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Ignazio Marino e l’etica medica

30 Ott
La questione etica su Ignazio Marino dovrebbe partire almeno da quando espiantò un fegato da un babbuino per impiantarlo in un paziente umano, di cui ‘lui’  parla con orgoglio ma che, girovagando per la Rete, fu fortemente criticato per gli aspetti etici e clinici come ad esempio sul  Riformista Torinese (link).

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 E c’è il professore Bruno Fedi, medico primario anatomopatologo, “che gli ricorda (ndr. a Ignazio Marino), in una lettera del 24.05.2012, che già nel 1967 il Direttore della Patologia Chirurgica dell’Università Di Roma, Paride Stefanini, aveva effettuato un trapianto di rene da babbuino ad uomo e aggiunge: Risultato disastroso: paziente morto. Conclusione: Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di aver ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento di Stefanini, senza tener conto dei numerosi risultati infausti, precedenti. Fu un tentativo di salvare la vita ad un uomo, usando un organo incompatibile, sapendo che era incompatibile, ma sperando che, con enormi dosi di farmaci immunosoppressori, venisse tollerato dal ricevente.
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Nella lettera del noto medico e professore universitario – pubblicata integralmente da UNA Cremona (link) – si può anche leggere che:Nell’ambiente dell’università, si criticava pesantemente lo Stefanini, per avere effettuato un intervento che non poteva riuscire: tutti lo sapevano, ma Stefanini aveva voluto tentare. Qualcuno disse che era stato un omicidio, benevolmente tollerato dalle leggi. 
Oggi, Ignazio Marino ci racconta, con orgoglio, di avere ucciso un babbuino, nel 1992, 15 anni dopo l’intervento … Quello descritto da Marino è un caso tipico di sperimentazione sull’uomo (perché, negli animali, si sanno i risultati, ma gli stessi sperimentatori sanno che non sono predittivi). La descrizione di Marino è proprio il caso di un uomo, usato come cavia, anzi, come cavia pagante, perché si sapeva che i risultati negli altri animali non erano stati favorevoli e che, in senso generale, non sono predittivi, dunque si è sperimentato sull’unico animale predittivo per l’uomo: l’uomo stesso.
Questo esperimento, questo tipo di esperimenti, rivelano anche una metodica, una mentalità. Marino procede per “tentativi ed errori”, metodo che i vivisettori hanno tante volte sostenuto giusto. Marino sapeva che la cosa che tentava, non poteva riuscire, ma ci ha provato.”
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Per sapere come abbia (non) funzionato l’esperimento ‘umano’ di Ignazio Marino è possibile leggerlo – se si ha stomaco forte – nella cruda pubblicazione scientifica “Baboon-to-human liver transplantation”  che lo stesso Marino con altri pubblicò su Lancet (link) e che racconta cosa furono gli ultimi 50 giorni di vita del suo paziente:

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Anche se è stato rilasciato dalla terapia intensiva dopo un mese, (ndr. il paziente) ha sviluppato diverse infezioni, che hanno reso necessaria la terapia con anticorpi nefrotossici. La più invalidante di queste è stata mixata da Citomegalovirus, Candida, Esofagite e Duodenite, che sono stati sospettati essere la causa di ricorrenti emorragie gastrointestinali dal giorno 27esimo al 39simo e che hanno richiesto 14 unità di sangue trasfuso (ndr. circa sette litri, praticamente come se avvesse perso tutto il sangue e servisse un ricambio totale).
E’ stato coltivato dal sangue lo Staphylococcus aureus (ndr. provoca infezioni suppurative acute) … Enterococcus faecalis (ndr. provoca infezioni del tratto urinario, endocarditi e sepsi) … Aspergillus (ndr. infezione tracheale).
Altre complicazioni, incluse insufficienza renale e dipendenza da dialisi, hanno avuto inizio il 21esimo giorno, che probabilmente sono il risultato della tossicità da più farmaci (sic!) …  fino al giorno 55esimo quando (ndr. il paziente) è stato riammesso in terapia intensiva dopo una recidiva di ittero … il giorno 61esimo è diventato ipotensivo con rigori, ha richiesto l’intubazione. C’erano tracce di coagulazione intravascolare disseminata ed emolisi con un calo della conta piastrinica (ndr. meno 80%) … un aumento di emoglobina plasmatica libera (ndr. 30 volte il massimo) … e un aumento della bilirubina (ndr. del 400%) … durante le successive 48 ore.
Dai giorni 65esimo al 70esimo, il paziente aveva 5 plasmaferesi che avevano ridotto la bilirubina sierica.  Il 70esimo giorno … c’è stata una perdita improvvisa delle maggiori funzioni del sistema nervoso. La TAC ha mostrato una massiva emorragia subaracnoidea (ndr. i cui sintomi includono la terribile “cefalea a rombo di tuono”, vomito, confusione mentale, abbassamento del livello di coscienza e, talvolta, convulsioni) e 6 ore dopo è stato dichiarato cerebralmente morto.”
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Un vero e proprio calvario.
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Avrebbe sofferto così tanto prima di morire per cause naturali? E, soprattutto, se il sistema immunitario degli uomini e quello dei babbuini non sono compatibili, nemmeno utilizzando i farmaci antirigetto più potenti, a quale “terapia”  è servito quell’esperimento dall’esito così devastante oltre che letale?
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Ecco nei dettagli di cosa va orgoglioso Ignazio Marino.

