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F35, un flop annunciato: miliardi sprecati mentre si tagliavano pensioni e welfare

4 Lug

Era il 3 gennaio 2012 quando questo blog spiegava (link) perchè gli F35 erano un flop annunciato e perchè si ‘dovevano’ fare.

Tutta la storia inizia nel 1996, quando gli USA (e la NATO) avviarono il progetto di un caccia a lungo raggio con complete caratteristiche Stealth, tra cui la capacità di trasportare l’armamento in stive interne e sistemi elettronici capaci di inibire la difesa a terra: un nuovo velivolo “invisibile” da usare nella fase del “first strike”, quando le difese nemiche sono complete ed attive.
Nel 2001, il progetto Lockheed X-35 fu dichiarato vincitore e veniva avviato il programma definitivo con la sigla F-35 JSF (Joint Strike Fighter), con un costo di produzione per ciascun esemplare inizialmente valutato intorno ai 40 milioni di dollari.

Inizialmente, era prevista una produzione di circa 3.000 velivoli per USAF/US Navy/USMC e di altri 2.000 per i vari partner internazionali (fonte http://www.aereimilitari.org) tra cui l’Italia che doveva partecipare come “partner di secondo livello”, allestendo una linea di costruzione e assemblaggio, da cui sarebbe uscita buona parte degli F-35 destinati all’Europa e ad altre nazioni, come Turchia ed Israele, tra cui solo venti F35 destinati all’Italia.

Un piatto ricco e, così, accade che il 28 maggio 2007, presso il ministero della Difesa a Roma, con l’incontro tra il presidente della Provincia di Novara, Sergio Vedovato, e il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, per determinare l’insediamento presso l’aeroporto militare di Cameri (NO) della linea di assemblaggio degli aerei F35 Joint Strike Fighter.

C’era il Governo Prodi, con i piemontesi Damiano, Livia Turco, Bertinotti e Ferrero ai massimi vertici del potere, e, dunque, non c’è davvero da chiedersi perchè andò a Novara quel progetto industriale in cui si investì un milione di euro di denari pubblici, poi lievitati, sembra, ad oltre cinque.
Una marea di soldi e di lavoro che deve andare a beneficare l’indotto piemontese, azzerato dalla crisi dell’auto e del tessile. Non a caso, Maria Luisa Crespi, il sindaco di Cameri, dichiarò «grazie all’iniziativa della Provincia, da oggi saremo in grado di dare risposte ai nostri cittadini» e, come confermò il sindaco di Bellinzago, Mariella Bovio, «sono importanti le garanzie occupazionali per un territorio come il nostro che vive una grave crisi nel settore tessile».

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I primi dubbi sul’aereo e sugli investimenti si palesarono nel 2009, quando i costi da 40 iniziali erano schizzati prima a 62 e poi oltre i 100 milioni di dollari di media per aereo.
Come riportato da Stato-Oggi, “il raddoppio dei costi, dagli originari 65 milioni di dollari ad esemplare, ha indotto alla prudenza il governo italiano” e “il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, al salone aerospaziale di Farnborough, riferendosi al programma, ha aggiunto: “Siamo molto cauti, stiamo verificando”.

Cautela massima, se, agli inizi del 2011, il Washingon Post annunciava la necessità di ricapitalizzare del 20% (10 miliardi di dollari) sperimentazione e progettazione, di cui la metà “resasi necessaria per alleggerire l’aereo, dato che volare a pieno carico inficia le performance chiave del velivolo“. Per non parlare, sempre agli inizi del 2011, della conferenza stampa  tenuta dal segretario alla Difesa americano, Robert Gates, che precisava che, “se non riusciremo a mettere a posto questa variante (ndr. la versione a decollo corto e atterraggio verticale – STOVL) in questo arco di tempo e rimetterla in carreggiata in termini di prestazioni, costi e tempi, allora credo che dovrebbe essere cancellata.”

Infatti, le commesse per la fabbrica di Novara vennero progressivamente ritirate, prima quella dei 85 F-35A per la Koninklijke Luchtmacht olandese, poi si defilarono la Flyvevåbnet danese e la la Kongelige Norske Luftforsvaret norvegese,  poi addio a 116 F-35A per la Türk Hava Kuvvetleri ed a 150 F35B per la Royal Air Force britannica che preferì optare per gli F-35C con decollo a catapulta modificando le proprie portaerei.
Intanto, il governo Berlusconi non dava il placet per la sessantina di F35 previsti oltre la prima trance di 22 F-35B per l’Aviazione Navale italiana, già ordinati, e aveva tagliato una commessa di 2 miliardi di Euro per 25 Eurofighter (Aeritalia/Finmeccanica), azzerandone la terza trance.

