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La BBC diffonde prove false contro Assad

7 Set

“La propaganda anti-Assad si serve di grandi nomi, tv potenti, accreditate e giornalisti di lustro. E quando i giornali accreditati sono molto seguiti non occorre nemmeno il sensazionalismo tanto demonizzato dai lettori e se una notizia di propaganda è nutrita di sensazionalismo, non importa. L’uomo medio la filtra e la riconosce come “notizia certa.

E’ quello che è accaduto alla BBC, tv inglese seguita in tutto il mondo.” (fonte Coscienzeinrete)

Infatti, la BBC, trasformatasi da mesi in una sorta di strumento di propaganda anti-Assad, ha diffuso un’immagine ‘shock’, affermando che è stata scattata nella città siriana di Hula ed inviata da alcuni attivisti in Siria, a testimonianza dei massacri attuati dalle forze di Assad avrebbe attuato nel suo stesso popolo per sedare le rivolte affamate di “democrazia”.

In realtà, è un falso, come ha denunciato su Facebook da oltre un anno dall’autore, un fotografo free lance.
“E’ un Italiano e si chiama Marco Di Lauro. Quando ha scattato la foto era il 27 marzo 2003 a Al Musayyib, una città iraqena a 40 km a sud di Baghdad.” (fonte Ecplanet)

massacro siria irak di mauro fotografo falso BBC

Qualcuno sta usando illegalmente una delle mie immagini per la propaganda anti-siriana in prima pagina del sito web della BBC“, questo il post del 27 maggio 2012 (link) dove è precisato anche che il reportage di Marco Di Lauro era ‘by Getty Images’, ovvero nel catalogo di una delle maggiori agenzie fotografiche del mondo.

Come sia riuscita la BBC ad affondare nel fango della propaganda bellica è davvero un mistero.

E’ viceversa tutto da chiarire come sia riuscito Gianni Letta ad associarsi allo sparuto gruppo degli stati che accusano Assad senza averne (ancora) le prove.
Specialmente se il nostro Ministero degli Esteri, nella persona di Emma Bonino, e la Santa Sede sembrano avere informazioni diverse e molto più accurate di quante finora sbandierate dall’asse Stati Uniti – Gran Bretagna – Arabia Saudita …

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Obama e la Siria: ultima corvée per i Democratici?

2 Set

Obama dovrà attendere il voto parlamentare per attaccare la Siria, dopo aver baldanzosamente annunciato: «ho deciso che gli Stati Uniti conducano un’azione militare contro il regime siriano», «ho il potere di ordinare l’attacco senza il via libera di Camera e Senato»

Una catastrofica figuraccia, perchè l’iter si concluderà intorno alla metà di settembre e, in caso di rinuncia all’attacco, con grande spreco di carburante che si è reso necessario per trasferire un’intera flotta di fornite le coste libanesi a carico dei contribuenti statunintensi.

La defaillance presidenziale era stata ampiamente annunciata da questo blog, in due post: Egitto, un nuovo flop per la Casa Bianca, dove si riportava la notizia che anche Bill Clinton, in un suo libro in uscita, si è aggiunto a Gove Vidal e Rupert Murdoch nella considerazione che Barack Obama è un incompetente, e Guerra in Siria, tutto quello che c’è da sapere, dove si raccontava del’interferenza saudita, della sua capacità di pressione su Wall Street e Londra e dell’antico vezzo dei presidenti statunitensi di far guerra altrove quando in homeland le cose non vanno bene per la fazione d’appartenenza.

Così, infatti, sono andate a finire le cose, con la Gran Bretagna che ha congelato le velleità belliche di Cameron e con la Francia di Hollande unica e sola nell’appoggiare Mr. President.

Le ricadute globali di questo disastro politico obamiano sono e saranno pesantissime, forse epocali, anche se dovesse riuscire a lanciare i suoi ‘attacchi mirati’ senza subire ripercussioni dalla reazione siriana, senza i ‘danni collaterali’ causati in Iraq, Libia e Afganistan e senza scatenare l’Armageddon in Medio Oriente.

