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A proposito di Verhofstadt

10 Gen

Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt si laureò in giurisprudenza nel 1975 e, subito dopo, si dedicò alla carriera politica.
Consigliere comunale a 23 anni (1976), deputato a 25 anni, presidente del Partito della Libertà e del Progresso (PVV) a quasi 30 anni. Un giovane decisamente ambizioso, cresciuto – però – nelle Fiandre ed affermatosi in Belgio, molto lontano da quella che è la realtà quotidiana di tanti europei.

verhofstadt

Dopo quindici anni di nomine e poltrone varie, nel 1999, Verhofstadt diventa Primo ministro di una coalizione tra liberali, ecologisti e, soprattutto, socialisti.
La cosa durò fino al 2007, con la sconfitta alle elezioni legislative e con Verhofstadt dimissionario, con il Belgio travolto dagli scandali. Tra i più famosi, quello della rete pedofila di Dutroux, dei crolli bancari di Dexia e Fortis, dei fondi neri della Marina militare belga (sic!) …

Cosa ci si poteva mai aspettare, dopo un decennio di una così innaturale alleanza tra liberali e socialisti?

Così, come tanti altri prima di lui, Guy Verhofstadt comprende che il suo percorso politico in patria si è esaurito. Eletto parlamentare europeo, nel giro di pochi mesi lo ritroviamo presidente dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE) e fondatore del Gruppo Spinelli per il rilancio dell’integrazione europea.

Un assertivo europeista e garantista, molto critico nei confronti di Vladimir Putin, nel 2014 viene candidato dall’ALDE a Presidente della Commissione europea nelle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento.

Così accadde che Guy Maurice Marie Louise Verhofstadt fosse a Roma, il 4 marzo 2014, per la presentazione della Lista Alde, “Scelta Europea”, con un evidente rimando alla montiana Scelta Civica e frutto del rassemblement di 13 movimenti.

Riporta formiche.net che c’erano in tanti, tra cui “Fare, capeggiato da Michele Boldrin e Ezio Bussoletti, il Centro Democratico capitanato da Bruno Tabacci, il Partito federalista europeo rappresentato da Stefania Schipani, il Pli di Stefano De Luca e i Conservatori sociali che fanno capo all’ex Msi, Cristiana Muscardini. … Non solo il segretario del Pli, Stefano De Luca, ma anche di Valerio Zanone e di Renato Altissimo. L’endorsement dei liberali di Scelta Civica, rappresentati nel governo anche dal sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti … c’era Andrea Romano, ex direttore generale della montezemoliana Italia Futura. … A tenere il battesimo della presentazione della Lista Alde … è stato Romano Prodi con un video messaggio.” (fonte formiche.net)

Cosa concludere dinanzi ad una tale eterogenità, se non che l’elettorato di Monti, Prodi, Zanetti, Fare, PLI, Federalisti, Centristi laici e Conservatori sociali sia sostanzialmente lo stesso, salvo trovare il modo di superare la diaspora dei salotti liberali italiani?

Del tutto, come sappiamo e come prevedibile, non se ne face nulla, salvo un bel flop elettorale, ma nessuno si sarebbe aspettato che – pur di avere una forte visibilità in Italia – si andasse a corteggiare i populisti antieuropei e giustizialisti, dopo aver aggregato socialisti e ‘cristiano sociali’ …

Incredibilmente, il 4 gennaio 2017 la Rete iniziava a diffondere voci di un accordo in corso: “Alde e M5S condividono i valori centrali della libertà, dell’uguaglianza, della trasparenza”.

Ma il 9 gennaio successivo Guy Verhofstadt era costretto a fare marcia indietro: “Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa. Non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde. Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.

La domanda di oggi è questa: Guy Verhofstadt è ancora il capoguppo dell’ALDE, ma lo sarà ancora domani o dopodomani? Quanto l’immagine dei liberali in Italia è stata danneggiata dalle due iniziative di Verhofstadt? Dove va l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa?

Demata

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La crisi cinese dove porterà?

