arriva, arrivano le pallottole. A Torino, un “terrorista” ha sparato otto colpi, mettendone 4 a segno, contro il consigliere comunale dell’UDC Alberto Musy, professore universitario, liberale, avvocato d’affari.

Un fatto imprevedibile? Affatto. Viste le politiche del welfare portate avanti da Elsa Fornero e sentite le “battutelle” di Mario Monti, poteva prevederlo chiunque abbia più di 50 anni, ovvero ha vissuto gli “Anni di piombo”, specie se conosce la disperazione e l’abbandono delle periferie italiane odierne.

Inoltre, visto che si parla di politica e di terrorismo, potrebbero o dovrebbero ricordarselo anche gran parte dei nostri parlamentari e, soprattutto, i nostri “professori”, sennò che professori sono …

Una escalation attesa, quella dell’agguato al consigliere Musy, ed ampiamente percepibile dal “Palazzo”, se proprio sotto il Parlamento l’altro ieri c’erano manifestanti con la scritta “Fornero devi morire” …

Insomma, per ora ci rimette le penne il povero Musy, che non è al Governo e neanche in Parlamento, e questo, dopo le violenze in cui sfociano puntualmente i cortei a Roma,  dovrebbe dare un’idea del caos in cui può piombare il Paese.

E’ incredibile ed intollerabile che vada a finire così, dopo che gli italiani, molto responsabilmente, hanno sopportato per quasi 20 anni sia gli “effimeri governi Prodi” sia gli “scandalosi governi Berlusconi”. Ma, d’altra parte, se “per salvare l’Italia” ci tocca d subire un “iniquo governo Monti”, come meravigliarsi se ritornerà il giorno dei giovani allo sbaraglio, dei falsi profeti e dei cattivi maestri in sella e del sangue per le strade?

Come anche come stupirsi della prevedibile escalation di violenze “a sinistra”, se il Partito Democratico è composto per la maggior parte da centristi e se Vendola e SEL tacciono più per incapacità propositiva che per piaggieria verso il “partito a vocazione maggioritaria”, mentre sulle pensioni decide il governo a porte chiuse, sul lavoro l’opposizione della CGIL è “mero dissenso”, la colpa del disastro è di “tassisti e farmacisti”, di patrimoniale e legge elettorale non se ne parla, di aiuti per la povertà che si espande a macchia d’olio neanche una prece.

Stiamo parlando di oltre il 30% dell’elettorato che sappiamo bene come la pensa e che, nei fatti, non ha voce in Parlamento: andare avanti così è un suicidio politico …

… che pagheremo caro e che pagheremo tutto, stavolta come allora.

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An Italian white golpe is coming?

21 Mar

The General Accounting Office of Italian Republic has formalized that five rules of the Decree on “Liberalizations” do not have financial backing, although having received the approval of the Budget Committee and passed in the Senate.
“Unconstitutional” rules because there is no certainty of resources, but the Monti’s Government has decided to put confidence vote in Parliament, sure that the majority of politicians will do everything to keep seats and sinecures.

No mention about Gianfranco Fini, President of the Chamber of Deputies, that expressed “regret at the insensitivity shown by the Government” that did not provide “further evaluation elements” on an issue that “objectively has its merits”.

A government unresponsive to the demands of the Chamber of Deputies: an example of democracy and respect for rules, is not it?

Unfortunately, the worst happens.

The President of the Republic, Giorgio Napolitano, said, intervening indirectly in the dispute on Welfare, that “today more than ever we need a ‘inclusive’ and fair labor law, concerned to protect the rights of the weakest part of the contract and the reaffirmation of its rigorous duties to safeguard with economic growth and social cohesion “.

“Protecting the rights of the weaker contractual” and “social cohesion” means that the negotiations should not be resolved with “instant decrees” approved by a crowded majority. It seems clear the presidential reference on the “fateful March 23” as announced by Fornero almost like a Delphic horoscope.
As it is evident that Giorgio Napolitano meant to recall the three union confederations to the spirit of unity shown by the constitution, when asked, in the same message, “to strengthen the necessary capacities unitary representation of the working world.”

Given all this, a laconic Mario Monti can not say anything but “will be held Thursday, March 22, at 16, the final meeting between the government and social partners at Palazzo Chigi with the texts and will spread the word.”

An Executive, therefore, not impartial, or technical, but just super, as the “regret” of the President of the Chamber, the “message” of the President of the Republic and the “dissent” of Major Italian trade union (the CGIL) widely demonstrate.

