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Crimea, Ucraina, Kazakistan, Siria, petrolio, gas, Heimat, dominio dei mari e altro ancora

31 Mar

Se qualcuno volesse scrivere la sceneggiatura o delineare uno scenario internazionale di quanto sta accadendo tra Stati Uniti, Germania e Russia via Ucraina-Siria-Crimea, ce ne sarebbe abbastanza per un ottimo polpettone cinematografico stile Spy Stories ambientate durante la Guerra Fredda.

Iniziamo dalla scacchiera.

Il progressivo incremento dei trasporti via mare va di pari passo con le piraterie, i porti franchi e le micronazioni dalle tante pretese. La flotta russa, oltre ad essere più moderna di quella USA in fatto di portaerei, è pressochè inutilizzata e confinata nei mari freddi del Baltico e dell’Artico. La superiorità della tecnologia militare russa è notoria anche a livello di aviazione (Sukoi – Mig), di ‘artiglieria’ leggera (sistemi razzo russi e iraniani) e di armi leggere (Kalashnikov). E, quanto alle guerre in Afganistan, possiamo prendere atto che i soldati russi si dimostrarono ben più coriacei dei cow boys yankees odierni.

Il Climate Change prefigura un notevole incremento delle terre coltivabili a disposizione delle repubbliche ex sovietiche, Russia inclusa. Niente di fantascientifico. E’ già accaduto 3-4.000 anni prima di Cristo e dal 600 d.C a seguire che le popolazioni scandinave, grazie al disgelo, siano cresciute demograficamente ed abbiano dovuto espandere i propri territori. Inoltre, il dopo Fukushima rende ancor più interessante l’uso del gas naturale come fonte energetica. Questo gas, per motivi geografici, deve passare attraverso l’Ucraina o il mare al largo della Polonia, che sono ambedue, ormai, delle colonie della Deutsche Bank e della Goldman&Sachs. Una discreta quantità del gas ‘russo’ proviene dalla repubblica kazaka, dove vivono e governano gli ultimi discendenti di quella che alcuni considerano la ‘dodicesima tribù di Israele’, i Cazàri.

ervature energetiche Eurorussia

Israele, a sua volta, non sembra essere per nulla infastidito nè dalle guerre – prima irakena, oggi siriana, per non parlare della caotica rivoluzione egiziana – nè dall’iperattivismo saudita in Medio Oriente. E, d’altra parte, mandare in tilt Damasco è il mezzo migliore per evitare che si ricomponga l’ultimo califfato mancante al mosaico, ovvero la riunione di Libano, Siria, Giordania e Iraq. Qualcosa di inimmaginabile negli anni ruggenti del sionismo, ma altrettanto realistica se Erdogan (ri)vince alla grande le elezioni.
E i ‘nemici’ di Israele sono noti da decenni: Russia, Iran e, guarda caso, Siria. Come lo sono gli ‘amici’: Stati Uniti e, guarda caso, Germania e Arabia Saudita.

Syrian Pipelines Siria Oleodotti

Dunque, esiste la probabilità che qualche potente kazako e qualche suo lontano cugino di New York o di Tel Aviv non vedano di buon occhio l’aggiramento dell’Ucraina e della Germania con gli oleodotti e i gasdotti del South Stream attraverso il Mar Nero. Tutto legittimo, come potrebbe esserlo, viceversa, l’idea russa di risolvere a pie’ pari il ‘problema ceceno’, che ha finora bloccato la realizzazione dell’autostrada energetica, riprendendosi la Repubblica di Crimea, regalata da Krushev all’Ucraina e da questa inglobata, che si trova abbastanza a nord per poter abbandonare la Cecenia al proprio destino di area tribale.