Subito dopo, per altre congiunture, lo spread dei titoli di Stato salì a dismisura, la colpa venne addebitata al governo in carica e subito dopo Mario Monti – che aveva tagliato qualunque spesa pubblica e anche un tot di aspettativa in vita di qualcuno – trovò decine e decine di milardi per avviare le trance in sospeso degli  F35 per l’Aereonautica Militare e aggiungerne anche una quarantina in più, visto che i costi industriali a Novara sarebbero esplosi senza le commesse nordeuropee.

Fu così che da 22 caccia per la Marina arrivammo ad un programma di aerei da combattimento che trasformava l’Italia nella terza potenza NATO per quanto relativo i caccia d’attacco con copertura Stealth ed il quinto paese del mondo (dopo USA, Gran Bretagna, Russia ed Israele)  per capacità di “first strike”, mentre la Cina Popolare aveva davanti a se almeno altri 15-20 anni dal creare un’aviazione militare temibile.

”Joint Strike Fighter e’ il miglior velivolo areo-tattico in via di sviluppo. Un areo di avanzata tecnologia che e’ nei programmi di ben dieci Paesi. E’ una scelta che permette di ridurre da tre a una le linee aero-tattiche. Consentira’ una straordinaria semplificazione operativa dello strumento militare”. (Ministro della Difesa Amm. Di Paola – fonte Vita.it 28-02-2012)

Una scommessa risicata basata sulla capacità dei progettisti di pervenire ad un aereo affidabile ed efficace, dopo che, non appena realizzato il prototipo industriale nel 2009, ci si era resi conto che qualcosa era andato storto nel concept stesso del velivolo.

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Intanto, mentre in Italia la grande stampa eludeva la querelle, ma saggiamente qualcuno iniziava a sospendere le commesse, il Washington Post raccontava di diversi incidenti tra cui quello di una perdita d’olio in volo, fino al grave incidente dei giorni scorsi, con un aereo che ha preso fuoco e perso pezzi  durante il decollo dalla base di Eglin, in Florida, e il Pentagono che mette a terra tutti gli F-35.

 

E siccome al peggio non c’è mai fine vale la pena di chiarire qualcosa sulle commesse che Mario Monti volle a tutti costi con miliardi che ci avrebbero permesso di pensionare e rilanciare l’occupazione.

L’Italia ha in programma di acquistare fino a 60 esemplari del modello A a decollo da terra e 30 del modello B a decollo verticale, per la portaerei Cavour (fonte La Repubblica), visto che il Trattato di Armistizio – quello della II Guerra Mondiale – ancora oggi non ci consente di avere portaerei a catapulta.

Il ‘peggio’ è che la variante F-35B, quella a decollo verticale, fino all’anno scorso non c’era, non funzionavano i prototipi. Il primo test di decollo con successo è stato effettuato solo il 10 maggio del 2013 al NAS Patuxent River, nel Maryland.

Ebbene, quando nel 2011 e 2012 le Leggi finanziarie andarono a prevedere assegnazioni di miliardi per gli F35-B, i prototipi di quei velivoli neanche si alzavano da terra, pardòn dalla tolda.
Soldi spesi o tenuti fermi  mentre, in nome della lotta agli sprechi, un premier non eletto – Mario Monti – negava spietatamente diritti assistenziali e previdenziali a persone anziane e malate.

Sprechi.

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Si fosse pervenuti ad un investimento teconologico e occupazionale, parleremmo dei danni collaterali della ristrutturazione del capitale – e passi pure – ma non si può transigere su chi ha sprecato denari e angariato i deboli per un aereo che non ci sarà e uno stabilimento di Cameri che rischia di andare in cassa integrazione prima ancora di aver avviato per intero la linea di produzione.

Forse è per questo motivo che i nostri media hanno finora evitato di parlare del flop F35: sarebbero la prova conclusiva di un fallimento generale delle politiche attuate da Mario Monti, oltre che un ulteriore lato oscuro su come si sia pervenuti alla sua nomina a senatore a vita prima e a premier dopo.

Se i soldi impegnati per un aereo che non c’è – frutto della reverenza di Mario Monti verso ‘certa sinistra elettoralmente utile’ e del tutto scollegati sia dal salvataggio delle banche sia dalla questione Finmeccanica – fossero stati destinati al turn over generazionale e alle imprese, avremmo avuto la dura recessione italiana, il crollo del PIL e lo sbilanciamento dell’Eurozona?