Infatti, quello che viene drammaticamente a cadere è tutto il modello politico democratico e progressista di cui Obama (e Hollande) erano gli ultimi alfieri.

Un approccio internazionale ‘orientato al confronto’ che non ha saputo risolvere la questione Guantanamo, nè quella afgana o quella israelo-palestinese. Che ha visto esplodere drammatiche rivoluzioni nordafricane e mediorientali contro dittatori appoggiati dai poteri mondiali, a tutt’oggi non stabilizzate. Che non ha avviato una politica ‘atlantica’ di superamento della crisi mondiale, con tutte le conseguenze date da una Germania egemone e prepotente. Che ha permesso una notevole crescita dell’instabilità nell’Oceano Indiano e nell’America Meridionale.

Cartoon da Cagle.com

Cartoon da Cagle.com

Una esibizione di muscoli – in Libia come in Siria – decisamente pletorica e controproducente. Questo è uno dei verdetti relativi al presidente Barack Obama, ma non è tutta colpa sua.

Infatti, quale futuro può esserci per l’ideale ‘democratico’ (o meglio progressista), se il mito del Progresso è stato infranto già dalla fine degli Anni ’70? O, peggio, se gli stessi Progressisti hanno provveduto – venti e passa anni fa – a sdoganare la Cina Popolare, la Russia di Eltsin e Putin, il Venezuela di Chavez, la strana federazione indiana della famiglia Gandhi, un tot di regimi islamici e qualche residuale dittatura fascista o socialista?

Che farne del costo del lavoro e dei salari minimi, della sanità pubblica, delle pensioni, del welfare, se il sistema globale necessita, per alimentarsi e fluidificarsi, di ignorare l’elemento fondante una società organizzata, ovvero la solidarietà umana?

Come offrire ‘progresso’ in cambio di ‘tradizione’ e ‘pace’ in vece di ‘cambiamento’, se l’effetto conseguente è ‘meno solidarietà’, ‘meno uguaglianza’?

E come esprimere qualcosa di ‘progressivo’, in una società dove non è il lavoro l’elemento alienante delle nostre esistenze, bensì lo sono i consumi e l’iperconnessione?

Dopo un quinquennio di pessime mosse in politica estera e di tagli continui al Welfare, la figuraccia di Obama – nel suo quasi solitario tentativo di inaugurare una nuova guerra mondiale, sulla base dei soliti e sacrosanti doveri morali – è la ciliegina sulla torta per chi cercasse una riprova che o si ritorna ad uno stato etico e liberale oppure progresso, democrazia e welfare diventeranno sempre più una chimera.

Una questione che coinvolgerà tutti i partiti progressisti nel mondo, già vessati da oscene storie di corruttela o di sliding doors in cui tanti dei suoi leader sono stati coinvolti. Ed, infatti, Hollande si è ben guardato da intaccare l’autorevolezza delle istituzioni francesi e l’accessibilità dei servizi ai cittadini, mentre i ceti popolari metropolitani slittano sempre più a destra in Francia, dopo che alcuni leader socialisti sono transitati con non chalance dall epoltrone di partito a quelle degli organi di garanzia per pervenire, sistemate le cose a modo loro, ai vertici di alcune maggiori holding francesi.

Andando all’italia, dove la sola e solitaria Emma Bonino ha avuto il coraggio di ricordare il ‘rischio di una guerra mondiale’, ci troviamo con l’Obama di casa nostra, Matteo Renzi che si propone insistentemente per la guida del Partito Democratico.

Non è che storicamente il Partito avesse brillato per la presenza di leader nati e cresciuti in una qualche metropoli, ma c’è davvero da chiedersi cosa mai potrà permettergli di chiamarsi ‘progressisti’, se il leader è un uomo, che arriva ‘fresco fresco’ da una piccola città di provincia in un mondo miliardario e globale, che deve la sua sopravvivenza alle vestigia – mai rinverdite o rinnovate – del suo lontano Rinascimento e delle speculazioni finanziarie dei loro antenati?

