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Scuola, sanità, pubblica amministrazione: niente innovazione senza turn over

1 Apr

Sui nostri Comuni e sui nostri Enti – come nei comparti Istruzione, Università e Sanità – grava sempre più l’effetto di un sistema pensionistico pernicioso per gli equilibri produttivi e sociali dell’Italia.

Se finora eravamo nel campo delle ipotesi e delle prospettive – tutte controverse o controvertibili e soprattutto non lusinghiere – sono trascorsi venti anni dal quel 1994 in cui Giuliano Amato avviò la ‘riforma delle pensioni’ e, neanche fosse un titolo che va a risccossione, è nel 2014 che va a verificarsi il ‘game over’ del sistema previdenziale italiano, per l’introduzione della Riforma Fornero e per l’emersione dello scellerato saccheggio dell’ex INPDAP.

Nel caso della Riforma Amato, possiamo affermare che il nodo viene al pettine proprio oggi, quando si tratta di iniziare a pensionare coloro che hanno effettivamente contribuito per almeno 20 anni. Come anche è ormai noto a tutti che meno di un milione di pensioni di fascia alta, ma incontribuite, ci costano quanto i milioni di pensionati con meno di mille euro al mese.

Parlando della Riforma Fornero, ricordiamoche ai tagli previdenziali e mezzo milione di esodati non sono coincisi altrettanti interventi assistenziali, nonostante queste persone avessero versato contributi per una vita. Inoltre, si bloccano in servizio ben oltre un milione di lavoratori pubblici, oggi ultra54enni e/o in salute non buona.

Andando all’INPDAP, sono i quotidiani che ci hanno informato dei 30-35 miliardi di buco ‘per anticipazioni’ al MEF o alla Sanità e per assorbimento di altre casse in perdita, come sono le  statistiche della stessa INPS che dimostrano lo squilibrio contributivo (e pensionistico) tra dipendenti pubblici  nati prima del 1950 e quelli nati dopo, mentre le statistiche Istat suggerirebbero che gran parte di quei stipendi da 100.000 euro annui e passa, che vorremmo tutti tagliare, rispettino la stessa ‘regola generazionale’.
Come anche dobbiamo annotare che – per stipendio e per pensioni – i soli magistrati sarebbero ‘giustificati’ a compensi così importanti, se facciamo il confronto con le pubbliche amministrazioni degli altri stati europei.

Le conseguenze per i bilanci di istituzioni, amministrazioni e enti è disastrosa.

Ad esempio, quel famigerato patto di stabilità che ingessa le iniziative locali da almeno dieci anni, mentre i bilanci comunali sono gravati da spese di personale per dipendenti assunti 30 anni fa, spesso demotivati da 20 anni di caos amministrativo e, secondo le statistiche, per almeno un terzo in condizioni di salute non buone (dati Istat 2013).
Cosa ne sarebbe dei problemi finanziari di Roma Capitale se il nostro sistema pensionistico permettesse una deregulation parametrata dell’esodo anticipato dopo 30 anni di lavoro, sul genere di quella tedesca?
Trasferendo all’INPS (od a una qualsiasi Versicherung) il costo per il Comune di Roma del 20% dei propri attuali occupati, esisterebbero tutte le premesse per innovare, ristrutturare, assumere e, perchè no, proteggere le aziende di Roma Capitale dalle speculazioni che il ‘mercato’ usualmente mette in atto, se ci sono ‘cadaerini’ da fagocitare.

Un esempio ancor più semplice?
Quanto ci costerebbero Sanità e Università, se pensionassimo buona parte di quegli stipendi da 100.000 euro annui e passa, che gravano sulle stabilizzazione dei giovani e che, soprattutto, ritardano la diffusione in Italia delle conoscenze e delle pratiche professionali introdottesi nell’ultimo trentennio (ndr. a partire da semplificazione, internet e networking).
E quanti giovani laureati potrebbero trovare posto prima dei trent’anni, come sarebbe d’obbligo, nel nostro comparto Istruzione, se permettessimo a chi ha più di 55 anni di pensionarsi con uno straccio di rendita mensile e, magari, dedicarsi alle lezioni ‘private’ o ad opere filantropiche, come da sempre ed ovunque è per i docenti?