25 Ago

Attesa I ChingErano anni ed anni che si ripeteva come la Cina Popolare avrebbe dovuto rallentare la crescita industriale, svalutare lo Yuan ed abbassare il costo del denaro, aprire agli investimenti stranieri, affrontare i costi di un Welfare State di tipo occidentale.

Avrebbe dovuto ma, per fortuna, così non è stato e l’Europa ha avuto il tempo di ricapitalizzare l’Euro, saccheggiato da speculatori e corrotti, mentre gli USA riconvertivano il settore metalmeccanico di base e parte del complesso industrial-militare ormai in dismissione.

Ora tocca alla Cina, però, e da quelle parti le cose si fanno seguendo un piano e non a casaccio.

La strada per ristrutturare il capitalismo collettivista cinese ha già percorso diverse tappe evidentemente prefissate:

  1. crollo borsistico di Shangai controllato se non predeterminato (avvio della crisi prevenendo il fall out)
  2. blocco parziale dei conti correnti e svalutazione dello Yuan (stabilizzazione dell’offerta e dei prezzi interni)
  3. ristrutturazione di almeno due enormi Hub industriali e supporto alle commesse (gli incendi sono il modo più rapido …)
  4. estensione per downgrade successivi della crisi sul sistema globale (misure antispeculative e antipanico)

Ovviamente in Cina è una ‘stampede’, una mattanza, come riporta Reuters, con migliaia di aziende a rischio, ma perdere il 30% del valore borsistico non significa aver perso anche il 30% di capacità produttiva o dei consumi.
Un esempio su tutti il crollo borsistico della Suntek Co. a causa di un’enorme truffa internazionale, con i titoli di allora che oggi son carta straccia, ma anche con le fabbriche tutte lì e con la Cina che continua ad essere il maggior produttore mondiale di pannelli fotovoltaici.

Dunque, è probabile che la Cina non sbloccherà i conti correnti finchè le previsioni non saranno stabili, ma potrebbe abbassare il costo del denaro sotto il 4% anche in tempi brevi e non è improbabile un ulteriore ribasso dello Yuan con un ammortizzamento delle perdite in borsa intorno al 40%.
Anche in questo caso i danni (frenata della ripresa) per USA ed Eurozona potrebbero essere compensati da benefici (miglioramento del debito e dello spread).

La vera questione – quella per la quale da anni si attendeva la flessione dello Yuan e per la quale c’è oggi preoccupazione – è determinata dalla pressione interna ai consumi nelle città e nei distretti industriali che non poteva proseguire ad libitum. Specie se accadeva di non poter sviluppare i consumi interni (e il PIL) oltre un certo limite se un’altra parte consistente della popolazione non possiede una lavatrice e un frigorifero o un’automobile, oltre a maggiori tutele per la salute.

Qualunque sia la soluzione che la Cina intenda perseguire non è un processo di breve termine e se gestito male potrebbe portare alla stagnazione intere aree del paese.
Gli incendi e gli sgomberi o la distruzione delle merci negli Hub sono una soluzione a minor costo ed aprono la strada a nuovi investimenti, migliori ricollocazioni e nuove commesse (ndr. gigantesche infrastrutture sono rimaste inutilizzate, la carenza di domanda occidentale ha accumulato ingenti scorte), ma sarebbero un sistema pessimo quanto pragmatico ed atavico … forse l’unico.

Quello che maggiormente ci coinvolge è, però, l’apertura agli investimenti stranieri, un tasto abbastanza dolente per la Cina, memore sia della Guerra dell’Oppio anglo-americana sia della Manciuria giapponese. Allo stesso tempo è inevitabile e potrebbe essere perseguita fuori dalla Cina, con joint ventures in Africa, in Asia e, forse, nell’Europa greco-balcanica.
L’alternativa è il profilarsi di conflitti di macro-area in Africa con effetti ‘benefici’ sulla produzione industrial-militare occidentale.
Meglio la prima, più probabile la seconda se la Cina non fa presto, ma in ambedue i casi il ‘profitto’, la ‘produzione’ e i ‘consumi’ sarebbero assicurati.

