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Un governo “chiaro ed inequivoco”

27 Feb

 Il presidente del Consiglio, Mario Monti, intervenendo in Commissione Industria al Senato, ha annunciato che l’Imu non sarà applicato alle scuole cattoliche che «svolgono la propria attività con modalità concretamente ed effettivamente non commerciali».

Una risposta «chiara e inequivoca», sottolinea il Primo Ministro italiano, che, viceversa, chiara non è e di “dubbi” ne solleva molti.

Infatti, non è possibile che un “singor professore” come Monti non sappia che, in Italia,  non esistono e non possono esistere scuole che operino con modalità/finalità prettamente commerciali: la vendita dei diplomi e delle certificazioni di studio è vietata.

Dunque, “modalità non commerciali” non significa praticamente nulla, se usiamo un linguaggio colloquiale, e non definisce assolutamente nulla, se volessimo riferirci a concetti e categorie contenuti nelle norme. L’unico concetto applicabile è che attualmente esistano scuole cattoliche gestite da società commerciali “italiane” (srl o spa che siano), cosa che “di per se” non rientra nelle esenzioni concordatarie.

Le scuole, infatti, sono statali, comunali, regionali, provinciali, clericali, serali, paritarie, paritetiche, parificate, aziendali: equità, giustizia e buon senso vorrebbero che tutte fossero sottoposte alle stesse regole ed alla stessa tassazione, ricevendo gli stessi finanziamenti.

E, per dirla tutta, se è “assurdo” che lo Stato tassi le “caritatevoli” scuole cattoliche, quanto allora è maggiormente “assurdo” che lo Stato tassi le proprie di scuole, riprendendosi con la mano sinistra almeno un quarto di quello che la destra dichiara di spendere … ?

Dicevamo dei “dubbi”, non nell’applicazione della norma che “abbiamo già capito” come andrà a finire, quanto sulla “chiarezza ed inequivocabilità” del Governo Monti, che, riguardo all’istruzione, fa seguito alle “chiare ed inequivocabli” disposizioni del ministro Profumo, che ha convocato gli Esami di Stato a mezzo circolare e che, nella nota relativa alle scuole chiuse per neve”, parla di giorni di scuola eventualmente riducibili, quando la norma di riferimento precisa che trattasi di “monte ore annuale” …

Una “inequivocabile chiarezza”, visto che, quasi in contemporanea, Elsa Fornero rispondeva, a chi evidenziava i bassi stipendi degli italiani, con un “aumentate la produttività”, mentre è notorio che nel Settentrione la produttività è pari o superiore alla Germania, il Centroitalia è “di per se” improduttivo, il Meridione, oltre a “pagare il pizzo” e le tasse, vede la propria produzione ortofrutticola soffocata dalle liberalizzazioni UE pro Marocco e Tunisia, volute dalla Merkel e appoggiate da Monti.

Nessun equivoco, ahimè: l’unica cosa che avevano bene in testa, i “professori” era di salvare le banche italiane colpendo le pensioni degli attuali cinquantenni, come l’unica che vorrebbero, per salvare le imprese italiane, è colpire l’occupazione degli attuali cinquantenni – gli ultimi con un “posto fisso” – senza, però, dar loro gli ammortizzatori sociali che gli spetterebbero, dopo aver pagato i contributi per 30 anni e passa.

Per il resto, di questo “governo d’inverno” rileviamo solo idee confuse, inattuabili, “ambiziose”, se non pericolose come la parola “recessione”, mentre il Parlamento “di questo governo” – sennò erano già tutti a casa – non ha ancora approvato una norma qualunque che serva a ridurre l’elefantiaco costo dell’apparato pubblico, a partire da partiti, sindacati, ordini professionali, sistema delle dirigenze, finanziamenti all’editoria, previdenza, sistema sanitario.

Chiaro ed inequivocabile: l’acqua è poca e la papera non riesce a galleggiare.

