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Tagli alla Rai, Grillo contro Renzi. Ma c’è qualcosa da sapere

19 Mag

Consultando la Guida Rai scopriamo che ha 15 canali televisivi in chiaro e sei radiofonici.
Sono Rai1, Rai2, Rai3, Rai4, Rai5, RaiMovie, RaiPremium, RaiGulp, RaiYoYo, RaiStoria, RaiScuola, RaiNews24, RaiSport1, RaiSport2, Rairadio1, Rairadio2, Rairadio3, Rai Isoradio, Rai GR Parlamento, Raiweradio6, Raiwebradio7, Raiwebradio8.

Ma quella che tutti credono essere la televisione commerciale di Stato italiana è una società per azioni, concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia, i cui rapporti sono regolati da una convenzione triennale che scadrà il 6 maggio 2016. È una delle più grandi aziende di comunicazione d’Europa, il quinto gruppo televisivo del continente a corrispettivo di ampia fascia  della popolazione italiana che vede quasi solo Rai e non ha mai navigato su internet.

Sulla piattaforma digitale terrestre in chiaro, i canali del gruppo Rai ottengono il 6,78% di share, mentre i canali del gruppo Mediaset il 6,51%; nella piattaforma satellitare, invece, Rai quasi ‘scompare’ e i gruppi preferiti sono Discovery (5,43% nelle 24 ore), Sky (4,99%), Fox (1,64%).
Semimonopolista a casa propria, un nano in termini internazionali.

Lo sperato accesso al ‘mondo’ tramite l’upgrade satellitare è venuto meno, in questi vent’anni, per la carenza di una produzione autonoma di cartoon, di documentari, di serie televisive avvincenti, di un reale supporto alla musica italiana, che anche su Youtube ha una presenza ‘povera’.

Radio Televisione Italiana Spa è un’azienda prettamente romana, con sedi in ogni capoluogo di regione e provincia autonoma e un vasto numero di sedi di corrispondenza dall’estero dove lavorano stabilmente diversi giornalisti , ma gran parte dei Centri di produzione televisiva sono nella capitale italiana con le sedi di via Teulada (8 studi) e Saxa Rubra  (14 studi), più i sei Studi Dear, il Teatro delle Vittorie, l’Auditorium del Foro Italico. Società controllate sono Rai Pubblicità, RaiNet, Rai Way, Rai World, Rai Cinema, 01 Distribution; società collegate risultano San Marino RTV, Tivù, Auditel, Euronews.

La corresponsione di una quota del canone televisivo (imposta)  alla Rai Spa da parte del governo in carica dovrebbe essere determinato dal rispetto del Contratto di servizio, che prevede:

  • Articolo 2.3 “La concessionaria è tenuta a realizzare un’offerta complessiva di qualità, rispettosa dell’identità, dei valori e degli ideali diffusi nel Paese, della sensibilità dei telespettatori e della tutela dei minori, rispettosa della figura femminile e della dignità umana, culturale e professionale della donna, caratterizzata da una ampia gamma di contenuti e da una efficienza produttiva”
  • Articolo 3.1 La Rai riconosce come fine strategico e tratto distintivo della missione del servizio pubblico la qualità dell’offerta ed é tenuta a … improntare, nel rispetto della dignità della persona, i contenuti della propria programmazione a criteri di decoro, buon gusto, assenza di volgarità, anche di natura espressiva”
  • Articolo 12.4 “La Rai si impegna affinché la programmazione dedicata ai minori … proponga valori positivi umani e civili, ed assicuri il rispetto della dignità della persona e promuova modelli di riferimento, femminili e maschili, egualitari e non stereotipati”
  • Articolo 13.6 La Rai si impegna a collaborare, con le istituzioni preposte, alla ideazione, realizzazione e diffusione di programmi specifici diretti al contrasto e alla prevenzione della pedofilia, della violenza sui minori e alla  prevenzione delle tossicodipendenze”

Da quello che vediamo da anni in televisione, parlare di pieno rispetto del contratto da parte di Rai spa è davvero difficile.

Ovvio che vada a finire che il bilancio di Radio Televisione Italiana  è una frana, tra inandempienze al contratto e cittadini che si rifiutano dal pagare il canone e tra le folli spese (senza dimenticare lo strabordante organico ed i super-compensi) di quella che è una televisione commerciale con vip, star e tanti lustrini.
Il dato per il 2014 è di 350 milioni di debiti che saranno ripianati con le tasse degli italiani, onde  – soprattutto – evitare all’elefantico apparato radiotelevisivo romano di subire tagli occupazionali e qualche dismissione.