Quanto ai fattarielli italiani, per ora il crollo cinese ci garantisce uno spread migliore ed una spesa petrolifera significativamente più bassa. Bene per le casse pubbliche, per banche e petrolieri, ma sarà del tutto ininfluente per la gente comune se, con le fabbriche cinesi in affanno, non fosse la volta buona di pensare all’occupazione e all’imprenditoria di casa nostra e ripristinare una parte del sistema manifatturiero che abbiamo smantellato con Prodi e Tremonti.

Un cielo pieno di nuvole fa presagire alla venuta della pioggia, che nutre i campi e permette la vita: non è la pioggia stessa che va attesa, ma il raccolto che ne verrà. (L’Attesa – L’Acqua sotto, il Creativo sopra – I Ching)

Demata

Grecia: tante cicale, poche formiche, una verità

17 Apr

Con tutto il PIL greco reale non ci ‘appari’ quasi neanche quello della sola Sicilia: i Greci vogliono vivere come in Germania ma con un paese che rende come l’Albania … la vedo dura davvero.

Non capisco perchè tanti (post)comunisti europei appoggiano un paese di cicale, rivendicando una sorta di diritto ad essere consumisti.
Ancor meno posso comprenderlo se a strapparsi i capelli per la Grecia – mica per le tante nostre regioni nel degrado – sono proprio quello ‘coinvolti’ in Unicredit e Monte Paschi di Siena …

originale postato su Demata (blogger dal 2007)

La Lira e l’Euro: come andavano effettivamente le cose 20 anni fa?

21 Mag

Salvini (Lega) e Scalfarotto (PD) litigano su La7 per l’Euro, la Lira e i belli o brutti tempi di una volta: hanno ragione ambedue e torto ambedue.

Il problema è semplice: sono ambedue troppo giovani e, grazie alla disinformazione mediatica in cui sono cresciuti, non sanno bene ambedue di cosa parlino o, quanto meno, non danno il giusto peso ai fatti storici.

Salvini racconta di una lira forte, autonoma, e di un’Italia che era arbitro dei propri destini. Tutto vero, ma quella è la lira italiana degli Anni ’80 all’interno del sistema monetario europeo, detto anche SME, entrato in vigore il 13 marzo 1979 e sottoscritto dai paesi membri dell’allora Comunità Europea, che bloccava la fluttuazione della lira entro il 6%.

Scalfarotto parla della lira pre-1980, in balia di se stessa e dell’inflazione, e non denuncia che lo squilibrio insostenibile delle pensioni italiane odierne deriva anche e soprattutto dalla dinamica svalutazione-inflazione di quegli anni che erose i contributi pre-1980.

Ambedue non dicono che dal 1979 venne introdotto lo Sme che, nel caso di eccessiva rivalutazione o svalutazione di una moneta rispetto a quelle del paniere, prevedeva come il governo nazionale dovesse adottare le necessarie politiche monetarie che ristabilissero l’equilibrio di cambio entro la banda.
Obbligo ‘ferreo’ che è venuto meno, con i risultati che conosciamo, da quando lo Sme cessò di esistere, il 31 dicembre 1998, con la creazione dell’Unione economica e monetaria. Il sistema prescriveva anche che ogni Stato membro conferisse a un fondo comune il 20% delle riserve in valuta e in oro.

Utile ricordare che lo Sme resistette egregiamente alle turbolenze dei cambi del 1992, ma ciò avvenne perchè l’Italia fu costretta ad una amara patrimoniale e ad uno gravoso adeguamento dei mutui, a causa del proprio debito pubblico e dell’incapacità a risanarsi ed innovarsi delle nostre istituzioni e amministrazioni.
Ricordiamo anche che quella – insieme alla conclusione degli accordi di Yalta – fu la causa della fine della Prima Repubblica.

