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Vittorio Emanuele III, le leggi razziali ed il monumento nazionale col suo nome

1 Feb

Vittorio Emanuele III è stato re d’Italia dal 1900 al 1946 e morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto in esilio, passando alla Storia per il ‘sostegno’ dato al Fascismo, ma anche per la ‘fuga’ dopo l’8 settembre del 1943 e, soprattutto per la sottoscrizione delle leggi razziali nel 1938 frutto del patto con Hitler.

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Nonostante questo, navigando su internet, scopriamo che ancora oggi ci sono luoghi pubblici intitolati a questo re d’Italia. Ad esempio, un paio di scuole in Sicilia, delle strade in due comuni del Lazio e chissà dove ancora. Soprattutto a Napoli, dove non solo una via centrale, ma anche la Biblioteca Nazionale del MiBAC sono intitolate a Vittorio Emanuele III.

Strana nazione l’Italia: le intitolazioni sono perdurate in tutti questi anni, nonostante per quasi settant’anni persino alla salma di Vittorio Emanuele III fosse stato interdetto il rientro in Italia.

Incredibile, però, che il Ministero per i Beni Culturali non abbia la sensibilità di ridenominare una Biblioteca Nazionale intitolata ad un re che sottoscrisse quelle leggi razziali, che sortirono il risultato immediato di.

  1. novantasei professori universitari, centotrentatré assistenti universitari, duecentosettantanove presidi e professori di scuola media, un centinaio di maestri elementari, duecento liberi docenti, duecento studenti universitari, mille studenti delle medie e quattromilaquattrocento delle elementari vennero scacciati dalle scuole pubbliche del Regno
  2. quattrocento dipendenti pubblici, cinquecento dipendenti di aziende private, centocinquanta militari e duemilacinquecento professionisti, persero il posto di lavoro restando senza alcun sostentamento
  3. seimilaquattrocentottanta ebrei furono costretti a lasciare il Paese, tra cui fisici della scuola romana come Enrico Fermi (la cui moglie Laura era ebrea), Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, mentre Tullio Levi Civita, autore di studi alla base della teoria della relatività di Albert Einstein, preferì restare e morì isolato dal mondo scientifico nel 1941.

Demata

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Roma e l’Italia ignorano il Fascismo?

26 Ott

L’aspetto più grottesco delle reazioni agli adesivi con la foto di Anna Frank con la maglia della Roma è che la questione sia limitata agli ultras della Lazio ed, non a caso, i settori “perbene” di questa tifoseria  denunciano atti simili commessi da avverse tifoserie e non altrettanto pubblicizzati. Sta di fatto che ieri, in televisione, quando i calciatori hanno esibito la maglietta ‘No all’antisemitismo’, i fischi si sono sentiti in diversi stadi e, pochi giorni fa, i tifosi della A.S. Roma in trasferta a Londra sono assurti alle cronache mondiali- incluso il New York Times – per gli ‘uh uh’ rivolti ad un calciatore africano.

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Dunque, siamo un caso mondiale, specialmente se arrivano le elezioni e accade che per mero vantaggio elettorale una parte dei liberali e dei centristi intende allearsi con Salvini e Meloni in ascesa, come già fecero con Mussolini, consegnandogli il Parlamento.

Perchè? Per ignoranza, innanzitutto: c’era già una Storia scomoda da raccontare nelle scuole, fatta di eroi come Cavour, Garibaldi,  Bixio, Cialdini, i cui crimini di guerra sono ancora secretati nei nostri archivi (ma non in quelli esteri). Figuriamoci l’imbarazzo ‘patriottico e risorgimentale’ verso criminali contro l’umanità come  Graziani o Mussolini …

Ancora oggi pochissimi italiani sanno che il 4 settembre del 1940 Mussolini firmò un decreto con cui vennero istituiti i primi 43 campi di internamento – che poi diventeranno oltre 200 più centinaia di strutture di confino – per coloro appartenenti alla “razza ebraica” inclusi gli gli zingari, quelli “pericolosi nelle contingenze belliche” (cioè antifascisti), gli stranieri sudditi di “paesi nemici” tra cui gli apolidi che avevano già ottenuto la cittadinanza italiana, gli “allogeni” appartenenti alle minoranze etniche o/e linguistiche come albanesi, francesi, sloveni, catalani, ladini, cioè complessivamente circa il 2% della popolazione italiana.

Verso gli ebrei, in particolare, fu un atto di trasformismo e di manipolazione delle masse di rara perfidia, dato che 350 di loro avevano partecipato alla marcia su Roma e ben 746   alla fondazione del Partito Nazionale Fascista, mentre nel 1933 erano 4.920 gli ebrei iscritti al partito. Inoltre, Aldo Finzi era sottosegretario agli Interni del gabinetto diretto da Benito Mussolini e membro del Gran consiglio del fascismo, Dante Almansi vice capo della polizia, Guido Jung ministro delle Finanze, Maurizio Ravà vice-governatore della Libia e governatore della Somalia, nonché generale della Milizia fascista.
Infine, era ebrea Margherita Sarfatti, amante e biografa ufficiale del Duce, la cui opera “Dux” fu tradotta in molte lingue come propaganda del fascismo a livello mondiale.

E cosa dire di quando  – pochi giorni dopo Napoli insorta al primo tentativo di rastrellamento nazista – a Roma non  accadde nulla, dinanzi alla retata di 1.023 ebrei, prevalentemente donne, anziani e bambini, deportati direttamente al campo di sterminio di Auschwitz, da cui soltanto 16 di loro sopravvissero?

Qualcuno sarebbe orgoglioso o nostalgico di tutto questo? Sicuramente no, se qualcun altro glielo avesse insegnato.

Allo stesso modo è evidente che non si conoscono i crimini di guerra del Fascismo, quelli che servivano ad alimentare le finanze italiane, le sue industrie ed il suo popolo basso. Ad esempio, il bombardamento con armi chimiche di Amba Aradam in Etiopia, alla quale ‘vittoria’ è intitolata ancora oggi una nota via di Roma, ed di Neghelli, ‘commemorata’ dalla toponomastica di comuni come Latina e Vercelli.

