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Crisi Eurozona, lontana la schiarita

29 Nov

Da oggi, oltre ai ministri, abbiamo anche i nomi dei “nuovi” sottosegretari di governo italiani ed alcune riflessioni possono trovare luogo di essere.

Oggi, solo oggi, Mario Monti ha completato lo staff di governo, aggiungendo ai 17 ministri iniziali un altro ministro per la Funzione Pubblica, 3 viceministri per l’economia e ben 25 sottosegretari.

Sono stati necessari ben 21 giorni dalla caduta di Berlusconi ed ancora non si sa nulla del programma.

Per essere un governo tecnico, nato dall’emergenza italiana, europea e mondiale, è un “non sense”.

Questo pone dei serie perplessità sull’esattezza e veridicità delle ipotesi, finora fatte, sulle cause e sulle soluzioni della crisi dell’Eurozona tutta.

Come anche, questo “non sense” corrobora l’inquietante ipotesi, che arriva da fronti tipicamente contrapposti, che le banche, ovvero il luogo dove si è concentrato il potere delle decadenti nobiliari ed imprenditoriali lobbies ottocentensche, stiano cercando di risolvere la cosa a modo loro, anzichè a modo nostro, che siamo gli europei.

A conferma di questo, dobbiamo rilevare, ad esempio, come la stampa italiana e francese, con buona compagnia di quella germanica, da oltre un mese riesca a pubblicare tutto ed il contrario di tutto, senza un abiura e senza un quesito.

Mala tempora currunt.

originale postato su demata

english release     texte en français

Euro crise: une “absurdité a l’italienne” qui inquiète

29 Nov

Aujourd’hui, seulement aujourd’hui, Mario Monti a complété le personnel du gouvernement, 18 ministres, 3 vice-ministres de l’économie et 25 ministres délégués. Il a fallu 21 jours après la chute de Berlusconi et nous ne savons pas encore rien sur le programme.

C’est un «non sens» pour un gouvernement intérimaire, créé en raison de l’urgence de la situation en Italie, en Europe, dans le monde.

Un «non-sens» qui pose de sérieuses questions quant à l’exactitude et la véracité de l’hypothèse sur les causes et les solutions à la crise la Euro-zone, jusqu’ici proposé.

En outre, cette «non-sens» renforce l’inquiétante hypothèse, qui vien de part et d’autre, que «les banques» – qui sont le lieu où la puissance des lobbies aristocratique et d’affaires est concentré – tentent de fixer ça va à leur façon, plutôt que dans notre propre chemin et «nous» sont «les Européens».

En confirmation de cela, nous pouvons noter, comme par exemple, que les médias italiens et français, avec la bonne compagnie de les allemande, publient tout et son contraire, sans se rétracte et sans question.
Il n’est pas bon.

d’origine affiché sur demata

Eurozone Crisis: a worring ‘non sense’

29 Nov

Today, just today, Mario Monti has completed the staff of the government, 18 ministers, 3 deputy ministers for the economy and 25 junior ministers. It took 21 days after the fall of Berlusconi and we do not know anything yet about the program.

This is a ‘non sense’ for a caretaker government, created due to the urgency of the situation in Italy, in Europe, in the World.

A ‘non sense’ that poses serious questions about the accuracy and the truthfulness of the hypothesis, hitherto, on causes and solutions for the Eurozone crisis.

As well, this “nonsense” reinforces the disturbing hypothesis, which come from opposite sides, that ‘the banks’ – that are the place where the power of aristocratic and business lobbies is focused –  are trying to fix it going in their own way, rather than in our own way and ‘we’ are ‘the Europeans’.

In confirmation of this, we can note, as example, that the Italian and French media, with the good company of German news, are publishing everything and its opposite, without recanting and without a question.
It is no good.

 original text posted on demata

 

Pensioni, quel che propone Confindustria

27 Nov

Il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli, commenta, in un’intervista a “La Repubblica”, la tesi sulla manovra pensionistica del ministro del Welfare, Elsa Fornero, scritta, però, prima della sua nomina a ministro e, dunque, migliorabile o peggiorabile.
Questo, nella sostanza, l’apporto di Confindustria: “Noi vorremmo che l’assegno pieno sia erogato solo a 65 anni. Chi si ritira prima dovrà avere un assegno attuarialmente equivalente a quello di chi resta fino a 65 anni. In questo modo il disincentivo ad anticipare la pensione sara’ maggiore“.