E’ evidente che chiunque voglia un’Italia diversa dall’attuale, voglia anche una televisione pubblica con meno sprechi e meno pubblicità, con programmi adatti ai bambini e a chi voglia apprendere od informarsi, che non trasformi le donne in soubrette sboccate e gli uomini in machos tracotanti, che è non ‘talmente pubblica’ da dover usare troupe esterne persino per le partite di calcio che si giocano a Roma.

Detto questo, sarebbe da capire perchè, se il governo vuol mettere mano a questa annosa e vergognosa questione, arriva Beppe Grillo e ci annuncia che “continua il saccheggio di un bene comune e adesso tocca alle infrastrutture della tv pubblica. … Tutti restano sul vago…”cominceremo solo col vendere un 40% di quote di Raiway…” e poi “faremo un nuovo piano industriale…” e ancora: “anche negli altri paesi si privatizza”, con l’immancabile citazione finale della BBC.”

Bene comune?
Ma se lo stesso Grillo, due mesi fa, strillava all’Ariston di Sanremo che «la Rai è la responsabile del disastro di questo Paese», «La Rai è un servizio pubblico? Vi sembra un servizio pubblico un’azienda che perde 7,8 milioni nel 2010, 7,5 nel 2011 e quasi 5 milioni nel 2012. Adesso la Corte dei Conti ha detto state spendendo troppo, dovete abbassare i costi».

E, poi, sul proprio portale, sotto il titolo #BeppeaSanremo2014, precisava: «Il bilancio della RAI al 31 dicembre 2012 si è chiuso con una perdita di 250 milioni di euro. Il bilancio del 2013 dovrebbe chiudersi con una perdita che sfiora i 400 milioni di euro». «Per il festival di Sanremo in tre edizioni (2010/2011/2012) la Rai ha perso circa 20 milioni di euro».  «In sintesi l’andamento dei costi, risulta ancora nettamente superiore ai ricavi pubblicitari con negativi riflessi sul Mol (margine operativo lordo) aziendale; è necessario pertanto che vengano adottate adeguate iniziative volte a conseguire una più significativa razionalizzazione dei costi».

E quali iniziative se non l’afflusso di nuovi capitali, privatizzando una quota di minoranza di Raiway, e un piano industriale che concentri risorse e potenzialità?

Intanto, prendiamo atto che Beppe Grillo in meno di tre mesi è passato dal considerare la Rai ‘responsabile del disastro di questo paese’ a ‘bene comune’ e … che – anche per quest’anno – la cara tivù ‘italiana’ ci costerà qualche soldo in più del dovuto.

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Fuori dall’Europa, c’è solo l’Italia del declino

19 Mag

L’Italia, nel 2010, era calata all’8° posto per import-export nel mondo, con una quota del 3% a livello globale.
Una potenza mondiale, dirà qualcuno, che ha un peso commerciale tale da potersi permettere una valuta autonoma, una moneta nazionale.

Il punto è che dalla Germania importiamo quasi il 16%, ma esportiamo solo il nostro 11% (pari ad un mero 5,5% se visto come import tedesco), a beneficio delle regioni del Norditalia, ovvero il 13,1% dell’export veneto, il 23,6% dell’export del Piemonte, e il 14% di quello lombardo.
Un export tedesco che è passato, dal 2000 al 2011, dal 33,4 al 50,1% del Pil, grazie alla crescita dell’export verso la Cina Popolare dall’1 a oltre il 6% tra 2000 e 2011, specialmente a discapito dell’Italia.

Aggiungiamo che l’Italia esporta l’11% verso la Francia da cui importa l’8% dei prodotti, cioè è il secondo fornitore commerciale dei francesi, mentre risulta quarto come cliente.
I flussi verso/da gli altri paesi europei dell’Eurozona sono poco rilevanti (entro il 3% del prodotto movimentato dall’Italia, salvo la Spagna al 5-6% di import-export), più interessanti i flussi mercantili verso Gran Bretagna, Svizzera, Stati Uniti, ma messi insieme non vanno oltre il 20% del totale del nostro import-export.

In parole povere, per la Germania siamo commercialmente ininfluenti, ma i loro mercati sono determinanti per il Norditalia, mentre la Francia tutto può permettersi fuorchè un’Italia che vada ad incrementare l’inflazione o la disoccupazione dei francesi.
Per Gran Bretagna e Svizzera, viceversa, un’Italia fuori dall’Eurozona potrebbe non dispiacere affatto, visto che parliamo ancora del secondo paese manifatturiero d’Europa, ma, se Piazza Affari è ormai almeno al 36% di fondi stranieri, c’è davvero da andare cauti.

