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Roma, un degrado ormai di portata internazionale?

18 Apr

Tutti possono fare un piccolo esperimento, digitando su Google ‘degrado Roma‘ e selezionando solo le notizie delle ultime 24 ore.

romagovernata

Ecco cosa è apparso tra i primi venti link:

  1. L’agonia di Atac e il colpo di grazia della Giunta Raggi spiegati alla perfezione – Romafaschifo
  2. Fotogrammi di degrado: non si salvano neanche gli asili nidoVigna Clara Blog
  3. Garbatella: degrado nei parchi che vennero inaugurati due volte – Urloweb
  4. Roma, sfregio a Trastevere: la fontana della Botte ricoperta dai writer – Il Messaggero 
  5. Meningite: a Roma l’addio a Susanna Rufi – Il Messaggero
  6. Crolla soffitto in un asilo nido – Jobsnews
  7. L’ultimo spettacolo del cinema Apollo: si sta sgretolandoDiarioromano
  8. Le favelas sotterranee: il volto nascosto di Roma – Il Giornale
  9. Degrado capitale: quanto sei sporca Roma (video) – Repubblica
  10. Chiusi 36 siti archeologici. Lo spreco di Roma Antica – Il Tempo
  11. Campidoglio e Soprintendenza lasciano i tesori nel degrado – Esquilino’s Weblog
  12. Telecamere, anni di reati e degrado sotto gli occhi elettronici – Corriere.it
  13. Borseggi nella metropolitana di Roma – Jimmy Ghione / Striscia la notizia

Si potrebbe pensare “eh ma anche a Milano, anche a Napoli” … ma andando a digitare ‘degrado Milano‘, tanti articoli generalisti, ma la notizia di una villa dimenticata, mentre per ‘degrado Napoli’ troviamo i soliti articoli su rifiuti accumulati da qualche parte e i vandalismi nella Stazione Centrale.

La ‘differenza’ la fanno un sistema di mobilità agonizzante, un degrado architettonico capillare e la notoria autoreferenzialità organizzativa della Capitale, mentre nelle altre due metropoli sono un fiore all’occhiello i trasporti urbani e le infrastrutture stradali come il restauro e il recupero urbano o la disponibilità ad adottare modelli altrui.

Non è bella Roma in rovina, caso mai son belle le sue rovine.
Rovine lasciate ‘intatte’ dalla Storia per ricordare a Roma di un Impero che cadde quando – vittima delle chiacchiere del Foro e delle rivalità dei Senatori – Roma cessò di essere utile all’Impero che da lei dipendeva.

Una Roma che oggi non ha un governo effettivo per l’Italia e neanche per la Regione Lazio, mentre al Comune non è molto diverso, se il Sindaco è ancora allo stallo post-elettorale della miriade di assessori e del bilancio bloccato con l’Atac fuori mercato, tante regole da cambiare con i dipendenti comunali, la raccolta rifiuti e l’approvvigionamento idrico tutti ancora da ‘ristrutturare’, un territorio da mettere in sicurezza sotto tutti i punti di vista … da cui il ‘degrado’ che constatiamo e leggiamo ovunque.

Quanto ancora l’Italia e l’Europa (ma anche il Mediterraneo) potranno permettersi lo stallo ormai ultraventennale del processo di innovazione organizzativa che, a partire da una trentina di anni fa, la capitale doveva avviare e concludere al passo con francesi e tedeschi?

E quanto ancora il Vaticano potrà sopportare una così degradante immagine di Roma, che fa il giro del mondo ogni 24 ore, mentre proprio di immobilismo, corruzione e lassimo è accusato il Cattolicesimo fin dal primo scisma, passando poi per Lutero e tanti altri.

Demata

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Senza Fascicoli di Fabbricato, Roma crolla (e la Regione tace)

24 Set

Ennesimo crollo a Roma ed è il quinto crollo in soli due anni.

Riepilogando, stanotte è crollata una palazzina di quattro piani a Ponte Milvio a causa delle infiltrazioni d’acqua, secondo i Vigili del Fuoco, cioè una causa che poteva prevenirsi.

A gennaio 2016 era parzialmente crollato un edificio limitrofo al  Teatro Olimpico, a causa di un cedimento strutturale derivante da lavori di ristrutturazione, cioè anche – forse – soprattutto a causa della vigilanza sui lavori negli appartamenti del condominio.

Era il marzo del 2015 quando a Monteverde lo smottamento della collina Ugo Bassi travolgeva una palazzina. Da anni il Municipio aveva chiesto interventi per gli smottamenti e il disastro poteva essere evitato.