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Governo Renzi: le riforme promesse e i dettagli inconfessabili

25 Feb

Non ci si aspettava che il cambio della guardia tra Enrico Letta e Matteo Renzi fosse una rivoluzione, ma neanche che – alla fine – si dimostrasse un pranzo di gala, con qualche gaffe e poco più.

Le avvisaglie erano nei nomi di alcuni ministri, a partire dalla rimozione (inspiegabile e non dovuta) di Emma Bonino agli Esteri o dalla vistosa assenza di Pietro Ichino e di Mario Mauro.

Nomi come quello dell’evergreen Dario Franceschini al Turismo, di Giuliano Poletti, presidente delle Coop, al Lavoro e Welfare oppure di Stefania Giannini, glottologa e rettore dell’università di Perugia, all’Università ma anche all’Istruzione.
Gli auguriamo tanta buona fortuna, perchè è saranno loro a decidere se l’Italia riparte oggi e per davvero oppure se dopodomani si vedrà: dismissione della pachidermica macchina pubblica che costa un occhio, riorganizzazione del sistema di istruzione (scuola) dopo 20 anni di riforme alterne ed in-finite, raddoppio dei flussi turistici.

Nomi su cui già si animano polemiche, come Federica Guidi (Ducati Energia) allo Sviluppo Economico e del conflitto di interessi che ne viene, Gianluca Galletti (UDC) all’Ambiente, del quale è noto il favore alla localizzazione della produzione di energia nucleare in Emilia Romagna purché il sito sia considerato sicuro e conveniente [1], di Marianna Maida, ministro della Pubblica Amministrazione, membro del comitato direttivo dell’AREL fondata da Beniamino Andreatta e componente del comitato di redazione della rivista Italianieuropei, che vide Massimo D’Alema tra i promotori.

Tutti tosco-emiliani, come lo sono Maria Elena Boschi e Graziano Del Rio o lo stesso Matteo Renzi. In pratica, nove su sedici ministri, che – in termini di di Centroitalia – diventano 12, con i romani Padoan, Lorenzin e Lupi. Intanto, di campani e piemontesi o veneti non se ne vede neanche l’ombra.
Di meridionali se ne conta uno su otto: Angelino Alfano di Agrigento all’Interno e la calabrese civatiana Maria Carmela Lanzetta agli Affari Regionali, ministero notoriamente senza portafoglio. Pochi, pochissimi i ministri che provengano dalle aree fortemente urbanizzate del paese dove vive almeno 1/3 degli italiani e dove si produce buona parte del PIL.
Se si voleva dare un pungolo al Parlamento per approvare un Senato federale, forse Renzi – in negativo – c’è riuscito …

Per non parlare di alcune ‘perle’ di Matteo Renzi, ieri, al Senato, come riportate dal Corsera.

  • Europa: “non saremo credibili se noi non riusciremo ad arrivarci senza sistemare quello che dobbiamo sistemare noi” … in soli tre mesi o basteranno tre anni?
  • Scuola:  “restituire il valore sociale agli insegnanti, e questo non ha bisogno di riforme, denaro, commissioni di studio” … ma senza denari non si cantano messe e senza commissioni /riforme il quadro normativo resta incompleto e sfilacciato come è oggi.
  • L’economia: “rinnovato utilizzo della Cassa depositi e prestiti, per le piccole e medie imprese che non riescono ad accedere al credito” … praticamente una nuova IRI.
  • Lavoro: “uno strumento universale a sostegno di chi perde il posto di lavoro attraverso regole normative anche profondamente innovative” ed “attrarre investimenti in questo Paese”. Come parlare di aspirine per malati che richiedono l’antibiotico …
  • Pubblica Amministrazione: “trasparenza assoluta sulle spese della Pa”. «Ogni centesimo deve essere visibile da parte di tutti» … in un paese dove i quotidiani sono tappezzati da anni e decenni delle descrrizioni particolareggiate di malversazioni e scandali pubblici.
  • Fisco: “inviare a tutti i dipendenti pubblici e ai pensionati direttamente a casa, magari attraverso uno strumento di tecnologia, la dichiarazione dei redditi precompilata” … dopo di che firmare e pagare?
  • Giustizia: “a giugno metteremo all’attenzione del Parlamento un pacchetto organico di revisione della giustizia che non lasci fuori niente”. Dalla giustizia amministrativa – che “negli appalti pubblici lavorano più agli avvocati che i muratori, i Tar possono discettare di tutto e un provvedimento di un sindaco è comunque costantemente rimesso in discussione” – ai “tempi lunghissimi della giustizia civile”, alla giustizia penale, che spesso rischia “di arrivare troppo tardi e colpire male”. Vedremo … il problema era denunciato già dal buon Collodi nel romanzo Pinocchio …
  • Cittadinanza e Unioni Civili: “il contrario di integrazione è disintegrazione, un paese che non si integra non ha futuro”, ma di diritto al voto amministrativo per gli immigrati non se ne parla. “Sui diritti si fa lo sforzo di ascoltarsi, di trovare un compromesso anche quando questo non mi soddisfa del tutto” … tanto diversi ministri sono dichiaratamente contrari …
  • Cultura: “distretti tecnologici insieme a quelli culturali”, “un piano industriale specifico del lavoro che coinvolta proprio i settori culturali” … praticamente quello che serve alla Toscana (e all’Emilia) per rilanciare la propria macchina agroalimentare e manifatturiera e il proprio business turistico cultural-pop.