Dunque, euro o lira, qualsiasi governo italiano dovrà adottare le necessarie politiche monetarie di l’equilibrio del cambio entro i valori di mercato e qualunque svalutazione avrebbe effetti devastanti sulle pensioni future e sui mutui-casa.

originale postato su demata

 

Tagli alla Rai, Grillo contro Renzi. Ma c’è qualcosa da sapere

19 Mag

Consultando la Guida Rai scopriamo che ha 15 canali televisivi in chiaro e sei radiofonici.
Sono Rai1, Rai2, Rai3, Rai4, Rai5, RaiMovie, RaiPremium, RaiGulp, RaiYoYo, RaiStoria, RaiScuola, RaiNews24, RaiSport1, RaiSport2, Rairadio1, Rairadio2, Rairadio3, Rai Isoradio, Rai GR Parlamento, Raiweradio6, Raiwebradio7, Raiwebradio8.

Ma quella che tutti credono essere la televisione commerciale di Stato italiana è una società per azioni, concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia, i cui rapporti sono regolati da una convenzione triennale che scadrà il 6 maggio 2016. È una delle più grandi aziende di comunicazione d’Europa, il quinto gruppo televisivo del continente a corrispettivo di ampia fascia  della popolazione italiana che vede quasi solo Rai e non ha mai navigato su internet.

Sulla piattaforma digitale terrestre in chiaro, i canali del gruppo Rai ottengono il 6,78% di share, mentre i canali del gruppo Mediaset il 6,51%; nella piattaforma satellitare, invece, Rai quasi ‘scompare’ e i gruppi preferiti sono Discovery (5,43% nelle 24 ore), Sky (4,99%), Fox (1,64%).
Semimonopolista a casa propria, un nano in termini internazionali.

Lo sperato accesso al ‘mondo’ tramite l’upgrade satellitare è venuto meno, in questi vent’anni, per la carenza di una produzione autonoma di cartoon, di documentari, di serie televisive avvincenti, di un reale supporto alla musica italiana, che anche su Youtube ha una presenza ‘povera’.

Radio Televisione Italiana Spa è un’azienda prettamente romana, con sedi in ogni capoluogo di regione e provincia autonoma e un vasto numero di sedi di corrispondenza dall’estero dove lavorano stabilmente diversi giornalisti , ma gran parte dei Centri di produzione televisiva sono nella capitale italiana con le sedi di via Teulada (8 studi) e Saxa Rubra  (14 studi), più i sei Studi Dear, il Teatro delle Vittorie, l’Auditorium del Foro Italico. Società controllate sono Rai Pubblicità, RaiNet, Rai Way, Rai World, Rai Cinema, 01 Distribution; società collegate risultano San Marino RTV, Tivù, Auditel, Euronews.

La corresponsione di una quota del canone televisivo (imposta)  alla Rai Spa da parte del governo in carica dovrebbe essere determinato dal rispetto del Contratto di servizio, che prevede:

  • Articolo 2.3 “La concessionaria è tenuta a realizzare un’offerta complessiva di qualità, rispettosa dell’identità, dei valori e degli ideali diffusi nel Paese, della sensibilità dei telespettatori e della tutela dei minori, rispettosa della figura femminile e della dignità umana, culturale e professionale della donna, caratterizzata da una ampia gamma di contenuti e da una efficienza produttiva”
  • Articolo 3.1 La Rai riconosce come fine strategico e tratto distintivo della missione del servizio pubblico la qualità dell’offerta ed é tenuta a … improntare, nel rispetto della dignità della persona, i contenuti della propria programmazione a criteri di decoro, buon gusto, assenza di volgarità, anche di natura espressiva”
  • Articolo 12.4 “La Rai si impegna affinché la programmazione dedicata ai minori … proponga valori positivi umani e civili, ed assicuri il rispetto della dignità della persona e promuova modelli di riferimento, femminili e maschili, egualitari e non stereotipati”
  • Articolo 13.6 La Rai si impegna a collaborare, con le istituzioni preposte, alla ideazione, realizzazione e diffusione di programmi specifici diretti al contrasto e alla prevenzione della pedofilia, della violenza sui minori e alla  prevenzione delle tossicodipendenze”

Da quello che vediamo da anni in televisione, parlare di pieno rispetto del contratto da parte di Rai spa è davvero difficile.