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Guerra in Siria, tutto quello che c’è da sapere

26 Ago

Usa e Gran Bretagna “pronti ad attacco entro dieci giorni”, ma Mosca avverte che “con intervento le conseguenze sarebbero gravissime” ed ammonisce su una “nuova avventura irachena”. Assad promette: “Li aspetta il fallimento”. Secondo il Daily Telegraph e il Daily Mail, la decisione sarà presa “entro 48 ore”, dopo la lunga consultazione di ieri tra Barack Obama e David Cameron.
La Casa Bianca, per ora smentisce, ma Hollande indirettamente conferma: “Si deciderà entro prossima settimana” e la Bbc ha comunicato che il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ritiene che una risposta all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano sarebbe possibile anche senza l’appoggio unanime del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Intanto, gli ispettori dell’Onu sono alla ricerca di tracce del gas nervino contro gli insorti nell’oasi di Ghouta in Siria, mentre decine di migliaia di curdi siriani e di rifugiati palestinesi si stanno aggiungendo a quanti cercano con ogni mezzo di uscire dal paese.

La dislocazione delle forze militari nel settore è elevata ed il rischio di escalation è notevole.

foto da maritimequest.com

La Royal Navy garantisce una presenza navale massiccia tra cui un sottomarino a propulsione nucleare, la portaerei Hms Illustriuos, la portaelicotteri Hms Bulwark e almeno 4 fregate, oltre alla copertura aerea garantita dalla base Raf ad Akrotiri a Cipro.

Oltre alla presenza della VI Flotta nel Mediterraneo e della forza di intervento rapida dislocata in Sicilia e nella base aerea di Incirilik a Smirne in Turchia, a cui si potrebbero aggiungere i caccia F-16 dislocati in Giordania, gli USA hanno collocato in prossimità delle acque siriane almeno quattro cacciatorpedinieri di classe Arleigh Burke.

La plancia di un sistema AEGIS – da Wikipedia

Questi destroyer sono armati ognuno con 96 missili da crociera Tomahawk, effettivi per bersagli fino a 2.500 km di distanza, ma, soprattutto, dotati  di sistemi AEGIS, per la guerra elettronica, capaci di integrare i vari sottosistemi e far reagire la nave alla presenza di minacce di superficie, aeree e subacquee.

L’Italia ha in Libano la Brigata di Cavalleria ” Pozzuolo del Friuli”,  lì dislocata per l’Operazione Leonte, voluta dal Governo Prodi nel 2006. La Francia è presente con una consistente presenza terrestre (tra cui 16 carri armati pesanti Leclerc ed aviazione leggera ALAT di supporto) e già nel 2006 aveva dislocato le navi anfibie  Mistral e Siroco e le fregate Jean Bart and Jean de Vienne. La Germania dispone di circa 200 uomini, addetti prevalentemente a logistica e intelligence, e di due navi pattugliatrici.

La Russia ha spedito nella sua storica base navale di Tartus, verso il confine siriano con il Libano e di fronte Cipro, almeno una dozzina di mezzi navali, secondo il Wall Street Journal, mentre soli i civili russi presenti in Siria sono stimati in 30.000 persone secondo il Financial Times.