If we were a Latin American with technocrats chosen by world finance as rulers and with parties reduced to an invertebrate Grand Coalition, do you call this a “white golpe”, expecially if  reforms on dismissed and unemployed goes in parliament without a deep and wide debat?

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Il golpe bianco di Mario Monti

21 Mar

La Ragioneria Generale dello Stato ha formalizzato che cinque norme del Decreto “Liberalizzazioni” non hanno copertura finanziaria, pur essendo “passate in Senato ed avendo avuto l’approvazione della Commissione Bilancio.
Norme “Incostituzionali”, dato che non c’è certezza di risorse, per le quali il Governo Monti ha deciso di porre il voto di fiducia in Parlamento, sicuro che l’ammucchiata che funge da maggioranza farà di tutto per mantenere seggi e prebende.

Non è un caso che Gianfranco Fini, qualePresidente della Camera, abbia espresso «rammarico per l’insensibilità mostrata dal Governo» che non ha fornito all’aula «ulteriori elementi di valutazione» su una questione che «oggettivamente ha una sua fondatezza», pur essendo e leader di Futuro e Libertà, ovvero di un partito che sostiene Mario Monti.

Un Governo insensibile alle fondate richieste della Camera dei Deputati … uno specchio di democrazia e rispetto delle regole, nevvero?

Purtroppo, accade di peggio.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha precisato, intervenendo indirettamente nella diatriba, ribadendo che “oggi più che mai occorre un diritto del lavoro ‘inclusivo’ ed equo, attento alla tutela dei diritti della parte più debole contrattualmente e alla riaffermazione rigorosa dei relativi doveri per salvaguardare insieme crescita economica e coesione sociale”.

“Tutela dei diritti della parte più debole contrattualmente ” e “coesione sociale” significa che la trattativa non va risolta a colpi di decreto votato con imposizione della fiducia da un’informe ammucchiata di maggioranza. Almeno questo sembra evidente per quanto relativo il “fatidico 23 marzo” annunciato da Fornero quasi fosse un oroscopo delfico.
Come è evidente che Giorgio Napolitano intendesse richiamare i tre sindacati confederali allo spirito di unitarietà indicato dalla costituzione, quando chiedeva, nello stesso messaggio, di “rafforzare l’indispensabile capacità di rappresentanza unitaria del mondo del lavoro”.

A fronte di tutto questo, un laconico Mario Monti non riesce a dir altro che “si terrà giovedì 22 marzo, alle 16, l’incontro finale tra governo e parti sociali a palazzo Chigi con i testi e si stenderà il verbale”.

Un Esecutivo, dunque, non super partes, ovvero tecnico, ma super e basta, che può permettersi di ignorare il “rammarico” del Presidente della Camera, il “messaggio” del Presidente della Repubblica ed il “dissenso” del maggiore sindacato italiano (la CGIL).

Se fossimo in America Latina, con dei tecnocrati scelti dalla finanza mondiale come governanti e con un sistema partitico ridotto ad una grosse koalition invertebrata, parlereste voi di “golpe bianco”, se la riforma del lavoro passasse in parlamento senza un se e senza un ma?

 

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Lavoro: una settimana decisiva

19 Mar

Arriva, finalmente, una settimana “intensa” per l’attività dei nostri parlmentari: Elsa Fornero ha annunciato che “il governo presenterà lo stesso al Parlamento la riforma del lavoro” e precisato che le “mie dimissioni non sono all’ordine del giorno”.

Fornero ha sottolineato anche che sulla riforma allo studio del governo “c’è un carico eccessivo di aspettative”. E, riguardo l’impossibilità di raggiungere un accordo con le parti sociali (Confindustria, CISL, UIL, CGIL, CONFSAL, COBAS) il ministro ha aggiunto di non voler “considerare questo aspetto: sono impegnata a realizzare un accordo”.

Il tutto contornato da speech in “Condoreeza Rice style”, come “siamo abbastanza maturi sui contenuti”, “non possiamo andare avanti a discutere all’infinito”, “la settimana prossima, è questo su cui io sto lavorando”, “non ho nessun interesse a fare la riforma solo sull’articolo 18”.