Dove attingere per le risorse?
A leggere i giornali, specialmente il Sole24Ore, sembrerebbe che lo Stato Italiano sia in qualche modo debitore di una trentina di miliardi ai lavoratori pubblici che versavano contributi all’ex Inpdap, come è probabile che i conti fatti nel 1994 garantiscano – ancora dopo 20 anni – dei ‘diritti acquisiti’ del tutto arcaici e sostanzialmente iniqui.
Inutile dire che ci sarebbe probabilmente un plebiscito, se i leader sindacali si peritasssero di questionare i lavoratori pubblici sulla disponibilità di negoziare TFR e pensioni in cambio di ‘finestre pensionistiche’.
Del tutto ovvio che, in prospetttiva decennale, il rilancio del Paese sarebbe enorme con un turn over che ci permettesse di innovare (finalmente) tecnolgie e mansionari, oltre a togliere linfa vitale per tanti attempati ‘capibastone’.

Il governo?
Il ministro Maida ha 30 anni e arriva dal moderno mondo della ‘charity’ e dle ‘fund rising’. Renzi e Padoan sanno che le risorse ci sarebbero e che la questione ‘turn over’ andrebbe risolta prima di andare ad elezioni. Il ministro Giannini ne ha forse il doppio della collega Maida e arriva dalla torre d’avorio dell’Università per stranieri di Perugia, che tra i tanti vanti ha avuto quello di non offrire lauree tecniche o scientifiche …

Dunque, ‘yes we can’ … se solo i sindacati e la ‘vecchia guardia’ lo permettessero, dopo aver meditato, magari, sul fatto che la ‘tirata d’orecchie’ di Papa Francesco sul ‘desiderio di potere’ (ndr qualcuno direbbe smania) era tutta per loro.

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Buoni pasto: statali a digiuno

27 Giu

Enrico Bondi, superconsulente del governo sulla spesa pubblica ha individuato uno spreco: i buoni pasto dei dipendenti dello Stato. La spending review taglia il valore dei ticket ristorante per gli statali dagli attuali 7 a 5, 20 euro.

Sono colpiti dal taglio quasi di mezzo milione di lavoratori, tra ministeri ed enti romani più le amministrazioni periferiche provinciali, che – nei due giorni di orario prolungato al pomeriggio – consumano circa 100 buoni pasto annui.

Parliamo, dunque, di un’economia nell’ordine dei 100 milioni annui, per lo Stato, e di una ‘perdita’ per i lavoratori di una trentina di euro al mese, se non vorranno davvero tirare la cinghia o, meglio, portarsi ‘pane e companatico’ da casa.

E qui viene il bello, dato che le aziende hanno il dovere di rendere disponibili dei locali consoni per il consumo dei pasti (anche quelli da casa) da parte dei lavoratori. Tra le ‘aziende’ annoveriamo anche il nostro apparato statale, se lo si considera come datore di lavoro.

Tagliare il buono pasto agli statali comporta un’economia di 100 milioni. Quanto costa, piuttosto, fornire locali consoni ed inventarsi una politica di gestione del personale che a Roma non è di casa oppure, peggio ancora, dover far funzionare lo Stato con tutti gli ingranaggi che brontolano e cigolano più di prima?

E come non chiedersi cosa accadrà nella Capitale, dove una buona parte di questi ticket restaurant vengono spesi in baretti, rosticcerie e ristorantini, che da settembre dovranno fronteggiare minori introiti generali per decine e decine di milioni annui?

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Governo Monti: prime riflessioni sul Programma

18 Nov

«Una riduzione delle imposte e dei contributi che gravano sul lavoro e l’attività produttiva, finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà, sosterrebbe la crescita senza incidere sul bilancio pubblico», ha dichiarato Mario Monti.

Ma cosa significa nell’immediato?