Ovvio che vada a finire che il bilancio di Radio Televisione Italiana  è una frana, tra inandempienze al contratto e cittadini che si rifiutano dal pagare il canone e tra le folli spese (senza dimenticare lo strabordante organico ed i super-compensi) di quella che è una televisione commerciale con vip, star e tanti lustrini.
Il dato per il 2014 è di 350 milioni di debiti che saranno ripianati con le tasse degli italiani, onde  – soprattutto – evitare all’elefantico apparato radiotelevisivo romano di subire tagli occupazionali e qualche dismissione.

E’ evidente che chiunque voglia un’Italia diversa dall’attuale, voglia anche una televisione pubblica con meno sprechi e meno pubblicità, con programmi adatti ai bambini e a chi voglia apprendere od informarsi, che non trasformi le donne in soubrette sboccate e gli uomini in machos tracotanti, che è non ‘talmente pubblica’ da dover usare troupe esterne persino per le partite di calcio che si giocano a Roma.

Detto questo, sarebbe da capire perchè, se il governo vuol mettere mano a questa annosa e vergognosa questione, arriva Beppe Grillo e ci annuncia che “continua il saccheggio di un bene comune e adesso tocca alle infrastrutture della tv pubblica. … Tutti restano sul vago…”cominceremo solo col vendere un 40% di quote di Raiway…” e poi “faremo un nuovo piano industriale…” e ancora: “anche negli altri paesi si privatizza”, con l’immancabile citazione finale della BBC.”

Bene comune?
Ma se lo stesso Grillo, due mesi fa, strillava all’Ariston di Sanremo che «la Rai è la responsabile del disastro di questo Paese», «La Rai è un servizio pubblico? Vi sembra un servizio pubblico un’azienda che perde 7,8 milioni nel 2010, 7,5 nel 2011 e quasi 5 milioni nel 2012. Adesso la Corte dei Conti ha detto state spendendo troppo, dovete abbassare i costi».

E, poi, sul proprio portale, sotto il titolo #BeppeaSanremo2014, precisava: «Il bilancio della RAI al 31 dicembre 2012 si è chiuso con una perdita di 250 milioni di euro. Il bilancio del 2013 dovrebbe chiudersi con una perdita che sfiora i 400 milioni di euro». «Per il festival di Sanremo in tre edizioni (2010/2011/2012) la Rai ha perso circa 20 milioni di euro».  «In sintesi l’andamento dei costi, risulta ancora nettamente superiore ai ricavi pubblicitari con negativi riflessi sul Mol (margine operativo lordo) aziendale; è necessario pertanto che vengano adottate adeguate iniziative volte a conseguire una più significativa razionalizzazione dei costi».

E quali iniziative se non l’afflusso di nuovi capitali, privatizzando una quota di minoranza di Raiway, e un piano industriale che concentri risorse e potenzialità?

Intanto, prendiamo atto che Beppe Grillo in meno di tre mesi è passato dal considerare la Rai ‘responsabile del disastro di questo paese’ a ‘bene comune’ e … che – anche per quest’anno – la cara tivù ‘italiana’ ci costerà qualche soldo in più del dovuto.

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Fuori dall’Europa, c’è solo l’Italia del declino

19 Mag

L’Italia, nel 2010, era calata all’8° posto per import-export nel mondo, con una quota del 3% a livello globale.
Una potenza mondiale, dirà qualcuno, che ha un peso commerciale tale da potersi permettere una valuta autonoma, una moneta nazionale.

Il punto è che dalla Germania importiamo quasi il 16%, ma esportiamo solo il nostro 11% (pari ad un mero 5,5% se visto come import tedesco), a beneficio delle regioni del Norditalia, ovvero il 13,1% dell’export veneto, il 23,6% dell’export del Piemonte, e il 14% di quello lombardo.
Un export tedesco che è passato, dal 2000 al 2011, dal 33,4 al 50,1% del Pil, grazie alla crescita dell’export verso la Cina Popolare dall’1 a oltre il 6% tra 2000 e 2011, specialmente a discapito dell’Italia.