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Per completare la scacchiera, ricordiamo che l’Italia si  approvvigiona di gas tramite la Tunisia e potrebbe infischiarsene, come gli stati europei del Nord Europa che utilizzano il North Stream, come anche ha forti interessi (tramite ENI) in Kazakistan e, dunque, la ‘cresta’ che gli ucraini fanno sul gasodotto  principale non può farci gioire. Come non gioiscono – di sicuro – nè i bulgari, nè i serbi, nè i turchi, nè gli albanesi e neanche i molisani, che dalla messa in opera del South Stream potrebbero ottenere l’energia e l’upgrade necessari per lo sviluppo.
L’Italia è anche il paese al quale fu demandato di provvedere alla costruzione di caccia F35, in quantità non inferiore a 100 come sembra, che prima o poi saranno usati per fare la guerra da qualche parte.
E, se il Kazakistan vi ha portato alla mente il caso Shalabayeva-Bonino, mettiamo anche in conto che neanche 12 ore dopo le rassicurazioni di Obama a Renzi sul caso dei marò in India, il governo indiano ha dichiarato illegittimo l’uso delle leggi antiterrorismo a carico dei nostri militari, aprendo un’inchiesta.
Meglio incassare, si sarà detto Matteo Renzi, piuttosto che un nuovo caso Mattei … tanto sarà difficile scalzare ENI dalle repubbliche ex sovietiche e … dalla Turchia.

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Il tutto mentre, prima o poi, la Gran Bretagna si troverà – per la prima volta in 200 anni con un re giovane e, dopo tanti secoli, con un principe cadetto scalpitante. E mentre la Scozia potrebbe diventare una repubblica, incassando molto del petrolio del Mare del Nord, Londra sta cercando in ogni modo di ottenere il controllo dei ricchi pozzi delle Falkland – Malvinas, al largo dell’Argentina.
I francesi hanno i loro problemi, con una sinistra che ormai è andata ad aggiungersi ai lauti banchetti (e qualche scampagnata extraconiugale) dell’alta borghesia affermatasi nell’Ottocento.
Quanto alla Germania, c’è poco da dire: nel momento in cui è arrivata (anni fa) a dotarsi di una corolla di stati satellite (Olanda, Lussemburgo, Polonia, Ucraina, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Triveneto …), grazie al potere delle proprie banche e alla forza delle proprie istituzioni, i suoi confini coincidono con quelli della Heimat.

Obama?
Possibile che gli USA siano talmente alla canna del gas – tra complesso industrial-militar-finanziario e un melting pot che funziona in parte – da dover trasformarsi nel braccio (armato) degli interessi di Germania e Israele?
Dov’è l’afflato di Carter e di Clinton che riuscirono a costruire e sugellare l’armistizio ancora corrente, seppur instabile, tra Israele e Palestina? Dov’è la competenza di George Bush senior che preferì non invadere l’Irak? E dove sono gli staff di quei presidenti americani?

Perchè, da quando Barak Obama è subentrato a G. W. Bush come presidente agli inizi del 2009, della ‘Road map for peace‘ non se ne è più parlato?
E come spiegarsi il perchè, se Hillary Clinton – che pure ci aveva provato – ha lasciato la carica di Segretario di Stato a John Kerry, nipote di James Grant Forbes II e pronipote di Robert Charles Winthrop per parte di madre, ma anche nipote di ebrei austroungarici, immigrati ai primi del ‘900 in USA,  e con due zii  – Otto e Jenni  – sterminati dai nazisti con tutte le loro famiglie.

Timori dovuti, dato che Mr. President ha già dimostrato – in occasione delle rivolte arabe contro i regimi corrotti – di non cavarsela molto bene fuori dai confini delle metropoli wasp statunitensi. Come anche, ha lanciato promesse al vento, vedi il ritiro dall’Afganistan o la guerra lampo in Siria, per non parlare dell’Obamacare o dell’assimilazione degli ispanici o, peggio, del grande piano infrastrutturale che annunciò cinque anni fa.
Questa è la chiave di volta.