Di crash generazionale (e pensionistico) neanche a parlarne, di (mala)Sanità colabrodo idem, di rilancio industriale pure. Di infrastrutture (centrali, porti, aereoporti, ferrovie, reti, turismo e mobilità locale, rifiuti …) nessun cenno. Forse, in Emilia si son convinti che sia una questione  (business?) regionale tutta loro …

Intanto, il neoministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, avvisa: “intendo far incrociare il più possibile Expo e agroalimentare” … chissà se Padoan, Maroni, Pisapia e Camera di Commercio di Milano saranno d’accordo, visto che l’Expo 2015 viene finanziato dal MEF (48%), dagli Enti Locali (37%) e da Privati (15%) …

Non sembra un governo dalla gambe lunghe e non sarà una legislatura ‘tranquilla’, ma se Renzi dovesse riuscire a riformare davvero gli apparati e la giustizia prima del voto del 2015, salirebbero nettamente le sue chanches di vittoria in una contesa elettorale ‘vera’ e con ‘par conditio’.

Ma potrebbe davvero rivelarsi un disastro, se dovesse dimostrarsi l’ennesimo approdare al governo delle piccine liti e dei noti interessi di bottega della Sinistra italiana … abbandonando il Meridione ad una (si spera non incauta) riforma Stato-Regioni e – come con Prodi – martirizzando i ministeri ‘non amici’ come la Sanità, le Infrastrutture e gli Interni …

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Finmeccanica, un imperdibile futuro italiano

24 Ott

Finmeccanica è un’azienda a partecipazione pubblica, di cui il MEF ha il controllo con il 30,2% del pacchetto azionario, mentre il 70% degli azionisti detiene il resto, diviso tra diversi  investitori istituzionali (46%) e privati (23,8%). Il Capitale sociale è di euro 2.543.861.738,00,  rappresentato da 578.150.395 azioni ordinarie del valore nominale di Euro 4.40.

Una colosso industriale mondiale controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, non da quello delle Infrastrutture come logica vorrebbe. Nel primo caso una rendita, nel secondo un investimento. Nel primo un costo per lo Stato che immobilizza capitali, nel secondo caso un ricavo per il paese in termini di valore aggiunto, know how, occupazione, rendita fiscale e previdenziale, autonoma capacità difensiva ed energetica.

Finmeccanica, un gigante italiano che rischia di implodere se, come sembra, si andrà alla fusione tra il colosso franco-tedesco Eads e quello britannico Bae Systems, mentre  Thales, Dassault, Safran – sono da sempre il ‘core’ del complesso industrial-militare della Francia post-coloniale. In un mondo dove sempre più brevetti e tecnologie saranno registrati in Cina Popolare e in India.

Finmeccanica, un’azienda che è innanzitutto scossa dagli scandali che raccontano di tangenti e big della politica, ma che preoccupa ancor di più per le scalate o le svendite che potrebbero spoliarla dei suoi gioielli od da salvataggi dalle gambe corte, come quello dispendiosissimo di Alitalia, azienda che ha notevolmente contribuito ad affossare il debito pubblico italiano.

Scrive “lo Stato è il socio di controllo di Finmeccanica, soggetto venditore, ma anche della Cassa depositi e prestiti che sta costruendo una proposta d’acquisto alternativa a quella di Siemens per Ansaldo Energia, e pure delle Fs, principale cliente e partner tecnologico di Ansaldo Trasporti, oggetto del desiderio della giapponese Hitachi. Qual è l’interesse del Paese? Lo dovrebbe stabilire la politica industriale. E però se il governo non vuole o non sa dare linee guida al management , allora dovrebbe assumersi la responsabilità di mettere all’asta Finmeccanica. Scelga. Non si lasciano languire così le aziende di cui si è padroni. A beneficio dei padroni prossimi venturi.”