E’ evidente che uscendo dall’Euro le ripercussioni da parte di Francia e Germania sarebbero significative, come lo sarebbe la fuga dai nostri bond che esploderebbero negli interessi provocando il crollo del nostro debito, mentre sarebbe davvero da capire quanto la Gran Bretagna e altri cointeressati ci attendano a braccia aperte.

La causa dei nostri mali?
Innanzitutto, il rapporto lira-euro che si è rivelato troppo favorevole, cioè ottimo all’inizio e pessimo dopo. Un errore di valutazione di Romano Prodi che ci è costato molto caro.

Poi, c’è il federalismo mai attuato a livello di fiscalità e di servizi, come anche la ristrutturazione del ‘capitalismo di Stato’ (a partire dall’Inps e da Cassa Depositi e Prestiti) e l’innovazione e semplificazione dell’apparato pubblico.  E qui, se la sinistra ha delle resposabilità gravissime, è anche vero che Berlusconi non ha affatto tentatodi fare le riforme che aveva promesso.

Infine, l’insano impulso alla decrescita, al downgrade, che gli italiani dimostrano ogni qual volta ci sia da crescere, da far vanto della propria nazione, di mettersi in gioco con gli altri paesi.
Ad esempio, voler uscire dall’Europa proprio mentre arrivano le ‘moral suasions’ che potrebbero aiutare gli italiani onesti a riportare l’Italia sul binario del futuro.

Pareggiare un bilancio, pagare le pensioni quando promesso, tenere le tasse al minimo possibile, permettere alle comunità locali di organizzare scuola e sanità entro parametri nazionali/europei, avere dei servizi che sostengano e non intralcino le aziende sane, treni e bus puntuali, strade sicure … l’Europa è questo.
Fuori dall’Europa, c’è solo l’Italia che già conosciamo.

Meglio un uovo oggi che una gallina domani? E dopodomani chi farà l’uovo?

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Stalin, Hitler, #vinciamonoi: ecco Grillo e le sue 5S. Appello al voto

18 Mag

Non voto spesso e ritengo che ogni sistema diverso dall’uninominale secco sia deformante e cooptante: a mio modesto avviso, ogni altro sistema elettorale somiglia troppo ad una struttura multilevel alla quale  – festosamente o furiosamente – aderisce chi considera la politica per le ‘parole’ e non per i ‘numeri’, con il presupposto che le parole possano dimostrarsi chiacchiere e fantasie, mentre i numeri corrispondano, viceversa, a fatti e guai reali.

In realtà, siamo convogliati in un sistema ultrasemplificato di bipolarismo, affinchè la maggioranza non sia eterna (vedi Democrazia Cristiana in Italia) ed affinchè l’opposizione sia abbastanza folta e compatta da condizionare il governo ed avvicendarlo.

In parole povere, in condizioni normali ed in qualuque nazione, i veri elettori non sono quel 30% dei votanti ‘fedele alla linea’ – questi determinano SOLO le gerarchie interne dei big di partito – non almeno quanto quel 10% che di volta in volta ‘si sposta’ e quell’altro 20% che mediamente non vota, ma talvolta lo fa. Un altro 10% circa è costituito da astensionisti duri e puri.

In tempi di crisi – è importante saperlo – vanno a cambiare due parametri: una parte degli elettori ‘fedeli alla linea’ si astiene e in minor numero migra verso un altra coalizione od un movimento di protesta, mentre il fronte dell’astensione si incrementa a dismisura.
Il risultato che ne viene dalle urne è paradossale: da un lato le coalizioni dei partiti ‘storici’ subiscono una flessione naturale proporzionale al numero dei ‘fedeli alla linea’ astenuti, dall’altro lato emerge un movimento politico di protesta che – apparentemente – ha la forza per ribaltare il tavolo, ma – in realtà – corrisponde a meno di un sesto dell’elettorato, ovvero  è fortemente minoritario.

E’ un fenomeno che noi italiani dovremmo conoscere bene, vista la nostra storia parlamentare che ha sempre accolto una tale percentuale, tra formazioni estreme di destra e sinistra, Lega e Italia dei Valori, fino alle 5S di oggi.

Piuttosto, sempre la ‘politica dei numeri e dei fatti’ ci racconta che perchè avvenga un effettivo cambiamento deve emergere un movimento politico che attragga tecnici, quadri, bassa dirigenza, media imprenditoria, professionisti, ovvero chi già si occupa di far funzionare le cose, è in grado di valutare cause ed effetti, può articolare proposte con senso ed esperienza.