Come anche, in un paese dove intere regioni sono relegate al sottosviluppo e l’emigrazione, Elsa Fornero, novella Tatcher, riesce a dire che  “dal mercato del lavoro si può uscire, ma chi esce deve essere assistito con un reddito monetario”. Bisogna però “aiutare chi gode dell’indennità di disoccupazione a cercare un altro lavoro”.

 Un discorso piuttosto strano quello che Elsa Fornero vuole propinarci, specialmente se consideriamo che i sussidi sono solo per chi perde il lavoro e solo per un anno e mezzo. Difficile credere che i nostri parlamentari – avezzi a raccogliere a mani basse il consenso popolare promettendo “lavoro, infrastrutture, sviluppo” – possano votare di tutta fretta un cambiamento così “socialmente pericoloso”, specialmente dopo i danni spaventosi della Riforma Bassolino, che introdusse i contratti a termine..

Dunque, in caso di presentazione dei decreti in parlamento senza che le parti siano arrivate ad un accordo, le cose sono due: votarli con la fiducia o senza.

Nel primo caso, ponendo la fiducia al governo, un voto negativo costerebbe le “dimissioni” non solo a Fornero, ma a tutto l’esecutivo, mentre un voto positivo sarebbe una forzatura bella e buona, visto che il discorso di Monti per l’insediamento precisava “con il consenso delle parti”. Nel secondo caso, viceversa, senza porre il voto di fiducia, è difficile pensare che i nostri parlamentari non deformino a furia di emendamenti il senso originario della norma.

Si approssima l’ora, dunque, che i nostri partiti si assumano le responsabilità delle proprie azioni ed è inutile – visto che al passaggio di Elsa Fornero durante la visita alle ex Officine Grandi Riparazioni di Torino si sono levate grida di “Vergogna!” –  che il premier Mario Monti pensi di cavarsela con un’ovvietà come: “Se le posizioni non fossero ancora abbastanza distanti vorrebbe dire che la riunione conclusiva ha già avuto luogo con successo”.

Il ministro Fornero, dunque, non dovrebbe avere molte possibilità di prevalere, presentando un decreto con mezzo sindacato e la maggioranza dei lavoratori contro, tra la diffidenza generale, visto l’intervento sulle pensioni del tutto ingiustificato, mentre anche  una buona parte di Confindustria sarà insoddisfatta della bassa macelleria necessaria per cooptare, eventualmente, CISL e UIL.

Dunque, le certezze di Elsa Fornero sono fondate sulla garanzia ottenuta da Mario Monti che PdL, FLì, UdC e PD voteranno qualunque cosa lei presenterà in Parlamento.

In ambedue i casi, tra una settimana o poco più staremo tutti a contare i giorni che mancano dalle “loro”, e non sue, dimissioni sia nel caso che questa prova di forza volga al peggio per il “governo dei professori” sia, soprattutto, che prevalga ancora il “Fornero pensiero”, cosa che, più o meno gradualmente, porterà il paese in una situazione di elevata tensione sociale.

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Coccodrilli senza lacrime

19 Mar

Elsa Fornero è al centro del battage mediatico e la cosa, come noto, ha dei pro e dei contro, visto che la gente presta maggiore attenzione a quanto viene detto e tende a ricordarlo.

Oggi, le agenzie battono che “la riforma del mercato del lavoro, ha detto ancora il ministro, deve essere in particolare indirizzata ai giovani che in Italia vivono un grave problema di occupazione” …

Fornero ha spiegato che “sui giovani si è scaricata la flessibilità cattiva, vogliamo rendere più dinamico il mercato del lavoro. Questo vuol dire avere più facilità in accesso e in uscita”.

Nella migliore delle ipotesi, questo starebbe a dire che la disoccupazione va (ab)battuta facendo lavorare un po’ tutti, ma un po’ di meno, un concetto non disprezzabile se non fosse che gli stipendi dei manager – ovvero dei “professori” che sono al governo – salgono sempre più su, mentre quelli degli altri no.

Nella peggiore delle ipotesi, però, quando predicato dal ministro Fornero equivarrebbe solo a più giovani “apprendisti” e meno lavoratori sopra i 55 anni, che si ritroverebbero con più facilità in uscita e pressochè nessuna chance in accesso …

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C’è consenso e consenso

16 Feb

In tutte le televisioni, a qualunque ora, troviamo qualcuno che ci spiega che il “governo Monti ha un largo consenso”.

