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Presidenziali USA: vince il New Deal

7 Nov

Barak Obama ha vinto, sarà il presidente degli Stati Uniti d’America per altri quattro anni.
Nel suo breve discorso di ringraziamento agli elettori ha ricordato che ciò che ha vinto è stato  ‘lo spirito che ha risollevato questo paese dalla guerra e dalla recessione. Se avete votato Obama o Romney, comunqe vi siete fatti sentire ed avete fatto la differenza.”

Un discorso ‘americano’ non ‘solo democratico’, dove si è ricordato che “la nostra strada è stata difficile, il viaggio lungo, eppure ci siamo rialzti e per gli Stati Uniti deve ancora venire il meglio”, che ‘ognuno di noi condivide una serie di speranze per un futuro migliore pe rl’America. Vogliamo che i nostri figli crescano in un’America che non sia appesantita dal peso della diseguaglianza e dal debito, libera dal fardello del pterolio estero. Un paese che possa dar forma alla pace fondata sul progresso e la dignità’.

“Noi vogliamo un’America aperta e tollerante, per i giovani che possono avere l’opportunità di vedere dietro l’angolo un futuro migliore”.

E’ finito il decennio di guerra. Con le vostre storie e con le vostre lotte la Casa Bianca avrà la spinta per darvi un futuro migliore di prosperità e di pace. Voi ci avete eletti per mettere l’accento sul vostro lavoro, non il nostro. Quello che ci rende forti sono gli obblighi reciproci che ci rendono, seppur diversi, un paese unito.”

 Un discorso tenuto dinanzi ad una platea di 30-40enni in visibilio, preceduto dalle note di un rythm & blues, poche cravatte, molto casual.
Il segno di un’America che è cambiata, dopo l’involuzione subita sotto la presidenza di George Walker Bush.
Un’America che, mentre eleggeva il suo nuovo presidente, cambiava regole e stili di vita con una mezza dozzina di referendum: via libera ai matrimoni gay negli stati di Washington, del Maryland e del Maine, secondo i primi risultati,  ed alla legalizzazione della marijiuana per uso generale nel Washington, Massachussets e Colorado.

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Discorso Monti: i commenti sui giornali

30 Dic

Tirando le somme, l’Italia 2011 – e anche quella dell’anno prima – è stata una interminabile  bugia di se stessa. E  nei calici di San Silvestro resterà l’amaro retrogusto di una colossale perdita di tempo. (A)

Vorremmo tanto poter dire che l’atteso segnale di inversione di tendenza è già arrivato, purtroppo non è così. La verità è che siamo al centro dell’attenzione mondiale per sapere se sarà scongiurata o meno la catastrofe dei debiti sovrani. (B)

Oltre a questo fuoco internazionale, il Professor Monti se la deve vedere con un secondo fuoco che cova, in maniera preoccupante all’interno del Paese, dove si moltiplicano i segnali di crescenti diseguaglianze economiche e di disgregazione sociale. (C)

Sempre più chiaro sui pericoli scampati, sempre asettico sulle tante persone che già soffrono un disagio sociale e nell’indicare una mission collettiva, ancora una volta Monti ha condito la lunga conferenza con le sue spruzzate di ironia. Di stile un po’ gesuitico, invece, le parole con quali ha battezzato un nuovo slogan: «Non avrei obiezioni se chiamaste “cresci-Italia”», le misure in gestazione per ridare competitività al sistema. (D)

Monti fa una lezione di quasi tre ore, ma il suo “Cresci Italia” è vuoto. E’ la parabola del tecnico. Parole forbite, sfoggio di inglesismi, qualche freddura. Una cosa, però, la sappiamo: Monti parla ai tedeschi. (E)

Il Professore giura: “Sono sicuro che il Paese ci capisce”. Ma usa termini inglesi incomprensibili all’italiano medio. Non è mai facile riportare sui giornali il senso di una così importante conferenza stampa.  (F)

E’ quasi inutile chiedere a Mario Monti conforto e calore. Il suo governo “di scopo” non è nato per questo. La sua forza, che è anche la sua debolezza, deriva dal vuoto pneumatico della politica che si autosospende momentaneamente per manifesta incapacità. (G)

Non potendo attaccare Monti, Pierluigi Bersani se la prende con Berlusconi. Invece di commentare Monti, il Cavaliere lo tratta come un suo collaboratore e finge di essere ancora a Palazzo Chigi. (H)

(A) (Mario Bracconi – La Repubblica) – (B) (Dario Di Vico – Corriere della Sera) – (C) (Mario Deaglio – La Stampa) – (D) (Fabio Martini – La Stampa) – (E) (Alessandro Sallusti – Il Giornale) –  (F) (Cristiano Gatti – Il Giornale) (G) (Massimo Giannini – La Repubblica) – (H) (G.Fregonara e M.T.Meli – Corriere della Sera)

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Governo al mare, italiani a casa

22 Giu

Oggi, alla Camera, il discorso di Silvio Berlusconi tentava di dare nuova vita ad una compagine e ad un partito, il PdL, travolti dagli scandali e dalle inchieste, oltre che dall’illegittimità od impopolarità delle proprie leggi e dall’inefficacia dell’azione legislativa nel por rimedio ai problemi del paese.