Dicevo del voto, di quanto sia prezioso e di come possa essere sprecato, perchè stamattina mi son svegliato e … ho trovato l’invasor.

ehila beppe

“Bisogna ringraziarlo Stalin. La guerra contro i nazisti l’ha vinta lui.  Schulz (ndr. il candidato premier socialdemocratico per l’Europa), vedi di andare affanculo…”. “Dicono che io sono Hitler. Ma io non sono Hitler…sono oltre Hitler!” “Se non ci fosse il M5s adesso ci sarebbero i nazisti. Il nostro populismo è la più alta espressione della politica” “La Digos è tutta con noi, la Dia è tutta con noi, i carabinieri pure.”  “Siamo scesi in piazza per vincere e vinceremo queste europee con il 100 per cento”.

Riepilogando, secondo lo stesso comico genovese:

  1. Josip Stalin fu un benerito della Storia,
  2. Beppe Grillo è un ultra-Hitler,
  3. le persone che aderiscono alle 5S sarebbero divenute naziste senza il movimento da lui fondato,
  4. la polizia politica e l’antimafia più i carabinieri sono fidelizzati da un movimento politico.

Stamattina mi son svegliato e (bella Ciao) … ho trovato l’invasor, cos’altro dire?
Poi, però, mi sono ricordato dell’ultima frase di Beppe, un grande comico davvero: “Vinceremo queste europee con il 100 per cento” …

Le 5S non sono in coalizione con altri partiti europei e, grazie a questo, otterranno un minore numero di eletti, in proporzione, rispetto ai partiti che si sono coordinati …
Se c’era un sistema per NON vincere è proprio questo.

E dai media arrivano conferme che fosse uno scherzo anche l’adesione alle 5S delle forze dell’ordine, perchè “le forze dell’ordine non stanno dalla parte di nessun partito o movimento, ma dalla parte delle Istituzioni e della legalità” (Coisp) e perchè “le forze dell’ordine difendono tutti i cittadini a prescindere dal loro orientamento politico e sono il baluardo su cui si fonda la sicurezza della nostra Nazione” (Copasir).

Un gran burlone, quel diavolo di Beppe, che non di rado eccede.
Peccato che – finito lo show – ci sia chi lo prenda per serio anche quando scherza.

 

P.S. Dimenticavo … se c’è chi rievoca Stalin e le SS … ANDATE A VOTARE !!!

leggi anche I sette punti per l’Europa dei Cinque Stelle: oltre il nulla, solo protesta?

leggi anche Cinque Stelle va in Europa: tutti i candidati. Sono credibili?

 

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Cinque Stelle va in Europa: tutti i candidati. Sono credibili?

16 Mag

Giorni fa si concludevano le votazioni on line per individuare i candidati del Movimento 5 Stelle alle elezioni Europee. Al secondo turno avevano votato in 33.300, esprimendo 91.245 preferenze.

Trentamila o poco più, questa la base dei ‘grillini attivi’. Nulla di più, tutto qui.
Molto meno dei fedelissimi dei partiti ‘tradizionali’: ecco svelato uno dei bluff di questa campagna elettorale urlata e strillata senza argomenti sensati che attraggano per davvero gli elettori al di là dell’essere fedeli o infedeli al richiamo della Politica.
Poche noci nel sacco fan tanto rumore, sarà il numero degli astenuti e dei voti dispersi a dirci quanto poche fossero.

Le informazioni fornite dai candidati sul portale di Beppe Grillo (Dati Candidati Cinque Stelle) ci raccontano un’età media di 37,2 anni, pochissimi candidati che arrivano dalle grandi aree urbanizzate del Paese e tanti dalla provincia, un numero rilevante di candidati che sono cresciuti professionalmente nei settori del marketing e della finanza, come della progettazione europea, un tot di italiani che il suolo patrio l’hanno lasciato già da anni, tante partite iva, più il solito codicillo di insegnanti e sanitari.

Candidati scelti da circa 33.000 persone, ampiamente filtrate ‘per proteggersi dai troll’, e, a leggere quel che raccontano di se stessi, c’è da rimanere davvero stupiti, se si tiene conto di cosa Beppe Grillo urla contro la ‘politica tradizionale’.

Beppe Grillo, all’entrata della sede di una nota banca giorni fa: “Questa è la mafia del Capitalismo”.