Putin-Vs.-Obama

Per il resto, va tutto bene. La Germania – grazie al distacco della Crimea dall’Ucraina – ormai arriva a Kiev e controlla i rubinetti di francesi e olandesi. L’Italia incassa sconti e commesse più due marò liberi, tanto tra tre mesi la banderuola gira. Israele ha un rapporto con i Sauditi ormai ben consolidato e, se l’Imperatore americano facesse il suo mestiere, si dedicherebbero ambedue al business as usual piuttosto che trovarsi prima o poi la casa in fiamme.
Russia e Kazakistan hanno indietro la loro Crimea e potranno avere un South Stream che fa capo all’attuale hub di Odessa, senza dover dipendere – come accade a noi italiani – dai voleri (e dagli affarucci) dei Graf di Berlino (e Monaco di Baviera), che – come Machiavelli e la storia medievale insegnano – abitano troppo vicino alle nostre amate coste.

Un grande presidente americano avrebbe rilanciato la Road Map per il Medio Oriente, prima che i turchi stacchino gli acquedotti che alimentano Israele. Un segretario degli esteri, con una carrriera da pacifista e da procuratore integerrimo del caso Contras, avrebbe rilanciato la Road Map per il Medio Oriente, prima che le masse arabe (egiziane e non solo) rivolgano all’esterno piuttosto che all’interno le loro tensioni.
Ma Obama e Kerry di politica estera ne masticano poca e di storia e dottrina politica ancor meno, basta leggere i curricula da avvocati per saperlo, e così andando le cose a festeggiare saranno Putin e Merkel …

Non a caso i repubblicani di Romney sono partiti alla carica, poichè proprio in campagna elettorale Obama accusò il suo contendente di ‘ricadere nella Guerra Fredda’, mentre i democratici – temendo che la debolezza finora dimostrata dal ‘loro’ presidente possa rivelarsi  un boomerang – ormai si sono  aggregati al coro bipartisan che al Congresso chiede di inviare aiuti militari in Ucraina ‘per supportare il nascente governo’.
La Crimea? E’ russa, come avranno avuto modo di spiegare le diplomazie francesi e inglesi …

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L’Europa va alle elezioni mentre le nazioni chiedono più autonomia

24 Mar

Il referendum sull’indipendenza del Veneto, organizzato dai movimenti autonomisti e appena svoltosi, avrebbe visto la partecipazione del 70% degli elettori veneti con un esito “plebiscitario”: 89% di “sì”.
I dati non sono verificabili, ma  li conferma un sondaggio di Demos, condotto tra il 20 e il 21 marzo, in cui poco meno dell’80% si dice favorevole o quanto meno ‘interessato’ all’indipendenza veneta.

In Italia, l’iniziativa è stata ignorata dai media, come sottolinea Ilvo Diamanti su La Repubblica, ma gli osservatori stranieri non l’hanno fatto: c’è “l’esempio” della Crimea, ma ci sono anche le tensioni scoto-gallesi, i baschi e i catalani, i fiamminghi eccetera. E ci sono la Sicilia e la Campania … ovvero le Due Sicilie, dove l’esito di un referendum autonomista ben organizzato sarebbe del tutto imprevedibile.

Europa di Tacito

Intanto, in Francia, le spinte verso uno Stato etico e ‘nazionale’ stanno portando ad una crescita – prima sensibile e oggi dilagante – della ‘vecchia’ destra gaullista e nazionalista, rigeneratasi nelle banlieues e nelle città meridionali sotto le insegne del Fronte Nazionale di le Pen. Paradossalmente, sono loro oggi i maquìs (ndr. partigiani) che resistono all’invasore tedesco … e ai collaborazionisti di Hollande.

Di qui l’ipotesi che l’idea di un’Europa ‘sacro romano impero germanico-napoleonico’ possa essere del tutto desueta e che certi padri fondatori abbiano preso una grossa bufala.