foto da naval-technology.com

Tra queste navi, ci sono la squadra guidata dalla portaerei Admiral Kuznetsov, che trasporta gli avanzati caccia multituolo Su-33 ed elicotteri d’assalto Ka-27, Ka-28, Ka-29, Ka-32 ed è equipaggiata con il sistema antinave Granit, i modernissimi sistemi di guerra elettronica antiaerea Kortik e Klinok, più l’Udav che offre protezione dai sottomarini. Si aggiungono le navi anfibie d’assalto classe Ropucha, l’Aleksandr Otrakovskiy, la Georgiy Pobedonosets e la Kondopoga, con centinaia di marines a bordo, ed una task force che include il cacciatorpediniere antisommergibile Admiral Panteleyev, la fregata Yaroslav Mudry, altre enormi navi anfibie d’assalto,  la  Peresvet, la Kaliningrad, l’ Alexander Shablinaltre e l’Admiral Nevelskoi, più diversi mezzi navali attrezzati per la guerra elettronica come gli incrociatori antimissile classe Slava, i sottomarini classe Tango e Kilo, le corvette classe Grisha e Dergach. Inoltre, è in prossimità l’intera Black Sea Fleet di stanza nel Mar Nero ed, in particolare, come reazione rapida, il 25° Reggimento Elicotteristi attrezzato con almeno venti Ka-27 and Mi-14, il 917 Reggimento aviotrasportato, il 43° Squadrone dotato di 18 velivoli Su-24M e 4 Su-24MR.

Marines russi a Tartus da Globalpost.com

Il ministro della Difesa russo, alla Pravda, ha precisato recentemente che la Russia non intende ritirare un solo uomo dalla base di Tartus, che rappresenta la sua unica opzione nel Mediterraneo e questo chiarisce la posizione di Mosca riguardo la Siria e palesa il timore di essere scalzata dal suo avamposto, nel caso di una caduta di Assad.
Considerato anche che la Russia ha molto investito in questi anni sulla propria flotta e sugli strumenti per la guerra elettronica, la motivazione appare non solo evidente, ma ampiamente plausibile, in un’ottica di delicati equilibri internazionali.

L’Izvetzia di oggi ha pubblicato una lunga intervista con il presidente siriano Assad (link), che ha negato l’uso di armi chimiche e ha accusato l’Arabia Saudita ed i wahabiti di fomentare e finanziare gli insorti. Inoltre, “sono sono stati ottemperati tutti i contratti stipulati con la Russia. E né la crisi, né pressioni da parte degli Stati Uniti, l’Europa e gli Stati del Golfo hanno impedito l’attuazione. La Russia fornisce Siria che cosa ciò che richiede per la sua difesa, e per la difesa della sua gente.
Diversi stati che si oppongono al popolo siriano hanno inflitto gravi danni sulla nostra economia, soprattutto a causa del blocco economico, a causa della quale noi oggi soffriamo. Russia ha agito in modo diverso. Quando la sicurezza nazionale è indebolita, questo si traduce in un indebolimento della posizione economica. E va da sé che il fatto che la Russia fornisce contratti militari della Siria e questo porterà ad un miglioramento della situazione economica in Siria.

Il sostegno politico della Russia, e anche l’adempimento accurato di contratti militari, nonostante la pressione degli Stati Uniti hanno migliorato significativamente la nostra situazione economica.
E, in particolare, parlando di economia, qualsiasi linea di credito da un paese amico come la Russia è vantaggiosa per entrambe le parti. Per la Russia può significare l’espansione dei mercati e di nuove opportunità per le imprese russe, mentre per la Siria è l’occasione per raccogliere fondi per sviluppare la propria economia.”

Se le cose stanno così, almeno a sentirle raccontare ‘dall’altra sponda’, lascia molto perplessi l’annuncio della Casa Bianca di ‘star studiando il modello Kosovo’, visto che si tratta del ‘buco nero’ di tutti i traffici che ci ritroviamo – noi europei – collocato nel bel mezzo dei Balcani, oltre all’infiltrazione islamista che fu solo relativamente contenuta e le stragi etniche che furono perpetrate anche dai ‘liberatori’.

