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Bersani al governo con il Giaguaro?

21 Mar

Beppe ha cercato di spiegare a Napolitano la rivoluzione che sta accadendo, il cambiamento del mondo, gli ha detto che i paradigmi a cui siamo abituati non vanno più bene. Gli abbiamo spiegato che gli italiani hanno deciso che questi partiti non li vogliono più.
Gli abbiamo spiegato che il vero vincitore di queste elezioni, la maggioranza assoluta degli italiani, è rappresentato dal M5S e dagli astenuti. Questo è il primo partito in Italia: è il partito che dice che non vuole più la vecchia politica“.
Questo è, in breve, quanto ha riferito Vito Crimi ai colleghi senatori del Movimento 5 Stelle sulle consultazioni al Quirinale con Giorgio Napolitano.

Una giornata davvero triste ed opaca per la Repubblica Italiana, se dovessimo prendere atto, domattina, che il presidente degli italiani, Giorgio Napolitano, proprio non è riuscito ad accorgersene – durante i sette anni di mandato – che l’Italia 2.0 c’è, non è solo grillina e proprio non sa che farsene dei robivecchi e trasformisti.

Ancor più triste, come giorno, se dobbiamo assistere ad un intervento di Nichi Vendola, autoproclamato difensore di oppressi e diseredati, che dimentica in un sol colpo ‘da quale lato della storia’ dovrebbe stare e rivendica per il PD+SEL un’egemonia parlamentare che non corrisponde al volto reale del paese.

E’ grazie al Porcellum – ed affatto in base alle volontà degli italiani – che alla Camera Partito Democratico e SEL abbiano conseguito la maggioranza assoluta, come l’essere in pole position nell’elezione del Capo dello Stato, con l’apporto dei Montiani.

Una Sinistra Ecologia e Libertà che parla come se non fosse arcinoto che “il M5S non accorderà alcuna fiducia a governi politici o pseudo tecnici con l’ausilio delle ormai familiari ‘foglie di fico’ come Grasso. Il M5S voterà invece ogni proposta di legge se parte del suo programma” e che “come forza di opposizione, chiederà la presidenza delle Commissioni del Copasir e della Vigilanza RAI”.

Una storia triste – quella di una solita sinistra che vince ma non vince – che non manca di attori a destra, dove PdL e Lega inutilmente si prodigano ad offrire – da 4 mesi a dire il vero – la stampella che serve per uscire da questo cul de sac.

Dunque, mentre Grillo spiega al Quirinale chi siano gli italiani e cosa non vogliano assolutamente, mentre Berlusconi offre larghe intese per un governo d’alto profilo, potrebbe verificarsi che il nostro presidente della Repubblica decida di giocarsi l’aut aut al Parlamento: o nominare premier chi sarà incaricato da lui oppure tenersi Mario Monti per altri 3-4 mesi, mentre si elegge il presidente e si va a nuove elezioni.

In questo disastro incombente, spiegano fonti del Quirinale, «il presidente ha più volte ripetuto che resterà al suo posto fino all’ultimo giorno. A meno di situazioni imprevedibili e, soprattutto, ingestibili».
Ad esempio, come quella – prefigurata su La Stampa da Federico Geremicca che di ‘partito’ se ne intende – che verrebbe a crearsi dinanzi al flop di un premier incaricato da Napolitano che però non ottenga la fiducia del Parlamento.

Una mossa suicida per l’Italia attuata dalla solita gerontocrazia che – vale la pena di iniziare a dirlo – probabilmente non era al passo con i tempi già nel lontano 1956. Gente convinta che esiste un solo mondo ‘giusto’, una sola gente ‘giusta’ – loro stessi, na klar – un solo modo giusto. Gente che, però, non ci sta ad assumersi le tragiche responsabilità di un disastro ultraventennale.

Che si tratti di Bersani – navigato politico – o di Grasso – professionista dell’antimafia – sarebbe inevitabilmente un flop: è troppa e tanta la diffidenza verso di loro da parte degli elettori.
Come ha correttamente detto qualcuno dei M5S, se PD, SEL e PDL vogliono credibilità, che facciano un governissimo e producano loro le riforme che attendiamo da decenni, ma è davvero difficile che un governo di Pietro Grasso sostenuto dal PdL e dal PD possa far meno danni di quello uscente presieduto da Mario Monti.