Un mese prima, a febbraio 2015, un pannello di circa quattro metri quadrati, staccatosi per il vento dal Fungo all’Eur, è crollato da un’altezza di 60 metri. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco per mettere in sicurezza la struttura dall’alto e sarebbero state diverse le parti pericolanti.

Gennaio 2015: crolla il soffitto in una sala giochi a Trastevere. Presenti 60 persone, sei feriti. Secondo i gestori, era stata da poco ristrutturata e sottoposta a tutti i controlli previsti per garantire la sicurezza dei clienti e dei dipendenti.

E, poi, in soli due anni c’è la lunga sfilza di muretti ed alberi crollati senza – per fortuna – feriti gravi.

Come ci sono i dati del Miur, quelli dell’anagrafe dell’edilizia scolastica, che raccontano che in Italia solo il 39% delle scuole è in possesso del certificato di agibilità/abitabilità, della restante parte il 50% è stato costruito prima del 1971, per cui non è obbligatorio il certificato di collaudo statico ed un buon 11% – a quanto pare – funziona senza. Secondo il report di Cittadinanza Attiva di pochi giorni fa, per circa un terzo dei 690 interventi del programma #Scuolesicure gli interventi statali di riparazione sono stati inadeguati.

A questo punto della storia scopriamo che Roma (anzi tutto il Lazio, Amatrice inclusa) non ha i Fascicoli di Fabbricato e non li ha per il semplice motivo che la Regione emanò un decreto illegittimo nel 2005 (D.R. Lazio n. 6/2005) e da allora non l’ha più reiterato.

Bene a sapersi che – secondo il TAR del Lazio come confermato dal Consiglio di Stato – l’illegittimità del D.R. Lazio n. 6/2005 consisteva nel pretendere:

  1. la fornitura di dati urbanistico-tecnici in gran parte in possesso del medesimo Comune e non nella diretta disponibilità dei proprietari a meno di irragionevoli e irrazionali sforzi
  2. una “probatio diabolica” o “prova quasi impossibile” d’ogni tipo di modifica verificatasi anche in tempi assai lontani o in fabbricati d’antica costruzione
  3. la possibilità data ai comuni di poter integrare il contenuto del fascicolo con ulteriori verifiche, aggravando gli oneri in capo ai proprietari senza limiti e senza prevedere un reale contraddittorio con i tecnici chiamati a collaborare con il redattore del fascicolo.

La domanda di oggi – ahimè – è multipla:

  • il Comune di Roma è in possesso dei documenti di cui dovrebbe essere in possesso?
  • quante modifiche incondonabili (perchè pericolose) verrebbero a galla, se si prevede di imporre ulteriori controlli ai fabbricati?
  • perchè dal 2005 ad oggi nè la Giunta regionale Marrazzo, nè Polverini, nè Zingaretti si sono premurate di produrre un decreto legittimo ed applicabile? E perchè Alemanno, Marino e – oggi – Raggi non si premurano di sollecitarlo?

Eppure, i giudici del TAR del Lazio – mica i marziani a Roma di Ennio Flaiano – avevano tenuto a ben consigliare i nostri amministratori, scrivendo nella stessa sentenza: «s’appalesa più razionale, più che un obbligo generalizzato, altre formule connesse fin da subito a provvidenze o ad agevolazioni, atte a sveltire la redazione dei fascicoli per quegli edifici a più alto rischio ed ad incentivare formule collaborative da parte dei tecnici dei Comuni o scelti dagli enti. Infine, la legge non ammette interventi ed opere generalizzate sugli edifici di qualunque genere, età e condizione, sicché gli accertamenti, al fine d’evitare oneri eccessivi e senza riguardo al loro peso sulle condizioni economiche dei proprietari, devono esser suggeriti solo in caso d’evidente, indifferibile ed inevitabile necessità, se del caso con graduazione dei rimedi da realizzare». (TAR, Lazio, sez. II, sentenza 13/11/2006 n° 12320 confermata dalla Sentenza n. 1305 del 28.3.2008 del Consiglio di Stato)

Da quelle sentenze son trascorsi una decina d’anni ed è rimasto tutto fermo.

Demata

La crisi cinese dove porterà?

25 Ago

Attesa I ChingErano anni ed anni che si ripeteva come la Cina Popolare avrebbe dovuto rallentare la crescita industriale, svalutare lo Yuan ed abbassare il costo del denaro, aprire agli investimenti stranieri, affrontare i costi di un Welfare State di tipo occidentale.