Del Fascismo gli italiani non hanno studiato l’ondata di terrore sulla popolazione indigena in Cirenaica, dove furono “giustiziate” circa 12.000 persone, mentre tutta la popolazione nomade veniva deportata per molte centinaia di chilometri in enormi campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte, in condizione di sovraffollamento, sottoalimentazione e mancanza di igiene.

Peggio ancora, troppi tra coloro che parlano del Fascismo in termini revisionstici non sanno dell’occupazione di Cufra in Libia: tre giorni di violenze ed atrocità impressionanti a donne incinte e giovani indigene, decapitazioni ed evirazioni dei maschi, almeno tre bambini immersi in calderoni di acqua bollente, vecchi a cui vennero cavati gli occhi.

Nè, evidentemente, chi si sente nostalgico o possibilista del Regime prova vergogna per la Strage di Addis Abeba, che seguì l’attentato al generale Graziani, quando squadre composte da camicie nere, autisti, ascari libici e civili uscirono nelle strade mossi da autentico squadrismo fascista, armati di manganelli e sbarre di metallo, picchiando e uccidendo i civili etiopici che si trovavano in strada:  un vero e proprio massacro indiscriminato con saccheggi e rapine, incendi di interi quartieri e migliaia di morti.

Chi si pone in difesa di una Fede (cattolica) sa che il Fascismo assaltò la città religiosa cristino-copta di Debra Libanos, dove vennero massacrati 297 monaci, 129 diaconi e 23 laici ed fu chiuso definitivamente il convento, con l’esplicito avallo di Mussolini?

E quando si vantano ‘civiltà’ ed ‘imperium’, ci si ricorda anche che, durante la Seconda Guerra Mondiale, la repressione dei partigiani greci fu condotta con efferate violenze, deportazioni, devastazioni di interi paesi o villaggi, internamento di civili (in campi con elevatissimo tasso di mortalità), stupri di massa, non mendo di 200 villaggi distrutti, migliaia di  sommarie esecuzioni di civili inermi, al punto che il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze?

Oppure, dei 29 mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana – ma cose simili accaddero anche in Croazia e Montenegro – dove vennero fucilati circa 5 000 civili, ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati in modo diverso, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7 000 persone, in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento, per un totale di circa 13 100 persone uccise su un totale di 339 751, cioè il 3,8% della popolazione totale?

Quando guardiamo dall’alto in basso un albanese, sappiamo che all’Albania toccò una sorte simile, se non peggiore, visto che si ribellò, al punto che solo a Mallakasha tutti gli 80 villaggi della zona vennero rasi al suolo con centinaia di morti, usando artiglieria pesante e aviazione, e che alla fine della guerra si contarono « 28.000 morti, 12.600 feriti, 43.000 deportati ed internati nei campi di concentramento, 61.000 abitazioni incendiate, 850 villaggi distrutti, 100.000 bestie razziate, centinaia di migliaia di alberi da frutto distrutti »?

Chi si sente superiore ad un africano o sorvola su certa propaganda di Salvini e Meloni oppure, ad esempio qualche Cinque Stelle, ritiene certe questioni come dei ‘distrattori di massa’ lo sa che, in Africa, i Fascisti italiani erano famosi perchè «in genere davano fuoco ai tucul con la benzina e finivano a colpi di bombe a mano quelli che tentavano di sfuggire ai roghi»?

Quanti, per ignoranza o malafede, non sanno che l’Italia si macchiò di disonore almeno tanto quanto la Germania, che c’è solo da vergognarsi dell’Impero Fascista, che dopo Berlino l’ultimo posto al mondo dove “scherzare” su queste cose è a Roma?

E chissà come ci vedono all’estero – dove la Storia la conoscono – a proposito di Fascismo, se abbiamo femminicidi da record, se rinviamo ed ostacoliamo leggi su tortura, ius soli e legalizzazioni varie, se negli stadi e nelle periferie lo squadrismo esiste, se il razzismo ha da anni superato il limite di guardia, se non si riesce a garantire servizi essenziali ai migranti che subito scoppia una protesta, se i nostri Cie sono oggetto di scandali e se respingiamo natanti verso un paese che commette sistematicamente crimini contro l’Umanità, se solo a Roma non viene considerato il ‘potere di intimidazione mafiosa’ dei colletti bianchi, se … il Comitato Olimpico internazionale – e non solo – avranno ben potuto notare l’obelisco dedicato ancora oggi a Mussolini, se a Roma la toponomastica mantiene ancora ‘gloriosi ricordi’ come ad esempio Adua, Cireanaica od Amba Aradam, se le diverse etnie cattoliche frequentano  a Roma chiese diverse quasi vi fosse uno spontaneo apartheid, eccetera, eccetera.

Il tutto senza parlare dei rapporti mai ben chiariti tra Fascismo e Vaticano, di cui l’unica cosa certa sono gli enormi movimenti di capitale ed investimenti infrastrutturali che arricchirono la Santa Sede, grazie al Concordato.

Quanto voglia abbiamo a Roma e in Italia di smentire l’affermazione che “l’italiano è antropologicamente fascista’? Quanto Roma e l’Italia – che ormai sono due cose molto diverse –  sono rimaste fasciste mutando tutto per non cambiare nulla?

Demata

 

Gobetti e Nitti, testi a confronto

8 Feb

“Il programma di Nitti fu il solo programma conservatore serio della borghesia italiana.” (Piero Gobetti, da Scritti attuali, Capriotti Editore – Roma 1945)

Francesco Saverio Nitti fu il primo Presidente del Consiglio (1919-1920) proveniente dal Partito Radicale Storico e più volte ministro. Nonno carbonaro, padre mazziniano socialista, altri parenti esuli, economista di fama internazionale, meridionalista e repubblicano.

Il programma di governo di Nitti, cui si riferiva Piero Gobetti, doveva fronteggiare il Biennio Rosso, avviatosi con la nascita del Partito Comunista anche in Italia, e fu incentrato sulla cancellazione ed eliminazione delle vecchie clientele giolittiane, sull’introduzione del sistema elettorale proporzionale, su misure per favorire le esportazioni e i processi di riconversione dei settori produttivi, su una fiscalità severa verso le rendite agrarie e le immobilizzazioni, su pensioni ai mutilati ed agli invalidi di guerra, sulla concessione di terreni ai mezzadri e ai contadini.