In questi minuti, un accigliato Partito Democratico annuncia, dopo essersi lungamente e, forse, affannosamente consultato con il Presidente Napolitano, di “mettersi al servizo dell’esigenza di cambiamento e governabilità” del Paese, come partito di maggioranza parlamentare, offrendo diverse riflessioni al Capo dello Stato. Riflessioni, non proposte od ipotesi: le esigenze di cambiamento e governabilità possono aspettare.
Intanto, solo grazie a La7 – che ha posto la domanda giusta – scopriamo che Bersani non ha nè un piano B nè, soprattutto, un piano A, ma anche che vuole la premiership e che il Partito Democratico si rivolgerà a tutto il Parlamento e, dunque, anche alla Lega ed, più o meno esplicitamente, il PdL del giaguaro Berlusconi.

Di tutto un po’ e nulla di tutto.

Intanto, caso mai Partitocrazia e Quirinale non avessero capito come vanno le cose e chi sono gli italiani, ci pensa l’ambasciatore americano David Thorne, che spiegava giorni fa al Liceo Visconti di Roma, come “voi giovani siete il futuro dell’Italia. Voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire. Tocca a voi ora agire per vostro Paese, un Paese importantissimo nel mondo. So che ci sono problemi e sfide in questo momento, problemi con la meritocrazia, ma voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire, come il Movimento 5 Stelle, per le riforme e il cambiamento. Spero che molti di voi daranno un contributo positivo in questo senso per il vostro Paese”.

Giorgio Napolitano ha una sola notte per decidere, speriamo solo che non si sbagli di nuovo, come gli accadde in gioventù riguardo i fatti d’Ungheria.
Se la sentirà di incaricare Pietro Grasso confidando in un governo PD-PdL-Lega, maggioritario nelle Camere, ma minoritario se rapportato all’intero corpo elettorale, consegnando RAI e Servizi all’opposizione M5S?

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Un Presidente 2.0

19 Mar

 Dopo la figlia del senatore Boldrini eletta alla Camera – raccontandoci che è una scelta per rompere con la partitocrazia – e dopo il magistrato dell’antimafia Pietro Grasso, posto quasi a commissariare il Senato – come se non sapessimo che siamo in una cleptocrazia – l’ultima cosa che il Partito Democratico dovrebbe tentare è quella di collocare personaggi ‘di fazione’ anche alla Presidenza della Repubblica, come Bindi e Finocchiaro, se non gli ‘ormai compromessi agli occhi di tanti italiani’ come Monti o D’Alema.

Una mossa del genere equivarrebbe a dire – agli italiani e all’estero – che si punta a nuove elezioni, rinviando a novembre, se non all’anno che verrà, le tantissime riforme e misure finanziarie che, già prima di Mario Monti, il Governo Berlusconi aveva promesso in Europa.

Vista la poca qualità politica che gli eletti del Movimento Cinque Stelle stanno dimostrando, non è improbabile che i ‘fini strateghi’ democratici tentino anche questo atto di forza, in modo da garantirsi un asso nella manica per i prossimi sette anni.

In due parole, il modo migliore per dividere gli italiani. Ma anche un’occasione perduta.

Infatti, il Partito Democratico, se proprio volesse dimostrare di aver chiuso con il proprio passato comunista – che ricordiamo essere un anelito totalitario ed illiberale – non dovrebbe fare altro che ricordarsi che Stefano Rodotà potrebbe essere la persona giusta al momento (storico) giusto.

Un personaggio figlio della minoranza etnica arbëreshë, che nasce politicamente nel Partito radicale di Mario Pannunzio, sempre indipendente, che per lungo tempo ha fatto parte della Commissione Affari Costituzionali.
Tra l’altro, se proprio volessimo parlare di modernità e di nuovi diritti, Rodotà è stato il primo Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, mentre dal 1998 al 2002 ha presieduto il Gruppo di coordinamento dei Garanti per il diritto alla riservatezza dell’Unione Europea.
Inoltre, il 29 novembre 2010 ha presentato all’Internet Governance Forum una proposta per aggiornare la Costituzione Italiana, inserendo: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.

Un personaggio stimato nel mondo e noto per equilibrio e lungimiranza, sul quale potrebbero arrivare, senza particolari sforzi, i voti dei Montiani e del M5S.
Un uomo che rappresenterebbe non il fantasma di “un’Italia giusta”, ma il futuro di “un’Italia diversa”, l’Italia 2.0, che esiste già.
Stefano Rodotà compie 80 anni a maggio, questo l’unico limite, ma, anche se ‘durasse’ 3-4 anni e volesse ritirarsi prima, difficile immaginare una soluzione migliore.

Ci facciamo un pensierino?

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Un governo pasticciato ed insolvente?