Tra l’altro la Siria ha un esercito di tutto rispetto con circa 300.000 effettivi, oltre 350 caccia MIG di diverso, anche recente, aggiornamento, e 70 Sukoi per l’attacco al suolo, un centinaio di elicotteri d’attacco, una decina di motovedette lanciamissili classe Osa, almeno 2.000 mezzi per la contraerea, oltre 4.000 missili antiaerei spalleggiabili, una cinquantina di mezzi per razzi e missili balistici tattici classe Scud, Frog e OTR-21 Tochka, migliaia di pezzi d’artigleria o lanciarazzi multipli, quasi cinquemila carri armati di produzione russa classe T54/55, T62 e T72.

Il rischio di un nuovo disastro iracheno, stavolta alle porte di Gerusalemme e di fronte a Cipro, è evidente.
In Siria il problema scatenante il conflitto è dato dall’insorgere dei ceti sunniti contro la minoranza alawita che sostiene da sempre la famiglia Assad e come vadano a finire certe spinte moralizzatrici l’abbiamo appena constatato con il tentativo di golpe bianco di Morsi e dei Fratelli Musulmani in Egitto.
Ma la Siria è anche confinante con l’Iraq, non ancora pacificato, con il Libano, che vede una folta presenza di forze UNIFIL ‘ad interim’, con Israele, che non vede di buon occhio “i crociati in Terrasanta’, con la Turchia, dalla quale Erdogan spinge per uno stato confessionale, con la Giordania, dove l’impatto dei profughi e le tensioni palestinesi sono già allarmanti e dove già da mesi è stato inviato il team del Meccanismo europeo di protezione civile inviato da Bruxelles, con alla guida un italiano.

La guerra in Irak contro il dittatore Saddam Hussein si è rivelata un disastro per il popolo iracheno, un buon affare per i petrolieri statunitensi e britannici, un ottimo subentro per qualcuni dei tanti sceicchi miliardari che l’Arabia Saudita partorisce, una bombola d’ossigeno per Wall Street e per l’occupazione occidentale durata un decennio.

La Siria aveva nel 2010 un PIL di circa 60 miliardi di dollari, ha una produzione di petrolio di 522.700 b/g, a fronte di un consumo interno di 265.000 b/g, una buona presenza industriale. Lo sviluppo dell’economia è stato ostacolato dalla collocazione ‘non allineata’ della Siria rispetto alla questione irachena, che condiziona gli scambi con i paesi occidentali. L’incremento dei prezzi delle merci nei mercati globali hanno portato ad un brusco aumento del tasso di inflazione e della disoccupazione.

Dopo il disastro iracheno, la guerra infinita in Afganistan, il caos libico, la dittatura militare in Egitto,  la paralisi del Libano e della Giordania, quale altro pasticcio stanno per combinare Gran Bretagna e Stati Uniti, in territori e culture che – ormai è evidente – non riescono a comprendere e gestire fin dai tempi di Lawrence d’Arabia e delle fallimentari Anglo-Afghan Wars, dopo aver disarticolato il peso di Turchia, Due Sicile e Catalogna nel Mar Mediterraneo.

Un Mediterraneo sul quale si adombrano fosche nubi, non solo per l’instabilità nordafricana o per la questione israelo-palestinese, ma anche e soprattutto per l’interferenza saudita e la sua capacità di pressione su Wall Street e Londra e per l’antico vezzo dei presidenti statunitensi di far guerra altrove quando in homeland le cose non vanno bene per la fazione d’appartenenza.

Intanto, dalla Cina Popolare il ministro degli Esteri, Wang Yi, ricorda a Barack Obama di non potersi permettere di scatenare una guerra sulla base di accuse false, come accade con G. W. Bush, precisando che “tutte le parti dovrebbero gestire la questione delle armi chimiche con cautela, per evitare di interferire nello sforzo generale di risolvere la questione siriana attraverso la soluzione politica”.

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Ancora suicidi. La recessione uccide. Il Governo è allo stallo. I partiti? No comment.

13 Apr

Andiamo verso un week end uggioso, come se il clima quasi volesse anche lui associarsi al profondo dissenso che ormai ha fatto suoi pressochè tutti gli italiani.