Avrebbe dovuto ma, per fortuna, così non è stato e l’Europa ha avuto il tempo di ricapitalizzare l’Euro, saccheggiato da speculatori e corrotti, mentre gli USA riconvertivano il settore metalmeccanico di base e parte del complesso industrial-militare ormai in dismissione.

Ora tocca alla Cina, però, e da quelle parti le cose si fanno seguendo un piano e non a casaccio.

La strada per ristrutturare il capitalismo collettivista cinese ha già percorso diverse tappe evidentemente prefissate:

  1. crollo borsistico di Shangai controllato se non predeterminato (avvio della crisi prevenendo il fall out)
  2. blocco parziale dei conti correnti e svalutazione dello Yuan (stabilizzazione dell’offerta e dei prezzi interni)
  3. ristrutturazione di almeno due enormi Hub industriali e supporto alle commesse (gli incendi sono il modo più rapido …)
  4. estensione per downgrade successivi della crisi sul sistema globale (misure antispeculative e antipanico)

Ovviamente in Cina è una ‘stampede’, una mattanza, come riporta Reuters, con migliaia di aziende a rischio, ma perdere il 30% del valore borsistico non significa aver perso anche il 30% di capacità produttiva o dei consumi.
Un esempio su tutti il crollo borsistico della Suntek Co. a causa di un’enorme truffa internazionale, con i titoli di allora che oggi son carta straccia, ma anche con le fabbriche tutte lì e con la Cina che continua ad essere il maggior produttore mondiale di pannelli fotovoltaici.

Dunque, è probabile che la Cina non sbloccherà i conti correnti finchè le previsioni non saranno stabili, ma potrebbe abbassare il costo del denaro sotto il 4% anche in tempi brevi e non è improbabile un ulteriore ribasso dello Yuan con un ammortizzamento delle perdite in borsa intorno al 40%.
Anche in questo caso i danni (frenata della ripresa) per USA ed Eurozona potrebbero essere compensati da benefici (miglioramento del debito e dello spread).

La vera questione – quella per la quale da anni si attendeva la flessione dello Yuan e per la quale c’è oggi preoccupazione – è determinata dalla pressione interna ai consumi nelle città e nei distretti industriali che non poteva proseguire ad libitum. Specie se accadeva di non poter sviluppare i consumi interni (e il PIL) oltre un certo limite se un’altra parte consistente della popolazione non possiede una lavatrice e un frigorifero o un’automobile, oltre a maggiori tutele per la salute.

Qualunque sia la soluzione che la Cina intenda perseguire non è un processo di breve termine e se gestito male potrebbe portare alla stagnazione intere aree del paese.
Gli incendi e gli sgomberi o la distruzione delle merci negli Hub sono una soluzione a minor costo ed aprono la strada a nuovi investimenti, migliori ricollocazioni e nuove commesse (ndr. gigantesche infrastrutture sono rimaste inutilizzate, la carenza di domanda occidentale ha accumulato ingenti scorte), ma sarebbero un sistema pessimo quanto pragmatico ed atavico … forse l’unico.

Quello che maggiormente ci coinvolge è, però, l’apertura agli investimenti stranieri, un tasto abbastanza dolente per la Cina, memore sia della Guerra dell’Oppio anglo-americana sia della Manciuria giapponese. Allo stesso tempo è inevitabile e potrebbe essere perseguita fuori dalla Cina, con joint ventures in Africa, in Asia e, forse, nell’Europa greco-balcanica.
L’alternativa è il profilarsi di conflitti di macro-area in Africa con effetti ‘benefici’ sulla produzione industrial-militare occidentale.
Meglio la prima, più probabile la seconda se la Cina non fa presto, ma in ambedue i casi il ‘profitto’, la ‘produzione’ e i ‘consumi’ sarebbero assicurati.

Quanto ai fattarielli italiani, per ora il crollo cinese ci garantisce uno spread migliore ed una spesa petrolifera significativamente più bassa. Bene per le casse pubbliche, per banche e petrolieri, ma sarà del tutto ininfluente per la gente comune se, con le fabbriche cinesi in affanno, non fosse la volta buona di pensare all’occupazione e all’imprenditoria di casa nostra e ripristinare una parte del sistema manifatturiero che abbiamo smantellato con Prodi e Tremonti.