19 Mar

Il Partito Democratico ha vinto la prova di forza delle cariche istituzionali di Camera e Senato, superando in tal modo le resistenze poste dal Presidente della Repubblica alla formazione di un governo di minoranza con a capo Pierluigi Bersani. Purtroppo, per l’interesse collettivo degli italiani, il PD ha perso la prova d’astuzia e lungimiranza che mercati, elettori e società civile si aspettavano.

Infatti, la stampella al Senato è arrivata da una ricca fetta di Montiani e solo da un manciata di Grillini e questo la dice lunga sull’esito di un governo minoritario e fortemente sbilanciato a sinistra. Il discorso del neo Presidente Grasso, per quanto avvincente, non ha, di certo, rassicurato chi auspicava equilibrio e paritarietà istituzionalil, specie considerando cosa penserà il mondo a vedere l’ex supermagistrato antimafia a presiedere il Senato italiano.
Commissariamento?

Peggio alla Camera, dove abbiamo assistito ad una dimostrazione di rara arroganza, con la candidatura vincente di Laura Boldrini, figlia di un noto senatore comunista, accusato di essere il responsabile di eccidi e di ritorsioni contro i fascisti, mentre gli inglesi sfondavano le linee tedesche in Romagna. Trovare un ‘volto nuovo’, ma storicamente parte della Casta.
Missione compiuta.

D’altra parte, il Popolo delle Libertà aveva rinunciato del tutto a fare la propria parte, dato che alla Camera il candidato era inesistente, mentre, al Senato, era pura follia – con l’aria di forca che si sente – contrapporre ad un professionista dell’Antimafia come il giudice Grasso l’avv. Schifani, che di professione difende persone ritenute colpevoli da un giudice, visto che non c’è separazione delle carriere per la pubblica accusa.
Una partita perduta in partenza.

Del Movimento Cinque Stelle, c’è poco e troppo da dire, dopo la figura barbina che hanno fatto.
Il poco è nell’assoluta e generalizzata inconsapevolezza che tanti di loro stanno dimostrando rispetto al ruolo e le responsabilità istituzionali a cui sono chiamati non più dai ‘loro’ elettori, bensì da ‘tutti’ gli italiani. Il troppo è nell’illusione – forse coltivata da Casaleggio ed i suoi – di credere che la democrazia sia uno strumento di gestione – eventualmente automatizzabile ed informatizzabile – e non una prassi quotidiana ed uno stile di vita, che ha più a che vedere con le paure ed i difetti dell’Uomo, piuttosto che con la sua istintiva voglia a cooperare e collaborare.

Tra l’altro, l’aspetto più sconcertante è che i parlamentari del Movimento Cinque Stelle non sembrano essere andati a Roma per fare quello che gli compete, ovvero per concordare compromessi, per promulgare leggi, per essere responsabili di un budget da 2.000 miliardi di euro, per dare risposte chiare a chi dall’estero le chiede, eccetera eccetera.
L’arte di governare dicono sia la più difficile in assoluto …

In un contesto simile, il rischio maggiore è che il Partito Democratico possa – furbescamente – rigiocarsi la carta dei ‘non politici’, il cosiddetto metodo Boldrini-Grasso, per la squadra di governo, ma solo per prepararsi ad andare rapidamente alle elezioni, dopo aver ‘dimostrato’ agli elettori che senza partiti non si va da nessuna parte.

Una via perigliosissima, che vedrebbe i politici “di professione” del tutto disarticolati dall’esecutivo.
Ammesso che si trovassero – volta per volta – le maggioranze necessarie, resta da capire come potrebbero essere gestite le Commissioni parlamentari e su quali scopi condivisi.

Un pasticciaccio brutto.
Intanto, mentre a Cipro crolla di tutto, le nostre aziende attendono 70 miliardi dallo Stato e l’Italia è la prima della black list, Berlusconi promette «battaglia ovunque» e Grillo ha capito che «al Senato è stata una trappola», lui – Pierluigi Bersani – sorride alle telecamere.Beato lui che ci crede …

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Italia: allarme mercati

13 Mar

Inviare una visita fiscale ad una persona ricoverata in ospedale per dichiarare che, in base alle condizioni di salute di oggi, il malato non avrà legittimo impedimento a presentarsi in tribunale dopodomani è difficile da comprendere secondo il buon senso, oltre che rappresentarsi come una spesa per l’erario.
Infatti, oltre al dato ‘ovvio’ che oggi non è dopodomani e che la salute peggiora come migliora, c’è da prendere atto che il giudizio di un medico della ASL poco o nulla dice, dinanzi ad un intero reparto ospedaliero con fior di specialisti che giura e giurerà il contrario in base a dati biomedici.