Il 16 novembre 1922, quando Giolitti, Orlando, De Gasperi, Facta e Salandra diedero la fiducia a Mussolini, Nitti abbandonò l’aula per protesta. Il 5 maggio del 1925, Nitti scrisse una lettera al re Vittorio Emanuele III dove lo accusava di tradimento per via della connivenza con Mussolini, in quanto non prendeva provvedimenti contro un governo ormai dittatoriale.
La Storia e gli italiani gli diedero ragione, esiliando proprio i Reali Savoia.

Scriveva il giovane Piero Gobetti (Scritti attuali, op. cit.): “Combattevamo Mussolini come corruttore, prima che come tiranno; il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura; non insistevamo sui lamenti per mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli italiani che non resistevano, che si lasciavano addomesticare.”

Per proteggere la propria famiglia dalle reiterate aggressioni squadristiche, Nitti si recò prima a Zurigo e poi a Parigi, dove fu il primo riferimento per il coordinamento di altri esiliati antifascisti, come – ad esempio – la “Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo” (LIDU), fondata da Luigia Nitti, Luigi Campolonghi e Alceste De Ambris.
La Storia e le Nazioni Unite gli diedero ragione, proclamando la Carta dei Diritti Universali dell’Uomo.

Di sequito, alcuni stralci significativi delle riflessioni di Francesco Saverio Nitti sull’Italia, accompagnati da citazioni di Piero Gobetti.

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Piero Gobetti (1901 – 1926)

Nitti – “Prima del 1860 non era quasi traccia di grande industria in tutta la penisola. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non avea quasi che l’agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso, almeno nelle abitudini dei suoi cittadini. L’Italia centrale, l’Italia meridionale e la Sicilia erano in condizioni di sviluppo economico assai modesto. Intere provincie, intere regioni eran quasi chiuse ad ogni civiltà.” (Nord e sud -1900)

Nitti – “L’Italia, conquistatrice del mondo durante l’antichità romana, museo di tutte le arti del medio evo, mirabile nella civiltà moderna per i suoi sforzi di rinnovazione è, e rimane tuttavia, un paese molto povero: soprattutto essa soffre d’impécuniosité, deficienza di danaro, deficienza di capitali. (da La ricchezza dell’Italia, Napoli, 1904, p. 8)”

 Piero Gobetti – “Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l’assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente.” (La Rivoluzione Liberale)

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Nitti – “Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, che è stata in grandissima parte opera sua, bisogna del pari riconoscere che senza l’unificazione dei varii Stati, il regno di Sardegna per lo abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da un’enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinata una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro stato più grande. (Nord e sud -1900)

 Piero Gobetti – “Il fascismo è il governo che si merita un’Italia di disoccupati e di parassiti ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e liberali, e  per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione integrale, dell’economia come delle coscienze.” (La Rivoluzione Liberale) 

Francesco Saverio Nitti (1868 – 1953)

Nitti – “Bisogna ricordare che nel 1860 il Piemonte avea grandissima rete stradale; numerose ferrovie e canali e opere pubbliche di molta importanza. Queste cause, estranee in gran parte alla guerra, erano i veri agenti della depressione finanziaria.” (Nord e sud -1900, p. 38).

Viceversa, “nel 1800, la situazione del Regno delle Due Sicilie, di fronte agli altri Stati della penisola, era la seguente, data la sua ricchezza e il numero dei suoi abitanti.

  • Le imposte erano inferiori a quelle degli altri Stati;
  • I beni demaniali e i beni ecclesiastici rappresentavano una ricchezza enorme e, nel loro insieme, superavano i beni della stessa natura posseduti dagli altri Stati;
  • Il debito pubblico, tenutissimo, era quattro volte inferiore a quello del Piemonte e di molto inferiore a quello della Toscana;
  • Il numero degli impiegati, calcolando sulla base delle pensioni nel 1860, era di metà che in Toscana e di quasi metà che nel Regno di Sardegna;
  • La quantità di moneta metallica circolante (ndr. in oro), ritirata più tardi dalla circolazione dello Stato, era in cifra assoluta due volte superiore a quella di tutti gli altri Stati della penisola uniti assieme.

Il Mezzogiorno era dunque, nel 1860, un paese povero; ma avea accumulato molti risparmi, avea grandi beni collettivi, possedeva, tranne la educazione pubblica, tutti gli elementi per una trasformazione.” (Nord e sud -1900, p. 113)

Piero Gobetti – a differenza di Cavour e della sua visione ancora fortemente monarchica del Privato quale ‘concessionario dello Stato’ a sua volta perennemente in ‘rosso, “la civiltà capitalistica, preparata dai Comuni, sorta trionfalmente in Inghilterra e diffusa negli ultimi decenni, pur nonostante varie attenuazioni, in tutto il mondo civile, è la civiltà del risparmio.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Nitti – “Ora, ciò che noi abbiamo appreso dei Borboni non è sempre vero: e induce a grave errore attribuire ad essi colpe che non ebbero, ed è fiacchezza d’animo per noi tutti non riconoscere i lati manchevoli del nostro spirito e della nostra educazione, e voler attribuire ogni cosa a cause storiche.
Bisogna leggere le istruzioni agli intendenti delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fìsco per sentire che la monarchia (ndr. borbonica) cercava basarsi sull’amore delle classi popolari. Fra il 1848 e il 1860 si cercò di economizzare su tutto, pure di non mettere nuove imposte: si evitavano principalmente le imposte sui consumi popolari. Il Re dava il buon esempio, riducendo la sua lista civile spontaneamente di oltre il 10 per cento; fatto questo non comune nella storia dei principi europei, in regime assoluto o in regime costituzionale.