Un cielo pieno di nuvole fa presagire alla venuta della pioggia, che nutre i campi e permette la vita: non è la pioggia stessa che va attesa, ma il raccolto che ne verrà. (L’Attesa – L’Acqua sotto, il Creativo sopra – I Ching)

Demata

L’Aquila: le responsabilità, gli affari

13 Gen

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, L’Aquila è colpita da un terremoto di magnitudo 6.3 Mw, equivalente a 5.9 Ml secondo la Scala Richter e tra l’8º e il 9º grado di distruzione della Scala Mercalli.
I parametri Richter indicano “molte fessurazioni sulle mura; crollo parziale o totale di poche case; pericolo per la popolazione”, Mercalli prevedeva “rovina totale di alcuni edifici e gravi lesioni in molti altri; vittime umane sparse ma non numerose”. Diciamo anche che l’entità della scossa è ‘non distruttiva’ in Giappone, se si è costruito con criteri seriamente antisismici.

Le responsabilità

A L’Aquila e dintorni, pur trovanodoci in un territorio dichiarato “zona dove non di rado possono verificarsi forti terremoti”, il bilancio definitivo è di 308 morti. circa 1600 feriti di cui 200 gravissimi, 65.000 gli sfollati su poco più di 90.000 residenti, tra capoluogo e piccoli comuni limitrofi.
E dire che il comune di L’Aquila fu classificato come sismico sin dal 1915 (terremoto  del Fucino), che dal 1927 appartiene alla classe sismica 2, quelle di media intensità, e che fin dal  2006 si attendeva la classificazione di ‘zona 1’ proposta dall’’Ingv.

Poco si è saputo della sorte dei 220 fascicoli inizialmente aperti per la maxi-inchiesta della procura della Repubblica avviata dopo il sisma del 6 aprile 2009.
Tra i pochi pervenuti a sentenza, il processo di primo grado per il crollo della Casa dello studente si è concluso ‘solo’ quattro anni dopo il sisma, con tre condanne a quattro anni per i tecnici che supervisionarono le ristrutturazioni colpevoli di omicidio plurimo e lesioni.
Ben più severa la pena di sei anni di reclusione, viceversa, a cui sono  stati condannati sette eminenti scienziati italiani, facenti parte della Commissione Grandi Rischi e a capo del Dipartimento della protezione civile, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e del Centro nazionale terremoti, accusati di aver fornito, prima del sisma del 6 aprile del 2009 che distrusse L’Aquila, false rassicurazioni ai cittadini, e, secondo Giovanni Cirillo, magistrato presso il Tribunale di Teramo, colpevoli di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose.

Intanto, il giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco ha assolto i quattro imputati dall’accusa di disastro colposo per il crollo dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila avvenuto con il terremoto. Eppure, La Repubblica riportava di una relazione che il direttore generale della Asl aquilana, Roberto Marzetti, dalla quale emergeva che “l’ospedale – inaugurato nove anni fa – non risulta nemmeno nelle mappe catastali”, che pur essendo una “costruzione travagliata al centro di dibattiti parlamentari, esposti e polemiche”, nel 2000, “l’allora direttore generale Paolo Menduni decise di aprire lo stesso”.
Senza resposnabili il crollo del Palazzo del Governo (Prefettura), Tribunale, Politecnico, nonostante le perizie raccontino di materiali scadenti e di misure tecniche insufficienti.

Utile ricordare che “il dossier Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, redatto nel ’99 dall’Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico per volere dell’allora sottosegretario alla Protezione Civile Franco Barberi, nel quale si evidenziano vulnerabilità critiche, rimaste ignorate, in tutti gli edifici pubblici poi crollati nel sisma del 2009, nonché una valutazione eccessivamente al ribasso del grado di pericolo sismico assegnato alla zona aquilana.” (Wikipedia)
Non a caso, a lungo i giornali scrissero della telefonata intercettata a Bertolaso in cui lo stesso capo della Protezione Civile, facendo riferimento alla riunione con gli esperti della Commissione Grandi Rischi, che si tenne all’Aquila il 31 marzo 2009, parlò di “operazione mediatica”, come anche la motivazione della sentenza di condanna degli esperti, riporta che “gravi profili di colpa si ravvisano nell’adesione, colpevole e acritica, alla volontà del capo del Dipartimento della Protezione Civile di fare una operazione mediatica”.