Aggiungiamo che l’Italia esporta l’11% verso la Francia da cui importa l’8% dei prodotti, cioè è il secondo fornitore commerciale dei francesi, mentre risulta quarto come cliente.
I flussi verso/da gli altri paesi europei dell’Eurozona sono poco rilevanti (entro il 3% del prodotto movimentato dall’Italia, salvo la Spagna al 5-6% di import-export), più interessanti i flussi mercantili verso Gran Bretagna, Svizzera, Stati Uniti, ma messi insieme non vanno oltre il 20% del totale del nostro import-export.

In parole povere, per la Germania siamo commercialmente ininfluenti, ma i loro mercati sono determinanti per il Norditalia, mentre la Francia tutto può permettersi fuorchè un’Italia che vada ad incrementare l’inflazione o la disoccupazione dei francesi.
Per Gran Bretagna e Svizzera, viceversa, un’Italia fuori dall’Eurozona potrebbe non dispiacere affatto, visto che parliamo ancora del secondo paese manifatturiero d’Europa, ma, se Piazza Affari è ormai almeno al 36% di fondi stranieri, c’è davvero da andare cauti.

E’ evidente che uscendo dall’Euro le ripercussioni da parte di Francia e Germania sarebbero significative, come lo sarebbe la fuga dai nostri bond che esploderebbero negli interessi provocando il crollo del nostro debito, mentre sarebbe davvero da capire quanto la Gran Bretagna e altri cointeressati ci attendano a braccia aperte.

La causa dei nostri mali?
Innanzitutto, il rapporto lira-euro che si è rivelato troppo favorevole, cioè ottimo all’inizio e pessimo dopo. Un errore di valutazione di Romano Prodi che ci è costato molto caro.

Poi, c’è il federalismo mai attuato a livello di fiscalità e di servizi, come anche la ristrutturazione del ‘capitalismo di Stato’ (a partire dall’Inps e da Cassa Depositi e Prestiti) e l’innovazione e semplificazione dell’apparato pubblico.  E qui, se la sinistra ha delle resposabilità gravissime, è anche vero che Berlusconi non ha affatto tentatodi fare le riforme che aveva promesso.

Infine, l’insano impulso alla decrescita, al downgrade, che gli italiani dimostrano ogni qual volta ci sia da crescere, da far vanto della propria nazione, di mettersi in gioco con gli altri paesi.
Ad esempio, voler uscire dall’Europa proprio mentre arrivano le ‘moral suasions’ che potrebbero aiutare gli italiani onesti a riportare l’Italia sul binario del futuro.

Pareggiare un bilancio, pagare le pensioni quando promesso, tenere le tasse al minimo possibile, permettere alle comunità locali di organizzare scuola e sanità entro parametri nazionali/europei, avere dei servizi che sostengano e non intralcino le aziende sane, treni e bus puntuali, strade sicure … l’Europa è questo.
Fuori dall’Europa, c’è solo l’Italia che già conosciamo.

Meglio un uovo oggi che una gallina domani? E dopodomani chi farà l’uovo?

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Europa: basta compiti a casa!

7 Mar

Si avvicinano le elezioni europee ed i partiti scaldano i motori per una campagna che in molti paesi si prefigura rovente, come per l’Italia, dove nel candidarsi alle Europee dovranno essere date molte risposte agli elettori riguardo le ‘politiche europee’ dalla nascita dell’Euro ad oggi.

I grandi media continuano a porre la questione (obsoleta e retrograda) ‘Euro si Euro no’ o quella ‘Sforare il tetto al 3% o non sforarlo’, mentre sul tavolo iniziano ad esseere poste questioni molto più imbarazzanti e, soprattutto, fondate.