Europa 1811

Fosse solo perchè a dar voce a tutte le spinte autonomistiche o nazionalistiche (ndr. che poi è la stessa cosa) ci ritroviamo quasi esattamente con la cartina del 1400 dopo Cristo …

Europa 1400

Da un lato, c’è l’Europa angioino/aragonese e/o bizantina (Catalogna, Due Sicilie,  Grecia e Balcani) in parte sovrapponibile a quella bizantina (che includeva anche Maghreb, Libano, Turchia e Siria, Bulgaria e Romania) che non trova aspettative e opportunità di crescita nell’attuale Unione Europea. Dall’altro, un’area Germanica che va sempre di più affermandosi, aggregando la Pannonia, l’Illira e il Norico (Venezie, Croazia, Slovenia), la Batavia (Fiandre) e la Grande Polonia (che includerebbe Moldavia, Slovacchia e mezza Ucraina, guarda caso). Dall’altro ancora ci sono i popoli ‘nordici’ (Svezia, Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, le città del Baltico e qualche porto olandese) che in gran parte rifiutano l’Euro e il Fondo Sociale Europeo.

Ovviamente, buona parte di nostri ‘guru’ – i soloni ultraottantenni e i loro fedeli discepoli ultrasessantacinquenni – di tutto questo non sembrano accorgersene e i ‘piani alti’ continuano a spingere l’acceleratore verso qualcosa che non c’è, ma deve assolutamente esserci: gli Stati Uniti d’Europa.

Stati uniti che, a ben vedere, non ci sono in Cina, che è un’unica repubblica ‘popolare’ montata sul preesistente impero, e non ci sarebbero in America, se fosse stato per Thomas Jefferson e Benjamin Franklin (federalisti) come per i confederati – per l’appunto – del Sud e gli ‘annessi’ del Texas, Luisiana e California, senza parlare delle Hawaii, di Portorico, di Panama, di Guantanamo e di Grenada.
Ma, se è per questo, gli old boys delle cerchie che contano non si sono neancche ancora accorti che la Germania – de facto – ha un potenziale e una ‘estensione’ paragonabili o superiori a quello che aveva nel 1936. Gli errori di Obama in Siria e in Crimea ne sono la lampante riprova.

Come non è un caso che, alle soglie delle elezioni europee, non c’è partito che osi avviare una qualche campagna elettorale, figurarsi a sventolare la bandierina azzurra con le stelline in cerchio.

Europa 2014

L’Europa potrà sopravvivere a se stessa solo se si farà macroregione e federazione, con un sistema di bilancio unificato, un costo del denaro modulato ed un sistema lavoro-welfare integrato.

Altrimenti, gli europei si ricorderanno che una patria è meglio di una banca …

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Merkel vince, ma l’Eurozona perde

25 Set

Arriva l’annunciato successo di Angela Merkel in Germania e del contestuale sprofondamento sotto il 4% del Partito Liberale tedesco, nonché dell’eterno flirt con i socialdemocratici, chiamato Grosse Koalition.

Mario Monti, da Lilli Gruber, afferma sorpendentemente che in Germania non c’è un partito ‘populista di destra’, ma resta – allora – da capire cosa sia la CSU bavarese e chi sia Angela Merkel che arrivò ai Cristiano – Democratici dritta dritta dall’ufficio propaganda del partito comunista della DDR.

Ancor più soprendentemente, Mario Monti parla di una ‘larga coalizione’ italiana contro gli interessi lobbistici. Un idea difficilmente applicabile un parlamento eletto con il Porcellum e le liste predeterminate dai partiti.

Ma Mario Monti, come sappiamo, è bravissimo a far l’indiano, precisando – sempre su La7 – che il grande merito del suo governo è stato quello di evitare il ricorso ad un prestito del FMI – a differenza di Spagna e Grecia – ed aver così evitato una sorta di ‘commissariamento’.

Come se equivalesse ad un commissariamento l’aver nominato un banchiere a senatore a vita per dargli il governo del paese sull’onda delle speculazioni di mercato e permettere un drammatico fund dragging per sostenere banche private ed enti finanziari pubblici.