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Cento giorni per Monti

24 Feb

Il tempo scorre sempre in avanti e, di questo passo, siamo arrivati al centesimo giorno di governo da parte di Mario Monti ed il suo Esecutivo: è tempo di un rendiconto.

Innanzitutto, va annotato che l’ISTAT ci ha rivelato – ex post – che, al momento della nomina di Monti, il governo Berlusconi aveva recuperato l’1% del debito pubblico, che spread, titoli e mercati sono andati malissimo anche dopo l’annuncio delle misure “Salva Italia”, che questo Consiglio dei Ministri si è rivelato un esecutivo tecnico sostenuto da una maggioranza di governo senza un programma annunciato o definito.

Male, molto male.

Poi, ci sono le misure adottate, poche, nei fatti, e pessime, nei risultati.

Infatti, di tutto quello di cui si fa annuncio o si espone in Parlamento, è legge “eseguita ed applicata” solo pochi provvedimenti, tra cui ne spicca uno solo di qualche rilievo: l’innalzamento dell’età pensionabile e l’azzeramento dei diritti dei lavoratori malati e precoci.

E, andando a vedere cosa è accaduto dopo le vendite di titoli di Stato “a tutti i costi” mentre stretta fiscale e previdenziale crescevano, il risultato è recessione, insicurezza sociale, sfiducia nei mercati e nelle banche.

Ecco i risultati di uno spread calato solo perchè abbiamo accettato di (s)vendere a tassi di interesse esagerati, invece di ricorrere ad una patrimoniale.

Intanto, le misere liberalizzazioni previste si sono arenate in Parlamento, proprio mentre Corrado Passera annuncia “un decreto al mese” e mentre Elsa Fornero chiede un accordo sindacale senza avere (o voler) nulla da offrire.

Dulcis in fundo, a 4 mesi dalla caduta di Berlusconi, niente legge elettorale, niente tagli alla politica, niente lotta agli sprechi, poca Antimafia, zero antiTrust, zero Sud, troppi cacciabombardieri e, per ora, solo annunci.

My compliments, Mr. Monti.

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Salario minimo, quanto costa?

21 Feb

Proviamo ad immaginare di voler quantificare i costi di un atto di dignità nazionale, ovvero garantire un salario minimo a chi, pur cercandolo, non trova lavoro e chi non lo cerca perchè invalido o perchè resta a casa a sostenere la propria famiglia.

Giusto per avere un’idea di quante siano queste persone, mettiamo in conto di dover considerare:

  • 2.033.653 casalinghe/i italiani (dati INAIL 2009)
  • ~ 1 milione di NEET minori di 21 anni (dati ISTAT 2010 >2.000.000 NEET dai 15 ai 24 anni)
  • 2.243.000 disoccupati (dati ISTAT 2011)
  • 420.000 cassaintegrati (dati Inps e stima UIL 2011 > 60,8 milioni ore)
  • 2.137.078 invalidi inabili al lavoro con assegno medio di sostentamento di 449,57 euro (rapporto MEF 2008)

In totale parliamo di poco meno di 8 milioni di italiani.

Prevedendo un salario minimo di 10.000 Euro l’anno di media – giusto per fare un conto facile – si parte da una base di 80 miliardi di euro annui.

Tanti, tantissimi, ma, in realtà, molto meno, a partire dal fatto che il 25% circa (20 miliardi) rientrerebbero pressochè subito come fiscalità.

Ad ogni modo, premesso che una bella somma arriva dal Fondo Sociale Europeo, il primo miliardo di “economie” deriva direttamente, come minor spesa, dai “sostentamenti” degli inabili al lavoro. Poi, ci sono i circa 6 miliardi che, secondo la stampa nazionale, spendiamo attualmente per i cassaintegrati ed altrettanti (almeno si spera) che l’INPS sta già spendendo in indennità di disoccupazione (dati Ocse nel 2007).