Stiamo parlando, infatti, della ‘corporation’ pubblica molto interessante per investitori e speculatori, oltre che strategica nel settore ‘difesa’, dato che controlla (asset più asset meno) AgustaWestland N.V., Agusta S.p.A., ST Microelectronics Holding II B.V, STMicroelectronics N.V., Aeromeccanica S.A., gruppo Avio, Alenia Aermacchi, Ansaldo Energia, AnsaldoBreda, BredaMenarinibus, Fata, Oto Melara, Trimprobe, Telespazio Holding, Finmeccanica Group, Finmeccanica Finance, Finmeccanica Group Real Estate, Finmeccanica North America, Finmeccanica UK LTD, DRS Technologies, ElsaCom N.V., ElsaCom, Seicos, Selex Elsag, Selex Service Management, Selex Sistemi Integrati, So.Ge.Pa.,  Whitehead Alenia Sistemi Subacquei, Eurosysnav, Orizzonte – Sistemi Navali, Europea Microfusioni Aerospaziali, Thales Alenia Space, Elettronica, European Satellite Navigation Industries GmbH, Galileo Industries, MBDA, Nahuelsat, NGL Prime.

Qualcosa, dunque, di cui l’Italia non può e non deve affatto privarsi, dato che Finmeccanica non Alitalia ed ha portato ricavi, nel 2011, per 17.318.000.000 di euro. Una solida realtà che, se vuole e deve restar tale, non può affidarsi a cordate italiane deboli od improprie.

Ad esempio, è poco ragionevole che lo Stato italiano declassi la propia presenza in Finmeccanica a mero fund rising, tramite la Cassa Depositi e Prestiti del MEF, anzichè il ministro del MEF, ovvero il Governo ed il Parlamento, in prima persona. Tra l’altro, visto che gli investitori istituzionali e privati sono in tot o tanta parte stranieri, il ‘declassamento’ comporterebbe ipso facto una forte perdita di ‘italianità’ da parte dell’azienda. L’ingresso di Siemens comporta il rischio di un semismantellamento come per Thyssen e siderurgia varia italiana o per Chrysler e forza commerciale di FIAT
Quanto ad Ansaldo Trasporti, sarebbe ben più logico diventi – eventualmente – lei la controllante, e non la controllata, di FS,  un gestore di rete ferroviaria in perenne sofferenza, ristrutturazione ed innovazione. Caso mai sarebbe corretto il contrario. Come per Siemens, l’ingresso di Hitaci appare molto più conveniente per la ditta del Sol Levante che per la nostra.

Cosa fare con Finmeccanica allora?

Iniziamo col dire che solo il 3,36% dell’azionariato istituzionale è italiano, la restante parte è sostanzialmente anglo-statunitense. Dunque, è difficile che Londra o New York intendano incrementare la propria presenza nell’impresa. E che da ENI, FIAT e Finmeccanica dipende la sopravvivenza dell’Italia nel mondo industrializzato come realtà autonoma e decisionale, mentre la terziarizzazione ed i flussi turistici ci porrebbero in balia di scelte altrui, come è accaduto per la Spagna.

Ci sarebbero un paio di riflessioni.
La prima questione è che Finmeccanica deve restare italiana: il gettito di ricavi che comporta è un attivo che brilla come una gemma rara nei bilanci pubblici. Cedere il 30% per declassare il nostro debito pubblico è segliere l’uovo oggi rinunciando all’uovo di domani.
Ma non è trasferendola a Cassa Depositi e Prestiti o FS per risollevarne i bilanci, che si fanno scelte per il futuro: si continua a mantenere in vita un passato che forse non esisteva più già 35 anni fa.

La seconda riflessione è che – tanto per dirne una – se partner interessanti come Siemens e Hitaci vogliono entrare nel business, esistono, tra le aziende su elencate, ampie possibilità di negoziare quote detenute anche al 100% da Finmeccanica. Come anche che il 30,2% controllato dal MEF potrebbe ‘diventare’ una società creata ad hoc che, pur restando a controllo statale italiano, potrebbe permettere ai partner di sentirsi garantiti.
Non abbiamo (ancora) bisogno di affittare il Pireo ai cinesi … e, dopo ‘il senso di responsabilità’ mostrato dai cittadini italiani in questi anni e mesi, meriteremmo che Siemens-Germania e Hitachi-Giappone entrassero nel business, ma in punta di piedi, sostenendo un paese amico e facendo un buon affare.

Non è un caso che il Corriere della Sera incalzi: “il ministro Vittorio Grilli, d’intesa con i colleghi allo Sviluppo economico e alla Difesa, Corrado Passera e Giampaolo Di Paola, batta un colpo. Il premier Mario Monti si assicuri che venga battuto presto e bene.