Ritornando alla Germania – ed alle possibili previsioni sui destini italici –  la maggioranza che sosterrà il governo Merkel potrebbe rivelarsi molto ‘egoista’, visto che nei Lander il populismo cristiano demosociale certamente non vede di buon occhio ‘le cicale  del meridione d’Europa’ e che l’alleato SPD crolla anche nelle roccaforti storiche come Berlino e, secondo i magazine tedeschi, ha perso l’appoggio dei manager e dei tecnici.

Cattive notizie, dunque, per Quirinale e Palazzo Chigi, che speravano in una ripresa della SPD, in modo da portare la Germania su posizioni più morbide, alla stregua di Hollande.

Le pessime notizie per l’Italia arrivano, però, da un altro dato tedesco.
In Germania, l’attuale governo (CSU+CDU+SPD) rappresenterà solo 3/5 dell’elettorato tra astenuti, voti dispersi ed i postcomunisti di Linke o l’estrema destra di AFD.
E così andando le cose accadrà che per altri 4 anni, dopo altri precedenti otto, la Germania sarà governata dalla Partitocrazia contro ‘tutti’: cos’altro pensare se la maggioranza dei partiti diventa stabilmente la maggioranza di governo, ricordandosi della necessità di una qualche contrapposizione solo il giorno prima delle elezioni?

Angela Merkel – Giovane Comunista in DDR

Qualcuno pensa che una roba del genere possa assicurare all’Europa (e all’Italia) la marcia in più che servirebbe da tempo? O che possa tenere insieme il giocattolo dell’Eurozona se non tollerando corruzione e speculazioni, che da noi italici si chiamano mafie e caste?

E come la metteremo tra quattro anni – o forse prima – quando anche in Germania, come in Italia, il governo potrà contare su un’ampia maggioranza parlamentare, ma anche su una diffusa opposizione nei diversi ceti della popolazione?

La Germania ha scelto l’uovo oggi, difficile che ci saranno galline domani …

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Iva, Imu, Irperf, Irap, Cis: arrivano altre tasse?

4 Giu

Per comprendere la situazione recessiva in cui Mario Monti ed Elsa Fornero ci hanno portati, dopo Padoa Schioppa e Tremonti, basta accorgersi che, con un PIL da 2.000 miliardi di dollari, l’Italia debba soffrire e sobbalzare perchè non riesce a far cassa neanche per lo 0,5% del valore totale del paese, che, intanto, crolla del 5% tra 2012 e 2013.

Due miliardi e mezzo per un punto d’IVA, altrettanti per le Casse Integrazioni, circa tre per l’IMU prima casa: sette miliardi in tutto da ‘giostrare’, mentre di IRPERF e IRAP – la nostra follia quotidiana – neanche se ne parla.

Intanto, un incremento dell’IVA suonerebbe come il de profundis per il nostro mercato interno, di cassa integrazione neanche dovremmo parlare, se avessimo un Welfare, di IMU è vietato discutere, dato che la sua abolizione è il prezzo da pagare ad un governo mediocre, la Germania è anch’essa ferma al palo, dopo aver scaricato sul Sud Europa i propri guai.

Forse, erano e sono eccessivi i parametri rigidissimi che l’Europa si accinge a rinnegare. Forse, è necessario intervenire sul sistema di bilancio e spesa degli stati – per uniformarlo – piuttosto che fissare tetti e ricette intollerabili.
Forse, sarebbe da bandire qualunque economista e politico – italiano o straniero – facesse riferimento a Mario Monti, alle sue politiche, al suo rigore a senso unico, ai suoi conti che, ormai si sa, non tornano affatto.
Il Fondo Monetario ha annunciato, ieri, la situazione potenzialmente recessiva della Germania e la sua opacità finanziaria, tre mesi fa la Camera dei laender (alta) ha respinto il Fiscal Compact, da un mese è ufficialmente in crisi il settore manifatturiero cinese ed è troppo tardi per quella svalutazione dello Yuan attesa da un decennio.