Innanzitutto, meno tasse e meno contributi a carico delle aziende e qualche soldo in più in busta paga, ma a condizione che ci sia un aumento dei prezzi al consumo e della leva fiscale indiretta, oltre che dell’inflazione.
Una misura che, per quanto riguarda la finanza, farà sentire subito i propri effetti, ma che potrebbe impiegare anni per ottenere un effettivo miglioramento dello status dei ceti più bassi e del Meridone tutto.

Non si parla di patrimoniale (Berlusconi non vuole), ma da gennaio arriverà la nuova Imu, Imposta Municipale Unica, che incoporerà anche un’imposta sulla prima casa.
Praticamente, sarà lo stesso salasso, con la sola differenza che l’incasso andrà ai Comuni anzichè allo Stato e, soprattutto, che il prelievo sarà “equamente” diviso tra tutti i cittadini proprietari di immobili, inclusi quelli rimasti disoccupati e quelli che non riescono a pagare il mutuo.

A proposito di pensioni, essendo l’Italia il paese con l’età per il pensionamento di vecchiaia più alta della Germania e della Francia, introdurremo l’età flessibile di pensionamento a scelta del lavoratore fino a 68-70 anni, premiando chi prolunga (sic!), a condizione che il Parlamento voti la rimozione dei privilegi d’annata.
Apparentemente una bella idea, ne riparleremo tra qualche anno quando un esercito di ultrasessantacinquenni (con meno di 40 anni di contribuzione) eserciterà il diritto di restare al lavoro per ulteriori cinque anni, bloccando i pochi spazi che ci sono per i giovani e, soprattutto, il ricambio nel pubblico impiego.

Per il resto, le promesse sono le solite: liberalizzazioni per rendere meno ingessata l’economia, facilitare la nascita e lo sviluppo delle imprese, migliorare l’efficienza dei servizi pubblici, favorire l’inserimento dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro. In aggiunta, l’ardua speranza di riformare il mercato del lavoro, ovvero l’Articolo 18, con CGIL e PD contro.

Ad averci una buona memoria, il programma di Mario Monti sembra, per ora, sovrapponibilissimo a quello del Governo Prodi, insediatosi nel 2006, con l’unica differenza che, forse, non ci sarà opposizione in Parlamento.

Sarà che noi italiani non abbiamo mantenuto le nostre promesse e che ci sono norme e misure cha attendono da anni, sarà per questo che i Poteri Forti ci hanno commissariato, ma la prima impressione non riguarda tanto “lacrime, sangue e sacrifici”, quanto il solito problema italiota che “se non è pan cotto è pan bagnato”.

Ci aspettavamo qualcosa di più, dal superamento di un sistema di bilancio, che è un colabrodo, all’urgente rimozione dell’attuale classe dirigente pubblica, un esercito di “Yes Men” affermatisi per cooptazione. Ma non se ne parla, se non richiamando tutti al “senso dello Stato”.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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Il rebirth italiano parte da Tocqueville

15 Nov

Per salvare l’Italia dalla finanza trasformista e cleptocrate non c’è altro da fare che affrontare la mission impossible di superare, o quantomeno aggiornare, i Regi Decreti in materia contabile (1886, 1924), ancora in parte vigenti o riassorbiti. Vennero strutturati per contrastare il trasformismo e la corruzione, sono una infrastruttura obsoleta, inefficiente e facilmente “hackerabile”.

In realtà, pur imitando il modello francese, sono una grande ingessatura che dilaziona impegni e spese, funzionalmente alla cassa disponibile (grandi opere sabaude) ed alle esigenze del consenso (fascismo).
Cose che nei nostri tempi, oltre a produrre sprechi e desviluppo, causano anche un bel po’ di interessi passivi. Inoltre, le ripartizioni determinate dai Regi Decreti non coincidono con le categorie (UPS) determinate dall’Unione, trasformando il nostro bilancio in un’enorme matrioska.

Basti dire che un decreto di spesa del MIUR (che è uno dei ministeri più “trasparenti”) impiega dai 2,5 ai 5-6 anni per essere speso (pervenuto come servizio al cittadino), rendicontato, monitorato.
E’ un sistema che crea debito “di per se” che la Francia, democratica e di sinistra, riesce a contenere solo a prezzo di una diffusa tecnocrazia e di un mastodontico corpo ispettivo.