In effetti è vero, ma dovremmo, poi, chiedere se il consenso che Monti e Passera riscuotono è degli elettori italiani o di quei politici, seduti in Parlamento, di cui gli italiani, da anni, vorrebbero il ricambio.

Potremmo anche chiederci perchè, con tutti i talk show che ci sono, i nostri politici “consensienti” non vadano in trasmissione a spiegarci questo e quell’altro … ma sarebbe troppo.

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L’ottimismo viene dal consenso

15 Feb

L’Italia è ufficialmente in recessione, i dati di ottobre-dicembre 2011 sono carta stampata, ma questo è il passato, la scommessa è il futuro.

Ce lo racconta Corrado Passera, ministro dello sviluppo del governo Monti.

I dati «sono una conferma di quanto ampiamente previsto e del fatto che proprio da lì dovevamo partire, come abbiamo fatto, con riforme e interventi strutturali».

La recessione, annunciata da questo blog e non solo, ma snobbata dai nostri “professori”, secondo Passera «ci spinge ad andare avanti con grande determinazione: un’iniziativa al mese per rimettere il Paese in condizione di reagire».
«Un ottimismo che viene dal consenso del Parlamento e dell’opinione pubblica, questa è la grande spinta».

Ah, beh, … allora stiamo inguaiati, se la “grande spinta” arriva dal consenso dell’opinione pubblica.

Ma non solo …

«Messi i conti in sicurezza», va attuato «un’insieme di iniziative per la crescita. Infrastrutture, competitività e internazionalizzazione delle imprese, innovazione, costo e disponibilità del credito, costi dell’energia, semplificazione».
E per le opere già previste, il ministro annuncia 60 miliardi entro quest’anno: «Una messa in moto oltre le aspettative, un passaggio fondamentale per la competitività del Paese».

Male, peggio, malissimo, cosa dire?

Sostenere con 60 miliardi le opere già previste, senza entrare nel merito, significa, molto probabilmente, incrementare la cementificazione senza provvedere agli interventi urgentissimi per contrastare il dissesto idrogeologico, più volte richiesti da Giorgio Napolitano, invano, alla legislatura di Berlusconi.
Inoltre, senza intervenire sulle norme inerenti i subappalti, si rischia di consegnare all’Italia un ulteriore ammasso di sprechi, collusioni, infiltrazioni mafiose, clientela politica.

Quanto alla crescita ed all’ottimismo, le domande sono tante o tantissime.

  • Quali nuove infrastrutture, se l’Italia muore di scarsa o nulla manutenzione dell’ordinario?
    Internazionalizzazione delle imprese significa molte cose, incluso che arrivino i “russi” a comprarsi tutto o, peggio, che la Padania possa incrementare la spoliazione produttiva del paese, delocalizzando ancor più la produzione?
    Costo e disponibilità del credito è cosa corretta in un paese che, causa declassamento, paga caro il denaro e che ha bisogno di “inflazione” per superare la recessione? O, guardando alla demografia ed agli anziani che abbiamo, in un paese che non dovrebbe affatto invoglaire i giovani continuino ad indebitarsi “a vita” per un mutuo trentennale?
    Per non parlare dei costi dell’energia, che possono aprire la strada a maggiori privatizazioni, e della semplificazione, che finora ha comportato solo un aumento dei contenziosi, delle collusioni e delle corruttele, visto che tra farraggini, tributi e territorialità l’iter è solo peggiorato.

Domande non eccessive se ricordiamo che Corrado Passera si è finora distinto per la sua abilità nel far ricadere  i costi aziendali sullo Stato (Alitalia, Caboto-FinMek, Nextra-Parmalat …) e per la sua capacità di tagliare posti di lavoro a favore delle concentrazioni di capitale (Comit, Intesa San Paolo, Olivetti, Telecom …).

Un manager che della politica e della pubblica amministrazione conosce solo un aspetto riflesso, come Tremonti era esperto sono nella fiscalità e nella gestione di un bilancio.

Un uomo che muove i primi passi in politica e già gode dell’appoggio di Roberto Formigoni, governatore della Lombardia ininterrottamente dal 1995, e di Pier Ferdinando Casini, genero di Francesco Gaetano Caltagirone, undicesimo italiano più ricco al mondo, a capo di uno dei più importanti gruppi industriali italiani.

Un ministro che annuncia “un’iniziativa al mese per rimettere il Paese in condizione di reagire”, mentre la riforma delle pensioni non trova una forma regolativa, gli F-35 si son ridotti di un terzo, le liberalizzazioni raccolgono migliaia di emendamenti, la riforma del lavoro è deve essere recepita dai lavoratori e non semplicisticamente i sindacati con cui discute il governo.