originale postato su demata

Naboth, il Vaticano, l’etica capitalista e gli schiavi moderni

3 Ago

Naboth di Jezreel aveva una vigna vicina al palazzo di Achab, re di Samaria, che gli chiese di cedergliela in cambio una vigna migliore o dell’equivalente in denaro. Ma Naboth si rifiutò di cedere “l’eredità dei suoi padri”.
Così accadde che Jezebel, moglie del re Achab, facesse accusare Naboth di blasfemia e condannarlo alla lapidazione, impossessandosi della vigna alla sua morte. (1Re 21,1-16)

Di questo episodio biblico si occupò un’opera di Sant’Ambrogio (De Nabuthae historia) nel IV Secolo, recentemente pubblicata (La vigna di Naboth) dalle Edizioni Dehoniane di Bologna. Un testo che “che andrebbe caldamente consigliato in particolare a manager, banchieri, imprenditori e politici, nonché inserito nei programmi di studio di economisti e sociologi“, scrive Leonardo Lugaresi sull’Osservatore Romano.

Infatti, Ambrogio opera in un contesto storico in cui la Chiesa tentava di farsi Impero e dovette affrontare la ‘questione sociale’.
Così il Santo milanese si trovò – antesignano – a denunciare la tesaurizzazione («estraete l’oro dal fondo delle miniere, ma subito lo nascondete»), i cartelli di mercato («l’avaro è sempre messo in difficoltà dall’abbondanza dei prodotti») ed i monopoli («la carestia è redditizia solo per l’avaro»).

Ricchezze sterili, secondo Ambrogio, perchè accaparrate ed accumulate: «Ciò che è suo, il ricco lo guarda con fastidio, come roba di poco conto; ma quello che è di altri, lo agogna come ciò che vi è di più prezioso (…) perché chi vuole essere padrone di tutto non può accettare che l’altro possieda qualcosa». Ma … «a che mi servono, se non sono capaci di liberarmi dalla morte?»

Ma soprattutto Sant’Ambrogio si accorgeva già nel IV Secolo che esisteva una sproporzione tra il lavoro (salariato) e le rendite (di posizione), annotando che il «guadagno si misura non con il denaro, ma con la riconoscenza».

Infatti, non possiamo dimenticare che a quell’epoca non pochi cittadini romani divenivano di proprietà più o meno temporanea (ovvero schiavi a tutti gli effetti) a causa dei debiti contratti (nexum) o percchè venduti dal padre in virtù della sua condizione di pater familias.
Diventare debitori insolventi non era difficile (es. il gioco d’azzardo) e, anche se si può pensare il contrario, non si registrò mai una chiara condanna della schiavitù da parte dei Padri della Chiesa.

E questo perchè, già all’epoca di Sant’Ambrogio, questi cittadini resi(si) schiavi temporanei avevano molte più tutele di quanto si creda.
Ad esempio, il padrone poteva destinare gli schiavi ad bestias (lavori pesanti) solo sotto il controllo del magistrato. A partire da Adriano fu vietata la vendita delle schiave ai postriboli e puniti i maltrattamenti loro inflitti dalle matrone.
Uno schiavo abbandonato perchè vecchio o malato aveva diritto alla tutela imperiale ed il padrone poteva essere condannato per la sua morte. Marco Aurelio garantì il diritto di asilo per i fuggitivi presso le statue dell’imperatore, ovvero del Sole Invitto, e nei templi (poi chiese e conventi).

Condizioni non troppo peggiori di quelle di tanti lavoratori dipendenti (il)legali del mondo odierno, vittime di una competizione sfrenata sul costo del lavoro, prima ancora che del traffico di esseri umani e del lavoro nero. Per non parlare del potere delle pubbliche amministrazioni e dei sistemi fiscali in certi stati, dove – se va bene – i cittadini sono essere equiparati ai liberti dell’antica Roma.

Naboth

Tanti manager, banchieri, imprenditori e politici di oggi sono i regnanti e i nobili di una volta, spesso per discendenza di sangue, sempre e comunque se badiamo alla posizione ed al ruolo nella società.

E – ieri come oggi o domani – quale re o quale potente può essere giudicato solo in base alla ricchezza personale senza tener conto anche della riconoscenza del suo popolo /dei suoi lavoratori o clienti /dei propri elettori, che hanno contribuito ‘nella sostanza’ a tale arricchimento?

Demata

P.S. Ricordiamo anche che Roger Williams, il fondatore della colonia americana di Rhode Island e il co- fondatore della First Baptist Church in America, scrisse sulla storia di Naboth in “The Bloudy Tenent”, come un esempio di disapprovazione divina nell’uso (o fomento) del potere politico in materia religiosa.