Gli affari

Secondo la Relazione dell’allora ministro Fabrizio Barca al 6 aprile 2012 erano stati effettivamente impiegati dallo Stato o trasferiti agli Enti preposti:

  • 2,9 miliardi di euro (impegno Stato) per gli interventi di emergenza, di cui:
    • 680,1 milioni per la prima emergenza
    • 700 milioni per il Progetto C.A.S.E. (4449 immobili, 12969 persone ospitate) e per i Map (3535 strutture, 7202 ospiti)
    • 493,8 milioni dall’Unione Europea – Fondo di Solidarietà
    • 667 milioni per Emergenze varie e assistenza alla popolazione
    • 82,8 milioni per i Moduli Scolastici ad Uso Provvisorio
    • Altre spese per ripresa attività scolastica, esenzione pedaggi, indennizzi, sospensione pagamenti tasse, attività di soccorso ecc.
  • 1,96 miliardi di euro (trasferimento Enti) per la ricostruzione, di cui:
    • 1,04 miliardi per la ricostruzione di edifici privati sotto forma di mutui
    • 736,7 milioni per la ricostruzione di edifici privati erogati con delibere del CIPE attingendo dai Fondi FAS e dal Fondo Strategico
    • 95,7 milioni per la ricostruzione di edifici pubblici
    • 81,6 milioni per la ricostruzione di edifici scolastici

All’incirca 5 miliardi in tre anni, di cui poco meno di due per la ricostruzione, mentre resta ancora da rimuovere il 62% delle macerie di quello che è classificato come il 5º terremoto più distruttivo in Italia in epoca contemporanea.

Già pochi mesi dopo il sisma, il 10 febbraio 2010, vengono pubblicati i testi delle intercettazioni degli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e il cognato Gagliardi che affermavano di “ridere ciascuno nel proprio letto” durante il terremoto, immaginando l’inserimento delle loro imprese nei lavori per il post-sisma, grazie ai loro presunti buoni rapporti con il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso.
Un mese fa, Mauro Dolce – ex braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile – è stato condannato ad un anno di reclusione con rito abbreviato per il reato di frode nelle pubbliche forniture in relazione alla vicenda degli isolatori sismici difettosi installati negli edifici antisismici del Progetto Case.

In questi giorni, l’operazione “Do ut Des” ha portato alla luce un sistema di tangenti ben radicato, al fine di ottenere delle dazioni di denaro per l’aggiudicazione di alcuni appalti relativi a lavori di messa in sicurezza di edifici danneggiati dal sisma del 2009 e l’appropriazione indebita, previa contraffazione della documentazione contabile, della somma di circa 1.250.000 euro, relativa al pagamento di parte dei lavori. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, si è dimesso dopo gli arresti di alcuni dipendenti pubblici ed il coinvolgimento del vice sindaco Roberto Riga, dell’ex consigliere comunale delegato per il recupero e la salvaguardia dei beni costituenti il patrimonio artistico, il dirigente ASL Pierluigi Tancredi, dell’ex assessore comunale alla Ricostruzione dei beni culturali, Vladimiro Placidi, oggi direttore del Consorzio dei beni culturali della Provincia dell’Aquila.

Con le dimissioni di Massimo Cialente esce di scena l’ultimo dei protagonisti di questa vicenda. Iscritto fin dal 1970 al PCI, consigliere comunale dell’Aquila dal 1990 al 2001, quando è eletto  alla Camera dei Deputati con i Democratici di Sinistra e rieletto nel 2006. Sindaco dal 2007, dopo il terremoto dell’Aquila del 2009 non viene toccato dalle indagini, anzi è nominato vice commissario straordinario alla ricostruzione con delega all’assistenza alla popolazione.
Dominus, dunque, della politica aquilana da almeno una dozzina d’anni e -secondo buon senso – non esente dalle scelte di governance locale.

E sono trascorsi tre anni dal convegno organizzato dall’Associazione “309 martiri dell’Aquila” – costituita in rappresentanza dei familiari delle 309 vittime del sisma – che si intitolava «Cahiers de doleances. Primo quaderno» e che denunciava «la scottante e dibattuta tematica inerente la mancata prevenzione e le omissioni che hanno concorso a determinare la strage del 6 aprile 2009».
A proposito, ricordiamo che – ristruttarato od originale – per ogni fabbricato è del Comune  la competenza a rilasciare il Certificato di agibilità, che include anche il Documento di idoneità statica  …

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Arriva un governicchio di larghe intese?

23 Apr

Giorgio Napolitano resterà in carica finché avrà forze e, poi, sferza i partiti: «Voi, sordi e sterili, non autoassolvetevi» ed i partiti, tutti, applaudono in piedi come se i rimproveri fossero per i rivali.

Stamane, su Omnibus di La7, giusto per far finta di nulla, Rosa Maria Di Giorgi (assessore PD a Firenze) continuava a parlare di ‘difficoltà di Bersani’, di ‘svolta del Capranica’, di ‘debacle orrenda’ del M5S nel Nordest, di ‘dirigenti’ che non devono farsi influenzare dalla Rete, di non confrontarsi con la base … che la fiducia è d’obbligo se il partito lo decide.

