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Iva, Imu, Irperf, Irap, Cis: arrivano altre tasse?

4 Giu

Per comprendere la situazione recessiva in cui Mario Monti ed Elsa Fornero ci hanno portati, dopo Padoa Schioppa e Tremonti, basta accorgersi che, con un PIL da 2.000 miliardi di dollari, l’Italia debba soffrire e sobbalzare perchè non riesce a far cassa neanche per lo 0,5% del valore totale del paese, che, intanto, crolla del 5% tra 2012 e 2013.

Due miliardi e mezzo per un punto d’IVA, altrettanti per le Casse Integrazioni, circa tre per l’IMU prima casa: sette miliardi in tutto da ‘giostrare’, mentre di IRPERF e IRAP – la nostra follia quotidiana – neanche se ne parla.

Intanto, un incremento dell’IVA suonerebbe come il de profundis per il nostro mercato interno, di cassa integrazione neanche dovremmo parlare, se avessimo un Welfare, di IMU è vietato discutere, dato che la sua abolizione è il prezzo da pagare ad un governo mediocre, la Germania è anch’essa ferma al palo, dopo aver scaricato sul Sud Europa i propri guai.

Forse, erano e sono eccessivi i parametri rigidissimi che l’Europa si accinge a rinnegare. Forse, è necessario intervenire sul sistema di bilancio e spesa degli stati – per uniformarlo – piuttosto che fissare tetti e ricette intollerabili.
Forse, sarebbe da bandire qualunque economista e politico – italiano o straniero – facesse riferimento a Mario Monti, alle sue politiche, al suo rigore a senso unico, ai suoi conti che, ormai si sa, non tornano affatto.
Il Fondo Monetario ha annunciato, ieri, la situazione potenzialmente recessiva della Germania e la sua opacità finanziaria, tre mesi fa la Camera dei laender (alta) ha respinto il Fiscal Compact, da un mese è ufficialmente in crisi il settore manifatturiero cinese ed è troppo tardi per quella svalutazione dello Yuan attesa da un decennio.

C’è un mondo dell’economia che, anche quando ha operato con correttezza, ha fornito ipotesi e soluzioni errate alla politica ed ai poteri forti europei, specialmente nel corso dell’ultimo biennio.

I cittadini, un po’ dovunque, ne hanno una netta percezione; i media ed i partiti no. Non ancora.

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La Germania frena, il FMI conferma

4 Giu

I giornali titolano sulle stime di crescita dimezzate della Germania, fatto annunciato ufficialmente dal Fondo Monetario Internazionale, ma atteso da giorni, visto il recente annuncio di un Pil tedesco in crescita di un effimero 0,1% nel primo trimestre 2013 – dopo il tonfo del -0,7% nel dicembre 2012 – mentre su base annua restava un calo del prodotto interno lordo dell 0,2%. Il tutto mentre le principali borse asiatiche mantengono un trend negativo, come conseguenza della contrazione del settore manifatturiero cinese.

Un evento probabilmente prevedibile da almeno tre mesi, quando, il primo marzo, la Camera Alta aveva bocciato proprio i Fiscal Compact, ovvero l’integrazione costituzionale che obbliga ai parametri dell’Eurozona la disciplina di bilancio nei sistemi giuridici nazionali, mettendo in imbarazzo il governo Merkel nei confronti dei Paesi europei, a partire dall’Italia che l’aveva festosamente e frettolosamente adottato.

Ebbene si, proprio la Germania si rifiuta di adottare il Fiscal compact, tanto voluto da Angela Merkel e dalla Deutsche Bank, per imporre ai singoli stati una disciplina di bilancio determinata nelle stanze dell’Eurozona. Singoli stati che in Germania si chiamano anche Laender e non solo Italia, Francia, Grecia o Romania.

Il timore è che l’introduzione del patto di stabilità introdurrebbe dei vincoli eccessivi, minacciando la tenuta economica dei singoli Laender, perchè come spiega Peter Friedrich (Spd), rappresentante del Bundesrat a Bruxelles, «Il patto di stabilità ha inasprito le regole per l’indebitamento anche per noi. È una misura di risanamento molto dura».
Timori che non stanno solo a sinistra, se Peter Friedrich, esponente del Baden Wuertenberg – regione tedesca nota per la ricchezza e per le esportazioni – segnala che le esportazioni nei paesi europei stanno calando per l’effetto boomerang della politica di austerità imposta da Berlino.

Il Fondo monetario internazionale ha dimezzato le stime sull’andamento dell’economia tedesca per il 2013, mettendo in guardia sul fatto che la recessione dell’Eurozona potrà frenare la crescita della maggiore economia europea. L’istituto di Washington, al termine della relazione cosiddetta Article IV, prevede ora una crescita “attorno allo 0,3%” nell’anno in corso, poichè la congiuntura dell’eurozona ha penalizzato esportazioni e investimenti. Meno di otto settimane fa il Fondo aveva alzato le stime a un +0,6% per il 2013.

Dunque, a rimarcare un primo trimestre debole, dopo l’annuncio del governo tedesco di una risicata ripresa nel primo trimestre 2013 e dopo il semaforo rosso dei Laender riguardo il Fiscal Compact, arriva anche il Fmi con una revisione al ribasso a sostegno di quanto Mario Draghi, riferendosi all’intera Europa, sostiene da tempo.

Ciò che preoccupa gli analisti è la spirale recessiva che ha ridotto le esportazioni verso gli altri paesi dell’Eurozona più in difficoltà, dopo che sui loro sistemi bancari e finanziari era andata a ricadere maggiormente la Crisi.
Non a caso Subir Lall, l’economista del Fmi che ha presentato il rapporto sulla Germania, ha sottolineato la richiesta che Berlino aumenti gli ammortizzatori di capitale e migliori la supervisione bancaria, in modo da ridurre il rischio. Anche riguardo la politica fiscale tedesca, il Fondo Monetario Internazionale ha ammonito la Germania riguardo un eccessivo consolidamento fiscale.

A volte la storia si scrive dopo 50 anni, a volte, quando le sconfitte sono brucianti, la si scrive subito.
La situazione, oggettiva, in cui stanno andando a trovarsi la Germania e la Cina Popolare, dimostra molte cose e porta allo scoperto errori e marachelle.

Ad esempio, quelle/i di Mario Monti, di Elsa Fornero e di chi li volle lì, che hanno mandato in recessione la sesta o settima (forse ormai dodicesima) potenza mondiale.
Oppure quelle di Ackermann, ex dominus della Deutsche Bank, che (s)vendendo Bot italiani rilanciò i Bund tedeschi ad un punto tale che per un anno lo spread non si è tenuto a bada.
Ed anche quelle di Angela Merkel, ex ufficio propaganda del partito comunista della DDR, che ha dimostrato di avere un’idea un po’ rudimentale della politica, piuttosto inesperta del capitalismo e fin troppo germanocentrica.

Intanto, sullo sfondo, la Cina Popolare chiude fabbriche e rallenta.

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