Eppure in lista ci sono Bianca Maria Zama e Mara Ziantoni – ambedue di Albano Laziale, ma questi sono i rischi del televoto – che lavorano proprio per il ‘nemico grillino ante litteram’, le banche e le agenzie di rating, con mansioni di auditor finanziario e di responsabile territoriale. Anche Matteo Della Negra da Grosseto è in banca specializzato in mercati finanziari internazionali e prodotti derivati, mentre Tiziana Beghin da Castelnuovo Bormida si occupa di Mind Business e consulenza alle aziende per lo sviluppo del business attraverso il miglioramento delle persone ed il miglioramento dei loro soft skills.
O anche Roberta Cecchin da Parma, Responsabile Customer Satisfaction di un Gruppo Bancario Internazionale o Cristiano Zanella da Trento, esperto in Administration & Finance Direction. Oppure di Fabio Bottiglieri da Civitanova Marche, già nel consiglio d’amministrazione  ICM Forex Spa di Milano e Amministratore Unico IFS spa di Civitanova Marche, più volte vincitore del premio Assoconsulenza “Le tre frecce d’argento della finanza”. E Marco Savari, un giovane toscano che vive a Madrid, responsable dei mercati del Nordafrica e del Medio Oriente per una multinazionale.
Fino a Marco Zanni da Lovere, che arriva dal dipartimento di Investment Banking di Banca IMI, dove si è occupato di credito, della ristrutturazione del debito, di fusioni e acquisizioni e infine di strutturazione di emissioni obbligazionarie (bond) per aziende italiane …

Amici del giaguaro direbbe Beppe Grillo?

“Oggi voterò per le candidature . Mi aspetto di non trovare assistenti parlamentari. Candidare assistenti sarebbe come candidare ” (deputato Cinque Stelle Walter Rizzetto)

Eppure, in lista c’è Pasquale Casmirro da Campobasso, che ha operato in una società del settore creditizio ed è impiegato presso il Caf Cisl Lazio, ente di un sindacato confederale. Ci sono dei ‘professionisti della politica’ come Simona Suriano da San Giovanni la Punta, che indica  il Gruppo Parlamentare M5S Assemblea Regionale Siciliana (ARS) per datore di lavoro, come Ignazio Corrao da Alcamo, che lavora nell’ufficio legislativo dei M5S siciliani, e come, Stefano Girard da Bussoleno, che partecipa attivamente nel Movimento No TAV fin dal 2005, che vuole spazzare via questa classe politica, ma lavora come Collaboratore Parlamentare (portaborse?) del M5S presso il Senato della Repubblica. Lo stesso per Giorgio Burlini da Padova, che però si definisce un libero professionista, come anche Fabio Massimo Castaldo di Roma, che si dichiara libero professionista con esperienze lavorative dall’aprile 2013 come Collaboratore legislativo della Portavoce al Senato Paola Taverna.
C’è Francesca Nicchia che è economista presso l’Area/ex-Segreteria al Bilancio della Giunta Regionale del Veneto nella certificazione della legittimità della spesa per progetti cofinanziati dalla Commissione Europea tramite il Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale. Per arrivare a
Bruno Giulio Andrea Misculin,  uno degli organizzatori del VDAY1 e del V2-DAY a Milano, assistant-organizer del Movimento e “in preparazione di un “corso” sugli handicap (situazione, diritti, per che cosa lottare…) per i consiglieri M5S” …

Ma la cooptazione e la politica come ‘professione’ non erano i massimi difetti della Casta che proprio gli elettori dei Cinque Stelle vorrebbero abbattere?

“Gianni Letta fa il nipote di professione”. (Beppe Grillo)

Nelle liste a Cinque Stelle, aprendo la questione politica e professioni, scopriamo che c’è Isabella Adinolfi da Salerno che si candida come “Grillina itinerante per motivi lavorativi e personali: dopo un’esperienza a Lisbona ho deciso di partire per Bruxelles per intraprendere un’avventura imprenditoriale” . E’ già sul posto, insomma.
E c’è anche Nives Gargagliano da Mestre, una signora ex Consulente presso la società Arthur Andersen MBA S.r.L area business consulting, che per spiegare la sua lunga inattività lavorativa, ci rivela che “dopo il 2004 ho avuto due gravidanze ravvicinate che mi hanno portato a congelare temporaneamente le attività lavorative”. Oggi siamo nel 2014, cara signora da allora son passati dieci anni.
O Alice Tranchellini da Milano che dal 1999 lavora su progetti di web banking di importanti gruppi finanziari, fino a dirigere la divisione marketing di importanti gruppi finanziari (ndr. altri ‘nemici del popolo’ per i grillini), ma tiene a precisare che ha “organizzato il 1 world café sui temi delle pari opportunità” e ha “partecipato attivamente alle diverse iniziative degli attivisti della mia zona tra cui la denuncia di una discarica abusiva”. Che fortuna …
E sempre parlando di politica intesa come professione, troviamo Maria Saija libera professionista da Messina che, dopo aver operato per anni nel settore turistico, decide di “non voler continuare a seguire la seconda parte della borsa di studio transatlantica Atlantis di cui ero vincitrice. La richiesta di candidatura a Sindaco di Messina da parte del mio gruppo storico grillino è stata determinante in questa decisione.”