La prima questione è che l’Italia è un paese affidabile se c’è da tirare la cinghia.
Come titolava Sole24Ore a dicembre 2013 (link), “il debito pubblico è il «peccato originale» dell’Italia? Ma i dati dicono che cresce meno di tutti i Paesi euro”. I dati Eurostat dimostrano che, dal 2007 al 2012, il debito italiano è cresciuto solo del 27%, mentre la Germania è al 34% e la Francia al 54%, con il PIL, però, che in Italia è calato del 8,65% (a prezzi costanti), mentre quello tedesco è cresciuto dell’4,25% e quello francese  dello 0,67%.

debito-pubblico-eurozona Sole24Ore

I dati di Sole24Ore dimostrano che il motivo per cui il debito/Pil è tornato a salire in Italia è che il PIL è crollato sotto l’onda d’urto della Crisi e del Rigore.
Dunque, l’inaffidabilità italiana deriva non dal popolo italiano e dalla sua capacità di sopportare tagli o di essere lungimirante, ma dalla Politica, trasformista as usual, dalla Giustizia che opera con esiti imprevedibili e dilatati nel tempo, dall’Editoria che non assolve al suo ruolo di Quarto Potere nel far luce e chiarezza alla pubblica opinione, dalla Burocrazia che sembra operare con l’unico scopo dell’autoconservazione.

E qui viene la seconda questione, la vicenda dello spread, che si dimostra sempre più una storia di turbative d’asta e lobbing bancario, e le misure adottate dal Governo Monti, in particolare se parliamo della Riforma Fornero delle pensioni rinviate ad libitum e dal Fiscal Compact inserito nella Costituzione italiana, ma non in quella tedesca o francese.

Riguardo il Fiscal Compact c’è poco da dire: pone le decisioni del nostro Parlamento nelle mani della pianificazione finanziaria approvata in sede UE, mentre la Germania e la Francia non lo sono. Andrebbe immediatamente revocato, se si vuole avere un minimo di ‘forza contrattuale’ a Brussels.

Per le pensioni e l’occupazione, come sosteneva proprio oggi Massimiliano Fedriga nella trasmissione Omnibus (La7) – ottenendo un certo assenso dai politici degli altri partiti presenti – la Riforma Fornero va abrogata perchè impedisce il turn over generazionale e raddoppia il costo del lavoro, mantenendo ultrasessantenni al lavoro mentre i giovani sono inoccupati, il un paese dove il PIL è costituito per il 60% da consumi.

Come creare prodotto interno e occupazione se il mondo del lavoro è ingessato e se molti lavoratori sono anziani e rendono (giustamente) di meno, ma guadagnando (giustamente) di più? Come accelerare la crescita, se questi costi ‘generazionali’ sono scaricati su aziende e servizi, piuttosto che destinarli alla previdenza? Come innovare e rinnovare?
In Germania, l’età media dei lavoratori è calata negli ultimi anni di diversi punti …

E, con l’avvicinarsi delle elezioni, in Italia dovremo trovare risposte sull’Europa stessa se vorremo portare gli elettori alle urne.
Certo l’avere una moneta europea era inevitabile nel momento in cui gli Stati si interlacciano come ‘aggregati continentali’, ma lo sarebbe anche avere un sistema di istruzione, di giustizia, di difesa, di previdenza, di risparmio (Eurobond) unificato.
Invece, ci ritroviamo con un Euro che coincide grosso modo con il Deutsche Mark, mentre gli eserciti vanno per conto loro (vedi attacco alla Libia), la ‘fusion culturale e professionale’ senza un percorso formativo comune è fallita, la giustizia opera nei diversi paesi con – addirittura – diverse nozioni di proprietà privata e di giusto intendimento, la previdenza (e la Sanità) continuano ad impedire la residenza in un altro Stato se si è sottoposti a cure continuative.
Il tutto mentre il numero di europei figli  di cittadini di diversa nazionalità è in forte crescita, come lo è il numero di persone che hanno maturato contribuzioni previdenziali e assistenziali in diversi stati.

A cosa serve l’Unione Europea così com’è, salvo il trading e la valuta? E se tale è, perchè non ‘a due velocità’?
Era questa l’Europa di cui parlavano gli italiani, i francesi e i tedeschi usciti dalla carneficina di due guerre mondiali e di regimi totalitari?

Perchè, tra l’altro, votare un Parlamento UE che non ha voce in capitolo, mentre tutto viene deciso dalle Commissioni UE e dai ministri delle Finanze dei vari Stati?

Qualcuno, mentre litigano tra loro as usual, dovrà pur spiegarcelo …

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