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Biotestamento, una legge da rifare?

13 Lug

Il testo di legge per «disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento», il cosiddetto «testamento biologico», è passato alla Camera con il voto contrario di utta l’opposizione.
Il provvedimento di legge, secondo l’On. Domenico Di Virgilio del PdL, “aiuta anche il medico, sollevandolo dal dovere di prendere decisioni in maniera autonoma, senza conoscere quali siano le intenzioni e le volontà del paziente”, mica obbligandolo a tenerne conto e/o rispettarle, e che eviti “che il medico riacquisti quel paternalismo assoluto o quel potere assoluto dei decenni passati”, come se i problemi che ci danno il sistema snaitario e quello universitario non segnalassero che poco o nulla è cambiato.
In realtà, , presenta non poche affermazioni che sarebbe opportuno riesaminare in Senato.

Nessuno potrà decidere in anticipo di “non” essere curato: la vita umana è “un diritto indisponibile”, una aspetto di diritto costituzionale che, si spera, qualcuno vorrà verificare.
Le dichiarazioni anticipate di trattamento, DAT,  rilasciate dai malati non avranno valore legale: sono dei semplici “orientamenti”.
La nostra volontà è solo “un orientamento” per il medico che potrà decidere cosa fare del nostro, e non suo, diritto indisponibile”. Inoltre, se la volontà (ndr. orientamento) non è espressa negli esatti modi indicati dalla legge e per le specifiche esatte del trattamento in questione, ebbene, la volontà del malato non ha alcun valore.
Il tutto si basa su un’«alleanza terapeutica» medico/paziente che potrebbe esistere come non e che, visto il coma vegetativo, andrebbe estesa ai familiari.

Per inciso, il paziente in stato vegetativo permanente è considerato come una persona gravemente disabile, a cui è dovuta l’alimentazione artificiale, anche se non fosse un trattamento terapeutico specifico, nonostante il forte dissenso tra i medici.
Il codice di deontologia medica, decisamente meticoloso, prevede regole ben più liberali di quelle votate alla Camera.

Provvederà il Senato a rigettare una simile “contraddizione in termini” oppure dovranno pensarci il Consiglio superiore di sanità o la Corte Costituzionale, se consultati, od, a maggior costo, sarà la volta di un ennesimo referendum abrogativo?

Fatto sta che persone, che hanno trascorso anni e decenni a sopportare e combattere malattie, dimostrando un coraggio che tanti altri non hanno, meriterebbero un maggior e diverso rispetto da parte dei propri medici, dei politici e, perchè no, dei giuristi e religiosi.