Mala tempora currunt.

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Rating A3 per il governo Monti

14 Feb

Ieri, l’Ambasciata Italiana a Washington pubblicava sul proprio sito che “l’incontro con l’elite finanziaria, almeno stando a quanto riferisce lo stesso Monti, è più che positivo“.

Infatti, il Primo Ministro italiano aveva dichiarato: “Penso di aver convinto gli investitori, non lo dicono seduta stante, ma … c’é molto interesse per l’Italia e per il mercato italiano … ma già oggi … per il ruolo che si aspettano che l’Italia giochi.
A giudicare dall’andamento del mercato qualcuno deve aver già investito e penso che l’opinione dei mercati, così come gli altri governi, si stanno formando della serietà con cui l’Italia sta affrontando i suoi problemi, non possa che far aumentare l’atteggiamento positivo” verso le imprese italiane e i suoi titoli di Stato.

Il comunicato dell’Ambasciata italiana a Washington precisava che il governo Monti non è preoccupato per “il declassamento di 34 banche italiane da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s e si concentra sulle aspettative che si hanno nei confronti del suo esecutivo: i mercati ci chiedono “di continuare quello che abbiamo cominciato” e che viene molto apprezzato“.

Sarà un caso, ma, oggi, l’agenzia Moody’s ha ribassato ulteriormente il rating dell’Italia, da A2 ad A3, come per la Spagna, mentre il Portogallo è “crollato” al livello Ba3.
Risultato atteso dopo il BBB+ di Standard & Poor’s
oppure poteva e, soprattutto, doveva andare meglio?

Il premer aveva anche minimizzato, intervistato dall’emittente finanziaria Cnbc, l’ipotesi di uscita dell’Italia dall’euro, anche nel caso in cui la Grecia fallisca, dato che “non ci sarebbe un riflesso automatico sull’Italia ed ha assicurato che, quando “i partiti torneranno a costituire un governo da soli”, non si tornerà indietro dalle riforme intraprese dal governo tecnico.

La ragione perchè di queste riforme se ne è parlato molto ma senza che fossero introdotte era il costo politico. Ma il costo politico per noi non è questione rilevante, e quando i partiti torneranno a formare un governo da soli, non torneranno indietro dalle riforme, perchè il costo è iniziarle, ma una volta che sono lì“.

Sarà un caso, ma, sulle “modeste” liberalizzazioni del governo Monti – che non toccano banche, assicurazioni, sindacati, giornali e società cooperative – gli emendamenti presentati “dai partiti” sono circa 2.300. Figuriamoci cosa accadrà nell’arco di un triennio, a fronte di misure e norme che non hanno alcun sostegno da parte di tanti, tantissimi elettori.

Non è un caso che, da circa due mesi, questo blog sostenga che la manovra impostata dai “professori” potrebbe peggiorare le cose.
L’azione dell’attuale governo, infatti, lascia ampi spazi all’antipolitica ed alle mafie, che traggono linfa vitale dalla disoccupazione e dal rischio aziendale, non interviene sulla celerità, sull’economicità e sull’efficienza della governance pubblica, sistema giudiziario incluso, e, soprattutto, impedisce, con gli alti tassi dati dai titoli di Stato pur di mantenere un’elevata spesa pubblica, l’investimento di grandi capitali per il rilancio della produttività. Il tutto mentre gli investitori extra-europei sono alla finestra, dato che l’Euro, dopodomani mattina, potrebbe valere un terzo o non esistere proprio più.

Intanto, in Grecia va sempre peggio, grande è l’incognita del Portogallo e gli investimenti, per ora languono. D’altra parte, quale corporation o quale banca d’affari investirebbe in un paese dove un recupero crediti dura dieci anni e lo stesso accade per edificare l’impianto industriale?

Mario Monti sta rendendo più efficiente, celere, efficace, economica, la “macchina pubblica” italiana? No, almeno non ancora.

E dunque, a quanto i fatti dimostrano, “non siamo stati apprezzati”, neanche un tot, se in due mesi di governo Monti l’Italia ha perso due punti di rating.

Leggi anche Un programma per l’Italia, tutte le leggi che avremmo dovuto fare e non abbiamo ancora fatto.