Non è un caso che l’appello di Giorgio Napolitano  a “garantire la partecipazione di Berlusconi alla fase politica” suoni, soprattutto, come un  monito alla magistratura ed ai media, a fronte delle veementi proteste dell’intero Popolo delle Libertà. Le nostre televisioni non se ne sono accorte, ieri sera, ma il testo è sui giornali alla portata di tutti coloro che vogliano leggere.

Sempre riguardo la carta stampata, scrive Sergio Romano, direttore del Corriere della Sera, nell’editoriale odierno, che “per un breve periodo (i primi mesi del governo Monti) abbiamo sperato che le maggiori forze politiche avrebbero assicurato all’esecutivo la loro collaborazione. Più recentemente abbiamo sperato che il risultato inconcludente delle elezioni avrebbe costretto i maggiori partiti (quelli che hanno grosso modo programmi convergenti) ad accantonare i loro dissensi. Avrebbero dato al Paese un governo e al Movimento 5 Stelle lo spettacolo di una classe dirigente ancora capace di un soprassalto di orgoglio e buon senso. È accaduto esattamente il contrario. Nessuno è disposto a sacrificare qualcosa o a fare un passo indietro.

L’inciucio, infatti, sembra essere alle porte con una pletorica, forse solo simbolica, presidenza del Movimento Cinque Stelle in una Camera dei Deputati svuotata di ogni crisma di democrazia, se – grazie alla legge elettorale – di tre partiti arrivati ‘testa a testa’, uno, il Partito Democratico, ha la maggioranza assoluta e gli altri due men che un quarto degli eletti.

O, peggio, quello che si prospetta in caso di flop da parte del ‘predestinato a governare’ Pierluigi Bersani: un governo di transizione presieduto dal Presidente del Senato, che a tali condizioni potrebbe diventare un ‘mercato delle vacche’ ben peggiore di quello che, secondo i magistrati napoletani, avvenne circa due anni fa.

Inciuci su inciuci, che potrebbero confluire nella tristissima constatazione che anche i duri e puri del M5S tengono a garantire ‘a qualunque costo’ legislature partitocratiche e vitalizi propri, ma che fin d’ora prefigurano ulteriori criticità, se andiamo a vedere cosa (non) accade nel PdL.

Un Popolo delle Libertà che, privato di Berlusconi, si prevede che andrà in mille pezzi, creando un vuoto parlamentare particolarmente preoccupante se si considera che gli interlocutori per interloquire non possono essere monocolore. Una prevedibilissima frammentazione della Destra e dell’area Liberal italiana ed il riaffermarsi di un’enorme area ‘demo-cristiana’ – poco o punto ‘popolare’ e tanto, tanto ‘populista’ – espressione di una dottrina sociale e morale che, come dimostratosi, è stata la madre di tutti gli sprechi e di tutte le impunità italiche, negli ultimi 150 anni.

I primi ad accorgersene saranno i partner europei e, naturalmente, i mercati. Quando constateranno che l’Italia balcanizzata è soltanto un campo di battaglia fra corporazioni economiche e istituzionali, tutti smetteranno di attendere il suo risanamento e cominceranno a scommettere sul suo collasso. Il costo del debito aumenterà e tutto diventerà ancora più difficile. Beninteso, quel giorno le battaglie corporative che hanno paralizzato il Paese avranno perduto qualsiasi significato: non vi sarà più niente da spartire.” (S. Romano – Corsera)

Non è la prima volta che l’Italia si trova in una fase ‘balcanizzata’. Lo fu per quasi 1600 anni, da Costantino a Vittorio Emanuele di Savoia, e, a dire il vero, non se la cavò affatto male. Come lo è stata per un biennio, quando il Meridione si liberò a caro prezzo dell’oppressore nazista, ritornando una e sola con la nascita della Repubblica ed il varo dell’attuale Costituzione.

Oggi, è morta Teresa Mattei, ultima donna in vita dei Padri costituenti. La sua biografia, anche in breve, delinea tutta l’anacronismo delle nostre leggi, frutto di uno ‘status quo’ del momento e non di un anelito condiviso, di più ampio respiro e di maggiore lungimiranza.

Infatti, Teresa Mattei ‘era un’ex partigiana», combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù, eletta all’Assemblea Costituente con il Pci a soli 25 anni, «madre» della nostra Costituzione e ideatrice della mimosa come simbolo dell’8 marzo’.
Di lei ricordiamo la frase «l’unica volta che mi misi del rossetto fu per mettere una bomba», come ricordiamo che di quella Assemblea Costituente restano in vita ancora due uomini, Giulio Andreotti (nato nel 1919 e prescritto dal reato di partecipazione all’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra fino al 1980) e Emilio Colombo (nato nel 1920 e poi coinvolto nell’inchiesta sul giro di droga e prostituzione).