É un grave torto credere che il movimento unitario sia partito dalla coscienza popolare: è stata la conseguenza dei bisogni nuovi delle classi medie più colte; ed è stato più che altro la conseguenza di una grande tradizione artistica e letteraria.” (da L’Italia all’alba del secolo XX – 1901, p. 110-111)

Piero Gobetti – “La tribù preoccupa più del capo” e “nessun cambiamento può avvenire se non parte dal basso, mai concesso né elargito, se non nasce nelle coscienze come autonoma e creatrice volontà rinnovarsi e di rinnovare.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Manifestazione di protesta – “Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra – 1919”

Nitti – “Pochi principi italiani fecero tra il ’30 e il ’48 il bene che egli (ndr. il re Borbone) fece. Mandò via dalla corte una turba infinita di parassiti e di intriganti: richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gli inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata, istituì il telegrafo, fece sorgere molte industrie, soprattutto quelle di rifornimento dell’esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi.
Giovane, forte, scaltro, voleva fare da sé, ed era di una attività meravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò, con grande ammirazione degli intelletti più liberi, resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana. (da Scritti sulla questione meridionale: Volume 1, Laterza, Bari, 1958, p. 41)

“Due cose sono oramai fuori di dubbio: la prima è che il regime unitario, il quale ha prodotto grandi benefizi, non li ha prodotti egualmente nel Nord e nel Sud d’Italia; la seconda è che lo sviluppo dell’Italia settentrionale non è dovuto solo alle sue forze, ma anche ai sacrifizi in grandissima misura sopportati dal Mezzogiorno. (da L’Italia all’alba del secolo XX – 1901. p. 108)

Piero Gobetti – “In pratica le cose in Italia non cambiano mai, cambiano i nomi e le occasioni della storia, ma, in definitiva, i nostri mali e i nostri vizi rimangono sempre desolatamente uguali.” (La Rivoluzione Liberale) 

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Ordine Nuovo – Giornale socialista – 1921

Nitti – “Dei Borbone di Napoli si può dare qualunque giudizio … Non furono dissimili dalla gran parte dei prìncipi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta.
Ed è costata assai più perdite di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860.

L’ordinamento finanziario del Regno di Sardegna fu esteso a tutto il resto d’Italia. Fu il [Pietro] Bastogi, che fra il 1861 e il 1862, compì l’opera di trasformazione. Con cinque disegni di leggi, che furono la base delle leggi successive, il Bastogi estese il sistema fiscale piemontese a tutti i vecchi Stati che erano entrati a far parte del nuovo regno.

Avvenne così, per effetto del nuovo ordinamento, che il regno delle Due Sicilie si trovò a un tratto, senza che nessuna trasformazione economica fosse in esso avvenuta, anzi perdendo quasi tutto il suo esercito e molte sue istituzioni, a passare dalla categoria dei paesi a imposte lievi, nella categoria dei paesi a imposte gravissime. (Nord e sud -1900)

Piero Gobetti –“Senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico.” (La Rivoluzione Liberale)

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Nitti – Il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord. Non vi è nessun senso d’invidia in quanto diciamo. Ma vogliamo solo dire che se i governi fossero stati più onesti e non avessero voluto lavorare il Mezzogiorno, cioè corromperne ancor più le classi medie a scopi elettorali, molto si sarebbe potuto fare.
Le loro amministrazioni locali vanno, d’ordinario, male; i loro uomini politici non si occupano, nel maggior numero, che di partiti locali. Un trattato di commercio ha quasi sempre per essi meno importanza che non la permanenza di un delegato di pubblica sicurezza. (Nord e sud -1900)

Piero Gobetti – a conferma dei danni fatti da cinquant’anni di “governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc. in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord”, “l’eredità del Regno di Napoli pesava sul nuovo Stato, aumentando la corruzione e creando contro la vita agricola naturale una sovrastruttura di parassitismo burocratico ed elettorale. Non ci stupiremo che la lotta politica si confondesse in una caccia all’impiego. ((La rivoluzione liberale)

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Piero Gobetti morì il 15 febbraio 1926 in una clinica di Neuilly-sur-Seine, per gli scompensi cardiaci, provocati dalle violenze subite dagli squadristi fascisti.
Al suo capezzale c’era l’amico Francesco Saverio Nitti.

Pochi giorni prima Gobetti gli aveva chiesto di dirigere un giornale “di pensiero liberale contro il fascismo che è la vergogna della civiltà”, con l’appoggio di Le Quotidien, il giornale democratico più diffuso di Parigi.

Gobetti e Nitti, di ‘figlio’ in ‘padre’, due storie inseparabili.

Demata

Prodi presidente? Tanti motivi per dire di no

15 Dic

Fassina nel salotto buono di Lilli Gruber sostiene la candidadura di Romano Prodi, come sostituto di Giorgio Napolitano; Giachetti, un’ora dopo, reesta possibilista.

Eppure di motivi (ottimi) per escludere una ‘presidenza Prodi’ ce ne sono. In un altro post si raccontava la sua biografia estesa, ricordiamo in pochi punti perchè proprio sarebbe inopinabile una tale candidatura.

Romano Prodi, al suo primo incarico manageriale nei primi Anni ’70 come presidente della Maserati e della società nautica Callegari e Ghigi, due imprese in difficoltà gestite dall’istituto finanziario pubblico GEPI, fu ‘de facto’ l’inventore della famigerata ‘cassa integrazione’. Una vicenda di cui scriveva Adriano Bonafede (Miliardi nel pozzo Gepi, La Repubblica, 8 gennaio 1988), raccontando che “a posteriori è possibile attribuire a GEPI un notevole ruolo nello sperpero di risorse pubbliche e nel ritardo infrastrutturale italiano, dato che  solamente per la Innocenti, nel decennio tra il 1976 e il 1986, erogò contributi per l’astronomica cifra di 185 miliardi di Lire.

Nel 1982, Romano Prodi ottenne la presidenza dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, dove verrà successivamenre richiamato nel 1993: la produzione e la capacità manifatturiera del Meridione venne dimezzata,  dismettendo ben 29 pregiate aziende del gruppo, tra le quali l’Alfa Romeo, Finsider e Italsider, Italstat e Stet, Banca Commerciale, Rai, Alitalia, Sme, con drammatici tagli occupazionali gestiti tramite generosi prepensionamenti, che ancora oggi gravano sul nostro PIL,  azzerando le attività portuali ed industriali di una città come Napoli e provocando il crash del Banco di Napoli, con lo stop degli interventi straordinari nel Mezzogiorno e la canalizzazione su banche settentrionali dei fondi europei.