La piaggieria di Mario Monti verso i grandi poteri europei e statunitensi, l’ostinazione di Fornero nello stangare lavoratori e bisognosi anzichè supportarli.
L’attesa perdurante di una proposta di Patroni Griffi per limitare la spesa della pubblica amministrazione, quella di Balduzzi riguardo sprechi e disastri sanitari, l’effimera attività diplomatica di Terzi visto cosa accade agli italiani in India.
L’invisibilità di Gnudi, agli affari regionali, o di Barca, per la coesione territoriale, il mancato rilancio. I mancati investimenti che le piccole e medie aziende attendono ancora “buone nuove” da Renato Passera.

Intanto, tutti hanno capito che i mercati vanno male non per colpa nostra, ma della Germania e degli USA che ci scaricano addosso la crisi, sotto forma di “derivati”, “moral suasons”, “incorporamenti”.

Riguardo i partiti, nulla da dire, nel senso che nulla accade. Solo scandali e protervia – il tempo dell’ostinazione è finito – nel mantenere denari, privilegi ed impunità.

Tutto come al solito, insomma. Non proprio.

C’è una lista che sta girando in rete. Una lista che, ahimé, giorno su giorno si allunga.

  • 21/03/2012: Cosenza, 47 anni, disoccupato si spara
  • 23/03/2012: Pescara, 44 anni, imprenditore si impicca
  • 27/03/2012: Trani: 49 anni, imbianchino disoccupato si getta dalla finestra
  • 28/03/2012: Bologna: 58 anni, si dà fuoco davanti all’Agenzia delle entrate
  • 29/03/2012: Verona, 27 anni, operaio si da fuoco
  • 01/04/2012: Sondrio: 57 anni, perde lavoro, cammina sui binari, salvato in tempo
  • 02/04/2012: Roma: 57 anni, corniciaio, si impicca
  • 03/04/2012: Catania, 58 anni, imprenditore si spara
  • 03/04/2012: Gela,78 anni pensionata si getta dalla finestra, riduzione della pensione
  • 03/04/2012: Roma, 59 anni, imprenditore, si spara con un fucile
  • 04/04/2012: Milano, 51 anni, disoccupato si impicca
  • 04/04/2012: Roma Imprenditore si spara al petto col fucile. La sua azienda stava fallendo

Appare davvero impensabile tentare di arrivare alle amministrative per poi prender decisioni, che, a tal punto, non potranno altro che essere attuate in settembre, quando sarà troppo tardi, visto che fino ad allora i suicidi saranno centinaia. Ammesso che ci si fermi ai suicidi.

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Soldi e portaborse ai partiti? Davvero troppi

12 Apr

Alfano, Bersani e Casini hanno fatto in fretta a trovare un accordo sul finanziamento ai partiti, pur di mettere a tacere l’annosa questione ed evitare che, con una legge “seria”, si andasse ad intaccare un piccolo tesoro cui attingono i nostri politicastri.

Infatti, gli scandali Luzi e Belsito, in particolare, hanno dimostrato che i soldi che arrivano ai partiti sono davvero tanti, evidentemente troppi se … addirittura “gli cascano dalle tasche”. Troppi anche e soprattutto perchè non sono collegati ad una attività effettiva, ma solo presunta. Ne è un esempio il PdL che ottenne, anni fa, rimborsi superiori (qausi doppi) rispetto alle spese elettorali sostenute.

Ma i “troppi soldi” non sono semplicemente collegati al “cash”, ma anche, come dimostrano le inchieste correnti, all’enorme quantità di portaborse (spesso pubblici dipendenti distaccati) che “stazionano” nelle nostre Pubbliche Ammnistrazioni senza aver nulla da fare, visto che sono il “raddoppio politico” dell’infrastruttura pubblica che già paghiamo.

Personaggi – ben pagati e foraggiati dalle nostre Regioni, Provincie, Comuni, Enti vari – che spesso sono posti a “monitorare”, “coordinare”, “riferire” riguardo l’attività di dirigenti pubblici qualificati, pur avendo si e no una laurea in legge o poco meno … per non parlare della milionata di autisti, scelti ed assunti “direttamente”.