A seguire, gli interventi dei diversi gruppi parlamentari, che erano unisoni nel denunciare le promesse tradite al Sud, la drammatica situazione di lavoratori e aziende, le inerzie e le prebende di un sistema affaristico e carrieristico, le agenzie di rating e l’Unione Europea alle porte.

Intanto, in Piazza Montecitorio si affollavano, “indignati”, i precari del sistema di istruzione nazionale, che con una laurea in tasca ed una famiglia a casa non si sa bene che lavoro dovrebbero mettersi a fare.

Arriva l’estate e saranno in tanti quelli che resteranno a casa perchè “vivono di solo stipendio” o perchè “la sanità è regionalizzata”.

Viene spontaneo chiedersi cosa sia meglio: governo al mare ed italiani a casa oppure governo a casa ed italiani al mare?

Un’Italia a fari spenti

22 Giu

Non esiste alcuna alternativa a questo governo ed a questa maggioranza, perchè, in caso di caduta, l’Italia si troverebbe i creditori alle porte e dovrebbe varare misure di arretramento dell’attuale livello dei servizi pubblici di scuola e sanità.
Questo è nella sostanza il pensiero di Silvio Berlusconi, nel discorso alla Camera.

Una catasfrofe causata dalla spendacciona gestione prodiana, ma, anche e soprattutto dall’incapacità dei governi della Seconda Repubblica nel mantener fede agli impegni finanziari presi verso il paese di anno in anno.
Un disastro causato, secondo analisi diverse ma ampiamente condivise, dalla scelelrata riforma del Titolo V della Costituzione, che introduceva il Federalismo senza far prima fronte agli squilibri di un territorio nazionale, che fu strutturato dai Savoia e da Mussolini in funzione di logiche rivelatesi, per l’appunto, disastrose.
Una riforma, quella del Titolo V, che, per altro, ridefiniva i poteri della politica, in termini territoriali, ma non ristrutturava nè i ruoli ne le gerarchie interne delle principali istituzioni affini alla politica: sindacato e magistratura.
Uno sperpero globalizzato, se pensiamo all’impennata del numero di cariche, dirigenze, sedi di rappresentanza, auto blu, consulenze, esternalizzazioni e chi più ne ha più ne metta.

Se non verrà messa fine a questa emorragia di denaro e di management, non basterà la riforma fiscale, preannunciata da Tremonti e confermata, in questi minuti, da Berlusconi.

Una riforma fiscale che, nota bene, potrebbe somigliare ad una patrimoniale se l’obiettivo è quello di alleggerire i ceti bassi o le aziende e di caricare “chi ha il gippone”, per usare un’espressione di Tremonti.
Un sistema tutto da capire, se verrà affiancato da un incremento delel tasse e tributi locali, già esosi nelle regioni più disastrate.
Senza contare che l’ipotesi di incrementare le funzioni ministeriali con sedi al Nord non può altro che portare nel tempo ad un ulteriore incremento della spesa, essendo un elemento che innalza il livello di complessità strutturale del sistema.
Infine, la spesa pubblica, che Berlusconi promette di non tagliare quando afferma che il “pubblico impiego non si tocca”, come “non si toccano” scuola e sanità. Considerato che sono in larga parte spese di personale, che potrebbero essere notevolmente alleggerite con un coraggioso prepensionamento e riducendo il costo della governance, ovvero il numero di politici e direttori.

Il problema, dunque, non è finanziario, ha ragione Tremonti a dire che l’Italia ha ancora una sua solidità.
La questione è squisitamente politica, o meglio partitica, ovvero se i partiti, attualmente rappresentati in parlamento e non, sono in grado di ristrutturarsi riducendo drasticamente il numero degli eletti, degli addetti, degli apparati.
Se ciò avverrà, potremo mantenere gli impegni presi con l’Unione Europea per il 2014, risalendo la china grazie alle minori spese, alla riforma dei sistemi assicurativo e sanitario, ad un maggiore gettito fiscale.

L’alternativa?
Nessuna.