Come Presidente del Consiglio, Romano Prodi è stato artefice dell’entrata nell’Euro e dell’adeguamento delle pensioni in Lire, che oggi si sono rivelati disastrosi. Inoltre i suoi governi hanno promulgato le quattro norme sulla Sanità che oggi – anni dopo – si conclamano incapaci sia di contenere gli sprechi sia di incidere sulla malasanità sia garantire trasaprenza come sanno i cittadini delle Regioni con Irperf maggiorata. A Romano Prodi dobbiamo anche ascrivere la blindatura dei contratti di lavoro del pubblico impiego, nel 2007, e le norme che hanno causato /permesso il vero e proprio saccheggio che le casse previdenziali ex Inpdap hanno subito prima di essere fagocitate dal Inps.

Ma, soprattutto, Romano Prodi non può fare il presidente della Repubblica – non in un’Italia che volesse ‘cambiare’ – se Il Manifesto del 14 agosto 2004 titolava”Li fermeremo in Libia. Accordo con l’Italia per blindare frontiere e mari. Prodi si congratula con Gheddafi“ e  se Der Spiegel scriveva non troppi anni fa sui presunti legami nel ruolo di consulente per il leader kazako Nazarbayev, per non parlare dell’inchiesta Why Not su una presunta ‘loggia sammarinese’ poi finita archiviata.

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Gli aforismi politici di Confucio e i partiti italiani

1 Ago

ConfucioNon tutti sanno che Confucio fu il padre di tutti gli statisti, oltre che ‘fondatore di una religione’.

Uno statista talmente abile e lungimirante che il ‘suo’ impero, quello cinese, esiste ancora oggi sostanzialmente intatto e dopo aver garantito la pace e la prosperità per quasi 2000 anni. Un uomo rispetto al quale appaiono dei ‘nani’ il nostro Nicolò Machiavelli o l’anglosassone Adam Smith  oppure il germanico Karl Marx.

Dunque, da Confucio (e non solo da lui) avrebbero molto da imparare i nostri governanti e i nostri partitielli.

Ad esempio, Beppe Grillo e i Cinque Stelle – followers inclusi – potrebbero lanciare un voto on line per ‘scegliere il metodo’, visto che “Esistono tre modi per imparare la saggezza. Primo, con la riflessione, che è il metodo più nobile. Secondo, con l’imitazione, che è il metodo più facile. Terzo, con l’esperienza, che è il metodo più amaro.

La Sinistra potrebbe  organizzare un convegno agostano  dal tema “Non mi affliggo che gli altri non mi riconoscano. Mi affliggo di non riconoscere gli altri oppure un congresso nazionale riguardo al dato che “Solo i grandi sapienti ed i grandi ignoranti sono immutabili.”

Il Centrodestra potrebbe addirittura ricompattarsi se Silvio Berlusconi apprendesse che  persino Confucio dovette ammettere: “Non ho mai conosciuto un uomo che vedendo i propri errori ne sapesse dar colpa a se stesso.”

Ai ‘moderati’ – da Mario Monti ed Enrico Letta passando per D’Alema – potrebbe essere utile sapere che “Vedere ciò che è giusto e non farlo è mancanza di coraggio” oppure che  “Chi impara, ma non pensa, è perduto. Chi pensa, ma non impara, è in pericolo.”

Matteo Renzi, Beppe Grillo e quant’altri potrebbero guardare ai politici di altrove che ben sanno come “L’uomo superiore è modesto nelle parole, ed eccede nelle azioni.” E chi pretende ascolto ‘assediando i palazzi del potere’ dovrebbe comprendere che  non è a queste condizioni che si ottiene dialgo e apertura: “Non mettetevi a discutere con un pazzo! Chi vi guarda non distinguerebbe l’uno dall’altro.”
Come chi vede ‘trame’ dovunque, potrebbe anche iniziare a considerare l’ipotesi che Niente è più evidente di ciò che è nascosto.”

Quanto alla Lega di Salvini, alla Destra ‘europea’ e all’arcipelago Antagonista, sarà sempre troppo poco il ripetere che “Per natura gli uomini sono vicini, l’educazione li allontana e che “È impossibile conoscere gli uomini senza conoscere la forza delle parole.”

Prima di ri-candidarli, i partiti dovrebbero rispettare  la regola aurea che “Un uomo che ha commesso un errore e non lo ha riparato, ha commesso un altro errore.”

Tutti, prima di pronunciare un discorso, dovrebbero rammentare il detto: Dimmi e dimenticherò, mostrami e forse ricorderò, coinvolgimi e comprenderò.” Come anche prima di legiferare, potrebbero ricordare che In un Paese ben governato la povertà è qualcosa di cui ci si deve vergognare. In un Paese ben governato, è vergognosa la ricchezza.”

I nostri intellettuali e direttori di giornali e televisioni varie potrebbero iniziare a rendersi conto che “Un padre che non insegna al figlio i suoi doveri è tanto colpevole quanto il figlio che non li segue”.

Quanto a noi elettori (Grandi e piccoli che siamo), basterebbe tener conto che Belle parole e un aspetto insinuante sono raramente associati con l’autentica virtù” e che “L’uomo superiore comprende la giustizia e la correttezza; l’uomo dappoco comprende l’interesse personale.”

originale postato su demata

Roma, la prostituzione, i dati, l’Europa e le soluzioni che … esistono già

23 Mag

anti-prostitutionIl sindaco di Roma, Ignazio Marino si dice favorevole «alla zonizzazione della prostituzione», all’istituzione di quartieri a luci rosse: «Sarei favorevole a che ci siano zone dove è consentita e zone dove non lo è. Questo dilagare della prostituzione non solo arreca un danno al decoro della città, ma crea situazioni di disagio gravissimo ad alcuni quartieri».

Nel luglio 2012, Romatoday raccontava Prostituzione a Roma: i quartieri a “luci rosse”
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“dalla Salaria alla Tiburtina, dalla Cassia alla Prenestina, passando per Viale Marconi e non dimenticandosi i vicoli del centro, le strade della capitale pullulano di lucciole”, sottolineando che “a poco è valso il provvedimento del primo cittadino varato a pochi mesi dall’insediamento in Campidoglio nel 2008. Multe salate per la lucciola che si atteggia a tale e per il cliente “adescato”, o “distratto”, che dir si voglia”.