La politica come una libera professione? E’ questo che si intende come movimento politico?

L’euro è il dito, ma la Ue è la luna, la sua parte nascosta, di cui si sa poco o nulla”. (Beppe Grillo)

Eppure tra i pochi personaggi con un solido curriculum internazionale troviamo Cristiano Ripoli da Firenze, esperto in riciclaggio di denaro in Europa e di Cooperazione Giudiziaria Europea. O come Melania Pomante, che vive dal 2005 a Stockholm, esperta in materia doganale e logistica e Fabio Desilvestri da Castel Rocchero, Scientific / Technical Support Officer – Project Leader presso l’Unione Europea. C’è anche Francesco Accademo da Foggia che lavora come consulente informatico presso la Commissione Europea (DG SANCO) o Marika Cassimatis da Genova, che fino a ieri operava sul Progetto transfrontaliero franco-italiano Europeo EUROP, 2012-2013 ed era referente di un progetto del Programma Operativo obiettivo “Competitività regionale e occupazione” Fondo Sociale Europeo 2007/2013.<

Qualificati certamente, ma ben inseriti proprio in quell’Europa che il Movimento Cinque Stelle combatte.

Era partita male, lo scriveva l’Huffington Post: “Davide Bono, uomo di punta di Beppe Grillo in Piemonte, dà letteralmente i numeri: Non ho mai avuto il piacere di vedere attivi sul territorio 237 delle 262 persone che si sono candidate”. “Circa 4000 “attivisti certificati” ambiscono a un posto in lista con il Movimento 5 stelle in vista delle prossime europee. “Sono più i candidati che gli attivisti che vediamo sul territorio”, ironizza un parlamentare.”

Altri numeri che dimostrano che poche noci fan tanto rumore.
Riepilogando: solo 33.300 internauti per un evento come le ‘primarie’, secondo Beppe Grillo, e meno di 4.000 attivisti, secondo Davide Bono. Il resto è tutta bolla mediatica.

Lo dimostra il fatto che troviamo in lista tanti, forse troppi, candidati che arrivano dal marketing, un tot di leader emersi da un qualche comitato  e più di qualcuno che – esclusi studi più o  meno brillanti – di curriculum proprio non ne ha oppure che – superati i 45 anni – avrebbe dovuto aver già conseguito qualcosa di importante per meritarsi  di andare a rappresentare gli italiani in Europa.
Se la base fosse stata effettivamente estesa oltre la protesta, avremmo trovato ben altri personaggi in lizza, quantomeno più strutturati politicamente e con un minimo di pedigree.

E, se ieri s’era acclarato che il programma per l’Europa dei Cinque Stelle (link I sette punti per l’Europa dei Cinque Stelle: oltre il nulla, solo protesta)  poteva essere di gran lunga migliore, riscontrando la carenza di effettive proposte politiche per l’Europa (due riguardano addirittura la nostra situazione interna), oggi prendiamo atto che questi sono i nomi che Beppe Grillo sostiene a nome di 33.300 cliccanti.
La risonanza che i media danno ai Cinque Stelle, intanto, appare spropositata rispetto a quella data al centrodestra e alle minoranze della sinistra. Forse, in proporzione, superiore anche a quella data allo stesso Renzi.

Resta solo un quesito, visto che la Rete è inondata dai messaggi grillini.
Chi diffonde 20-30 articoli al giorno, riesce anche a leggerli tutti e a verificarli almeno su un’altra fonte? Oppure si clicca e basta il titolo o il candidato che piace, leggendo frettolosamente due righe?

La politica non è una chat e neanche Facebook o Twitter. E non lo è neanche la pubblica opinione, almeno per ora.

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I sette punti per l’Europa dei Cinque Stelle: oltre il nulla, solo protesta?

15 Mag

Per le elezioni europee, dopo il disastro di questi anni, ci si aspetterebbe che almeno i partiti riformatori, quelli che puntano sul risanamento e sull’equità, portassero avanti proposte ‘utili e compendiose’ per quelle esigenze che puntualmente i media elencano quando si verifica una crisi.