Bene la prima, da capire la seconda, non formulata la terza (che non c’è).

Infatti, è prioritario ripristinare il principio di diritto all’esodo volontario anticipato, specialmente se si sono versati contributi per almeno 20-30 anni.

Come non è corretto non valorizzare chi ha iniziato a lavorare prima dei 25 anni d’età e che, a partire dai 57, si ritrova con quaranta anni della propria esistenza, i migliori, dedicati al lavoro, infimo o megagalattico che sia. Persone che, anzi, andrebbero premiate, se il sistema fosse equo e che, nel frastornante dibattito sulle pensioni, vanno quantomeno menzionate e garantite.

Non è condivisibile, infine, l’idea di continuare a non considerare, neanche in ipotesi, l’idea di toccare i cosiddetti “diritti acquisiti”, di cui andrebbe rivisto, oggi, non il merito, ma certamente l’entità e l’estendibilità.

Se vogliamo applicare il contributivo ai lavoratori “nati tra il 1950 ed il 1962, come propone la Fornero, è necessario applicarlo, senza eccessi, almeno a tutti coloro che sono andati via dal 1998 ad oggi. E’ lo stesso ministro ad aver evidenziato che i “principi sono stati spesso largamente disattesi … in modo particolare con la scelta di tutelare i “diritti acquisiti” dei lavoratori meno giovani, scaricando invece sulle nuove generazioni l’onere dell’aggiustamento”.
Ovviamente, dopo aver cassato le pensioni d’annata ed i privilegi.

L’alternativa sarà quella di costruire un muro tra chi è nato prima/dopo il 1950 e di consegnare al futuro parlamento un’Italia travagliata da una drastica frattura generazionale.

(leggi anche Pensioni, quelle d’annata non si toccano e Pensioni – Fornero, pessime idee)

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Monti ed il “coraggio”

27 Nov

Abbiamo un presidente del Consiglio che ha autorevolezza tanto in Italia quanto in Europa. Dobbiamo chiedergli di usarla su entrambi i fronti, con il coraggio che non gli è mai mancato“.
Un invito al “coraggio” per Mario Monti certamente non esagerato, dato che arriva da un personaggio noto per la sua cautela: l’ex Premier Giuliano Amato detto, per l’appunto, “il dottor Sottile”.

Ma cosa accade di tanto grave, se l’intervento di Amato pubblicato sul Sole24ore spiega che “abbiamo assoluto bisogno di urgenti soluzioni comuni. In loro assenza rischiano di essere inutili i sacrifici fatti dai greci e quelli che si accingono a fare gli italiani”?

Cosa è cambiato neli scenari economico-finanziari dell’Eurozona e quanto è possibile una disintegrazione dell’euro?
Quella che si era manifestata ed è tuttora trattata come una crisi dei debiti sovrani -scrive Amato- è ormai diventata una crisi di liquidità dell’intera Eurozona“.

Finalmente se ne parla.
E’ successo che, siccome nessuno voleva i titoli di Stato dei vari stati europei, ce li siamo dovuti ricomprare, abbattendo forse il debito, ma rimanendo anche senza liquidità e senza la possibilità di una svalutazione controllata, visto che l’euro è una moneta “mercantile”.

Un “problema” che può essere risolto in diversi modi e che va chiarito prima, e non dopo, aver sottoposto gli italiani ad un salasso, che potrebbe, a breve, rivelarsi iniquo, immeritato e troppo impegnativo.

(leggi anche Gli europei non amano le crisi)

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Gli europei non amano le crisi

27 Nov

Ormai la crisi dell’euro inizia ad aggredire anche la Germania.

Uno solo il motivo per cui possa accadere questo: l’unificazione europea è fallita e non si è venuto a creare un sistema economico unico atto a fronteggiare le macroeconomie cinesi, indiane, russe e statunitensi.