A proposito di dati Ocse, nel 2007 la spesa pubblica in Italia per la disoccupazione ammontava allo 0,4% del pil ( 1.351 miliardi di euro), mentre in Francia e Germania la spesa e’ dell’1,4% sul pil, in Belgio raggiunge il 3,1%,in Spagna il 2,2%, in Danimarca e Austria è all’1% e in Olanda arriva al’1,9%.
Dunque, nel 2007, l’Italia avrebbe dovuto spendere almeno 15 miliardi di euro (anzichè circa sei), sempre ammesso che le condizioni del paese siano paragonabili a quelle della Mitteleuropa …

Ritornando al nostro quesito – quantificare i costi del “salario minimo” – abbiamo visto come da circa 80 miliardi di euro (per 10.000 euro pro capite), siamo arrivati a 67 miliardi di euro di spesa “ulteriore”.

Ma non solo …
Questi soldi verranno spesi e l’espansione commerciale – specie se la smettessimo con gli enormi ipermercati – e produttiva – specie se mettessimo un freno al gioco elettronico – darebbe immediatamente frutto, ovvero posti di lavoro e resa fiscale. Almeno 2 miliardi di euro in gettito fiscale, più le economie date dalla maggiore occupazione.

Un’occupazione che andrebbe ad alleggerire ulteriormente “l’ulteriore onere” se considerassimo di abbinare formazione, riqualificazione, rieducazione, bonifiche, ripristini, manutenzione ordinaria … minore microcriminalità e meno povertà diffusa, meno razzismo grazie alla maggior tutela, minor spesa sanitaria per invalidi che vivono meglio … minori spese di carburante per i pattugliamenti. Per non parlare delle casalinghe “libere” di affrancarsi da un “padrone”, alle donne occupate in nero per 6-800 euro al mese, a tanti “bamboccioni” (NB si chiamano NEET) che non avrebbero più scuse per recarsi a scuola od al lavoro, e, “dulcis in fundo”, la potenziale incisività di un salario minimo in terre di mafia.

A quante centinaia di miliardi di euro equivarrebbe tutto questo? E quale rating verrebbe assegnato al sistema Italia, se un tal genere di intervento avesse successo anche solo per la metà?

E, d’altra parte, come non consinderare che – dopo l’ultraliberismo dei Chicago Boys – un po’ di Keynesismo, lo dicono tutti, è necessario? Se così fosse, non c’è altro che prender atto che lo Stato, la comunità, deve spendere, sostenere, investire e che sono altre le spese desute, inutili e famigerate. A partire dalle “auto blu”, ad esempio.

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Dimenticavo … i NEET sono i giovani dai 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale. “Not in Education, Employment or Training”.

Demos conferma, italiani insoddisfatti

9 Gen

Demos pubblica oggi il Rapporto annuale sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, realizzato su incarico del Gruppo L’Espresso.

La prima cosa che balza all’attenzione di chi voglia consultarlo, è che il quadro che emerge dalle statistiche del gruppo di lavoro di Ilvo Diamanti è meno allarmante di quanto si percepisca “stando tra la gente”.     Perchè?

Iniziamo con il grafico relativo alla “fiducia dei cittadini”, che permette di raffrontare i dati del 2011 con quelli del 2010 e del 2001, ma dei quali Demos pubblica solo il differenziale con lo scorso anno.
Ecco come sarebbe la tabella se, viceversa, raffrontassimo il 2011 con il 2001: un disastro.