Un’Italia che, dunque, non è mai stata de-balcanizzata, grazie ad una Costituzione snella e ‘di principio’, se in 60 anni non si è riusciti a normare adeguatamente Regioni, Province e Comuni. Oppure se la Pubblica Amministrazione continua ad essere un settore di spesa sociale (occupazione), un fattore di spreco elevato, un elemento di consenso rilevante. Per non parlare, ricordando i Balcani, dell’impossibilità a darsi una legge sulle rappresentanze sindacali o sulla separazione delle carriere in magistratura. Oppure sull’enorme commistione tra banche d’affari e finanza pubblica od il rilevante involvement dello Stato (e delle lobbies partitiche) del sistema produttivo.

Un’Italia che, per come stanno andando le ‘trattative di governo’, non potrà credere di eludere la questione federalista, come non potrà ignorare l’urgenza epocale di una riforma concreta (ed equa?) del welfare, del lavoro e del sistema assicurativo. Come non possiamo attendere alri cinque anni per riformare il sistema agroalimentare, che porta cibi sulle nostre tavole a prezzi ben più elevati di quelli che rileviamo in Germania, e non c’è più tempo per la questione discariche e rifiuti, come per una chiara definizione dei reati ambientali, su cui fin troppe sviste si son prese finora.

Chiacchiere di un blogger: quel che conta è conquistare poltrone, presidenze e ministeri. Anche i Grillini pian piano si adegueranno a questo vile destino, se accetteranno di votare una fiducia, invece di obbligare il Partito Democratico ed il Popolo delle Libertà ad una prova di responsabilità nazionale e capacità politica, condividendo l’onere e l’onore di un governo di programma per le riforme.

Chiacchiere di un blogger che, però, in questi anni si sono rivelate affini a quanto i ‘mercati’ hanno finora appioppato all’Italia, dopo aver speranzosamente creduto a qualche bufala nostrana e dopo aver tardivamente ritirato ‘deleghe’ ed esposto ‘assi di picche’.

E’ ora che i ‘mercati’ – ma anche Obama, Merkel e Hollande – facciano tutto questo prima del disastro, del cui annuncio noi italiani ce ne rendiamo ben conto, e non a fatto compiuto, quando ci sarà solo da alimentare il dubbio – in una nazione europea che ha un PIL ed una popolazione ben superiori alla Grecia – che rating e speculazioni vadano di pari passo.
E sarebbe solo un inizio … non la fine.

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Flop democratico

12 Mar

Forse, nel Partito Democratico non si stanno rendendo conto della figuraccia che stanno facendo con gli italiani.
Ad esempio, rincorrendo il Movimento Cinque Stelle che in campagna elettorale aveva dato a Bersani del ‘morto che cammina’. O quell’altra del revanchismo antiberlusconiano – “sbianchiamo il giaguaro” – senza tener conto che le riforme, senza coivolgere l’opposizione, non si chiamano riforme.

Oppure, ancora, quella di Giorgio Napolitano – fino a sette anni fa ex-comunista e fondatore del Partito Democratico – che, con tutta la scelta che avrebbe, insiste per un governo Bersani, imposto dall’oligarchia dominante, ma che neanche la base del suo (ex) partito vorrebbe più.

Ma non solo.
C’è un’anima democristiana ed un’anima postcomunista, che palesemente condividono un solo interesse: spendere soldi pubblici in nome del populismo e del finanziamento della fabbrica del consenso.

C’è Rosy Bindi – candidata presidenziale unofficial – che racconta di ‘aver salvato la sanità italiana’, eppure il disastro è sotto gli occhi di tutti. Come ci sono i Fioroni ed i Franceschini, strenui difensori di province inutili, microcomuni da strapaese, comunità montane a livello del mare.
Per non parlare dei Fassina, dei Damiano e degli Epifani, che se fosse per loro saremmo già in bancarotta, alla ricerca di un’equità che somiglia tanto al comunismo.

Ci sono le resistenze – grandi resistenze – a dismettere l’enorme patrimonio immobiliare del Partito Democratico, il sostanziale rifiuto a tagliare i finanziamenti ai partiti e le reti RAI, l’aleatorietà degli ‘Otto Punti’ di governo proposti da Bersani, l’incapacità di invertire una strategia centenaria che porta lavoro al Nord e degrado al Sud, la ‘difficoltà intrinseca’ a legiferare sul conflitto di interessi ed a morigerare le aziende e gli enti a partecipazione pubblica.