Possibile, impossibile?
Dipende dal mediatore (nel caso presente il ministro dell’Economia Grilli) e dai margini concessigli: c’è chi ha venduto frigoriferi agli eschimesi … ma, probabilmente, aveva massima autonomia.

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Equitalia is evil !!!

9 Mag

Ripubblico in stralcio un interessante post di Alessandro Citarella, Segretario Provinciale di Napoli del Partito del Sud, intitolato: Equitalia: un “carrozzone” come mano del demonio.

 

“Equitalia è una S.p.A. a capitale interamente pubblico, detenuto per il 51% dall’Agenzia delle entrate e per il restante 49% dall’INPS, e svolge attività di agente della riscossione per conto dell’Erario, degli enti pubblici di previdenza e assistenza, e di altri numerosi enti pubblici statali e non statali.  Dalle analisi svolte dalla Corte dei Conti, l’attività di riscossione coattiva dei tributi e dei contributi svolta da Equitalia negli ultimi anni si è notevolmente intensificata, tanto che gli incassi sono più che raddoppiati nell’arco di un quinquennio, passando da 3,8 miliardi di euro a quasi 8,9 miliardi di euro.”

“Purtroppo, la crescita degli incassi dipende, in buona parte, dall’inasprimento delle forme di coercizione e delle sanzioni accessorie addebitate ai destinatari delle cartelle esattoriali.  In particolare, negli ultimi tempi si sono  moltiplicate le norme per eliminare ogni possibile ostacolo alla riscossione degli importi, attenuando le garanzie che  nostro ordinamento riserva al contribuente. Equitalia ha intensificato  la propria attività , producendo nel solo 2010 oltre un milione 800 mila cartelle esattoriali, 577 mila fermi amministrativi, iscrivendo 135 mila ipoteche e 133 mila pignoramenti, e sono state 542 mila le istanze di fallimento di imprese e contribuenti direttamente ascrivibili alle azioni di Equitalia nei loro confronti.”

“L’aggio di riscossione riconosciuto a Equitalia sulle cartelle esattoriali è oggi stabilito nel 9%, di cui 4,65% cento a carico del contribuente se il pagamento avviene entro 60 giorni dalla notifica della cartella esattoriale o per intero se si supera tale limite; se un debitore dovesse saldare una propria cartella esattoriale dopo un anno dalla notifica si troverebbe a pagare oltre l’11% a titolo di vari interessi più una sanzione  del 30% e un aggio di riscossione nella misura del 9%, per un totale superiore al 50%; la norma contenuta nel decreto  “salva-Italia” prevede la revisione della misura del predetto aggio, ma  dalla fine del 2013, troppo lontana nel tempo per le imprese che chiudono per la crisi economica.

È grave che a fronte dell’intransigenza con la quale la Pubblica Amministrazione richiede alle imprese l’adempimento degli obblighi fiscali, poi paghi i propri fornitori con un ritardo medio di 86 giorni e punte di 500 giorni — in Francia i tempi medi di pagamento sono di 22 giorni, nel Regno Unito di 19 giorni e in Germania di 11 giorni.”

“Ogni cittadino o impresa vuole invece un comportamento leale e trasparente dello Stato sia quando è creditore sia quando è debitore.”

Leggi anche l’intervento del Presidente Onorario della Corte di Cassazione su Equitalia, il diritto di protestare

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Dell’Utri, una storia italiana

9 Mar

Un paio di anni fa, quando questo blog era ancora pubblicato tramite “TypePad – La Stampa”, il post dedicato alla misteriosa carriera di Marcello Dell’Utri raccolse circa 15.000 passaggi in due giorni.

La domanda era: “se non era un mafioso – e non sembra che lo fosse – per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione?”

Le questioni poste all’epoca ritornano, dunque, con maggiore evidenza oggi, dopo la richiesta del Procuratore Generale di annullare la condanna poichè “nel caso del senatore del Pdl  non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio. Nuovo processo o la vicenda alle sezioni unite penali“.

Ecco il post di due anni fa, con qualche integrazione o modifica, visto l’evolversi dei fatti.

Innanzitutto, precisiamo che secondo ben due sentenze, annullate od in corso di annullamento, come sembra, in Cassazione, Marcello Dell’Utri era stato accusato di concorso esterno ad organizzazioni ed attività mafiose.

Trattandosi di uno dei più stretti consiglieri “politici” di Silvio Berlusconi, la notizia avrebbe dovuto fare scalpore fin dalla sua entrata in politica, ma questo non accadde.