Mi chiedo perchè un tecnico della levatura di Mario Monti, noto per il suo pragmatismo e per la sua indipendenza da dogmi e scuole di pensiero, non  abbia già annunciato l’esigenza di un limitato staff tecnico, proveniente dai servizi e non solo dalle accademie, che produca i testi delle riforme, mentre i ministeri amministrano ed il parlamento vaglia ed emenda (si spera poco).

Una governance da manuale, “tale e quale” a quella che uscì dalla prima riunione nella Sala della Pallacorda, come riporta Tocqueville. In gergo ingegneristico, un “rebirth”, invece che un “default”.
Bella parola vero?

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Lacrime e sangue? Si, grazie

15 Nov

A 48 ore circa dall’investitura di Mario Monti, ancora non si vedono risultati e neanche promesse, proposte e prospettive.

Anzi, dai nomi circolati per il Totoministri alla Roadmap delle riforme da farsi, regna l’incertezza più assoluta.

Eppure, era ben prevedibile che i cittadini avrebbero diffidato di una geronto-tecnocrazia, che il Parlamento fosse lo stesso di quelo che ci ha rovinati a tal modo, che i Sindacati non volessero sentir parlare di almeno un terzo delle cose che sarebbero da farsi, che l’attuale classe dirigente sarebbe capace di mandare in malora anche un rigo di leggina.

Come anche, ci si aspettava che, con una situazione così sedimentata, i “salvatori dell’Italia” avessero non solo le idee chiare, ma anche un piano, un progetto, un programma.

Per ora nulla e non a caso mercati e cancellerie dubitano e traballano.

Intanto, Mario Monti continua a “parlare chiaro” senza soddisfare nessuno: «Appoggio dei partiti o rinuncio. L’orizzonte è il 2013: sacrifici sì, mai parlato di lacrime e sangue».

Che senza l’appoggio delle segreterie di partito non si andasse da nessuna parte era scritto nelle cose e nei fatti: forse andava precisato subito, cercando nel popolo esausto l’unica garanzia che possa arrivare ad un governo tecnico.
Quanto alle “lacrime e sangue”, è davvero sicuro il Presidente del Consiglio in fieri che non sia proprio questo che vogliono sentire i cittadini “indignati”?

Dunque, c’è un solo dubbio che attanaglia mercati e cancellerie: Mario Monti, galantuomo e finissimo manager, ha anche le qualità che servono per governare “a furor di popolo” e “nonostante la Casta”?
Probabilmente si, ma faccia presto a dimostrarlo.

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Monti: le anticipazioni sul programma

13 Nov

Chi segue da tempo il Presidente Giorgio Napolitano si è già accorto del suo mettere le mani avanti, appellandosi alla “coesione sociale”, vista la piega che sta prendendo la nomination dell’esecutivo Monti fino al 2013. Coesione sociale sta per “coesione generazionale”, naturalmente, non c’è bisogno di dircelo.

Del resto, l’esordio di Mario Monti non è stato certamente dei migliori: “La crescita necessita di riforme strutturali per togliere i privilegi di quasi tutte le categorie sociali”. Privilegi di quasi tutte le categorie sociali? Si provi a chiederlo ai milioni di lavoratori dipendenti italiani nati dopo il 1950 …

Ed a conferma di cosa stia per capitarci tra capo e collo, ecco le anticipazioni dell’ANSA.

“Quanto alle pensioni, l’approccio potrà essere ‘laico’. Perché se l’innalzamento dell’età è un processo in corso, e forse potrà essere accelerato andando a toccare soprattutto l’anzianità.” Bella equità, quella di costringere la “solita” generazione degli Anni ’80 a lavorare per 45 o 50 anni, solo perchè le pensioni d’annata non si toccano e per i giovani non si vogliono certezze.

“Avanti tutta su liberalizzazioni, privatizzazioni e piano di dismissioni.” Una bella svendita di Finmeccanica ed Eni, proprio quello che ci serve.