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Facile a dirsi, un po’ meno a farsi.

Infatti, i dati raccontano di quasi 9 milioni di italiani (il 40% è sotto i 25 anni) che frequentano prostitute, che a loro volta sarebbero 70.000 (dati  2010 Commissione Affari Sociali della Camera), di cui il 65% esercita in strada e le minorenni sarebbero addirittura tra il 10 e il 20% (dati Gruppo Abele).

Questo si trasforma in un enorme via vai di persone, se a Roma, come ovunque, un uomo su due ricorre al sesso a pagamento. Prostituzione a Roma: i quartieri a “luci rosse”
Un dossier del sindacato di polizia Silp-Cgil Roma indicherebbe che nel 2012 a Roma le prostitute su strada erano “in tutto seicento, almeno centocinquanta in più rispetto a due anni fa”.

Se fossimo al supermarket, parleremmo di seicento ‘postazioni’ accertate per 250 giorni di lavoro medio all’anno per 15 ‘clienti’ al giorno fanno 2,5 milioni di ‘utenze annue’, più almeno un altro milione che si svolge ‘al chiuso’: una media di 10.000  ‘passaggi’ al giorno.
Fossero anche solo la metà – ma potrebbero anche essere dieci volte tanto, se in Italia sono 70.000 – i soliti conti della serva ci dicono che per alloggiare 1.000 prostitute, a Roma come ovunque, servono almeno la metà di appartamenti ed, in caso di bordelli, almeno una cinquantina di piccoli edifici.

Dove metterli, in una città come Roma, è un mistero e più che zonizzarli, varrebbe la pena di disperderli: invece di aree ‘rosse’ periferiche e semiperiferiche, tanti piccoli e discreti appartamenti come già è nei quartieri centrali, dove la prostituzione certamente c’è, ma  invisibile. E per fare questo non servono leggi nazionali: basta che il sindaco inizi a contrastare seriamente la prostituzione per strada e la ‘dinamica richiesta-offerta’ si trasferirebbe in appartamentini discreti.
Il resto non si chiama più sfruttamento della prostituzione, ma di crimine organizzato e di tratta di esseri umani.

prostitution-7-20-11-color-640x486Questo, ovviamente, se la sola preoccupazione del sindaco fosse il ‘danno al decoro della città’ e il ‘ disagio gravissimo ad alcuni quartieri’, senza tenere conto della tutela della donna, degli omosessuali e, soprattutto, dei minori. E della salute, visto che Ignazio Marino di professione fa il medico e come politico presiedeva la commissione parlamentare sulla Sanità.
Infatti, la prostituzione ‘fuori controllo’ comporta che un quarto delle persone Hiv-sieropositive non sappia di essere infetto: secondo i dati pubblicati dal Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2008 gli “inconsapevoli” erano il 60% dei contagiati totali, con quasi l’80% dei contagi avvenuti per via sessuale.

Dunque, qualcosa va fatto.
Lo riconosce persino Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII: «La zonizzazione è una proposta vecchia e inaccettabile, che non risolve il problema della prostituzione e rende le istituzioni pubbliche conniventi con gli sfruttatori. L’unica soluzione veramente efficace e rispettosa della dignità umana, della donna in particolare, è l’introduzione anche in Italia del modello nordico».

Di cosa si tratta?

Il modello neo-proibizionista – o “modello svedese”, adottato in Svezia dal 1999 e successivamente in Islanda e dal gennaio 2009 in Norvegia – si fonda sulla criminalizzazione del cliente, con la punizione dell’acquisto di prestazioni sessuali, partendo dall’assunto che la prostituzione è una violenza del ‘cliente’ contro il/la prostituto/a, anche quando afferma di svolgere l’attività per scelta  consapevole.

sex-prostitute-prostitution-special_offers-offers-price-hbrn467lIn Italia, vige una forma di Modello abolizionista, che si fonda sull’idea di non punire la prostituzione né l’acquisto di prestazioni sessuali, ma al tempo stesso nel non regolamentarli, mentre si puniscono tutta una serie di condotte collaterali alla prostituzione (favoreggiamento, induzione, reclutamento, sfruttamento, gestione di case chiuse, etc.).
In pratica, lo Stato si chiama fuori dalla disputa, senza proibire o regolamentare l’esercizio della prostituzione. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell’Europa occidentale: Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Andorra, Armenia, Belgio, Bulgaria, Città del Vaticano, Danimarca, Estonia, Finlandia,  Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Repubblica Ceca, San Marino, Slovacchia. In alcuni di questi paesi, però, la vacatio legis ha consentito al diverse autonomie locali di adottare un modello regolamentista, come ad esempio in Spagna.

Prima dell’introduzione della legge Merlin, anche l’Italia seguiva il modello regolamentarista, che è nasce da esigenze di ordine sanitario e di ordine publico, ma anche di tutela delle prostitute e vige solo in otto Paesi europei (Paesi Bassi, Germania, Turchia, Austria, Svizzera, Grecia, Ungheria e Lettonia), ai quali andrebbe aggiunta la Spagna, dove molte autonomie locali hanno provveduto a regolamentare lo svolgimento dell’attività al chiuso.
Il modello regolamentista include l’imposizione di tasse e restrizioni, più o meno ampie, nell’esercizio della prostituzione, l’individuazione di luoghi preposti all’esercizio e la prescrizione di controlli sanitari obbligatori per prostitute e prostituti per la prevenzione delle malattie.

aids-hiv_o_dmaoCome per tante altre innovazioni sociali, fu il Regno delle Due Sicilie, nel 1432, ad emettere le prime norme a tutela di chi si prostituiva (donne e uomini), tramite il rilascio della reale patente per l’apertura di un lupanare pubblico. Successivamente, anche nella Serenissima Repubblica di Venezia e nello Stato pontificio venne regolato il sistema delle ‘case di prostituzione’, che spesso erano tenute dalle stesse donne.
Norme di tutela delle donne, di prevenzione sanitaria e di ordine pubblico, non di sfruttamento con l’imposizione di tasse e gabelle.
Le cose cambiarono nel 1860, quando il Regno sabaudo introdusse una regolamentazione in cui addirittura andava a fissare i prezzi degli incontri a seconda della categoria dei bordelli, adeguandoli al tasso di inflazione …
Con l’Unità d’Italia, questa pratica questa pratica fu estesa a tutto il paese (come la persecuzione degli omosessuali che, viceversa, le Due Sicilie non discriminavano) e solo con l’avvento del regime fascista furono imposte serie misure sanitarie per le prostitute  donne, iscritte ad uno ‘schedario’ e sottoposte ad esami medici periodici.