Inoltre, ammessa la veridicità di testimoni e prove, è a dir poco strano che il senatore Dell’Utri abbia avuto rapporti con mafiosi solo fino al 1992, interrompendoli con l’entrata in politica di Berlusconi. Un “dettaglio” che balza all’occhio, se si considera che, nel mondo e non solo in Italia, molte relazioni d’affari siano cambiate a partire dal 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, per quanto riguarda la Politica, e l’arresto del superboss John Gotti a New York, per quanto relativo alla Mafia.

Altrove, c’erano già le opposizioni ed i media sugli spalti, mentre il Governo Berlusconi sarebbe stato costretto alle dimissioni.  Altrove …, da noi siamo “garantisti”, ma abbiamo leggi draconiane per immigrati irregolari, ragazzini con spinello e licenziamento die lavoratori.

Eppure, almeno una domanda ci sarebbe e potrebbero porla tutti: se Dell’Utri aveva contatti con mafiosi senza esserne tale e senza esserne amico, a nome di chi lo faceva?

Di Rapisarda, con cui ha collaborato dal 1978 al 1981, anni in cui avrebbe avuto, come racconta Marco Travaglio, relazioni con mafiosi del calibro di Ciancimino, potentissimo ex sindaco di Palermo, Cuntrera-Caruana, che controllavano il traffico di cocaina, e Jimmy Fauci, che gestiva il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada?
Oppure agì per conto di Silvio Berlusconi fin dal 1963, quando lo chiamò Milano e ne fece il proprio segretario, oppure, ancora, fu infiltrato dalla mafia a partire dal 1974,  epoca in cui fu assunto lo “stalliere” Vittorio Mangano, arrestato nel 1980 da Giovanni Falcone per traffico internazionale di droga?

O nulla di tutto questo ed, allora, cos’altro?

Ipotesi, non certezze, a fronte di tante contiguità temporali e relazionali che  – in politica e non in tribunale – andrebbero ampiamente chiarite e giustificate.

Chi o quali “padroni” ebbe Marcello Dell’Utri dal 1982 al 1992, quando, nonostante avesse posizioni strategiche in Publitalia’80, veniva colto dai carabinieri in compagnia di noti mafiosi?

Se non era un mafioso – e non sembra che lo fosse – per chi lavorava Marcello Dell’Utri e quale è stata la sua effettiva funzione? Incredibilmente, pur essendo la questione non solo giudiziaria, ma
soprattutto storica e sociologica, queste domande sono assenti nei media come nei salotti.

E’ stato un mediatore, un “ambasciatore”, un intermediario? Un manager competente e scaltro? L’amico fedele ed affidabile di Berlusconi e basta?

Ha avuto un proprio potere od è sempre stato uno strumento di altri? Quale è stato l’appeal che ha indotto un uomo di primo piano come Silvio Berlusconi a farlo il confidente di una vita ed il fiduciario di un impero?

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Il mistero degli F-35 che l’Italia acquisterà

22 Feb

L’ammiraglio Giampaolo Di Paola, attuale ministro della Difesa, ha annunciato a nome del governo Monti che l’Italia acquisterà 90 cacciabombardieri F-35, anziché 131 come programmato inizialmente nel decreto “Salva Italia”.

L’annuncio, dato durante un’audizione al Senato, precisa che la spesa avverrà “nei prossimi anni” e non durante il 2012, come previsto inizialmente, con un risparmio di circa 5 miliardi di euro rispetto alla somma indicata in manovra (circqa 15 miliardi). Il tutto con i nostri media che annunciavano “Italia taglia oltre 40 jet”.

In realtà le cose stanno in modo ben diverso.

Alla data del 1 dicembre scorso, più o meno mentre Mario Monti si insediava, di Finmeccanica F35 Joint Strike Fighter ne dovevamo comprare solo 22 del “tipo B” per l’Aviazione Navale italiana e, sembra, un’altra ventina per l’Aeronautica Militare. Nulla di più e con l’aggiunta che il “tipo B” – quello a decollo verticale da portaerei – non ha ancora superato la fase di prototipo.

La vicenda somiglia alla storia di quel commerciante che va al mercato e triplica i prezzi della propria merce per poi applicare uno sconto del 50% e ricavarci il 150% tra il plauso generale … oltre al fatto ben più rilevante che sarebbe bello poter visionare la copia del decreto “Salva Stati” inviata in Corte dei Conti e conoscere con certezza l’entità esatta, dato che i media hanno parlato di “annuncio” e di spesa “nei prossimi anni”.

Ad ogni modo, tra le commesse di sei mesi fa e quelle di oggi ci sono ben settanta F-35 che questo governo vuole comprare a tutti i costi e che, quarda caso, coincidono – aereo più aereo meno – agli 85 di cui la Koninklijke Luchtmacht olandese ha ritirato la commessa a novembre scorso.