Prendere il 30% dei voti non era difficile, cavalcando crisi economica e morale del Paese, ma ci sono riusciti anche il M5S ed il PdL.
Il Movimento Cinque Stelle ha promesso ai suoi elettori di restare fuori dagli schieramenti e questo sta facendo. Il PdL aveva promesso governabilità e si rende disponibile ad un governissimo. Il PD aveva promesso di vincere le elezioni e non c’è riuscito: adesso, però, gli tocca di stare in un governo ‘condominiale’ e recalcitra.

Chi si ntende di politica sa bene che – al di là della retorica e della massmediologia – sono queste le ‘percezioni’ che influenzano la grande parte dell’elettorato.
Lo sanno bene anche coloro che ‘governano i mercati’: saranno stati i contorsionismi di Bersani e l’opaca fine del mandato di Giorgio Napolitano ad indurre le agenzie di rating a declassare l’Italia?
Probabilmente si.

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Roma declassata da S&P’s

31 Gen

Standard & Poor’s non ha declassato solo l’Italia, come aveva già fatto per gli USA, ma anche diverse regioni e comuni italiani che operano sui mercati finanziari.

Forse, l’agenzia di rating ha le sue finalità “politiche”, ma, anche se fosse, è piuttosto improbabile che queste “interferenze” arrivino a manipolare il rating di realtà locali, relativamente esigue e certamente particolari, rispetto ai grandi flussi dell’economia mondiale.

Tra le regioni declassate da S&P’s, troviamo Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Liguria, Marche, Umbria accomunate con Campania e Sicilia.

Se il declassamento venisse confermato da studi di settore, dovremmo preder atto sia dei pregiudizi, comunemente avversi al Sud, sia dei luoghi comuni imperanti, sulla buona gestione dei settentrionali e/o delle sinistre.

Interrogativi che diventano impellenti sa, leggendo la lista ci troviamo i comuni di Genova, Firenze, Roma e Bologna, oltre alla provincia di Roma.
Stiamo parlando del “core”, del “nocciolo duro” delle gestioni “rosse”, visto che il deficit romano è stato già ascritto, dalla contabilità di Stato e dalla Storia, non a Gianni Alemanno ma a Walter Veltroni e visto che alla Provincia di Roma c’è Zingaretti, astro nascente del Partito Democratico.

Il declassamento pone, inoltre diversi quesiti che richiederebbero un’urgente risposta da parte del governo.
Quanto si sono esposti, nel corso di un decennio, questi enti locali in investimenti e fondi mobiliari? E quanto continuano a detenere come quote “passive” nelle ex-municipalizzate?

Quanta esposizione finanziaria esiste per sostenere il welfare? E quanta ne verrebbe di ulteriore se gli enti locali quantificassero le manutenzioni di competenza e le ascrivessero pienamente a bilancio?

Quanto l’assenza di interesse verso la cittadinanza “neutra”, che ha sempre caratterizzato il Partito Democratico, contribuisce, in un’epoca di trasformazione della politica, alla “necessità” di spese insostenibili per un’attività “reazionaria”di aggregazione  del consenso fine a se stesse, impropriamente chiamata, di volta in volta, “welfare”, “rappresentanza”, “cultura”, “emergenze”, “comunicazione pubblica”?

Un problema che investe tutti i partiti, ma che evidentemente è maggiormente pressante in alcune realtà …

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PD a San Giovanni: una manifestazione pacifica

6 Nov

A due settimane dalla guerriglia dei Blck Bloc, Piazza San Giovanni è tornata a riempirsi di gente, il popolo del PD, dimostrando che si può manifestare per ore anche senza sfilare in corteo, come il sindaco Alemanno aveva imposto.

Un primo ed evidente dato che dovrebbe convincere anche i non pochi politici del PD accorsi, 24 ore prima, in soccorso di 500 studenti romani, bloccati dalla polizia per un corteo non autorizzato.

Speriamo che questo sia l’inizio d una riflessione e di una moratoria generalizzata sulla necessità (in un mondo di 7 miliardi di persone, di manifestare la propria opinione senza turbare l’attività di quei cittadini che la pensano diversamente.
A prescindere da vandalismi e violenze, bloccare strade, treni, ambulanze, persone al lavoro non è più tollerabile: i danni per la società intera sono troppo elevati rispetto al “diritto” (presunto) di una limitata parte dei cittadini di sfilare nelle zone strategiche delle nostre metropoli per ore ed ore.

La Costituzione garantisce lo sciopero, la libertà di riunione, il diritto d’opinione, cose che non richiedono necessariamente sfilare in corteo, che dovrebbe rimanere un evento straordinario, rispetto ad un’ordinarietà fatta di incontri pubblici, di scambi d’opinioni, di resistenza eventualmente passiva (lo sciopero).