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L’Italia non può fare da sola

17 Gen

L’aspetto più inquietante della premiership di Mario Monti è l’omologazione dell’informazione, in Italia, che riguarda lui e le sue scelte.
Già quando erano in cantiere le pensioni “alla Fornero” questo blog si è ritrovato unico e solo nel sollevare timori riguardo una prevedibilissima recessione, dubbi sull’esattezza dei conti e delle ricadute finanziarie, perplessità sulla necessità della misura, imbarazzo per la costituzionalità di quanto accadeva. Tutto confermato da quanto, poi, tutti hann scritto “dopo”, quando la riforma era legge.

Come allora, è da qualche tempo che questo blog cerca di attirare l’attenzione sui “mal di pancia” quantomeno britannici e statunitensi, riguardo la strada che Monti e Merkel (son rimasti soli …) continuano a perseguire con risultati nulli o pessimi.
Avremmo potuto e potremmo ancora, noi europei, intraprendere strade diverse da quella indicata dai dogmi del “politically correct made in Europe”, che, ancor prima del welfare, predilige il salvataggio di banche ed aziende sull’orlo del fallimento.

Non è un caso, allora, che pochi o nessuno vengano a spiegare che le motivazioni di Standard & Poor’s non sono affatto assurde o faziose: “il taglio (ndr. della spesa pubblica per come attuato dal governo Monti) riflette quella che consideriamo una crescente vulnerabilità dell’Italia ai rischi di finanziamento esterni e le negative implicazioni che ciò può avere per la crescita economica e quindi per le finanze pubbliche“ e sussiste il timore “che ci sia un’opposizione alle attuali ambiziose riforme del governo e questo aumenta l’incertezza sull’outlook di crescita e quindi sui conti pubblici”.

Come non è un caso che accada qualcosa di molto più allarmante.

Infatti, nessuno parla della crisi che sta travagliando la Polonia: un paese popoloso, relativamente giovane ed adiacente alla Germania, cosa alquanto disdicevole se i polacchi dovessero emigrare “in massa”.

Una Polonia che non fa parte dell’Eurozona, ma le cui due principali banche, crollate se non fallite, sono nel pacchetto della Unicredit italiana, che a sua volta partecipa (link) al 21,6% in Banca d’Italia, ovvero nell’Euro stesso.

Un eventuale crollo di Unicredit graverebbe direttamente sull’Euro, ma all’origine di questa “pericolosa trasfusione”, non c’è la scelleratezza italica, ma un’OPA vincente che Unicredit lanciò sulla austriaca HBV che portò al controllo di Pekao e Bph, le due principale banche della Polonia. Il tutto con ampio plauso della finanza bavarese.

Questo il problema, relativamente noto tra gli addetti ai lavori e, precisiamolo, non v’è alcuna necessità che Unicredit venga fortemente ridiensionata o che gli italiani si svenino.

Le strade per venirne fuori sono almeno tre.
La prima, quella seguita da Monti e Merkel, vede gli italiani, gente sparagnina e poco indebitata, intervenire a sostegno del bilancio del proprio Stato, ovvero della propria banca, dando il tempo al sistema bancario di “rimettersi in sella”, dato che dai polacchi c’è poco da aspettarsi anche se dovessero entrare nell’Eurozona.
La seconda via d’uscita dalla Crisi dell’Eurozona, paventata in vari modi da USA e UK oltre che sostenuta da Mario Draghi, lascerebbe cadere un po’ di rami morti, intervenendo sulla fluidità del denaro e sul diverso apprezzamento dell’Euro sui mercati per rilanciare occupazione  e competitività, mentre l’Europa si dota di un impianto organico ed omogeneo per la fiscalità ed i conti pubblici. I Polacchi? Ci pensassero i tedeschi …
La terza, che può essere parallela alle altre due, consiste in un forte afflusso di capitali extraeuropei in Unicredit o la cessione del “pacchetto polacco” ad entità extraeuropee, con ricadute poco gradite per gli USA e, soprattutto, la Germania.

Quale delle divrse vie d’uscita (exit strategies) possa dare maggior beneficio è chiaramente impossibile dirlo a priori, anche se la minore conflittualità sociale dovrebbe suggerire la seconda, come dovrebbe suggerirla la perentorietà con la quale mercati, economisti extraeuropei ed agenzie stanno bacchettando l’Eurozona, ormai ben oltre ogni ipotesi speculativa o cospirativa.