Queste le vergogne di una classe politica decisamente incompetente che non sa far altro che circondarsi di fedeli incompetenti, spendendo e spandendo pur di mostrare (quello gli resta) i “segni del potere”.

Quanti milioni di euro, in questi anni, non sono serviti ai partiti, ma solo ai portafogli dei politici che ne fanno parte? E quante decine di migliaia di “esseri inutili a se stessi” bivaccano nei nostri Enti, locali e non?

Queste sono le domande a cui Mario Monti dovrebbe dare risposta da mesi, visto che il dicastero dell’Economia è a lui assegnato. Queste le domande che le nostre Regioni – ed i Revisori che le vigilano –  dimenticano di porsi.

Domande alle quali, evidentemente, l’onest’uomo Mario Monti – almeno lui – preferisce non dar risposta.

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Rimborsi elettorali, arriva una riforma miserrima

10 Apr

Finalmente, sotto l’onda degli scandali “eccellenti”, i nostri partiti sembrano essersi decisi a limitare la ruberia dei rimborsi elettorali, che ci vede in testa ai paesi civilizzati, seguiti, a quanto sembra, da una insospettabile Germania.

Infatti, i dati diffusi da Linkiesta – indiscutibilmente “macro” ed inappellabilmente “iper” – dimostrano che, se in Italia “piove, governo ladro”, non va molto meglio la Germania della Grosse Ammucchiata e dell’ex-Cancelliere socialdemocratico Schroeder “prestato” alle lobbies dell’energia.

Finanziamento annuale dei partiti

  • Francia: circa 80 milioni di euro
  • Spagna: circa 80 milioni di euro
  • Germania: circa 330 milioni di euro (Fondazioni)
  • Italia: circa 260 milioni di euro

Stipendi dei parlamentari

  • Francia: circa 7.000 euro
  • Spagna: circa 3.000 euro
  • Germania: circa 8.000 euro
  • Italia: circa 12.000 euro

N.B. al netto di diaria, indennità di residenza, spese di viaggio e trasporto, spese di segreteria, spese per assistenza sanitaria, assegno vitalizio e di fine mandato.

Rimborsi Elezioni legislative

  • Francia: circa 44 milioni di euro
  • Spagna: circa 130 milioni di euro
  • Germania: massimo 133 milioni di euro
  • Italia: oltre 470 milioni di euro (dati 2001)
  • Unione Europea: 1,8 miliardi di euro

N.B. I partiti italiani hanno percepito, nel 2009, 250 milioni di euro come rimborsi elettorali per il Parlamento dell’Unione.

Quali conclusioni possiamo trarne? Non poche e piuttosto specifiche.

Innanzitutto, il doppio sistema di finanziamento – per voti raccolti ed “ordinario” alle strutture politiche – che vige in Italia e Germania è la principale causa di sovracosto della politica, oltre che di sudditanza dell’eletto verso il partito. O gli uni o le altre.

In secondo luogo, non è pensabile che un politico italiano possa godere di un “reddito” mensile triplo o quadruplo rispetto ad un collega tedesco o francese.

Inoltre, sia il sistema delle fondazioni – tedesco ma non solo – andrebbe profondamente rivisto sia, soprattutto, non è nota la situazione immobiliare e mobiliare dei singoli partiti.

Infatti, la “situazione finanziaria” dei partiti (e dei sindacati) non è affatto irrilevante.

Ad esempio, è legittimo che un partito usi i rimborsi per ripianare debiti o pignoramenti? Ed è giusto che i partiti “immobilizzino” – ovvero investano – somme derivanti dai rimborsi elettorali? E siamo sicuri che sia legittimo usare i rimborsi elettorali – che non pochi paesi destinano ai “candidati” – per il finanziamento ordinario della struttura partito?