Si passa alla “soddisfazione dei servizi” da parte degli italiani (link) e viene fuori che dal 2001 al 2011 la soddisfazione degli italiani verso l’assistenza sanitaria pubblica (+1,7%) è addirittura aumentata … come anche resta da chiedersi quale valore possa avere monitorare la soddisfazione delle scuole private (-22,5%), se gli intervistati non le abbiano mai frequentate …

A seguire troviamo la partecipazione politica dei cittadini con un panorama abbastanza piatto e desolante, se addirittura i cittadini che svolgono attività ricreative e sportive o culturali sono meno del 50%, in calo, e la partecipazione “politica” è sotto il 15%.  Non si comprende perchè Demos abbia usato degli indici che, ai non addetti ai lavori, possano dare un’impressione diversa, visto che magnificano l’entità. Come anche resta da capire come mai i cittadini che discutano di politica on line (praticamente tutti almeno una volta all’anno) siano solo l’11% secondo le interviste raccolte per conto del Gruppo l’Espresso.

Morale della favola? Secondo i dati di Ilvo Diamanti ed i suoi collaboratori il numero di cittadini che ritiene che si possa fare politica senza partiti è ormai alla pari con quello di coloro che credono nella politica degli schieramenti.

Non è più semplice “antipolitica”, non può esserlo se il 47% degli italiani è convinto che “la democrazia può funzionare anche senza partiti politici”.

Dove sarà arrivata questa percentuale tra un anno, quando, completatasi la legislatura, finalmente ci lasceranno votare? Siamo sicuri che il Governo Monti possa arrivare a fine corsa senza causare danni irreparabili al sentire popolare ed alla percezione del potere da parte degli italiani?

Sarà per questo che Ilvo Diamanti titola: “E’ ora di restituire lo Stato ai cittadini”?

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Flop Gelmini: ancora lassismo a scuola

4 Ott

La Repubblica (link) denuncia che i dati forniti dal ministro Gelmini, relativi all’aumento di bocciati nelle scuole superiori, è erroneo: in realtà, secondo il quotidiano romano, i promossi sarebbero stati addirittura in aumento.

Niente tolleranza zero contro studenti ignoranti, volgari e svogliati?

A leggere tanti scrutini od a sentire tante famiglie, il pugno di ferro c’è stato e, se il dato di La Repubblica, il fatto sarebbe gravissimo, dato che dimostrerebbe che una parte dei licei ed istituti sta facendo la propria parte, mentre una non precisata percentuale avrebbe addirittura incrementato il lassismo.

Ovviamente, al giornale di Scalfari ed Ezio Mauro interessa solo l’ennesimo flop del ministro lumbard e non anche l’indecenza professionale dei docenti di troppi diplomifici …

Siamo alle solite, dopo il famigerato tunnel Milano-Gran Sasso e la “riforma epocale” senza denari, arriva un altro mito (o miraggio?) sfatato.

I miraggi e gli sbandamenti sono ormai tanti più di tanti.

Tagli del personale docente mai ben quantificati, due anni di fondi insufficienti per i supplenti e per il funzionamento, il terno al lotto dei lavoratori exLSU e del loro costo, l’istruzione tecnico-professionale e le scuole materne definanziate, i fondi per il telelavoro destinati al FORMEZ, le dirigenze superfetate al punto da doverne tagliare un quinto.

Le piccole località private addirittura delle scuole elementari, gli organici dei bidelli al lumicino, gli edifici scolastici nel degrado senza che gli enti locali abbiano finanziamenti sufficienti, l’assenza di controlli sulla spesa degli enti locali per scuole e diritto allo studio.

I tagli e le assegnazioni di fondi e personale che non si sa quale prevedibile regola seguano e soprattutto “dove” siano effettivamente decisi, lo smatellamento in RAI degli educative channels  di cui è comprovata nel mondo l’efficacia didattica, la regressione delle politiche d’istruzione e culturali per gli italiani all’estero, l’assenza di un percorso pubblico e trasparente nell’individuazione degli elementi di qualità delle Istituzioni Scolastiche e soprattutto di quelli valutativi, tenuto conto che la Costituzione le rende gestionalmente autonome rispetto al MIUR.

Ormai, resta solo da chiedersi quanti anni saranno necessari per ripristinare un circuito di distribuzione delle risorse e di controlli, che sia equo, trasparente, efficiente ed efficace.