Passando dai dubbi alle certezze, alcune cose sono evidenti, anche in questo caso.

Nessuno ancora nota che gli italiani si stanno ritrovando ad essere i “salvatori dell’Euro”, probabilmente loro malgrado: una cosa che va riconosciuta a livello generale, dato che la Germania di Angela Merkel non può cavarsela con due pacche sulla spalla e tre consigli da maestrina.

Oppure, che la politica intrapresa dalla Cancelliera del Bundestag in questi due anni è stata del tutto passiva e fallimentare e che è necessariamente un’altra – quella indicata da Mario Draghi? – la strada della ripresa.

In ambedue i casi, l’Italia va sostenuta e non abbandonata a se stessa, dopo averle imposto scelte industriali e finanziarie nel nome dell’interesse europeo collettivo.

Leggi anche Perchè la manovra non funzionerà

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Declassamento? Niente scuse

16 Gen

Se non fossimo italiani ed europei, potremmo quasi metterci a leggere certe dichiarazioni dei “big” auropei quasi come fosse uno dei tanti spettacoli dell’esimia ditta Crozza & dolce consorte.

La migliore è quella del Commissario Ue al mercato Michel Barnier,una sorta di “proclama all’impotenza”, secondo il quale “non vale la pena discutere in profondità del taglio del rating, in quanto il punto di vista delle agenzie di rating dovrebbe essere solo uno fra tanti”.
Eh già, che ne parliamo a fare? Tanto le Borse che contano sono in Gran Bretagna, USA e Asia ed il costo del danaro non lo decidiamo noi, ma la Federal Reserve Bank, direttamente, e la Cina Popolare e lo Yuan, indirettamente.

Meno semplicistico il parere del Commissario Ue Olli Rehn: “le agenzie di rating svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa”, che – dimentica di dire il politico finlandese -è allineato con quello cinese, che ne è in discreta parte il finanziatore.
Ergo, è l’Europa “fuori sistema”, non il resto del globo, al quale, ricordiamolo, dobbiamo vendere le nostre merci e da cui dobbiamo ottenere materie prime e produzione base.

L’Italia sta andando nella giusta direzione in modo che il suo contributo possa essere a favore di una Europa più prospera” – precisa il presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy “Non c’è differenza tra ciò che viene perseguito a Roma e a Bruxelles“.
Peccato che a Parigi, Varsavia e Berlino sembrerebbe proprio che badino ad interessi più “nazionali” …

Riguardo l’azione di declassament attuata da Standard and Poor’s, Mario Monti spiega che “per l’Italia si sottolinea con molta forza la positività dell’azione del governo italiano e si addita la insufficienza della governance della eurozona”.
Peccato che Standard & Poor’s abbia specificamente affermato che il taglio riflette quella che consideriamo una crescente vulnerabilità dell’Italia ai rischi di finanziamento esterni e le negative implicazioni che ciò può avere per la crescita economica e quindi per le finanze pubbliche“ e come sussista il timore “che ci sia un’opposizione alle attuali ambiziose riforme del governo e questo aumenta l’incertezza sull’outlook di crescita e quindi sui conti pubblici”.

E’ evidente che Wall Street e gli USA, dopo aver “sacrificato” Lehmann Brothers Bank per stabilizzare il sistema e dare un esempio, non possano vedere di buon occhio il risicato salvataggio di Unicredit che Merkel e Monti stanno tentando di fare.

D’altra parte, se i nostri media europei, hanno voluto minimizzare le avvisaglie e le tirate d’orecchie all’Italia ed all’Europa, che arrivavano da un mese che dagli USA, Financial Times incluso, è evidente che la nostra intellighentzia al governo non possa improvvisamente svelare a noi comuni mortali che di dottrine e di di impostazioni di governance, nel campo della politica economica, ce ne sono diverse e non tutte amate od approfondite dai professori delle accademie e delle banche.

Niente scuse, dunque, sui declassamenti di mezza Europa: erano giorni e giorni che “dall’Atlantico” arrivavano esortazioni e moniti a non intraprendere politiche recessive, a non penalizzare più di tanto la Grecia per quattro spiccioli, ad usare le risorse esistenti per rilanciare i consumi e l’occupazione, anzichè salvare i rami morti della finanza europea …

… ed, aggiungerei, gli interessi di bottega della Germania.

Leggi anche  Italia BBB+ secondo S&P. Perchè?

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