Settanta cacciabombardieri “extra”, circa 8 miliardi di Euro per comprarli e quasi altrettanti all’anno per manutentarli ed aggiornarli; per questi si che ci sono i soldi.
Soldi che andranno in gran parte a Novara, dove la Finmeccanica costruirà ex novo un polo tecnologico in prossimità dell’aereoporto militare “più inutile” d’Italia, visto che ha il record di chiusure per nebbia e che la Francia, da secoli, è un paese “amico”.

Cacciabombardieri, che prima o poi verranno usati contro qualcuno e che servono a mantenere alta l’occupazione e la crescita tecno-industriale del Piemonte.

Non a caso, Maria Luisa Crespi, il sindaco di Cameri, dichiarò, nel 2007, «grazie all’iniziativa della Provincia, da oggi saremo in grado di dare risposte ai nostri cittadini» e, come confermò il sindaco di Bellinzago, Mariella Bovio, «sono importanti le garanzie occupazionali per un territorio come il nostro che vive una grave crisi nel settore tessile». E non c’è davvero da chiedersi perchè non farlo a Grazzanise (CE), dove l’aeroporto militare già c’è, dove la disoccupazione è storica e dove c’è “bisogno di Stato”, visto che è terra di conquista casalese.

Infatti, parliamo di un progetto in cui la Stato ha investito circa un miliardo di Euro, che venne avviato dal Governo Prodi, con i piemontesi Damiano, Livia Turco, Bertinotti e Ferrero ai massimi vertici del potere … come oggi c’è il Gotha della torinese Compagnia di San Paolo.

Cosa potremmo farci – a Sud, per le donne, con i giovani, per disabili ed anziani – con gli 8 miliardi di Euro che il governo Monti spenderà per comprare il triplo dei F-35 “prenotati” da La Russa e Tremonti?

Tanto, tantissimo.
Ma, soprattutto, quale delle due operazioni – F-35 o Welfare – rappresenta un effettivo “moltiplicatore” di risorse, ovvero è un “buon investimento” per gli italiani?

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Equitalia, il diritto di protestare

10 Gen

Ferdinando Imposimato è il Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. E’ stato anche funzionario del Tesoro, commissario di polizia, giudice istruttore, avvocato penalista e senatore della Repubblica.

Questa la sua opinione riguardo Equitalia.

Ritengo che le osservazioni di Grillo siano giuste, e che debbano essere rispettate perché, a mio avviso, il problema del comportamento vessatorio di Equitalia esiste.

Mi sembra un ente che è forte con i deboli ed è debole con i forti, per cui penso sia necessario che Equitalia accetti le critiche.

Parlare di terrorismo forse è un po’ esagerato, però questo comportamento eccessivamente fiscale nei confronti dei piccoli evasori e questa inerzia nei confronti dei grandi evasori, non può più continuare. Noi vogliamo il recupero delle somme evase, ma soprattutto a carico dei grandi evasori.

Chiaramente noi non siamo per i terroristi, siamo contro i terroristi anche perché abbiamo sempre lottato contro il terrorismo, però non si può negare sia a Grillo, che a me, che ad altri, il diritto di protestare.

C’è stata debolezza nei confronti dei grandi evasori e grande capacità di intervento nei confronti dei piccoli evasori, questo è l’aspetto più grave rispetto al comportamento di Equitalia.

Devono esistere delle leggi che vanno fatte rispettare, soprattutto verso i grandi evasori fiscali che fino adesso purtroppo sono stati al riparo dagli interventi di Equitalia. In Italia ci sono 175 miliardi di evasione fiscale.

Se lo Stato, attraverso Equitalia, riesce a recuperare dai grandi evasori le somme evase, allora anche i ceti medio bassi saranno più disponibili a sopportare dei sacrifici.
Se invece i sacrifici debbono essere sopportati soltanto dai lavoratori, dagli operai, dei pensionati e dai dipendenti che hanno uno stipendio limitato e non invece dai grandi evasori, questo fatto che provocherà una ribellione nei confronti dello Stato.

Doveroso ricordare che ad affermarlo è il giudice istruttore dei processi per l’uccisione di Aldo Moro, l’attentato al Papa, l’omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet, la strage di Piazza Nicosia, il banchiere Michele Sindona legato a Cosa Nostra, la Banda della Magliana. Il magistrato  che ebbe, nel 1983, il fratello Franco ucciso per una vendetta trasversale e che fu il primo a parlare della pista bulgara in Europa e delle connessioni internazionali del terrorismo (tra cui Israele/ Palestina).

C’è da dargli credito.


L’intervista integrale è su Cado in Piedi

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