Ovvio che, alla prima buona occasione, questa centenaria mercificazione della donna per la ‘pubbblica utilità’ doveva finire: l’Italia fece  una legge frutto della tenacia della senatrice socialista Lina Merlin e di grandi compromessi.
Il risultato fu il solito pasticcio, dato che lo Stato italiano smise di sfruttare la prostituzione, ma tante donne che si prostituivano passarono dalle ‘case chiuse’ (ndr. chiamate così per via delle finestre sbarrate anche di giorno) ai marciapiedi delle strade provinciali, vennero eliminate tutte le tutele sanitarie per le prostitute, le ‘occasionali’ ebbero un notevole incremento ed i ‘papponi’ divennero invisibili e potenti, come ricorderà chi leggeva le cronache degli Anni ’60-70  …

prostitution-a-smart-career-choiceRitornando a Roma ed alle idee del sindaco Marino, è davvero imbarazzante la preoccupazione per il decoro urbano, per il disagio dei cittadini (ma non le donne, i minori e la salute di tutti), specialmente se confluisce nell’idea di ripristinare uno sfruttamento della prostituzione di Stato, che de facto facilita ed incrementa il fenomeno.

Il paese con il maggior numero di prostitute in Europa, secondo le stime, è la Germania dove ne sono registrate circa 400.000. In Spagna, a Valencia, una scuola per prostitute (Academia del placer) ha lanciato lo slogan anticrisi “Se sei giovane e non trovi lavoro, diventa prostituta” …

Intanto, in Italia, andando a scartabellare tra le leggi, semre che il vero prolema sia solo uno.
Tutti sanno che l’articolo 3 della Legge Merlini del 1958 prevede pene e sanzioni per “chiunque avendo la proprietà o l’amministrazione di una casa od altro locale, li conceda in locazione a scopo di esercizio di una casa di prostituzione”.

Pochi sanno che, con la pronuncia n. 33160/2013, la Corte di Cassazione chiarito che se si concede in affitto un appartamento a prezzo di mercato non si viola la Legge Merlin, poiché per ‘casa di prostituzione’ si deve intendere un qualsiasi luogo chiuso dove più persone esercitano il meretricio e sia presente in tale posto anche un gestore della prostituzione delle relative persone, mentre non si può procedere per favoreggiamento e/o sfruttamento semplice in merito, se l’appartamento viene affittato ad un prezzo di mercato al solo scopo abitativo, senza alcun supplemento ulteriore, che possa far favorire concretamente il sesso a pagamento.sexwork

Dunque, tenuto conto che la Legge Merlin persegue la prostituzione come fenomeno organizzato/associativo, che la lectio attuale è a riguardo più tollerante di quella vigente nel secolo passato, e considerato comunque che la tollera come attività individuale, la prima cosa che bisognerebbe fare per il decoro di  Roma è quella di contrastare seriamente la prostituzione per strada – anche solo multando i clienti per sosta – e questo tocca in primis al Campidoglio.
Fermo restante che chiunque è libero di prostituirsi a casa propria, di proprietà o in affitto che sia.

Se, poi, tra Stato e Regioni, in Italia, volessimo (ri)attivare un servizio sanitario apposito e ‘nazionale’ per tutelare la salute di chi si prostituisce e dei cittadini, non sarebbe davvero una cattiva idea. Specialmente se, tramite l’accesso a questo servizio, chi si prostituisce potesse ottenere una registrazione nel sistema di welfare, atta ad accedere al sistema pensionistico versando tributi e contributi, con lo Stato che fa da tutore e non da sfruttatore.
Forse, anche a Lisa Merlin sarebbe piaciuto qualcosa del genere.

E certamente piacerebbe a tutti, specialmente alle mogli, fidanzate e compagne inconsapevoli dei ‘clienti’, che si impedisse di prostituirsi a chi ha contratto l’Aids e questo può avvenire solo tramite la registrazione delle/dei prostitute/i. Non, altrettanto di sicuro, ignorando la questione ed affidandosi alla provvidenza.

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Genova: ecco l’Alba Dorata di Beppe Grillo

22 Nov

Si parla tanto di spesa pubblica insostenibile ed è ben chiaro che la voragine dal mille miliardi del PIL italiano di certo non può dipendere dai quattro ‘spiccioli’ (milioni di euro) che vanno in malora per le prebende dei politici.

Il problema sono i ‘miliardi di euro’ che spendiamo ogni giorno per servizi malandati e tutele che neanche in Svezia se le sognerebbero.

In prima fila, tra i servizi spreconi, iniqui e malandati troviamo il sistema pensionistico pubblico, che – cosa nota a tutti orma – de facto regala quasi 10 miliardi di euro all’anno ai pensionati di fascia alta (over 3.000 euro mensili), visto che la stessa INPS ha dovuto ammettere di recente che la contribuzione effettiva di lor signori è molto lontana da ammortizzare l’ingente spesa.
Miliardi di euro ai quali si aggiungono, ad esempio e non solo, il buco di circa cinque miliardi ereditato dalle casse prvidenziali dei dirigenti per tramite dell’INPDAP.
Non deve stupire se l’INPS registri una perdita di circa 12 miliardi annui nè dobbiamo meravigliarci se pian piano l’ira verso la riforma Fornero serpeggia tra tutti coloro che abbiano versato finora 15 o più anni di contribuzione.