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Atlante Politico, La Repubblica ed i numeri sottosopra

5 Set

Atlante Politico è una rilevazione periodica, realizzata da Ilvo Diamanti, insieme a Fabio Bordignon, per il quotidiano La Repubblica, sul clima politico italiano e sugli orientamenti elettorali.
Il sondaggio è stato condotto nei giorni 30 agosto – 1 settembre 2011 e, secondo i due noti analisti, “sale a nove punti il margine di Pd, IdV e Sel su Lega e PdL. Nelle intenzioni di voto, Pdl (25.3%) e Lega Nord (9.8%) perdono circa un punto ciascuno. Il Pd rimane poco sotto il 30%, mentre l’IdV supera la soglia del 9%.”

Secondo le stime di Diamanti e Bordignon, esisterebbe addirittura la possibilità che una coalizione IdV-PD-SEL, cioè la stessa del disastroso e duplice flop di Romano Prodi, raggiunga e superi il 44% dei consensi.

Come è possibile che le statistiche dimostrino un dato così divergente da quello che percepiamo al supermercato o sul posto di lavoro?

E’ molto semplice: non si tiene conto dell’astensionismo o, meglio, della ricerca di nuovi riferimenti politici da parte degli elettori.

Infatti, a ben vedere, tutte le statistiche sarebbero riportate in base ad un utopistico 100% e, soprattutto, che su 1247 interviste giunte a buon fine, i rifiuti/sostituzioni sono stati addirittura 4.898.

Non è un caso che tutta questa propensione al voto, annunciata dall’Atlante Politico di Bordignon e Biorcio, avrebbe dovuto essere confrontata (ma non l’hanno fatto) con il dramamtico dato che vede oltre metà degli intervistati ben convinti che la corruzione politica sia almeno ai livelli di Tangentopoli e che non ci siano differenze tra i partiti.

Solo i simpatizzanti del PD e di SEL pensano che vi sia una differenza, in termini di corruzione, tra centrodestra e centrosinistra.

Sarà per questo che La Repubblica scrive, piuttosto fantasiosamente visti i numeri, che “la burrascosa estate politica del 2011 consegna al centro-sinistra un margine ancora più ampio, nelle intenzioni di voto, rispetto a quello su cui poteva contare a giugno”?

(N.B. Tabelle e grafici sono linkati dagli originali)

Carceri troppo piene: numeri e riflessioni

29 Lug

“Nelle carceri italiane a migliaia vivono in condizioni disumane e gli ospedali psichiatrici giudiziari sono un orrore, inconcepibile in un paese civile. Questa situazione ci allarma e umilia davanti all’Europa. Bisogna trovare soluzioni politiche”. (Giorgio Napolitano)

E’ possibile che, dinanzi ad una situazione intollerabile,  il nostro Presidente non chieda anche la costruzione di più carceri e di maggiore qualità, ma solo una “soluzione politica”, che, evidentemente, riduca il numero dei reclusi?

Improbabile.

Anche perchè, nella realtà dei numeri, i  criminali detenuti non sono poi troppi, circa 100 ogni 100mila abitanti, a fronte di Una Norvegia che ne annovera 70 e gli USA che arrivano a circa 500 detenuti ogni 100.000 abitanti.
Eppure, qui da noi i direttori degli istituti di pena scendono in piazza perché non hanno fondi neanche per “comprare i materassi e la carta igienica da dare ai detenuti”, i quali sembra vivano anche in 13 per cella.

Secondo i dati diffusi in rete, i detenuti sono poco meno di 70.000, di cui circa 27.000 in attesa di giudizio, di cui circa 15.000 verranno assolti o, soprattutto, andranno prescritti.
Possono sembrare tanti, quindicimila, ma ricordiamo che in Italia, ogni anno, vanno prescritti 150-200.000 reati, a volte anche gravi e gravissimi, nonostante spesso gli indagati siano stati condannati almeno in primo grado. Nel decennio, sono stati cancellati per prescrizione due milioni di procedimenti penali.