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Roma, la Val di Susa ed il Fight Club

23 Ott

Ad una settimana dalla manifestazione convocata dal Partito della Rifondazione Comunista ed altri, che ha coinciso con l’ennesima devastazione di Roma a causa di “black bloc infiltrati”, gli arresti si contano ancora sulla punta delle dita.

In tutto tredici, incluso un gruppetto di amici dei Castelli Romani dall’aspetto dark e che poco sembra avere a che fare con gli scontri, l’ormai arcinoto Er Pelliccia, lanciatore di estintori in Mondovisione, ed un antiTAV, già noto alle forze dell’ordine. Dimenticavo, c’è anche un giovane lavoratore rumeno, forse lì senza scopi violenti, pensando che a Roma sarebbe stato come a Madrid o Londra.

Arresti tutti da perfezionare, sia per gli aspetti legati alle indagini sia per quanto relativo il dato antropologico generale .

Da un lato è impensabile che chi si vesta di nero, per altro colore principe della moda e delle discoteche, debba cambiarsi d’abito prima di andare ad una manifestazione. Sono i black bloc ad aver trasformato “il nero” in una divisa, ma è la polizia a cadere, eventualmente, in equivoco.

In secondo luogo, Er Pelliccia. Un ragazzo a modo per i genitori, un pericoloso soggetto a vedere le foto. Ventiquattro anni ed, a leggere gli articoli, non sembra lavorasse o studiasse. Non ho capito perchè i genitori siano così stupiti di ritrovarsi, purtroppo per loro, il “mostro” in prima pagina.

Un “non sembra lavorasse o studiasse” che ritorna con persistenza dalle tante interviste televisive di questi giorni, fatte a leader di base della cosiddetta “rivolta sociale”. Un ripetersi di “lavoro che non c’è”, “di crisi che affama il popolo”, “di abbandono da parte dello Stato”; mai un dire “ho studiato non mi trovo nulla”, “ho cercato di inserirmi”, “ho fatto corsi”, “ho perso il lavoro perchè …”.

Una marginalità che vuole lavoro ma non cerca qualificazione e meritocrazia. Qualcosa di molto, molto diverso dagli “operai specializzati” della FIOM di Landini, questo va detto, e non si capisce perchè e per come Ferrero o Maroni vogliano metterli tutti assieme.

E qui arriviamo all’antiTAV arrestato ieri a Chieti, in procinto di partire, dopo Roma, per andare in Val di Susa, che si spera proprio venga condannato con severità se non collaborerà con la giustizia, facendo i nomi di tutto il network cui appartiene. Qualcosa di simile potrebbero, forse, fare gli abitanti della Val di Susa, dove finora i violenti hanno potuto contare sulla “non ostilità” della popolazione.

E’ dal G8 di Genova che abbiamo dovuto prendere atto dell’esistenza di questi personaggi. All’epoca, l’attenzione fu distolta dalla morte di Carlo Giuliani e dai pestaggi avvenuti nella scuola media, ma pochi ricordano, ormai, che i fatti degenerarono anche perchè le Tute Bianche rifiutarono, ad assalti già iniziati più avanti, il momentaneo alto là delle forze dell’ordine.

Oggi, abbiamo un piccolo network di “teste calde” che si ispirano al noto film “Fight Club”, è da lì che prendono la “divisa nera”, è quello lostile dei piccoli devastatori di scuole medie e superiori, è quella la divisa in black che “sfoggia” Er Pelliccia con i due amici ai giardinetti.

Fight Club è una parola a doppio senso, ricordiamolo, e significa sia Circolo del Combattimento sia Fascio (mazza fasciata per l’esattezza) da Combattimento …

Siamo partiti col legittimare gli Antagonisti e con il coccolare Ultras e Centri Sociali ed, oggi, siamo ai piromani ed agli iconoclasti.

Ci siamo persi qualcosa?

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Una proposta di D’Alema: vincere col 60% dei voti

18 Ott

Che ci sia aria di elezioni “anche se Silvio non vuole” è chiaro a tutti, persino a “Silvio”, che, altrimenti, non si dibatterebbe come sta facendo.

E così andando, arriva, immancabile, la proposta di Massimo D’Alema (Pd) in una intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Un’alleanza in grado di valere almeno il 60% dell’elettorato. Un nuovo centrosinistra capace di andare oltre il vecchio Ulivo.”

Il bello dei numeri è che son fatti per essere contati e 60% è una cifra enorme che sottintende molte cose.

Infatti, raccogliere una tale percentuale significa ottenere il consenso di 20-22 milioni di italiani su circa 37 milioni di votanti totali, con un astensionismo al di sotto del 20%.