Di tutto questo non sembra che se ne parli. Anzi, di tutta fretta i nostri (clepto)partiti vorrebbero approvare i “pannicelli caldi”, ovvero un miserrimo decreto che porti la certificazione alla Corte dei conti, che metta i bilanci sul web con indicazione dei finanziamenti oltre 5mila euro e basta.

Il “loro” problema sono i “furti interni”, mica altro …

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Politica italiana? Da scandalo …

10 Apr

Andando a fare il punto della situazione, mentre l’Italia riparte, dopo Pasqua, lo scenario è desolante.

Le indagini che coinvolgono i partiti sono ormai ubique e connotanti.
Guardando a sinistra, gli scandali Penati, Luzi si assommano a quelli della Regione Puglia e Calabria, a quello di Bassolino in Campania, gli scandali che hanno coinvolto i sindaci di Genova, Bari e Bologna, per non parlare di quelli, a luci rosse, che hanno coinvolto il consiglio regionale umbro e la segreteria regionale toscana o del brutto affare che coinvolge SEL in Alto Adige.

Guardando a destra, lo scenario è altrettanto desolante. Dagli scandali “personali” di Silvio Berlusconi agli indagati “eccellenti” come Ghedini e Cosentino, ai misfatti del “cerchio magico” della Lega Nord, alle case romane di Scajola e Tremonti, ai tanti comitati d’affari finiti sotto le lenti della Finanza o della Magistratura.

Per finire al “centro”, dove lo scandalo Enav- Finmeccanica ha visto i media parlare di un coinvolgimento dei vertici dell’UDC, senza, poi, da più notizie.

Per non parlare degli interi comuni commissariati per infiltrazioni mafiose, sia al Nord come al Sud, dove troviamo coinvolti tutti i partiti e dove vengono eletti anche parlamentari di un certo rilievo. O dell’ormai onnipresente coinvolgimento di qualche multinazionale o di qualche sua filiale, corporata, collegata o sussidiaria, in qualche storia di corruzione, che sarebbe più esatto chiamare ancora concussione.

Cosa accadrebbe (accadrà) se la magistratura dovesse emettere nel giro di un mese o poco meno – come accadde per Tangentopoli – un migliaio di ordini d’arresto o richieste a procedere, nel caso di parlamentari?

Game over, così si usa dire in terra statunitense, che di default, politici, se ne intende.

D’altra parte, i compiti prioritari di Mario Monti si sono esauriti: titoli venduti, Unicredit salvata, Finmeccanica ha le sue commesse. Ergo, quel poco che resta dell’Italia è salvo.

Non era possibile fare di più, anche se lo “scherzetto delle pensioni” è stato davvero un “fuori onda” come lo è stata l’assenza dello Stato con l’Appennino sepolto di neve.

E, d’altra parte, non è bene fare di più in questa direzione, la recessività dell’intervento di Mario Monti è addirittura maggiore delle peggiori previsioni, dato che i partiti non hanno provveduto a formulare proposte atte a ridurre il costo della politica e della governance.

Dunque, giusto il tempo di incassare una riforma del lavoro con un giudice a dirimere casi obligui e di lasciar scritta una proposta per riformare la Pubblica Amministrazione, poi, via: governo tecnico a termine per la riforma della politica e voto, al massimo, in settembre.

Legge elettorale, rimborsi elettorali, democrazia nei partiti, superamento della “par conditio” subito e, per quanto riguarda la PA, che Monti lasci una legge da votare (o già votata) e vada bene così.

Non c’è molto tempo: sono ormai tanti, troppi, i mandati d’arresto che la magistratura attende di emettere o di eseguire a carico di politici italiani di vario calibro e territorio.

L’Italia non è a rischio default: quello che può arrivare, da un momento all’altro, è un “game over”, come nel caso di uno Stato che si ritrovi “improvvisamente” privo di istituzioni, vuoi perchè non affidabili, vuoi perchè in conflitto, vuoi perchè rese impotenti.

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