Le persone che entrano in carcere per la prima volta sono 32mila, di cui solo un terzo (6-7.000 persone) verrà, poi, assolto.
Dunque, se i nostri tribunali potessero lavorare con maggiore celerità ed efficacia, grazie ad un codice di procedura penale più efficiente, i reati prescritti andrebbero in giudicato, oltre al beneficio di evitare tanta detenzione preventiva, e dovremmo far fronte ad una popolazione carceraria di 100-150.000 persone, almeno fino a quando la certezza della pena, attualmente “prescrivibile”, non dovesse indurre gli italiani a vivere nella legalità.

Questo quadro di lassismo è confortato dal dato che, in Lombardia, la percentuale dei detenuti che “esce nel giro di una settimana varia dal 50 al 60 per cento.”

Inoltre, sono circa 23.000 gli stranieri detenuti, spesso per reati violenti o connessi al traffico di sostanze o di persone, che grazie ad accordi internazionali potrebbero essere trasferiti nelle strutture carcerarie dei paesi d’origine. Ricordiamo anche che da loro è commesso il 23% dei reati di stampo mafioso.

I boss al 41 bis sono il 10% della popolazione carceraria, circa seimila persone, una vera goccia nel mare se pensiamo che, ormai, anche Lombardia e Veneto appaiono seriamente infiltrate. Anche in questo caso, potremmo ipotizzare la necessità di un maggior numero di posti nelle nostre carceri, forse altri 50.000.

Ed i reati per possesso di droga o per immigrazione clandestina?
Forse, è a questi ultimi che si riferiva il nostro Presidente, visto che i primi riguardano la sfera personale dei cittadini e la nozione scientifica di “droga”, mentre i secondi rappresentano un’innovazione normativa piuttosto discutibile e decisamente inefficace.

Basterebbe eliminare la parola “detiene” dall’art.73 della legge Giovanardi-Fini, per veder crollare il numero di detenuti per “detenzione di droga” e che, essendo tossicodipendenti e non spacciatori, andrebbero aiutati, piuttosto che puniti.
Tra l’altro, gran parte dei 25.000 tossicodipendenti detenuti sono stati condannati per reati diversi dalla semplice detenzione di sostanze stupefacenti.

Ricordando che il 60% degli irregolari sono ex-lavoratori regolari e che i morti alle nostre frontiere sono ormai decine di migliaia, varrebbe la pena di notare che, abroigando il reato di immigrazione clandestina introdotto dalla Legge Maroni, ridurremmo sensibilmente il numero di detenuti stranieri e, soprattutto, accogliendo le indicazioni pervenute dalla Suprema Corte, dalla Santa Sede, dall’Unione Europea, dall’ONU.

Non è di certo l’indulto o l’amnistia, che risolveranno un’infrastruttura carceraria che andrebbe ammodernata ed ampliata, nonchè deregolata, allorchè si volesse prevedere un effettivo percorso di rientro nella società produttiva.

Possiamo alleggerire l’attuale sovraffollamento (156 detenuti ogni 100 posti previsti) solo iniziando ad uniformare la nostra legislazione sui reati minori, derubricando o depenalizzando reati o, ancora, adottando quelle forme sostitutive al carcere che la Mitteleuropa ha già adottato. Non dimentichiamo che il numero di detenuti che, in Italia, conseguono un titolo di studio in carcere è davvero esiguo.

Possiamo evitare di ritrovarci con un problema analogo, tra due o tre anni, sono assicurando maggiore legalità al Sistema Italia tutto, ovvero abbattendo i reati stessi, e, ahimè, iscrivendo al debito pubblico dello Stato la costruzione di nuove carceri e l’ammodernamento delle attuali.