Considerato che, alle Politiche del 2008, PD e IdV raccolsero circa 13 milioni di voti, il passo è palesemente lungo: mancano 9 milioni di voti.

Esattamente quelli che raccoglieranno, molto prevedibilmente, Sinistra e Libertà di Vendola e l’Unione Democratici di Centro di Casini

Infatti, se l’apporto di SEL sottrae voti al Partito Democratico ed all’Italia dei Valori, un’eventuale alleanza o desistenza elettorale “a sinistra” si trasformerebbe in una utile compensazione di voti (2-3 milioni) per la coalizione.

Va da se che ciò rende impraticabile il coinvolgimento dell’UdC di Casini, da cui dovrebbero arrivare, con l’API di Rutelli, quei 4-6 milioni di voti che servirebbero alla proposta dalemiana per essere praticabile.

Di tutte queste congetture, tali restano senza sondaggi e statistiche, non mi resta altro che un “atroce dubbio”: e se, dinanzi ad una alleanza UdC, IdV, PD, SEL + sindacati, il popolo italiano sentisse puzza di consociativismo o trasformismo e ne venisse fuori un voto impazzito? Fu proprio questo fattore che, agli albori della Seconda Repubblica, creò le premesse per l’entrata di “Berlusconi in politica” e, poi, per il consolidamento del Berlusconismo.

Non è un caso che D’Alema sottolinei, quasi prendendo le distanze da se stesso, che questo singolare aggregato di partiti dovrebbe iniziare col “definire un progetto alternativo di governo, non una mera alleanza elettorale.”

Oltre l’Ulivo, ripetendo l’Ulivo? Forse si.

Utile aggiungere che Massimo D’Alema si è detto “positivamente colpito da Alessandro Profumo”, il creatore di quell’Unicredit che oggi ha outlook negativo, e considera, ancora oggi proprio mentre l’Euro traballa, Romano Prodi “una risorsa”.

Intanto, l’UDC vince in Molise, alleato del PdL, che, in quella regione, non ha voluto Berlusconi capolista …

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Black Bloc a Roma e la Sinistra divisa

18 Ott

La Repubblica riporta che, riguardo l’aiuto da dare alle forze dell’ordine, la posizione di Ateneinrivolta: “Assolutamente no, siamo contro ogni tentativo di repressione e criminalizzazione del movimento”.

Va da se che un’organizzazione che non intende collaborare con le forze dell’ordine non può convocare cortei e manifestazioni, in un paese democratico e legalitario. Qualcuno dovrebbe spiegarlo agli studenti degli atenei in rivolta …

Una posizione che non trova una netta e legalitaria contrapposizione a Sinistra, dato che, tra le tante organizzazioni che hanno emesso comunicati, solamente la Rete Universitaria Nazionale e la Federazione degli Studenti non mostrano  “sulla necessità di aiutare le forze dell’ordine, nessun tentennamento: “Si, le aiuteremo”. Le motivazioni: “Chi ha sfregiato la giornata di sabato sapeva di non poter convivere con questo movimento, dunque ha preso piazza S. Giovanni con la forza.”

Riguardo le devastazioni e gli incendi di sabato scorso a Roma, ricordiamo che si sono così espressi:

  • Valentino Parlato sul Manifesto, “A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero state, ma nell’attuale contesto, … aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati. Sono segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile”;
  • Pierluigi Bersani, segretario del Pd, “E’ indispensabile un rigoroso isolamento dai movimenti che hanno manifestato pacificamente di chi si è reso protagonista di questi gesti inaccettabili”;
  • Nicky Vendola, Sinistra e Libertà: “Minoranze di teppisti, di black bloc che sono in azione per togliere la scena agli ‘indignati”;
  • Beppe Grillo, leader a 5 stelle: “E’ andata esattamente come previsto. Bersani e Vendola hanno la stessa dignità di Ponzio Pilato”;
  • Paolo Ferrero, di Rifondazione Comunista: “Il movimento è stato stritolato da un’aggressione politica e anche fisica”;
  • Alberto Perino, leader No-TAV: “Io a Roma non c’ero. Non mi fido di quello che ho letto sui giornali”;
  • Antonio Di Pietro, leader Italia dei Valori: “Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la legge Reale bis”.

Posizioni a di poco contrastanti, specialmente se consideriamo che, da Perino a Di Pietro, passando per Grillo, Bersani, Vendola e Ferrero, si tratta di un’unica coalizione se solo andassimo a guardare come sono composte le giunte dei comuni.

D’Alema, intanto, parla di una possibile vittoria elettorale al 60% …

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