C’è un mondo dell’economia che, anche quando ha operato con correttezza, ha fornito ipotesi e soluzioni errate alla politica ed ai poteri forti europei, specialmente nel corso dell’ultimo biennio.

I cittadini, un po’ dovunque, ne hanno una netta percezione; i media ed i partiti no. Non ancora.

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La Germania frena, il FMI conferma

4 Giu

I giornali titolano sulle stime di crescita dimezzate della Germania, fatto annunciato ufficialmente dal Fondo Monetario Internazionale, ma atteso da giorni, visto il recente annuncio di un Pil tedesco in crescita di un effimero 0,1% nel primo trimestre 2013 – dopo il tonfo del -0,7% nel dicembre 2012 – mentre su base annua restava un calo del prodotto interno lordo dell 0,2%. Il tutto mentre le principali borse asiatiche mantengono un trend negativo, come conseguenza della contrazione del settore manifatturiero cinese.

Un evento probabilmente prevedibile da almeno tre mesi, quando, il primo marzo, la Camera Alta aveva bocciato proprio i Fiscal Compact, ovvero l’integrazione costituzionale che obbliga ai parametri dell’Eurozona la disciplina di bilancio nei sistemi giuridici nazionali, mettendo in imbarazzo il governo Merkel nei confronti dei Paesi europei, a partire dall’Italia che l’aveva festosamente e frettolosamente adottato.

Ebbene si, proprio la Germania si rifiuta di adottare il Fiscal compact, tanto voluto da Angela Merkel e dalla Deutsche Bank, per imporre ai singoli stati una disciplina di bilancio determinata nelle stanze dell’Eurozona. Singoli stati che in Germania si chiamano anche Laender e non solo Italia, Francia, Grecia o Romania.

Il timore è che l’introduzione del patto di stabilità introdurrebbe dei vincoli eccessivi, minacciando la tenuta economica dei singoli Laender, perchè come spiega Peter Friedrich (Spd), rappresentante del Bundesrat a Bruxelles, «Il patto di stabilità ha inasprito le regole per l’indebitamento anche per noi. È una misura di risanamento molto dura».
Timori che non stanno solo a sinistra, se Peter Friedrich, esponente del Baden Wuertenberg – regione tedesca nota per la ricchezza e per le esportazioni – segnala che le esportazioni nei paesi europei stanno calando per l’effetto boomerang della politica di austerità imposta da Berlino.

Il Fondo monetario internazionale ha dimezzato le stime sull’andamento dell’economia tedesca per il 2013, mettendo in guardia sul fatto che la recessione dell’Eurozona potrà frenare la crescita della maggiore economia europea. L’istituto di Washington, al termine della relazione cosiddetta Article IV, prevede ora una crescita “attorno allo 0,3%” nell’anno in corso, poichè la congiuntura dell’eurozona ha penalizzato esportazioni e investimenti. Meno di otto settimane fa il Fondo aveva alzato le stime a un +0,6% per il 2013.

Dunque, a rimarcare un primo trimestre debole, dopo l’annuncio del governo tedesco di una risicata ripresa nel primo trimestre 2013 e dopo il semaforo rosso dei Laender riguardo il Fiscal Compact, arriva anche il Fmi con una revisione al ribasso a sostegno di quanto Mario Draghi, riferendosi all’intera Europa, sostiene da tempo.

Ciò che preoccupa gli analisti è la spirale recessiva che ha ridotto le esportazioni verso gli altri paesi dell’Eurozona più in difficoltà, dopo che sui loro sistemi bancari e finanziari era andata a ricadere maggiormente la Crisi.
Non a caso Subir Lall, l’economista del Fmi che ha presentato il rapporto sulla Germania, ha sottolineato la richiesta che Berlino aumenti gli ammortizzatori di capitale e migliori la supervisione bancaria, in modo da ridurre il rischio. Anche riguardo la politica fiscale tedesca, il Fondo Monetario Internazionale ha ammonito la Germania riguardo un eccessivo consolidamento fiscale.