Ipsos MORI, default USA, indignados europei: specchi diversi di un tempo che cambia

14 Lug

Ipsos MORI, eminente ente di ricerca del Regno Unito, ha pubblicato uno studio  molto accurato sulla globalizzazione, che analizza nel dettaglio alcuni aspetti relativi alla soddisfazione dei cittadini ed ai relativi aspetti etici (link).

Innanzitutto, emerge che quasi nessuno “è contento della globalizzazione”: pressoche nessuno tra gli europei (ad eccezione dei polacchi), gli statunitensi e giapponensi è favorevole, mentre tra i paesi “entusiasti” solo l’India e la Cina Popolare raggiungono o superano il 30%.

La maggiore preoccupazione, che la globalizzazione induce nei cittadini, è la “disoccupazione” (50% delle persone), seguita dall’incubo della “povertà” (40%) e da una significativa attenzione a “crimini” e “corruzione” (oltre il 30%).

Nella sostanza, potremmo affermare che esiste una diffusa percezione di vivere in una società ingiusta e, probabilmente, illegale.

Non a caso oltre la metà degli intervistati, ad eccezione di Francia, Belgio ed Ungheria, è convinta che “lo Stato debba esercitare un controllo verso le Big Companies, pubbliche o private che siano”. Si va da un’adesione del 50% (USA e Italia) ad un exploit anche superiore all’80% per i paesi emergenti come India, Brasile e Cina Popolare.

La percentuale rasenta il plebiscito  se la domanda diventa “se il governo dovrebbe diventare più aggressivo nel regolamentare l’attività delle Big Companies nazionali o multinazionali“, con il 75% dei favorevoli in Europa, USA e G8.

Piuttosto ambiguo l’esito di un’altra coppia di indicatori, visto che tantissimi sembrano consapevoli che “gli investimenti delle Big Companies sono essenziali per lo sviluppo del paese”, oltre l’80%, ma le percentuali crollano al 42% nel Nordamerica ed al 31% in Europa, se gli si chiede se temono “eventuali ricadute occupazionali in conseguenza di restrizioni per le grandi aziende”.

Probabilmente, i cittadini dei “paesi avanzati”, europei e americani, vedono nelle “proprie” Big Companies un valore aggiunto di egemonia internazionale, ma, a differenza dei paesi emergenti, sono disposti a modificare il proprio stile di vita o le relazioni sociali, in cambio di maggiori garanzie verso corrotti e speculatori.

La battaglia del default statunitense, tra Obama ed i Reps del Congresso, è una delle tappe di questa istanza che dai cittadini si rivolge alla politica, alla finanza, al clero, all’impresa. L’impasse dell’euro-moneta, la fragilità dell’euro-politica, la coincidenza tra lobbies e partiti saranno un’altra tappa di questa lunga partita.

L’unica cosa certa è che adesso abbiamo una pietra miliare per indirizzare il rapporto tra politica, aziende e cittadini e questa è proprio  il documento dell’Ipsos MORI, che esce quasi in simultanea con l’emergere di “indignados liberali”, un po’ in tutta Europa, e con la “svolta” che, entro venti giorni, dovrà necessariamente imboccare l’America con tutto quello che ne conseguirà per l’area Euro e non solo.

Ipsos MORI, fede e globalizzazione

14 Lug

Ipsos MORI, eminente ente di ricerca del Regno Unito, ha pubblicato uno studio  molto accurato sul rapporto tra fede/religione e globalizzazione (link).

A riguardo, Tony Blair, ex primo ministro inglese convertitosi recentemente al cattolicesimo, ha tenuto a dichiarare che: «questo sondaggio dimostra quanto conti, ancora oggi, la religione e come nessuna visione del mondo contemporaneo, politica o sociale, possa ritenenrsi completa senza la comprensione del rapporto tra fede e globalizzazione»

Ho letto il documento britannico e riporta cose molto diverse da quelle di cui Tony Blair parla.