Le cause sono essenzialmente da ricercarsi:

  • nella malformità del progetto messo in piedi dalla Commissione diretta da Romano Prodi: l’Europa delle banche e della moneta unica.
  • nelle “regole” così “politically correct”,  in un mondo di corrotti e mafiosi, e così simili alle fallimentari politiche del WTO, ma noi non siamo il Burkina Fasu od il Guatemala.

E qui sta il punto della questione, quello che tutti i media vogliono accuratamente evitare.

La questione “modello di sviluppo” sta toccando nel vivo gli (indo)europei, proprio quell’etnia che si è distinta, nei secoli, per la capacità di ribellarsi, organizzarsi e boicottare, muovere guerra, essere irriducibili.
Europei che, non dimentichiamolo, sono anche piuttosto acculturati e che hanno una classe di tecnici ed esecutivi che può ampiamente valutare (ed eventualmente bocciare) le proposte che i “modellisti della politica” avanzano.

Sarà del tutto inutile, dunque, tentare di convincere gli europei, tra cui gli italiani, che si possa andare avanti in questo modo: senza cambiare metodo e regole e senza un repulisti dei corrotti.
Tra l’altro, la “pancia” dell’elettorato, la “gente qualunque”, percepisce a pelle che professori e banchieri sono davvero improponibili, soprattutto se c’è da fronteggiare il “grande fratello” cinese e sostenere un “amico americano” in difficoltà.
Specialmente, poi, se i leader “avversari” si son fatti “dal basso”, mentre i “nostri” arrivano dai sempreterni “salotti buoni”.

Andare a votare,tra un paio d’anni, un parlamento di migliaia di deputati è, poi, pura follia.
Sarebbe lo spreco degli sprechi in un continente che cade a pezzi per mancanza di governance ed eccesso di Casta.

O l’Europa di Sarkozy, Merkel e Monti prende atto di un “problema” che si chiama democrazia oppure la  protesta che monterà potrebbe essere molto poco governabile.
Gli (indo)europei non amano le crisi, le risolvono. In un modo o nell’altro.

(leggi anche Monti ed il “coraggio”)

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Obama ed il debito USA allo shut down?

8 Apr

Se il braccio di ferro che Obama ha instaurato con il Congresso non troverà una rapida soluzione, tra pochi giorni 800mila dipendenti federali resteranno a casa senza stipendio.
Ma non solo.

Si spegneranno decine di migliaia di Blackberry “di servizio”, i neopensionati dovranno attendere per lo smaltimento delle loro pratiche, sarà rallentata l’approvazione di nuovi prodotti farmaceutici e medicali, cesseranno i contributi a garanzia dei mutui-casa.
Gli stipendi dei militari non saranno incassabili, dato che “la Casa Bianca prepara gli americani alla chiusura del governo facendo sapere che «la crescita economica ne risentirà» e tutti i militari, anche quelli in Afghanistan e Iraq, «saranno pagati ma non riceveranno gli assegni finché il Congresso non ridarà i fondi necessari al governo».”
Inoltre, siccome Washington è un distretto federale, nella capitale andranno in difficoltà diversi servizi, tra cui la raccolta dei rifiuti, che altrove sono gestiti dagli Stati.

L’origine dello scontro istituzionale è ben sintetizzato dal corrispondente da Washington di La Stampa, Maurizio Molinari: “Barack Obama chiede al Congresso di approvare un piano decennale di uscite per 45.950 miliardi di dollari che porterà la spesa al 24% del Pil nel 2021, mentre il piano redatto dal repubblicano Paul Ryan, capo della commissione Bilancio alla Camera, somma uscite per 39.960 miliardi in dieci anni promettendo di far scendere la spesa al 20% del Pil.”

Una differenza di circa 5mila miliardi di dollari, come dire due anni di PIL italiano; non è poca cosa.
Gran parte della differenza (oltre 3500 miliardi) riguarda settori diversi dalla Sanità, Previdenza e Difesa, che sono specificamente attribuiti al Governo Federale. Un’enorme quantità di risorse pubbliche che si perdono in mille rivoli clientelari, dal Festival della Fioritura dei Ciliegi di Washington alle quasi inutili previsioni del tempo “a cinque giorni”.