A volte la storia si scrive dopo 50 anni, a volte, quando le sconfitte sono brucianti, la si scrive subito.
La situazione, oggettiva, in cui stanno andando a trovarsi la Germania e la Cina Popolare, dimostra molte cose e porta allo scoperto errori e marachelle.

Ad esempio, quelle/i di Mario Monti, di Elsa Fornero e di chi li volle lì, che hanno mandato in recessione la sesta o settima (forse ormai dodicesima) potenza mondiale.
Oppure quelle di Ackermann, ex dominus della Deutsche Bank, che (s)vendendo Bot italiani rilanciò i Bund tedeschi ad un punto tale che per un anno lo spread non si è tenuto a bada.
Ed anche quelle di Angela Merkel, ex ufficio propaganda del partito comunista della DDR, che ha dimostrato di avere un’idea un po’ rudimentale della politica, piuttosto inesperta del capitalismo e fin troppo germanocentrica.

Intanto, sullo sfondo, la Cina Popolare chiude fabbriche e rallenta.

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Cosa accade a Cipro?

21 Mar

Cosa stia accadendo a Cipro è molto semplice da capire, se non fosse che i nostri media proprio non riescono a dare notizie se si tratta dell’Eurozone e della Merkel.

I tre elementi fondamentali di questa storia sono:

  1. la fiscalità cipriota ridotta per attrarre investimenti e turismo, esattamente come nostra sinistra chiede da anni per il Meridione e come attuato per decenni dall’Europa verso le aree sottosviluppate;
  2. i tot miliardi della Deutsche Bank di Joseph Ackermann, investiti in titoli ciprioti quando c’era da svendere i BOT italiani e far crollare la nostra finanza;
  3. gli investimenti plurimiliardari dei russi a Cipro che fanno gola alle casse eurozonali ed ancor di più alla Heimat dei tedeschi.

Il tutto in un quadro generale di Fiscal Compact – ovvero una sorta di ‘recupero coatto’ dello sbilanciamento dell’Eurozona – e, aggiungerei, di conflitto di interessi da parte della Germania, che da un lato si comporta come ‘stato-banchiere’ e dall’altra come ‘stato-gendarme’.
Una mossa troppo furbetta per non essere notata e troppo ‘pelosa’ per non rappresentarsi ‘di per se’ come un attentato alla sovranità nazionale e popolare di Cipro o della Grecia o dell’Italia o di chissà chi ancora.

E, d’altra parte, come non chiedersi perchè debba fallire Cipro o la Grecia se, in realtà, erano Goldman Sachs od Unicredit o Deutsche Bank ad aver sbagliato i propri investimenti.

Sarebbe moralmente giusto, ma l’Europa non può ‘bruciare’ il sistema bancario tedesco come accadde per Lehman Bros negli USA. Anche se è ormai comprovata l’azione corruttrice e intrusiva della finanza germanica, non è possibile azzerare tutto senza pagare tutti un prezzo altissimo.

Ma è altrettanto certo che questo ‘atteggiamento semicoloniale’, che la Germania di Angela Merkel sta mettendo in atto verso il Sudeuropa, suona come l’epitaffio dell’unione finanziaria voluta da Romano Prodi e cavalcata da alcuni – non tutti e non troppi – faccendieri e banchieri d’oltralpe.

Intanto, i media mitteleuropei iniziano ad interrogarsi sull’italianizzazione dell’Eurozona (intesa come trasformismo, gigantismo e corruzione) e non è un caso che la Gran Bretagna – dove Cameron si appresta a referendare l’uscita dall’Unione Europea – abbia inviato un milione di euro contanti a Cipro, con la scusa degli stipendi da pagare ai propri militari di stanza lì.