Innanzitutto, alla domanda se la religione contribuisce a creare dei valori comuni e dei fondamenti etici necessari ad affrontare il 21esimo secolo, i paesi cristiani rispondono sostanzialmente NO, con una media di “credenti” intorno al 30%, che Messico e Italia raggiungono un risicato 50% mentre in Turchia non superano il 44%. Solo in USA e Brasile i “favorevoli” si attestano al 65%.

A contraltare, salta fuori che solo il 15% dei cristiani europei ed il 30% degli statunitensi crede che la fede sia l’unica via che porta alla “salvezza”.
Il 66% dei cristiani considera sì importante la fede, ma in Europa, ad eccezione dell’Italia, la media è inferiore al 45%.

E’ impressionante il dato per cui solo il 52%, a prescindere dalla religione, considera l’impegno sociale, la Charity, come un fatto personale. La percentuale crolla sotto il 25% se parliamo di paesi cristiani a fronte del 61% dei mussulmani.
I cristiani, inoltre, hanno amici o conoscenti di religione diversa nella misura del 5%, gli islamici del 10% (sic!).

Il quadro che emerge dallo studio di Ipsos MORI è piuttosto chiaro: la religiosità è recessiva in Europa (Turchia inclusa), la Charity (solidarietà sociale) non è un aspetto etico prettamente religioso, l’Islam mostra, per ora, una maggiore adattabilità e tenuta verso la cultura sincretica e materialista che avanza con la globalizzazione.

OCSE Better Life Index, i dati italiani

25 Mag

L’Italia si colloca nella media OCSE in diversi indicatori del Better Life Index.

In Italia, la famiglia media ha guadagnato, nel 2008, 24,383 dollari a fronte di una media OCSE del 22,284 dollari. (ndr. che include paesi come Cile, Messico, Slovacchia, Corea eccetera)

In termini di occupazione, il dato è al di sotto della media OCSE del 65% e quasi il 57% delle persone dai 15 ai 64 in Italia ha un lavoro retribuito. (ndr. in Messico, Irlanda o Cile era  del 60%)
La gente in Italia lavora 1.773 ore l’anno, contro media OCSE di 1.739 ore. Solo il 49% delle madri con figli in età scolare sono occupate, dato di molto inferiore alla media OCSE del 66%. (ndr. in Germania le ore annue sono 1390)

Avere una buona istruzione è un importante requisito per trovare un lavoro.
In Italia, però, solo il 53% degli adulti tra i 25 ei 64 anni ha conseguito l’equivalente di un diploma di scuola superiore, a fronte di una media OCSE del 73%. (ndr. in Giappone e Germania è oltre l’80%)
Per quanto riguarda la qualità del suo sistema educativo, la media degli studenti mostra una capacità di lettura leggermente inferiore (486) alla media PISA di 493 punti su 600 (ndr. ma nel centrosud è molto più bassa).
In termini di salute, l’aspettativa di vita alla nascita in Italia è 81,5 anni, più di due anni superiore alla media OCSE, ma il livello di PM10 nell’aria (minuscole particelle di inquinanti atmosferici) è di 23 microgrammi per metro cubo, leggermente superiore rispetto alla maggior parte dei paesi OCSE (22 ug/m3).

Per quanto riguarda la sfera pubblica, secondo l’OCSE vi è un forte senso di comunità e alti livelli di partecipazione civica in Italia, anche se solo l’86% delle persone conosce qualcuno su cui potrebbe contare in un momento di bisogno, rispetto alla media OCSE del 91%.

L’affluenza alle urne, un indice della fiducia nel governo e della partecipazione dei cittadini nella politica (ndr. secondo l’OCSE, ma è evidente che non sia così), era all’81% nel corso delle elezioni del 2007 , cifra è superiore alla media OCSE del 72%.  Solo il 54% di persone in Italia, però, si è detto soddisfatto della propria vita, appena sotto la media OCSE del 59%.

liberamente tradotto da Your Better Life Index: Country Notes © OECD 2011