Tanto per dirne una, la difesa europea, che includerebbe anche la gestione dei boat people nel Mediterraneo, ‘scaricata’ sull’Italia. Oppure, visto quello che accade ai marinai italiani, inglesi, tedeschi in India, pervenire ad un’unica authority per la gestione di questi casi. O, ancora, garantire il salario minimo per tutti gli europei e l’accesso alle cure e la spendibilità delle pensioni senza limiti nazionali.
Per non parlare delle politiche sociali, agricole e portuali che sono oggetto di forti polemiche da parte di stati importanti come la Gran Bretagna ed i paesi scandinavi, oltre che – ahimé – comprovata fonte di corruttela e prebende e sprechi. In Italia come altrove. O, figuriamoci, dell’esigenza di dotare i paesi europei di strutture amministrative e di bilancio simili … altrimenti le frodi miliardarie e le nicchie di miseria resteranno tali.

Se qualcuno confidava nei Cinque Stelle, almeno per ora, dovrà attendere: i sette punti sono definitvamente pubblici e prendiamo atto che questo è tutto quello che hanno da dire.

7punti M5S

Partiamo con notare che ‘Abolire il Fiscal Compact’ e il ‘Referendum per la permanenza nell’Euro’ non hanno nulla che vedere con l’Europa: sono una questione interna e nazionale italiana. Come anche ricordiamo che il Fiscal Compact riguarda solo l’Eurozona e che solo una parte degli stati lo ha siglato.
Riguardo il Fiscal Compact, inoltre, questo log è stato uno dei primi a segnalarne i rischi – diversi mesi in anticipo al passaggio alle Camere – ma non i Cinque Stelle.

Al secondo punto, ‘Abolire gli Eurobond’, prendiamo atto che Beppe Grillo e suoi vogliono che oltre la metà del debito italiano corrente resti a noi italiani, che dovremmo saldarlo ad interessi ben peggiori di quelli ‘europei’.

Andando avanti, c’è da chiedersi di quale ‘Alleanza dei Paesi Mediterranei per una politica comune’ si tratti, se, visto il pacifismo ad oltranza dell’Italia, i francesi sono oramai tatticamente prevalenti, gli spagnoli hanno un sempre migliore ruolo nella Difesa Atlantica e nella produzione di olio, il Pireo è della cinese Cosco.

Acclarato che c’è solo da chiedersi cosa significhi un simile pasticcio, andiamo alle (poche) cose che il Movimento Cinque Stelle propone e che potrebbero trovare un’effettiva attuazione.

Anche in questo caso, sarebbe interessante come si sia pervenuti a pensare delle spese per ‘Investimenti escluse dal limite del 3% del limite di bilancio’, se – anche un consigliere comunale lo sa – trattasi di opere, infrastrutture, reti e immobili che portano con se anche spese di manuntenzione e gestione.

E, quanto ai ‘Finanziamenti per attività agricole e di allevamento’, il primo dubbio che sorge è che i guru a cinque stelle abbiano ‘localizzato’ una base di consenso relativamente stabile: è uno scherzo da ragazzi con un portale-blog e con i filtri di cui ci dota l’informatica.
Ovviamente, gli esperti Cinque Stelle che hanno suggerito uno slogan così ‘mirato’ dovrebbero spiegarci per quale motivo dovrebbero votarli tutti gli elettori non coinvolti nell’agricoltura, specialmente tenendo conto che gran parte degli italiani vive in aree urbanizzate.

Arrivando all’ Abolizione del pareggio di bilancio’, c’è ancor più da restare perplessi, visto che i Cinque Stelle si presentano come ‘anticospirazionisti’, ma – da che mondo è mondo – lo sforamento del bilancio è esattamente ciò che mette le nazioni nelle mani degli speculatori.
Tra l’altro, sostenendo Beppe Grillo e i suoi che bisogna risanare e rifondare l’Italia – a fronte di un debito pubblico smisurato e di un continuo peggioramento delle cose – davvero non si comprende perchè non si debba, non dico ripianare il debito, ma almeno garantire il pareggio anno per anno.

Il tutto con i Cinque Stelle che faranno gruppo a sè anche nel Parlamento Europeo, mentre proprio dalla menzionata Francia prende forma una proposta di ‘destra’ per un’Europa delle Nazioni.
Davvero “Vinciamo noi”? Come dire “Molti nemici, molto onore”?

Acclarato che il programma per l’Europa dei Cinque Stelle poteva essere di gran lunga migliore e riscontrata la carenza di effettive proposte politiche per l’Europa (due riguardano addirittura la nostra situazione interna), vedremo quanti convinti europeisti ed astensionisti vorranno scomodarsi a giorni per deporre nelle urne un voto di protesta.

Anche perchè, a vedere i candidati, ci sarebbe tant’altro ancora da dire. (link Cinque Stelle va in Europa: tutti i candidati. Sono credibili?)