Intanto, Serracchiani vince per un pelo in Friuli Venezia Giulia, che non è una regione rappresentativa degli equilibri nazionali, Renzi è stracorteggiato, ma fino ad oggi ha amministrato solo una piccola città come Firenze, SEL appare fortemente egemone sull’ala sinistra del PD, ma in Parlamento sono tanti gli eletti che arrivano dalla nostra famigerata Malasanità, alla Camera siedono circa 100 democratici che arrivano dall’apparato di partito, alla faccia delle Primarie.

Inoltre, non sono solo Travaglio & Santoro a sospettare che PD e PdL non siano l’un l’altro opposti, ma semplicemente complementari, con la conseguenza che il Centrodestra liberale è incatenato dalla stagnante componente populista ed il Centrosinistra riformista non ha voce in un’eterna campagna elettorale che privilegia i consensi gauchisti e sindacal-azionisti.

Dunque, in questa situazione, va bene qualsiasi governo, con il rischio di vederlo impallinato al primo incrocio o bivio dal qualche fazione democratica? Oppure serve un governo di larghe intese che accetti la Rete come principale vettore di informazioni e di conformazione della pubblica opinione, ma, soprattutto, tenga in debito conto che l’azionista di maggiornza è il PD, ma anche che il controllante è il PdL?
Oppure vogliamo proporre ai cittadini un Giuliano Amato, sconosciuto a chi abbia meno di 40 anni, tesoriere di ‘quel Partito Socialista Italiano’, massacratore delle nostre pensioni e del Titolo V della nostra Costituzione, nonchè prelevatore patrimonaile dei nostri conti?

Il Patron del futuro governo è il Popolo della Libertà, il padrino è il Partito Democratico: non facciamoci abbagliare dal il fatto che una componente parlamentare sia più numerosa dell’altra, grazie agli artifici del Porcellum.

E smettiamola, a sinistra, di pensare che quanto detto in televisione sia ‘reale’ e che quanto circoli in Rete sia ‘passatempo’. Piuttosto, è il contrario. Inoltre, se il mezzo televisivo permette allo spettatore l’unica possibilità di cambiar canale – cosa del tutto inutile se andiamo avanti da anni con talk show partitici a reti unificate – va considerato che in Rete l’utilizzatore va puntualmente a cercarsi le notizie secondo l’approccio che ritiene più verosimile.
Se i talk show politici diventano intrattenimento partitico, il ‘passatempo’ è in TV, le notizie sono in Rete: è inevitabile che sia così.

Inoltre, l’idea fissa dei democratici ‘a confrontarsi con i sindacati’ appare piuttosto bizzarra -ai nostri giorni – se il persistere della Crisi è causato dall’over taxing che la sinistra pretende da anni, dal suo profondo legame con gli apparati pubblici, dalla diffidenza verso il mondo imprenditoriale e la libera iniziativa, dal basso o bassissimo livello di istruzione e di formazione professionale di tanti attuali inoccupati (manovali, camerieri, banconisti, padroncini, artigiani e operatori di basso livello, eccetera), dal limitato ruolo delle donne nella nostra società, dal famigerato Patto di Stabilità interno di centralistica e statalista memoria.

Difficile credere che la situazione attuale del Partito Democratico possa essere superata senza una chiara e profonda scissione tra la componente social-liberale delle elite metropolitane, quella cattolico-populista dei mille campanili di provincia e quella gauchista ondivaga ed il suo elettorato di lotta e di governo, attualmente ‘in carico’ a SEL ed M5S.

Far finta di nulla o, peggio, paventare ai cittadini un governicchio di ristrette intese servirebbe solo ad accentuare la sfiducia degli elettori e la rabbia dei cittadini.
A sentire i Democratici – in nome dell’emergenza, si badi bene – serve uno ‘scatto di responsabilità’ da parte del PdL e che per loro si tratta solo di ‘un cammino altanelante’, mentre i conti del governo Monti-Bersani iniziano a non tornare, serve una nuova manovra, c’è cenere sotto il tappeto, le politiche di Elsa Fornero sono palesemente un disastro, l’IMU e la TARES sono de facto delle patrimoniali.