“Bandita qualsiasi idea di condono o sanatoria, l’obiettivo sul piano fiscale potrebbe essere un alleggerimento della pressione su lavoratori e imprese, compensata da un intervento sui grandi patrimoni, da una reintroduzione dell’Ici, come più volte suggerito dalla Banca d’Italia, e da una stretta sull’evasione.” Reintrodurre l’Ici sulle prime case significa prelevare soldi, e relaltivamente tanti, dalle tasche dei lavoratori, magari mentre stanno ancora pagando un mutuo lievitato d’interessi … che alleggerimento, perdinci! E che dire della “stretta sull’evasione”, ovvero lotta alla corruzione, alla falsa fatturazione ed al riciclaggio delle mafie … ci credete voi?

“Una squadra che avrà scelto personalmente, nome per nome, andando a pescare nelle eccellenze accademiche e fra le personalità autorevoli che il Paese, da sempre, è capace di esprimere.”  Tecnocrati e “da sempre” …

“E’ prevedibile che i licenziamenti facili, intesi come attacco all’articolo 18, escano dal menu delle priorità, è altrettanto probabile che comunque si cerchi una soluzione.” Probabile, comunque, si cerchi, soluzione … traduzione: non faranno nulla, i diktat dei sindacati non sono discutibili …

Ricordate quei disastrosissimi programmi del WTO, attenti solo a non mutare gli equilibri ed a mantenere parametri fissati altrove? Non vorrei che dalla padella fossimo caduti nella brace.

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Monti: un governo che nasce vecchio

13 Nov

Arriva il Governo Monti e, se queste sono le premesse, difficilmente potrà andare bene, trascorse le prime “risistemazioni” che logica, mercati ed Europa ci chiedono.
Tecnocrati e, per giunta, in larga parte nati prima del 1950: non è da questo fronte che potranno arrivare le riforme di cui ha bisogno l’Italia.

Una geronto-tecno-crazia, speriamo non siano anche “clepto” come quelli di prima …

Si achiaro che questo blog è da oltre un anno favorevole alla soluzione tecnica e la fiducia in Monti è di vecchia data, ma, certamente, non ne verremo fuori con gli arzilli vecchietti che non hanno permesso, in 30 e passa anni, che uno solo dei loro allievi di un tempo potesse emergere e dire la sua.

Obama ha fiducia nella “nuova Italia”, ma, come sanno tutti, Mr President non ne sa granchè di esteri e di politica internazionale.

Per dubitare, basterebbe far caso all’età anagrafica del nascente Governo Monti, che conferma come in Italia i nati dopo il 1950 non debbano mai avere voce in capitolo.

Forse perchè avulsi dallo spirito di fazione che, da sempre, ha animato i nostri arzilli vecchietti. O, forse, semplicemente perchè eravamo portatori di un mondo più semplice e più equo. Oppure, semplicemente perchè, con la gerontocrazia che domina questo paese, i migliori cinquantenni italiani vivano all’estero oppure si siano ritirati in buon ordine.

Non convince proprio questa scelta geronto-tecnocratica anche per il motivo che, per manovrare l’Italia in questo cul de sac, servirebbero meno guru internazionali e più tenici provenienti dai servizi al cittadino, che hanno il polso dela situazione a prescindere dai numeri e dalla bontà dei monitoraggi.

Al di là della faciloneria con cui gli USA e media stanno affrontando la questione, è, però, un altro il motivo che dovrebbe renderci cauti verso la “disinstallazione” di Berlusconi e “l’implementazione” di Monti: non ci sarà il tempo per rimuovere gli attuali e disastrosissimi direttori generali e dirigenti apicali (non tanti, 2-3.000 persone al massimo), frutto di una selezione ventennale fondata sul populismo e sul pressapochismo, oltre che sulla cooptazione.

Infatti, Mario Monti, anche a causa dell’età del suo governo, arriva senza una squadra di dirigenti tecnici (ne basterebbero poco più di un centinaio) e, prevedibilmente, dovrà surrogarli con esperti provenienti dalle Università o dagli apparati europei.

Facile immaginarne il successo …

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