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Sondaggi: testa a testa tra PD e Centrodestra, M5S in leggero calo

6 Mag

Da giorni i nostri media ci informano che per le elezioni europee si prevede un calo di Forza Italia, il Movimento 5 Stelle in leggera crescita, al primo posto rimane stabile il Pd.
Un coro di redattori, opinionisti e anchorman telvisivi vari, RAI in testa. Eppure, le cose non stanno affatto così.

La Repubbblica on line ha pubbblicato, infatti, un interessante raffronto tra i diversi sondaggi svoltisi di recente e le cose stanno in ben altro modo.

Sondaggi europee

Il che significa, facendo due somme, che PD e Centrodestra sono a ridosso, mentre il M5S a stento confermerebbe i risultati delle Politiche 2013.

Raffronto Politche 2013 Sondaggi UE 2014

Centrodestra al 32,70%, PD al 33,40%, M5S fermo al 25%.

Quel che sembra, al momento, è di un PD che ritorna alla vocazione maggioritaria e recupera voti moderati, di una larga parte di elettorato orientata comunque a centrodestra che non trova un leader/partito che li rappresenti in modo adeguato e unitario, di una sterile politica del ‘signor no’, attuata da Grillo e molti dei suoi in questo anno, che ha per lo meno evitato una disastrosa debacle, ma non riesce penetrare tra l’elettorato più radicato.

Sono sondaggi e sappiamo che almeno 10% dell’elettorato è ancora molto indeciso: potrebbe votare chicchessia come non farlo affatto.
L’importante è che i nostri quotidiani e le nostre televisioni non pasticcino i dati reali con le opinioni personali del ‘santino’ di turno …

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La leggenda della spending review

4 Mag

Difficile scrivere qualcosa di serio in giornate in cui cronaca, informazione e governance decidono di darsi all’intrattenimento ed al varietà. Stiamo parlando della spending review.

Innanzitutto, con “revisione della spesa”, si intende quel processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia nella gestione della spesa pubblica che annualmente la Gran Bretagna attua da tempo. Come riporta l’apposito sito istituzionale britannico, “The National Archives” (of spending review), la “revisione di spesa” fissa un piano triennale di spesa della Pubblica Amministrazione, definendo i “miglioramenti chiave” che la comunità si aspetta da queste risorse. (Spending Reviews set firm and fixed three-year Departmental Expenditure Limits and, through Public Service Agreements (PSA), define the key improvements that the public can expect from these resources).

Niente tagli, semplicemente un sistema di pianificazione triennale con aggiustamenti annuali, che si rende possibile, anche e soprattutto, perchè la Camera dei Lord e la Corona britannica non vengono eletti, interrompendo eventualmente il ciclo gestionale o rendendosi esposte (nel cambio elettorale) a pressioni demagogiche o speculative.

Di cosa stia parlando Mario Monti è davvero tutto da capire, di cosa parli la stampa ancor peggio.

Venendo al super-tecnico Enrico Bondi, la faccenda si fa ancor più “esilarante” a partire dal fatto che, con tutti i professori ed i “tecnici” di cui questo governo si è dotato (utilizzandoli molto poco a dire il vero), è necessario un esterno per fare la prima cosa che Monti-Passera-Fornero avrebbero dovuto fare per guidare il paese: la spending review e cosa altro?
Il bello è che, dopo 20 anni di “dogma” – per cui di finanza ed economia potevano occuparsene solo economisti, matematici e statistici (ndr. i risultati si son visti) – adesso ci vuole un chimico (tal’è Enrico Bondi) per sistemare le cose, visto che sono gli ultimi (tra i laureati italici) ad avere una concezione interlacciata dei sistemi, una competenza merceologica e, soprattutto, la capacità di fornire stime affidabili con sveltezza.

Dulcis in fundo (al peggio non c’è mai fine) l’appello ai cittadini a segnalare sprechi.

Quante decine o centinaia di migliaia di segnalazioni arriveranno? Quanti operatori serviranno solo per catalogarle e smistarle? Quale è il modello (se è stato previsto) con cui aggregare il datawarehouse delle segnalazioni?

E quanto tempo servirà per un minimo di accertamenti “sul posto”? E chi mai eseguirà gli accertamenti?
Quante di queste segnalazioni saranno doverosamente trasmesse alla Magistratura, visto che nella Pubblica Amministrazione italiana vige ancora l’obbligo di denuncia, in caso di legittimo dubbio riguardo reati?

Una favola, insomma.
Beh, in tal caso, a Mario Monti preferisco Collodi: fu decisamente più aderente alla realtà italiana.

originale postato su demata