In seconda fila abbiamo una pletora di dipendenti pubblici e semipubblici di cui davvero non sappiamo che farcene.
Si parte dall’istruzione dove – sulla base di 1000 alunni per istituzione scolastica – basterebbero 4-5.000 dirigenti scolastici e, invece, ne abbiamo il doppio. Oppure i docenti, che dieci anni fa erano forse 700.000 ed oggi quasi un milione, mentre gli alunni iscritti son calati ed il numero di maschi adulti non diplomati era, è e sarà all’incirca il 70% dell’intera forza lavoro.
E si arriva all’Università, che ha dimensioni elefantiache, nonostante il nostro paese sia il fanalino di coda dell’OCSE in quanto a numero di laureati (15% circa), specialmente se consideriamo solo quelli scientifici (5-7%).

Andando agli apparati ministeriali e degli enti locali, stracolmi di sessantenni subinformatizzati tutti al massimo della carriera e largamente incapaci sia di usare un computer decentemente sia soprattutto disavezzi all’efficienza oppure un esercito di laureati che senza aver mai studiato un rigo di matematica o di project management vengono reclutati per quantificare e gestire tagli. Quanto danno abbiano arrecato all’Italia queste persone ed i sindacati che li tutelano è impossibile dirlo, ma basta ricordare che un qualunque certificato che ‘ritorni indietro’ o ‘non sia necessario’ provoca dei costi a catena esorbitanti per la P.A., per le imprese e per i cittadini.

C’è la macchina del welfare gestita da Comuni e Regioni, che ci costa un occhio della testa con i risultati che conosciamo.  Milioni e milioni di italiani ai quali diamo casa, esenzione e sussidio/cassa integrazione, senza neanche verificare se in realtà lavorino in nero e, in caso di famiglie allargate, se abbiano altri redditi. Senza neanche chiedere loro – non in un anno, ma in un decennio – di frequentare corsi di formazione o di ‘restituire’ una parte del benefit erogato collaborando in servizi socialmente utili. Ormai, a parlare di case popolari, ci troviamo dinanzi a case ‘tramandate’ di bisnonna a pronipote … e, parlando di onlus, troviamo troppi volontari che ne hanno fatto dei rimborsi spese un primo o secondo lavoro esentasse.

E c’è il comparto trasporti. Quello che vede Genova in ginocchio per gli scioperi, sommersa dall’immodizia non raccolta con Beppe Grillo e Andrea Gatto, sindacalista della Faisa/Cisal, che sbraitano contro le privatizzazioni. Anzi, ad essere esatti, Grillo parla di ‘lotta all’ultimo sangue’ e i sindacati di ‘scintilla di un incendio che si espanderà in tutta Italia’.

L’idea balzana è che, in un paese con un debito ed un deficit pubblici come il nostro, «le autostrade, il gas, i trasporti, l’acqua sono un bene pubblico e nessuno deve arrogarsi il diritto di venderli ai privati».
Balzana perchè autostrade e energia sono già private: sono delle società per azioni, il non plus ultra del ‘Capitale’. Balzana perchè se l’azienda trasporti di Genova sta per fallire, la questione è del tutto ovvia: i prezzi dei biglietti sono troppo bassi.

L’idea eversiva è che, in un paese democratico e ultragarantista, dove si viaggia in autobus sottocosto, accada che “la città è rimasta a piedi, prigioniera dell’ingorgo provocato dallo sciopero selvaggio degli autisti, non un bus è uscito dalle rimesse. Poi buona parte dei 2300 dipendenti Amt ha dato l’assalto a Palazzo Tursi, aperto di forza le porte del Consiglio comunale, invaso l’aula rossa, intonato cori di «dimissioni», interrotto la seduta e l’intervento del sindaco. Infine un gruppetto ha cercato di colpire il primo cittadino. Doria è stato scortato fuori dall’aula dai vigili, nel tafferuglio un vigile è caduto e si è rotto un dito, altri quattro (fra cui una vigilessa) sono andati al pronto soccorso.” (Corsera)
Non a caso, per garantire il regolare svolgimento dei lavori comunali s’è dovuto ricorrere alla forza pubblica e, come ha precisato è stato il Prefetto di Genova, Giovanni Balsamo: «Dobbiamo preservare la democrazia. Fare uno sciopero a oltranza è da irresponsabili. La tollerabilità di una protesta scende man mano che passa il tempo e il disagio per i cittadini cresce. In questo caso la tollerabilità è scesa a picco».

Il tutto mentre Roma era assediata e completamente bloccata da un migliaio, forse meno, di NO TAV, precari, occupanti di case eccetera, che hanno assaltato ben due sedi di partito. E mentre, come da quarant’anni le solite scuole superiori erano occupate e di far lezione sul serio se ne riparlerà a gennaio, che Natale è alle porte ed il futuro del paese può attendere. Ovviamente, gli occupanti saranno men che cinquanta di media per scuola, mentre i loro compagni che saltano le lezioni saranno almeno 6-800 …

Dunque, se qualcuno stesse cercando l’Alba Dorata italiana – ovvero la giunzione tra pubblica amministrazione intoccabile e movimenti di protesta irresponsabili e violenti – eccola trovata. In Grecia ammantata di nero ed in Italia – oggi come negli Anni ’70 – con la bandiera rossa in mano, come quella degli operai FIAT che sono rimasti al lavoro – ope legis – dopo aver bloccato l’impianto e messo a rischio la sicurezza.

Cose che accadono solo in Italia. Enrico Letta si è detto dispiaciuto, ma son lacrime da coccodrillo.

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P.S. Esiste un’Alba Dorata italiana?
La domanda giusta è: perchè i promotori dello sciopero selvaggio e illegittimo dei bus genovesi non sono stati denunciati per interruzione di pubblico servizio? Perchè le scuole che non denunciano gli occupanti non vengono perseguite per omessa denuncia? Perchè vengono autorizzati sit in e cortei i cui stessi organizzatori preannunciano atti illegali e non c’è verso di arrestarli in flagranza?

Come può accadere che un organo democratico come lo è un Comune, una Regione, un Parlamento, o peggio delle scuole che con la politica nulla hanno a che fare, vengano assaltate, occupate, assediate da sparuti gruppi di facinorosi se – nel pieno dei suoi poteri ed in nome del popolo italiano – determinano strategie aziendali e piani di rientro?
Quale parte della Pubblica Ammistrazione italiana de facto avalla quelli che protestano con violenza, bloccano intere città, assaltano partiti e consigli comunali e che, come da statistiche, possono contare su una sostanziale impunità?