Un governo Monti fortemente voluto da Eugenio Scalfari che, come ricorda Verderami del Corsera, si è rappresentato come un’anomalia fin dall’inizio, dal novembre 2011, quando, invece di sciogliere le Camere, Giorgio Napolitano nominò senatore a vita Mario Monti per poi indicarlo come premier di un ‘governo del presidente’ e per poi ritrovarselo come leader di partito.
Un semipresidenzialismo di cui non v’è traccia nella Costituzione, un dirigismo di cui non v’è traccia nella storia nazionale, salvo il primo gabinetto Mussolini indicato direttamente dal Re. Un errore ed un equivoco che persistono e che ‘il popolo bue’ percepisce ampiamente.

Intanto, il Financial Times scrive, oggi, di “Napolitano gigante di Roma tra i nani della farsa italiana”. Purtroppo, i nani non leggono l’inglese e la ‘base’, per loro, sono solo quelli che incontrano in piazzetta o nel salotto buono …

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Il governo del Presidente, ma anche di Grillo e Berlusconi

22 Apr

Riconfermare Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica era ormai l’unico sistema per evitare l’automatico passaggio all’opposizione del centrodestra e, soprattutto, dei moderati liberali o popolari o democratici che fossero.
Il motivo è semplice: l’aver lasciato al M5S la candidatura di Stefano Rodotà, anzichè avanzarla per primi e giocare in contropiede con ambedue le opposizioni, comportava il ritorno ‘automatico’ di Bersani alla strategia di co-governo con il movimento guidato da Beppe Grillo con un Matteo Renzi probabile premier.

Una contraddizione in termini. Come quella di riciclare nel patto per il bene comune’ con il PdL due noti nomi (Marini e Prodi) pur di evitare il Quirinale a Massimo D’Alema, che era con il PCI dall’inizio, che ha voluto la svolta centrista e che non era sgradito al Centrodestra.
In tutto questo, non c’è due senza tre, aggiungiamo la follia degli Otto Punti inderogabili, sui quali convergevano abbondantemente i programmi di Grillo e di Berlusconi, rimesti precisamente nel cassetto.

Peccato per Stefano Rodotà, che questo blog aveva già segnalato un mese fa. Troppo innovativo per una concezione dell’apparato amministrativo e contabile pubblico, che risale ad oltre 100 anni fa, e per una generazione che è passata con grande facilità dal Fascismo alla DC ed al PCI, tanto INPS, Corporazioni e IRI erano ancora tutti lì.

Dunque, il Parlamento che Napolitano – ed il Premier da lui scelto e si spera votato – dovranno gestire sarà dei più etereogenei possibili, con un centrodestra forte e compatto, quasi determinante al Senato, e con un M5S che potrebbe fare la differenza, nel bene e nel male, se i suoi eletti dimostreranno di avere la metà della capacità politica di cui dovranno aver bisogno.

Infatti, vista la situazione di ‘pericolo di crollo’ del PD, è più che opportuno che il Presidente eviti di scegliere personalità di quel gruppo parlamentare o ad esso collegate, onde non vincolare il governo a polemiche interne al Partito Democratico. Come anche, vista la situazione del sistema partitico e parlamentare, sarebbe opportuno scegliere dei profondi conoscitori di quel mondo con provate capacità di mediazione ed un comprovato senso dello Stato. Ad esempio, Gianni Letta o Emma Bonino.

Una premiership da affidare in fretta e senza incappare in ‘sorprese’, come ci ha abituati Mario Monti, dato che Scilla e Cariddi si profilano all’orizzonte.
Da un lato, l’imminente rischio di spacchettamento del centrosinistra in cristianosociali, cristianoliberali, socialisti, comunisti, post comunisti, verdi, ambientalisti, demoliberali, socialdemocratici, popolari.
Dall’altro, l’evidente necessità che servano sia i voti di Grillo sia quelli di Alfano, se vorremo una legislatura di almeno un annetto e delle buone riforme, nonché un tot di fiducia dall’estero e di ossigeno per il paese. Il rischio che qualcuno pensi di avvantaggiarsi dalle urne è elevato.

Riuscirà il Presidente Reloaded di questa strana Matrix all’amatriciana, l’ancora nostro Giorgio Napolitano, a scegliere la carta fortunata, anzichè l’asso di picche?

Speriamo di si, il lavoro dei dieci saggi si rivela, oggi, un fattore accelerante e migliorativo.
Un altro fattore “accelerante e migliorativo”, probabilmente del tutto inderogabile, è la nomina di senatori a vita di Berlusconi, Prodi, Marini, Pannella e Rodotà (come anche Bonino se non avrà incarichi di governo). I primi tre per evitare che in un modo o nell’altro continuino a condizionare, fosse solo con il oro passato carisma, la vita dei partiti e del parlamento; gli altri tre per iniziare a pacificare il paese, riconoscendo a quel partito radical-liberale di Mario Pannunzio il dono dell’onestà morale e della lungimiranza, come per tutti i minority report alla prova del tempo.