E’ tutto questo, non i quattro spiccioli di Cipro, a far paura ai mercati.

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M5S a convegno per governare?

4 Mar

Non era difficile non dare per scontato che centonove deputati e cinquantaquattro senatori avessero bisogno di un «conclave» del neonato Movimento Cinque Stelle, per decidere insieme le strategie ed i margini di accordo che vogliono attuare in Parlamento e, innanzitutto, la governabilità.

Altrettanto facile immaginare che la Premiata Ditta Grillo & Casaleggio si faccia scippare ‘al mercato delle vacche’ quelle due dozzine circa di senatori che mancano al Partito Democratico per governare.

Nel ‘conclave’ dei parlamentari del M5S, verranno chiarite anche alcune questioni essenziali, sulle quali non loro, ma gli italiani tutti stanno facendo una gran confusione.

La richiesta da parte di Grillo di un governo di minoranza senza una fiducia preventiva che contratta, di volta in volta, l’appoggio su singole leggi porrebbe inevitabilmente l’Italia in balia del Parlamento e delle Lobbies.

Anche se Bersani intima a Grillo: «Decida cosa fare o tutti a casa», il caso del capo dello Stato in scadenza – “semestre bianco” – impedisce che egli sciolga subito le Camere.

Come probabilmente sperano i sostenitori di Mario Monti, una prosecuzione “a tempo” del mandato presidenziale al Quirinale non rientra nei ‘parametri’ previsti dalla Costituzione.

Malgrado quanto sostenuto da una parte della Sinistra, nonostante il Procellum, spetta solo al Presidente della Repubblica, e solo a lui, scegliere in piena autonomia, al termine delle consultazioni, a chi affidare l’incarico per formare il governo.

Dunque, esistono solo due strade.

La prima via – quella che comunemente è chiamato ‘governo tecnico per le riforme’ – è quella che di un governo a tempo con un programma di riforme, sul genere di quelli ‘tecnici’ guidati da Dini e Amato per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica, che si concluda con delle elezioni con un nuovo sistema elettorale e con le autonomie locali riformate.
Nella sostanza è quello che sta chiedendo – con poca chiarezza – Beppe Grillo e che, ragionevolmente, chiederà il Movimento Cinque Stelle di Casaleggio.

Il secondo percorso – quello che comunemente è chiamato ‘governissimo’ -è quello che di un governo a tempo con un programma di riforme, sul genere di quello guidato da un ‘tecnico’ come Mario Monti per salvare il sistema finanziario italiano, che si concluda con delle elezioni con un nuovo sistema elettorale e con il Welfare riformato.
Nella sostanza è quello che serve alla Seconda Repubblica per guadagnare qualche anno di vita ed avere il tempo, secondo loro, di lavorarsi ai fianchi il movimento dei Grillini.

In tutto ciò, c’è da insediare il Parlamento ed eleggere, anche con una certa rapidità, sia i Presidenti della Camera e del Senato, si individuare i candidati alla presidenza della Repubblica e darsene uno.

Dunque, che Bersani la smetta di portar fretta, che non ce ne è se non per lui, che, a breve, dovrà rendere ragione ai suoi sodali di partito in ordine all’ennesima cantonata presa e conseguente bastosta incassata, illudendosi di governare con il 33% ed un voto.

Tanto, finchè non si eleggerà ed insedierà il nuovo Presidente della Repubblica, c’è il Governo Monti per ‘l’ordinaria amministrazione’ e per la buona pace di banche, governi esteri e mercati vari.

Il Movimento Cinque Stelle è a convegno ed è la loro prima prova del nove. Avranno idee, condivisione e lungimiranza per resistere al canto delle sirene democratiche-democristiane? Riusciranno a stendere un decalogo delle priorità e delle negoziabilità, con cui sostenere un governo di programma per le riforme?
Probabilmente si, ma lo sapremo tra due giorni soltanto.

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