Una differenza che conta, se addirittura Mr. President pretende di incrementare le spese del 20%, a fronte di dati forniti dal suo stesso governo, che indicano una previsione di 2162 miliardi di dollari di entrate fiscali a fronte di 3456 miliardi di spese nel 2010.

 

Un crash istituzionale e politico atteso da un anno, dato che, già nel 2009, il noto storico Niall Ferguson, professore ad Harvard, dichiarava che: “Gli Stati Uniti si sono messi su un sentiero fiscale non sostenibile. Sappiamo anche che il percorso si conclude in due modi: o si azzera il debito o si svaluta la moneta.”

Dunque, non è improbabile che questo braccio di ferro sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini statunitensi sia l’ultima spiaggia di Barak Obama.

Un fallimento che i Tea Party avevano presagito e che, comunque andrà, peserà moltissimo sulla futura rielezione del presidente.

Se dovessero passare tutte le proposte della Casa Bianca, non è improbabile che ci ritroveremo ad assistere ad un progressivo indebolimento del dollaro e ad un calo del potere d’acquisto negli States, ovvero ad un generale impoverimento degli Stati Uniti .

Intanto, a tanti ormai appare evidente che Obama sia di fronte al fallimento del suo programma politico, sia come politica interna insostenibile fiscalmente sia come politica estera con i fronti regionali che si allargano e con gli alleati, vedi Francia o Germania, che prendono iniziative.

Sostenere Copenhagen

9 Dic

"Le cifre parlano di 40 mila tonnellate di CO2 prodotte dal vertice (sull'ambiente che si tiene in questi giorni a Copenhagen). Per
compensare i danesi costruiranno due fattorie in Bangladesh sviluppando
un progetto per potenziare la produzione di energia utlizzando meno
carbone". (La Stampa)

Uno scandalo?

No, credo di no. Penso piuttosto a quanto ossigeno ci sottraggono e quanta anidride producono i voli che traslocano, nei week end, i pendolari del "3 mesi in supporto alla sede di Vattelapesca" ed i turisti del "tre notti con breakfast a low cost".E mi chiedo, sarà sostenibile tutto questo?

Oppure, di quanto lieviteranno i prezzi e l'accessibilità, quando (più prima che poi) chi produce CO2 in quantita massicce dovrà pagare una tassa onerosa?Insomma, addio lavoratori sballottati ogni tre mesi e più turisti da 10-12 notti con mezza pensione.

Da Copenhagen, USA e Cina Popolare usciranno con dei solidi accordi per ridurre fortemente le emissioni e, visto che i due Stati continentali rappresentano almeno 2/3 di tutto quello che circola nel mondo, questo cambierà molte cose nel turismo e nei servizi come nella produzione e nella finanza.

Un riallineamento tra Euro, Yuan e Dollaro cambierà, ad esempio, la convenienza di importare determinate merci o di continuare/riprendere a produrle. Provate ad immaginare cosa faranno la minore accelerazione dei mercati, visto che c'è un mondo intero da ricostruire, ed il ritorno all'agricoltura ed all'industria, come forme di arricchimento individuale: un mondo molto diverso da quello degli ultimi 200 anni.

Un mondo dove le aree ricche non saranno certo gli odierni agglomerati, densi di autovetture e tangenziali, e dove il trasporto via mare riprenderebbe ad essere vantaggioso; un mondo dove non ci sarà spazio per tutti, come del resto oggi.

Sarà in grado l'Italia di sostenere tutto questo?

Non è detto, anche se le cinque Macroregioni avrebbero singolarmente tutte le migliori chances di farcela senza recessioni, disordini e sfracelli vari.

Dipenderà moltissimo da quanto l'Italia saprà rilanciare il proprio settore manifatturiero ed agroalimentare, che equivale a dire che dipende da quanto vorremo agire per liberare il Sud dalle Mafie ed il Paese dalle Lobbies che paralizzano i governi da troppi anni ormai.

Copenhagen, viceversa, deve essere sostenuta da tutti, anche se non sarà sostenibile per tutti.

Questo è un impegno concreto verso le generazioni che stanno nascendo ora e che, se faremo come al solito, avranno tra 20 anni, quando diventeranno adulti, un futuro negato ed un presente insostenibile.