Adesso, serve un governo del Presidente, un governo di larghe intese, di unità nazionale e finalizzato ad un programma, in cui un contesto generale in cui il PdL eviti l’abbraccio fatale con il Partito Democratico, aprendo sui punti di convergenza comune al M5S, che dovrà abbandonare certe formule populiste, visto che ormai il Movimento di Beppe Grillo è determinante per le istituzioni di cui l’Italia ha febbrile bisogno.

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Il PD non c’è più, pericolo di crollo

22 Apr

Se Eugenio Scalfari riesce ancora a parlare di ‘motore imballato’ dinanzi a quell’ammasso di ferraglia, gomma e vetro che il Partito Democratico è riuscito ad esibire in un mese di follia, l’esigenza di rottamazione annunciata da Matteo Renzi appare più come una presa d’atto che come una proposta.

Nessuno “prevedeva che il Partito democratico crollasse su se stesso affiancando la propria ingovernabilità a quella addirittura strutturale del nuovo Parlamento”, scrive nel suo domenicale il fondatore di la Repubblica, ma i segnali c’erano tutti a volerli vedere.

A partire dalle esitazioni ad intraprendere scelte difficili quando la Sinistra era nel governo e nel fare vera opposizione quando non lo era. Parliamo di un’enormità di leggi, che il Partito Democratico non ha mai portato avanti, come il conflitto di interessi, la durata dei processi, le leggi sui sindacati, i servizi pubblici esternalizzati o convenzionati, il welfare tutto, le coppie di fatto, le carceri, la depenalizzazione, gli immigrati, gli sgravi e le premialità aziendali, un piano infrastrutturale, la Casta, i super stipendiati e pensionati, i trasporti, le mafie, la legge elettorale.

Tutte esigenze dei cittadini  che a vario titolo il PD ha escluso dalla propria agenda e dalla propria fattività.

Difficile, dunque, parlare di un partito a base popolare, specialmente se lo sanno anche i bambini che alle Primarie c’è sempre un ‘candidato del partito’ e che erano già sicuri di avere la maggioranza alla Camera con il 30%, mentre si tentava di cambiare il Porcellum in extremis.
Eh già, il Porcellum. Cosa dire adesso che è sotto gli occhi di tutti che il suo mantenimento non era vitale per il Centrodestra, che sapeva già di non vincere le elezioni e che il super premio sarebbe andato al Partito Democratico.

Una riforma elettorale che non conveniva al Partito Democratico per troppi e tanti motivi.
Come la concomitante abrogazione dei comuni con meno di 10.000 abitanti e delle province con meno di 3-400.000 abitanti, dove si può contare un’ampia presenza di ‘democratici’.
Come l’istituzione di uno sbarramento serio e del ballottaggio che avrebbe provocato la definitiva frantumazione delle correnti ‘democratiche’.
Come l’eliminazione delle liste bloccate ed il rischio che tanti big e capibastone non ritornassero in Parlamento, oltre a delle Primarie effettive se da Partito unico si diventa variegata Coalizione.

La blindatura a nido d’aquila del Partito Democratico, dei suoi vertici e del suo apparato dovevano e potevano suggerire, a chi la politica la segue da tanti anni, l’esistenza di crepe e fraintendimenti ormai irreversibili.

Un manifesta percepibilità della scollatura ‘democratica’ che il ventre del ‘popolo bue’, a differenza di tanti saggi, aveva già ampiamente percepito. Un problema che, se percepito, avrebbe dovuto far temere una vittoria ‘eccessiva’ che avrebbe comportato il pervenimento alla Camera di circa 200 neoparlamentari democratici, del tutto disorientati tra una Rete che spesso usano davvero male e ancor meno comprendono, un Partito che decide le cose ‘a prescindere’ e secondo imperscrutabili strategie, la propria ambizione e la relativa competenza che mal si conciliano con i sacrifici e le professionalità che l’Italia reale riesce ancora a garantire.

Questi sono solo alcuni dei segnali che potevano lasciar presagire la situazione di incapacità politica che il PD ha mostrato finora.
Adesso, il Partito Democratico non c’è più, il segretario Bersani è dimissionario, il Congresso da convocare a giorni non è stato ancora annunciato, la Presidente Rosy Bindi che lo doveva convocare è dimissionaria dal 10 apirle.

Motore imballato, tutto quì, dottor Scalfari?

continua -> Il governo del Presidente, ma anche di Grillo e Berlusconi

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